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Morte a S.Lorenzo

Il 19 luglio 1943, nel piano Alleato di fiaccare la resistenza italiana allo sbarco in Sicilia, l'Air Force esegue il primo raid su Roma. L'Obiettivo è lo scalo ferroviario di San Lorenzo, ma a farne le spese è anche l'omonima Basilica, distante appena qualche centinaio di metri.

 

Il 19 luglio, la stessa data in cui secondo la tradizione, nel 64 d.C. Nerone aveva dato fuoco a Roma, fu il giorno del tanto temuto bombardamento della capitale. Gli Alleati, nonostante le suppliche della diplomazia vaticana lo ritenevano indispensabile per due motivi: interrompere i rifornimenti al fronte meridionale, facendo saltare il sistema di comunicazione e fiaccare il morale e la resistenza italiana.

L'operazione denominata "Crosspoint" fu una delle più imponenti di tutta la guerra, vi parteciparono più di 500 aerei che in sei ondate successive bombardarono la città per circa tre ore a partire dalle undici di mattina.

Alla fine del bombardamento erano state scaricate su Roma più di 1000 tonnellate di bombe, erano stati 0sconvolti i quartieri attorno alla stazione, era stata distrutta la chiesa di S.Lorenzo, erano stati gravemente danneggiati la città universitaria con gli aeroporti di Ciampino e del Littorio ed erano morte più di 1500 persone. La reazione di Pio XII fu immediata: poco dopo la fine delle incursioni aeree si recò in macchina accompagnato da monsignor Montini nei quartieri colpiti.

A San Lorenzo, circondato da una folla commossa si inginocchiò sulle rovine e recitò il De profundis. Anche Vittorio Emanuele si era recato poco prima del pontefice nelle zone colpite, trovò macerie e caos , e nessuno tra le autorità che avesse avviato le operazioni di soccorso. La reazione del popolo nei suoi confronti fu muta e ostile e si levarono anche delle contestazioni.

Mussolini durante l'incursione sulla capitale era invece a Feltre, in provincia di Belluno, dove si stava incontrando con Hitler. I due dittatori avrebbero dovuto discutere della situazione della guerra, ma nel corso della riunione, durata dalle 11 alle 13 del 19 luglio, parlò praticamente solo Hitler che fece un lungo e risentito monologo su come l'Italia stava conducendo le operazioni militari.

Il Duce, che avrebbe dovuto ricordare al suo interlocutore le difficoltà enormi cui si trovava di fronte il paese e invitarlo a esaminare attentamente la gravità della situazione, rimase immobile ad ascoltare le parole del Führer. Verso mezzogiorno il lungo monologo di Hitler fu interrotto dal segretario particolare del duce, Nicola De Cesare, che portava una comunicazione.

Mussolini la lesse e la tradusse in tedesco: "In questo momento il nemico sta violentemente bombardando Roma". Vi fu una pausa di silenzio. Hitler rimase impassibile, Mussolini ordinò al suo segretario di fornirgli notizie più particolareggiate. "Ho già cercato di farlo. Ma a Roma i telefoni sono isolati: non abbiamo una linea diretta; le comunicazioni sono praticamente impossibili" fu la risposta di De Cesare. "Insistete" ribadì contrariato Mussolini.

Hitler ricominciò a parlare, finché non riapparve De Cesare con un foglio che il duce gli strappò quasi dalle mani, lo lesse e lo tradusse ad alta voce in tedesco: "Il violento bombardamento continua; circa 400 apparecchi volano a bassissima quota; quartieri della periferia ed anche edifici del centro gravemente colpiti; scarsa reazione delle batterie antiaeree".

Mussolini si rivolse poi al generale Ambrosio, che presenziava all'incontro con Hitler, dicendogli: "Bisogna dare comunicazione di ciò nell'odierno bollettino di guerra. Tutta l'Italia e il mondo devono sapere...".

"Per oggi non siamo più in tempo" rispose il militare. Mussolini insisteva: "Si ritardi la diramazione del bollettino; ma è necessario dare ampi particolari: la durata del bombardamento, il numero degli apparecchi, la reazione delle artiglierie, il contegno stoico della popolazione. Non bisogna adesso pubblicare il numero -neppure approssimativo- delle vittime". Ambrosio rispose seccato: "Tutto ciò è compito di chi, allo Stato Maggiore, è incaricato di redigere il bollettino. E' inutile che in questo momento stiamo qui a perdere il tempo in simili particolari".

La diplomazia vaticana aveva sempre ammonito che in caso di bombardamento di Roma il papa non avrebbe taciuto; il 22 luglio comparve sull'Osservatore Romano una lettera aperta del pontefice al cardinal Vicario di Roma Marchetti Selvaggiani.

La lettera, molto sentita, ricordava lo sforzo compiuto a difesa della pace, l'importanza di Roma per la cristianità e per tutta la civiltà e constatava amaramente come la Santa Sede avesse avuto ragione nell'ammonire gli Alleati, dicendo che bombardare Roma significava inevitabilmente danneggiare parte del suo patrimonio artistico-religioso.

Era una protesta, ma molto moderata in cui la sofferenza per il bombardamento era solo un aspetto della condanna alla guerra in genere.

La dichiarazione, quindi, se stigmatizzava il comportamento degli Alleati, non poteva comunque essere utilizzata dai loro avversari a fini propagandistici, o essere considerata una presa di posizione del Vaticano a favore di una parte.

"Ricordammo ai belligeranti," scriveva il papa "da qualunque parte militassero, che se volevano tenere alta la dignità delle loro Nazioni e l'onore delle loro armi, rispettassero la incolumità dei pacifici cittadini e i monumenti della fede e della civiltà. (...) Considerate che l'odio non fu mai padre della pace, e il risentimento originato dalle vaste e non necessarie distruzioni fa sorgere più tardi e meno stabile e sereno il giorno di un pacifico incontro, il quale non può consistere nella umiliazione dei vinti, ma riposa e si consolida soltanto nella fraterna concordia conciliatrice degli spiriti e moderatrice delle passioni e dei rancori. ...". In queste parole Pio XII esprimeva i suoi timori per le conseguenze di una guerra portata ai suoi estremi, fatale risultato del principio della resa incondizionata.

Il 20 luglio il papa decise di rispondere al messaggio che Roosevelt gli aveva inviato dieci giorni prima, al momento dello sbarco delle truppe alleate sul territorio italiano.

La lettera di Pio XII risentiva ovviamente delle suggestioni di quei momenti; veniva rinnovato l'appello a difesa delle popolazioni civili e veniva ribadito il significato dell'impegno a favore di Roma: " ... Dio sa quanto abbiamo sofferto fin dai primi giorni della guerra per il gran numero di città che sono state esposte ai bombardamenti aerei, soprattutto per quelle che lo furono non per un giorno, ma per settimane e mesi senza tregua ( è chiaro in questo punto il riferimento a Londra). Ma dacchè la divina Provvidenza Ci ha posto a capo della Chiesa Cattolica e Ci ha fatti Vescovo di questa città così ricca di reliquie sacre e di memorie sante e immortali, sentiamo Nostro dovere levare la voce in una preghiera particolare, nella speranza che tutti possano riconoscere che una città, di cui ogni quartiere, e in ogni quartiere ogni strada ha i suoi insostituibili monumenti di fede di arte o di cultura cristiana, non può essere attaccata senza infliggere una incomparabile perdita al patrimonio della Religione e della Civiltà".

Infine Pio XII ricordava nuovamente che "il tempio glorioso della pace sorgerà e durerà solo se fondato sulle fondamenta di una carità cristiana, ancora più che umana, non corrotta da passioni di vendetta o da alcun elemento d'odio".

La protesta dalla Santa Sede toccò anche il governo italiano. Il marchese d'Ajeta si era recato in udienza da Maglione e aveva chiesto al segretario di Stato quali sarebbero state le reazioni del Vaticano al bombardamento. Il cardinale fu evasivo nel rispondere all'inviato del governo italiano e gli rimproverò il fatto che i Comandi militari non fossero mai stati trasferiti, che Mussolini non avesse abbandonato la città e che vi fossero ancora a Roma molti obbiettivi militari. Aggiunse poi : "Tutto ciò è risaputo ed universalmente si dà colpa al governo italiano per la sua parte di responsabilità nel bombardamento di Roma"; Maglione richiese infine in via ufficiale di provvedere a liberare finalmente Roma dal pericolo dei bombardamenti e invitò ancora il governo a riflettere sulle sue "gravissime responsabilità".

Pochi giorni dopo la Segreteria di Stato in un comunicato ufficiale all'ambasciata d'Italia insisteva nuovamente sull'importanza di "rendere Roma assolutamente priva di obiettivi militari in modo che possa essere dichiarata e considerata città aperta", tuttavia la fiducia nelle promesse italiane era venuta meno e il comunicato aggiungeva poi che "Naturalmente tale demilitarizzazione dovrebbe essere effettiva e completa e munita, se occorra, delle opportune garanzie".

 

Una foto dell'incursione del 19 luglio

1943 scattata su San Lorenzo da uno dei velivoli americani.

Visibile sulla destra il grande cimitero cittadino del Verano e, contrassegnata dal numero 43,

la Basilica di San Lorenzo..

 

La Basilica di San Lorenzo colpita dalle bombe così come si presentò ai romani dopo l'incursione e oggi.

San Lorenzo fu il quartiere più colpito dal primo, sino ad allora, bombardamento degli alleati mai effettuato su Roma, insieme al quartiere Tiburtino, al Prenestino, al Casilino, al Labicano, al Tuscolano e al Nomentano. Le 4.000 bombe (circa 1.060 tonnellate) sganciate sulla città, provocarono circa 3.000 morti ed 11.000 feriti.

L'interno della Basilica devastato dalle bombe e oggi.

La ricostruzione fu avviata subito e, già dopo un anno, l'antica chiesa aveva ripreso molto del suo splendore originario.

Sopra: Nonostante gli oltre 60 anni trascorsi e i lavori di restauro, le tracce lasciate dalle bombe sono ancora oggi visibili sulle colonne della navata della Chiesa.

A fianco:

Ancora un confronto "Ieri&Oggi" della Basilica al suo interno.

 

LA STORIA DELLA BASILICA

La basilica di San Lorenzo fuori le Mura è un'importante chiesa di Roma, una delle Sette Chiese e una delle cinque Basiliche patriarcali, situata a ridosso del cimitero del Cimitero del Verano.

La basilica ospita la tomba di san Lorenzo, arcidiacono della Chiesa di Roma, martirizzato nel 258. Fra gli altri, nella basilica sono sepolti i papi Ilario e Pio IX e Alcide De Gasperi.

La primitiva basilica (Basilica Maior) venne eretta nel IV secolo dall'imperatore Costantino vicino alla tomba del martire Lorenzo, come altre basiliche cimiteriali della stessa epoca (San Sebastiano sulla via Appia, Sant'Agnese fuori le mura, Santi Marcellino e Pietro, presso Tor Pignattara). Proprio sopra la tomba venne contemporaneamente costruito un piccolo oratorio. L'oratorio fu rimpiazzato da una nuova chiesa all'epoca di papa Pelagio II (579-590). Per un certo periodo coesistettero dunque la Basilica Maior costantiniana, che in un momento imprecisato venne dedicata alla Vergine, e una "basilica minore", pelagiana. Tra il IX e il XII secolo, tuttavia, la basilica costantiniana fu probabilmente abbandonata.

Papa Onorio III, in occasione probabilmente dell'incoronazione di Pietro di Courtenay come imperatore latino di Costantinopoli, nel 1217, iniziò grandi lavori di ampliamento della basilica di Pelagio II: la chiesa venne prolungata verso ovest, abbattendo la vecchia abside, l'orientamento venne ribaltato e la vecchia basilica divenne il presbiterio rialzato della nuova chiesa, che presentava un pavimento più alto nella navata centrale.

La nuova basilica era decorata da affreschi che illustravano la vita di san Lorenzo e di santo Stefano, il primo martire cristiano, sepolto sotto l'altare maggiore insieme al santo titolare della chiesa.

La Basilica di San Lorenzo fuori le Mura fu sede del Patriarca Latino di Gerusalemme dal 1374 al 1847.

La chiesa subì trasformazioni nel periodo barocco, ma le aggiunte furono eliminate con il restauro dell'architetto Virginio Vespignani tra il 1855 e il 1864. Il 19 luglio 1943, durante la seconda Guerra mondiale, la chiesa fu gravemente colpita durante il primo bombardamento alleato su Roma.

Dopo la distruzione bellica la basilica venne ricostruita e restaurata con il materiale originale: i restauri, terminati nel 1948, permisero l'eliminazione di strutture aggiunte nel XIX secolo, tuttavia gli antichi affreschi della parte superiore della facciata erano irrimediabilmente perduti.

Nel 1957 furono effettuati saggi di scavo in corrispondenza del muro del cimitero del Verano: le indagini permisero di riconoscere i resti della basilica costantiniana: un grande edificio a circo, a tre navate separate da colonne. Scavi effettuati sotto la basilica hanno portato alla luce numerosi ambienti e cripte.

 

 

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