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Il
telefono del medico condotto Carlo Lonati suona in
piena notte annunciandogli il malore del suo amico, il
notaio Luciano Galimberti, da anni, ormai,
sofferente di angina pectoris. |
Da
buon dottore il Lonati si fionda a casa del paziente,
che però trova
già morto e se non fosse per il suo naso, che gli rivela un
intenso odore di fritto – vietatissimo - sui capelli del Galimberti,
il nuovo romanzo di Andrea Vitali, “Dopo lunga e penosa
malattia”, potrebbe già finire qui. E
invece no. Perché a questo primo tassello che non torna
se ne sommano immediatamente altri: le pastiglie per l’angina
del Galimberti che sembrano non avere alcun effetto, delle orme
sulla moquette della camera del paziente quando tutti i familiari
sostengono di non essere usciti quella sera e, infine, un annuncio
mortuario stranamente, e grossolanamente, errato. Perché? |
Da
qui, da questi pochi elementi si sviluppa la nuova storia
di provincia di Vitali, l’ormai noto scrittore/medico
di Bellano. È un romanzo sicuramente diverso rispetto
a quelli passati, anche se pure negli altri Vitali non aveva
mai rinunciato, nel suo inarrestabile narrare le mille storie
che solo in un piccolo paese possono accadere, a un tocco di
mistero utile nel rendere la lettura più pepata. Basti
ricordare, a tal proposito, la vicenda del quadretto de “La
signorina Tecla Manzi” oppure, anche se in tono decisamente
più frizzante, meno crepuscolare, e soprattutto estremamente
ironico, in “Un amore di zitella” la vicenda del
misterioso Dante. E sull’identità di questo fantomatico
Dante, forse il novello fidanzato della zitellona impenitente,
si sbizzarriscono le voci paesane, che solo chi da un paesino
di provincia proviene può capire quanto siano maliziose,
fastidiose, esagerate e, a volte, semplicemente cattive.
In “Dopo lunga e penosa malattia”, invece, l’ambiente è assolutamente
marginale e cupo, sono poche le comparse che girano intorno
al one man show, cioè il dottor Lonati, assoluto protagonista
della storia. Non ne esce alcun affresco della vita di provincia,
non c’è una società alle spalle del protagonista,
non ci sono piccoli grande storielle collaterali che ci dipingono
un mondo a volte sconosciuto e altre fin troppo noto. C’è solo
il Lonati e la sua indagine, che si dipana nella righe scritte
da Vitali seguendo il filo logico dei ragionamenti del dottore,
come vuole la scuola classica del giallo.
L’ambientazione è scarna, i pensieri del dottore
sono il filo conduttore della storia, ma quel poco che c’è è sufficiente
a rendere perfettamente l’idea del freddo che avvolge
tutta la vicenda, l’abisso e il buio in cui, volenti
e nolenti, i personaggi si sono ritrovati. Non c’è redenzione,
la primavera, il bel tempo e il caldo non arrivano, ma solo
un continuo susseguirsi di pioggia e vento fino al finale che,
cosa piuttosto insolita per un giallo, è aperto, lasciando
uno spiraglio per un futuro ritorno del dottor Lonati in un
altro romanzo, sempre che Vitali abbia voglia e fantasia per
proseguire nel genere del giallo.
Manca
la provincia, ma non la provincialità, che in
questo contesto si manifesta in uno di quei delitti in famiglia
che sembrano fare sempre meno notizia e che, sovente, hanno
luogo nelle specchiate e riservatissime villette di qualche
paesino o cittadina ai margini delle grandi metropoli. Non
possiamo, quindi, non immaginarci l’immancabile giornalista
di Studio Aperto e la vecchina, vicina di casa, che a domanda
risponde: << Era una così bella famiglia, non
li sentivi mai bisticciare, persone normali neee >>.
Brividi.
Forse non il miglior romanzo di Andrea Vitali, anche se rimane
una lettura agile e piacevole per le imminenti vacanze.
Dopo lunga e penosa malattia
di Andrea Vitali
ed. Garzanti