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OBAMA NELLA STORIA
di Matteo Salonia

 
 
Obama ce l’ha fatta. La sua elezione a quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America è un evento storico per almeno due motivi.
Il primo, ovviamente, ha a che fare col colore della sua pelle: i neri possono davvero sentirsi non più minoranza discriminata. Certo, da tempo la più grande democrazia liberale del mondo aveva sentenziato ufficialmente la fine di ogni razzismo (cosa che tra l’altro non aveva implicato alcun cambiamento costituzionale, a riprova di quanto sia ammirevole il sistema istituzionale americano, nonostante la sua veneranda età).
Tuttavia, tra il dire e il fare c’erano di mezzo sia la grettezza della gente sia il fatto che nei ghetti è facile entrare ma difficile uscirne. Eppure il sogno americano ha compiuto anche questa impresa, testimoniando una vitalità che mette in un attimo a tacere chi stupidamente parlava di “declino dell’Occidente”: se un declino c’è, lo si deve alla zavorra europea, mentre chi ancora ci fa sognare, chi ancora è sinonimo di libertà, chi ancora ci dice che nulla è impossibile, sta dall’altra parte dell’Atlantico.

Gli Stati Uniti hanno superato le ultime divisioni razziali nel modo più spettacolare, ma anche più consono alla propria tradizione: con un uomo che è l’emblema dell’ascesa (im)possibile. E’ triste dover ammettere che se Obama fosse nato in Italia sarebbe Mr. Nessuno, non Mr. President: in America meritocrazia, qui fannulloni e raccomandati; in America borse di studio agli studenti migliori, qui studenti demotivati e sistema accademico che premia solo l’anzianità, tagliando le gambe a chi è giovane e pieno di idee (e poi ci stupiamo se i nostri ricercatori fuggono in Inghilterra e negli USA…); in America partiti che devono piegarsi ai candidati scelti realmente dalla gente (basta pensare che McCain aveva contro tutto il Partito Repubblicano e Obama ha iniziato le primarie con tutta la struttura del Partito Democratico che stava dalla parte di Billary), qui Veltroni che organizza le primarie – burla, mettendo prima il veto su chi può candidarsi a fingersi suo avversario (basta pensare che nessuno di quelli che avrebbero potuto dargli realmente fastidio si è fatto avanti, vedi D’Alema, Rutelli, Prodi, e che perfino Bersani che ci stava facendo un pensierino fu invitato gentilmente ad evitare…!).

Il secondo motivo per cui questa elezione passerà alla Storia è che segna la fine di un’era: quella del dominio del Partito Repubblicano. Un dominio iniziato grazie ad uno dei migliori presidenti di sempre, Reagan, e terminato (escludendo la frivola parentesi di Clinton) nel 2008 con uno dei meno amati di sempre, Bush jr.

La situazione sembrerebbe disperata guardando anche al Congresso, dove la Sinistra detiene una maggioranza assoluta. In realtà bisogna essere meno superficiali e ricordare due cose.

Innanzitutto gli americani sono storicamente convinti che i Repubblicani siano maggiormente abili in politica estera, mentre i Democratici in campo economico (e la Storia sembra dar loro ragione se si pensa per esempio da una parte all’energica e vittoriosa lotta di Reagan contro il Comunismo e dall’altra al New Deal di Roosevelt, che condusse gli USA fuori dalla Grande Crisi). Ergo, la crisi finanziaria ha immensamente favorito Obama: nei giorni appena precedenti ad essa McCain era in rimonta ed aveva addirittura appena iniziato a superare il candidato liberal nei sondaggi, ma gli americani, di fronte al disastro economico, hanno preferito affidarsi alla dottrina democratica. E del resto, se non ce l’ha fatta McCain, il Repubblicano più ribelle ed indipendente e per questo da sempre capace di rosicchiare moltissimi voti al centro, allora vuol dire che era davvero impossibile.

La seconda cosa che bisogna ricordare è che ad essere in crisi non è il Conservatorismo liberale, né la base del movimento Repubblicano (prova ne è l’entusiasmo generato tra i giovani di destra dalla Palin, che anche la sera della sconfitta ha ricevuto salendo sul palco un’ovazione): in verità ad essere in crisi è il Partito Repubblicano ai suoi vertici, dilaniato tra due correnti: quella ancora attaccata ai vecchi slogan dell’abbassamento delle tasse e del libero mercato, e quella “realista” che sostiene la necessità di cambiare metodo e dedicarsi seriamente a più problematiche. McCain, da sempre allergico al sistema – partito, era estraneo ad entrambe le correnti, ecco perché ha ricevuto dalle strutture del GOP pochissimo sostegno (sia nella raccolta fondi sia nel corso della campagna elettorale).

Se il Partito Repubblicano rinascerà a breve, non lo farà grazie ai burocrati dei piani alti, ma piuttosto attraverso l’incontro di un movimento di sano Conservatorismo dal basso con leader rappresentativi ed originali. Questi nuovi leader potranno essere o del tutto nuovi (come Huckabee, che non a caso nelle primarie aveva, partendo dal nulla, riscosso grande successo), oppure quei protagonisti degli anni ’90 che si sono fatti da parte durante l’era di Bush jr (come Gingrich).
In ogni caso, sono convinto che la vittoria di Obama, oltre che fare bene all’America, farà bene anche ad un Partito Repubblicano che ha gran bisogno di fermarsi a riflettere, per riscoprirsi.

Gli States si affacciano su una nuova era col cuore pieno di speranza.
Che Obama possa non deluderli e che il mondo intero possa tornare a sognare guardando la bandiera a stelle e strisce!

God bless America.

 
 
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