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 PENTIDATTILO

IL PAESINO FANTASMA

Si arriva prendendo l'Autostrada A3 direzione Reggio Calabria. Imboccando successivamente la Superstrada E90 direzione Taranto; si prende poi l'uscita Musa-Pentadattilo, seguendo le indicazioni si prosegue fino a Pentadattilo (km 46 circa).
E' un luogo particolarmente panoramico, ma che fosse circondato da un alone di mistero.
Morfologicamente il paese è tipicamente caratterizzato da una ciclopica roccia che lo sovrasta ,che assomiglia alle dita di una mano; da qui il nome "Pentadattilo", dal greco Penthe (cioè 5) e Daktylos (dito).: questi i tratti somatici di uno tra i più pittoreschi e caratteristici centri della Calabria ben acquartierato alla base di una struttura posta tra la fiumara di Annà e quella di S.Elia.
Il piccolo borgo (sito storico) fu abbandonato nei primi anni cinquanta poiché dichiarato franante e "ricostruito" poco distante (Pentadattilo Nuovo). il paese vecchio è completamente disabitato, è questo da al luogo un aspetto molto misterioso, Arrivati con l'automobile, fino ad un certo punto, è necessario data la strada, strettissima e di forte pendenza, proseguire a piedi; nonostante il paese comunque sia abbandonato, le case disabitate,ecc. le strade son tenute discretamente bene, questo sicuramente per questioni turistiche, tra i luoghi d'interesse, da vedere la chiesetta di San Pietro e Paolo che soprattutto all'interno versa in cattive condizioni e i resti dell'antico castello degli Alberti che fu il palcoscenico della sanguinosa notte di Pasqua del 1686.


UN PO' DI STORIA


Di Pentidattilo o Pentedattilo si hanno notizie sin dal 640 a.C. quando venne fondato dai Calcidesi e da quel periodo divenne un centro alquanto fiorente fino al periodo romano, per poi subire un periodo di decadenza, durante il periodo bizantino, dovuto alle continue incursioni saracene.
Fu espugnata e saccheggiata dal Duca di Calabria e tale avvenimento viene riportato dal Pontano nella sua pubblicazione "De bello neapolitano". Intorno al 1336 il castello di Pentidattilo venne occupato dagli almogàveri che erano dei soldati di fanteria, alquano temuti, una sorta d'avanguardia dell'esercito spagnolo. Venne promossa a baronia sotto l'amministrazione normanna del re Ruggero d'Altavilla, con la reggenza degli Abenavoli che amministrarono anche i territori di Capo d'Armi, Condofuri, Montebello. Un nome, quello degli Abenavoli legato alla famosa disfida di Barletta, dove un Ludovico Abenavolo, fece parte della schiera dei tredici cavalieri che fronteggiarono gli altrettanti francesi nel 1503. La famiglia degli Abenavoli vantava la propria ascendenza al tempo dell'invasione normanna degli Altavilla, ed in seguito, il capostipite si era distinto nella famosa "disfida di Barletta", tanto da ottenere il rango di barone e i feudi di Capua, Aversa e Pentidattilo.
Attraverso il trascorrere del tempo l'egemonia feudataria degli Abenavoli si restrinse ai centri di Montebello e di Fossato, passando quindi l'amministrazione di Pentidattilo ai baroni di Francoperta, originari di Reggio Calabria, il cui feudo di Giovanni Francoperta venne confiscato nel 1589 e venduto a Monello Simone degli Alberti, con il titolo di Marchesato. Vennero edificate varie opere civili tra cui si segnala la la fondazione di Melito Porto Salvo nel 1667. Sembrava fosse stata messa in atto una lunga continuità di floridezza economica per l'intera area corredata anche dalle nozze del 7 novembre del 1685 tra Lorenzo Alberti e la figlia del Vicerè di Napoli Caterina Cortez, ma poi tutto venne tragicamente affogato in una pozza di sangue per una serie di motivazioni che vanno dai motivi passionali a quelli, forse di natura economica: era un tiepido 16 aprile del 1686 quando sul piccolo centro si abbatté la mannaia vendicativa di Peppino Scrufari che con il suo seguito andò ad affogare nel sangue il suo odio. In quella triste serata caddero il marchese Lorenzo Abenavoli, il piccolo Simone Abenavoli, la marchesa Maddalena Actoven, Anna Abenavoli, Fracesco Arcasto, il piccolo Giuseppe Milane, Giovanni Pellegrino di Napoli ed altri ospiti del castello di quella sciagurata notte. Nella narrazione di Berardo candida Gonzaga, "Memorie delle Famiglie nobili delle Province Meridionali", si narra che Berardino entrò nel castello di Pentidattilo con quaranta schierani per una porticina che gli venne aperta da un un servo della famiglia Alberti. Degli esecutori della strage ne vennero catturati sette e le loro teste, dopo essere state recise, vennero appese ai merli del castello.


IL MISTERO


A seguito di questo fatto nacquero varie leggende: una dice che le torri in pietra che sovrastano il paese, rappresentano le dita insanguinate di una mano ed è per questo motivo che Pentedattilo è stata più volte indicata come la mano del Diavolo e si dice che la sera, in inverno, quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le urla del Marchese Alberti", e le grida dei bambini morti in quella tragica notte.
Un'altra leggenda dice che la notte del 16 Aprile di ogni anno, si vedono delle strane ombre in paese, madri con i bambini per la mano, che corrono inseguite da persone col coltello che tentano di ucciderli; sta di fatto che tutt'oggi gli abitanti di Pentadattilo nuovo, la notte non si avvicinano mai al paese vecchio, coperto da un mistero fitto, e dalla storia dei fantasmi……….
Ultimamente su internet ho notato che su questo argomento, è stato fatto anche un libro, il titolo è "La tragedia di Pentadattilo", Falzea editore al prezzo di € 8,90, sicuramente andrò a comprarlo in libreria.


 

Queste sono solo due foto scattate con una macchina fotografica digitale scattate a pentidattilo.

Nella prima possiamo notare l'enorme presenza di apparizioni globulari cosa riscontrata anche in altre foto, mentre nella seconda c'è un evidente presenza di ectoplasmi

 

 

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