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Il 19
luglio, la stessa data in cui secondo la tradizione, nel 64 d.C.
Nerone aveva dato fuoco a Roma, fu il giorno del tanto temuto
bombardamento della capitale. Gli Alleati, nonostante le
suppliche della diplomazia vaticana lo ritenevano indispensabile
per due motivi: interrompere i rifornimenti al fronte
meridionale, facendo saltare il sistema di comunicazione e
fiaccare il morale e la resistenza italiana.
L'operazione denominata "Crosspoint" fu una delle più imponenti
di tutta la guerra, vi parteciparono più di 500 aerei che in sei
ondate successive bombardarono la città per circa tre ore a
partire dalle undici di mattina.
Alla
fine del bombardamento erano state scaricate su Roma più di 1000
tonnellate di bombe, erano stati 0sconvolti i quartieri attorno
alla stazione, era stata distrutta la chiesa di S.Lorenzo, erano
stati gravemente danneggiati la città universitaria con gli
aeroporti di Ciampino e del Littorio ed erano morte più di 1500
persone. La reazione di Pio XII fu immediata: poco dopo la fine
delle incursioni aeree si recò in macchina accompagnato da
monsignor Montini nei quartieri colpiti.
A San
Lorenzo, circondato da una folla commossa si inginocchiò sulle
rovine e recitò il De profundis. Anche Vittorio Emanuele
si era recato poco prima del pontefice nelle zone colpite, trovò
macerie e caos , e nessuno tra le autorità che avesse avviato le
operazioni di soccorso. La reazione del popolo nei suoi
confronti fu muta e ostile e si levarono anche delle
contestazioni.
Mussolini durante l'incursione sulla capitale era invece a
Feltre, in provincia di Belluno, dove si stava incontrando con
Hitler. I due dittatori avrebbero dovuto discutere della
situazione della guerra, ma nel corso della riunione, durata
dalle 11 alle 13 del 19 luglio, parlò praticamente solo Hitler
che fece un lungo e risentito monologo su come l'Italia stava
conducendo le operazioni militari.
Il
Duce, che avrebbe dovuto ricordare al suo interlocutore le
difficoltà enormi cui si trovava di fronte il paese e invitarlo
a esaminare attentamente la gravità della situazione, rimase
immobile ad ascoltare le parole del Führer. Verso mezzogiorno il
lungo monologo di Hitler fu interrotto dal segretario
particolare del duce, Nicola De Cesare, che portava una
comunicazione.
Mussolini la lesse e la tradusse in tedesco: "In questo
momento il nemico sta violentemente bombardando Roma". Vi fu
una pausa di silenzio. Hitler rimase impassibile, Mussolini
ordinò al suo segretario di fornirgli notizie più
particolareggiate. "Ho già cercato di farlo. Ma a Roma i
telefoni sono isolati: non abbiamo una linea diretta; le
comunicazioni sono praticamente impossibili" fu la risposta
di De Cesare. "Insistete" ribadì contrariato Mussolini.
Hitler
ricominciò a parlare, finché non riapparve De Cesare con un
foglio che il duce gli strappò quasi dalle mani, lo lesse e lo
tradusse ad alta voce in tedesco: "Il violento bombardamento
continua; circa 400 apparecchi volano a bassissima quota;
quartieri della periferia ed anche edifici del centro gravemente
colpiti; scarsa reazione delle batterie antiaeree".
Mussolini si rivolse poi al generale Ambrosio, che presenziava
all'incontro con Hitler, dicendogli: "Bisogna dare
comunicazione di ciò nell'odierno bollettino di guerra. Tutta
l'Italia e il mondo devono sapere...".
"Per
oggi non siamo più in tempo" rispose il militare. Mussolini
insisteva: "Si ritardi la diramazione del bollettino; ma è
necessario dare ampi particolari: la durata del bombardamento,
il numero degli apparecchi, la reazione delle artiglierie, il
contegno stoico della popolazione. Non bisogna adesso pubblicare
il numero -neppure approssimativo- delle vittime". Ambrosio
rispose seccato: "Tutto ciò è compito di chi, allo Stato
Maggiore, è incaricato di redigere il bollettino. E' inutile che
in questo momento stiamo qui a perdere il tempo in simili
particolari".
La
diplomazia vaticana aveva sempre ammonito che in caso di
bombardamento di Roma il papa non avrebbe taciuto; il 22 luglio
comparve sull'Osservatore Romano una lettera aperta del
pontefice al cardinal Vicario di Roma Marchetti Selvaggiani.
La
lettera, molto sentita, ricordava lo sforzo compiuto a difesa
della pace, l'importanza di Roma per la cristianità e per tutta
la civiltà e constatava amaramente come la Santa Sede avesse
avuto ragione nell'ammonire gli Alleati, dicendo che bombardare
Roma significava inevitabilmente danneggiare parte del suo
patrimonio artistico-religioso.
Era
una protesta, ma molto moderata in cui la sofferenza per il
bombardamento era solo un aspetto della condanna alla guerra in
genere.
La
dichiarazione, quindi, se stigmatizzava il comportamento degli
Alleati, non poteva comunque essere utilizzata dai loro
avversari a fini propagandistici, o essere considerata una presa
di posizione del Vaticano a favore di una parte.
"Ricordammo
ai belligeranti," scriveva il papa "da qualunque parte
militassero, che se volevano tenere alta la dignità delle loro
Nazioni e l'onore delle loro armi, rispettassero la incolumità
dei pacifici cittadini e i monumenti della fede e della civiltà.
(...) Considerate che l'odio non fu mai padre della pace, e il
risentimento originato dalle vaste e non necessarie distruzioni
fa sorgere più tardi e meno stabile e sereno il giorno di un
pacifico incontro, il quale non può consistere nella umiliazione
dei vinti, ma riposa e si consolida soltanto nella fraterna
concordia conciliatrice degli spiriti e moderatrice delle
passioni e dei rancori. ...". In queste parole Pio XII
esprimeva i suoi timori per le conseguenze di una guerra portata
ai suoi estremi, fatale risultato del principio della resa
incondizionata.
Il 20
luglio il papa decise di rispondere al messaggio che Roosevelt
gli aveva inviato dieci giorni prima, al momento dello sbarco
delle truppe alleate sul territorio italiano.
La
lettera di Pio XII risentiva ovviamente delle suggestioni di
quei momenti; veniva rinnovato l'appello a difesa delle
popolazioni civili e veniva ribadito il significato dell'impegno
a favore di Roma: " ... Dio sa quanto abbiamo sofferto fin
dai primi giorni della guerra per il gran numero di città che
sono state esposte ai bombardamenti aerei, soprattutto per
quelle che lo furono non per un giorno, ma per settimane e mesi
senza tregua ( è chiaro in questo punto il riferimento a
Londra). Ma dacchè la divina Provvidenza Ci ha posto a capo
della Chiesa Cattolica e Ci ha fatti Vescovo di questa città
così ricca di reliquie sacre e di memorie sante e immortali,
sentiamo Nostro dovere levare la voce in una preghiera
particolare, nella speranza che tutti possano riconoscere che
una città, di cui ogni quartiere, e in ogni quartiere ogni
strada ha i suoi insostituibili monumenti di fede di arte o di
cultura cristiana, non può essere attaccata senza infliggere una
incomparabile perdita al patrimonio della Religione e della
Civiltà".
Infine
Pio XII ricordava nuovamente che "il tempio glorioso della
pace sorgerà e durerà solo se fondato sulle fondamenta di una
carità cristiana, ancora più che umana, non corrotta da passioni
di vendetta o da alcun elemento d'odio".
La
protesta dalla Santa Sede toccò anche il governo italiano. Il
marchese d'Ajeta si era recato in udienza da Maglione e aveva
chiesto al segretario di Stato quali sarebbero state le reazioni
del Vaticano al bombardamento. Il cardinale fu evasivo nel
rispondere all'inviato del governo italiano e gli rimproverò il
fatto che i Comandi militari non fossero mai stati trasferiti,
che Mussolini non avesse abbandonato la città e che vi fossero
ancora a Roma molti obbiettivi militari. Aggiunse poi : "Tutto
ciò è risaputo ed universalmente si dà colpa al governo italiano
per la sua parte di responsabilità nel bombardamento di Roma";
Maglione richiese infine in via ufficiale di provvedere a
liberare finalmente Roma dal pericolo dei bombardamenti e invitò
ancora il governo a riflettere sulle sue "gravissime
responsabilità".
Pochi
giorni dopo la Segreteria di Stato in un comunicato ufficiale
all'ambasciata d'Italia insisteva nuovamente sull'importanza di
"rendere Roma assolutamente priva di obiettivi militari in
modo che possa essere dichiarata e considerata città aperta",
tuttavia la fiducia nelle promesse italiane era venuta meno e il
comunicato aggiungeva poi che "Naturalmente tale
demilitarizzazione dovrebbe essere effettiva e completa e
munita, se occorra, delle opportune garanzie". |