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La mia avventura comincia il
31 marzo 1940, presentandomi al Distretto Militare di Novara, quando
vengo assegnato al 32° Reggimento Fanteria Carrista e spedito la sera a
Vercelli in treno.
Dalla stazione di Vercelli
mi accompagneranno alla Caserma Carristi in bicicletta (il che mi
avrebbe già dovuto far riflettere) per un primo corso sui vecchissimi
carri armati 21-30 (1921 e 1930 erano gli anni di fabbricazione).
Con lo scoppio della guerra
contro la Francia ci mandano dopo Cuneo, quasi al confine, dove troviamo
i nostri nuovi carri, gli M-11 (che già alla nascita erano indietro di
tre anni rispetto a quelli del futuro nemico, non disponevano ad esempio
di radio ed i segnali tra un carro e l'altro venivano fatti con delle
bandierine).
Saputo che eravamo arrivati noi, De Gaulle ha alzato le mani! Quindi
giù, a Genova! Ci mettono sul treno e da lì dove si va? Destinazione
ignota, non si sapeva niente.
E giù, arriviamo fino a
Napoli. Al porto di Napoli ci imbarcano: gli M-11 su un bastimento
grosso e gli equipaggi su uno piccolo.
I carri vengono issati
dentro le stive con la gru, uno per uno; il pilota al suo interno è già
pronto ad accendere il mezzo per parcheggiarlo in modo da far sistemare
tutti; ci devono stare due battaglioni di 22 carri ciascuno.
A noi dell'equipaggio ci
fanno salire sul "Galilea", dove prendiamo d'assalto il buffet e gli
svuotiamo la scorta di sigarette, nazionali, esportazione e 3 stelle,
riempiendo gli zaini. (il Galilea era una nave passeggeri costruita a
Trieste nel 1918 che poteva ospitare 47 persone in prima classe e 148 in
seconda; requisita dai militari nel 1940 vene usata come mulo
galleggiante e poi come ospedale, trasportando anche 1300 persone per
volta. Venne affondata nel 1942 da un sommergibile inglese).
Salpiamo di notte, in modo
da non farci scorgere dal nemico. Davanti la nave grande e subito dietro
noi. Partiamo lo stesso giorno in cui la nostra antiaerea abbatteva in
Libia, uccidendolo, Italo Balbo.
Arriviamo al porto di Bengasi. La "città" di Bengasi... due condomini e
finiva tutto lì.
Ci avviamo sulla famosa
Litoranea costruita da Mussolini, che da Tripoli arrivava fino alla
Ridotta Capuzzo; due macchine non passavano e se uscivi dalla striscia
di catrame restavi insabbiato e non andavi più né avanti né indietro.
Finalmente arriviamo a Tobruk, dove c'era il nostro deposito carri
armati e truppa.
Tobruk sarà nominata la
"città tomba degli italiani" per via delle numerose perdite subite
durante le varie fasi della guerra. Ad esempio anche i nostri ufficiali,
riparati dentro un rifugio sotterraneo, vennero tutti uccisi durante
l'attacco nemico del 21 gennaio 1941. In poche parole: non eravamo
attrezzati!. Si può ad esempio andare a fare la guerra con una scala?.
Vi porto alcuni esempi: il deserto non è liscio come il pavimento, ma è
coperto di collinette alte 5/10 metri che quando si alza il vento, il
Ghibli (in Abissinia avevano il Khamsin), creano un muro di sabbia
attraverso cui non vedi nulla e per sapere se al di là ci fosse il
nemico le nostre vedette dovevano salire in cima ad una scala!
Gli inglesi avevano invece
dei piccoli aerei ricognitori che ti passavano sulla testa giorno e
notte; potevi sparargli centomila colpi e anche colpirli che non
venivano giù, volavano anche solo con il telaio. Così sapevano sempre
dov'eravamo!
Di notte, passando sulle
nostre teste, buttavano due o tre spezzoni incendiari che restavano
sospesi per aria come appesi ad un pallone (i bengala - N.d.W.) e che
illuminavano il deserto come fosse giorno, meglio dell'acetilene: "Guarda
dove sono gli italiani, tutti nelle tende accampati qui sotto".
Erano proprio attrezzati. Noi no!
Gli inglesi avevano un cannone che tirava a km di distanza; le nostre
artiglierie avevano invece un obice, un cannoncino lungo così, che
quando spara va sù, fa la traiettoria della montagna e poi viene giù -
non c'era mica il Monte Bianco! - e vogliamo vincere la guerra! Ma non
si può, son fesserie.
Gli inglesi chissà quante
risate han fatto!! Quando siamo partiti ci hanno mandati a morire, non a
vincere! E' come andare a fare la guerra a pugni contro uno che ha la
rivoltella, e lì lo stesso!
Un'altra cosa: ci davano le sigarette? Non ci davano i fiammiferi! Il
mio povero pilota, che non era stupido, da buon meccanico sapeva tutti i
dati della batteria del carro, toglieva la lampadina della spia di
accensione e ci ficcava dentro un fil di ferro a forma di ferro di
cavallo, in modo da mettere in corto la batteria; dando corrente il fil
di ferro diventava incandescente e accendevamo la prima sigaretta; poi
la si passava da uno all'altro, ma la prima l'accendevamo sempre così.
Ci si arrangiava!
La povertà aguzza
l'intelligenza, è come essere poveri, ci pensi e ripensi, fino a quando
trovi una soluzione. Sempre il mio pilota aveva creato una specie di
fornello riempiendo una pompetta di nafta, pompando e dando fuoco alla
miccia si creava la fiamma. Era veramente in gamba.
Un'altra volta eravamo appostati coi carri su una collinetta di un
centinaio di metri. Giù in basso ad una cinquantina di km indietro,
vicino a Tobruk in riva al mare, stava la sussistenza dove si preparava
il cibo e dove c'erano le cucine ed i magazzini. Una mattina all'alba
arriva un piccolo bastimento inglese che d'improvviso si dirige verso la
sussistenza, gli tira dentro tre o quattro cannonate e poi scappa
lasciandosi immediatamente dietro una cortina fumogena che lo rendeva
invisibile. Non c'è stato nulla da fare, un disastro, cucine e forni
tutto distrutto, pane e farina ovunque. Sapevano dov'eravamo, sono
arrivati, hanno sparato e sono scappati in un lampo.
Ha fatto quello che doveva
fare e poi non l'hai visto più. Un ufficiale della sussistenza ci ha
rimproverati dicendo che da lassù potevamo tirare quattro colpi coi
cannoni verso la nave... vero! ma quando ci siamo accorti di quello che
stava capitando la nave era già scomparsa dentro un mare di nebbia; se
fossimo stati avvisati allora sì, ma così d'improvviso era impossibile.
Loro facevano azioni già studiate ed è là che vincono, sapevano tutto a
memoria, com'è il fondale, com'è il terreno, sapevano che di notte noi
eravamo sempre vicino al mare e sapevano dov'eravamo. Erano attrezzati.
Quando mi hanno fatto
prigioniero, mentre mi portavano in Egitto siamo passati davanti ad un
enorme deposito (un cimitero!) di autoblinde, con più di 5.000 automezzi
pronti, tutti mimetizzati ed armati. Autoblinde con ruote larghe così,
fatte apposta per il deserto, armate di mitraglie ma veloci come il
fulmine (i carri armati M-11 facevano al massimo 35km all'ora). Chi le
prende quelle lì? Erano un'infinità, tutte pronte! Non so se c'era già
dentro anche il carburante.
Quand'ero in prigionia mi hanno detto che se noi italiani appena
arrivati in Libia avessimo subito attaccato l'Egitto avremmo vinto la
guerra in due giorni, perchè gli inglesi erano totalmente impreparati.
Non so. So solo che abbiamo mangiato tanta sabbia. Dicevamo tutti che
una volta tornati a casa ci saremmo dovuti operare di appendice, perchè
avevamo le "busecche" piene, e di sabbia ne abbiamo mangiata tanta!
L' M-11
L'M-11 era il mio carro armato, ed il mio pilota me ne ha date
un'infinità (di botte) -"Fai la doppietta!"- non ero capace! (io
ero cannoniere e stavo seduto a fianco del pilota, poi c'era il
capocarro che stava in torretta e sparava anche con la mitragliatrice).
Per scalare dalla quarta
alla terza e dalla terza alla seconda dovevo fare la doppietta, ma non
ci riuscivo. Anche a casa con la macchina ed il camion bisognava fare la
doppietta, e non ero capace, mi dovevo fermare. A salire dalla terza
alla quarta ci riuscivo ma a scalare no. E là in mezzo al deserto erano
schiaffi che volavano. Se andavi fuori pista restavi insabbiato e non
venivi più fuori, così bisognava esercitarsi ed imparare a guidare.
Tutti e tre dovevamo imparare a guidare il carro e prima di mandarci in
combattimento ci fecero esercitare a questo.
Alla fine ho imparato ed è là che mi sono salvato la vita, perchè
altrimenti dove hanno ucciso i miei compagni avrebbero ucciso anche me.
Il carro armato era
difficile da manovrare, non era come oggi che schiacci un bottone e giri
in lungo e largo dove vuoi tu, fai anche la capriola. Prima per girare
il carro dovevi fare un sacco di manovre, era difficile. Altra cosa: un
giorno i nostri riescono a prendere un carro inglese. Gli hanno sparato
nel cingolo ed il carro si è fermato là: era di colore kaki, come il
colore della sabbia, non lo vedevi a dieci metri! Era più grosso ed alto
del nostro, ma aveva lo stesso colore del terreno del deserto! I nostri
carri erano invece verdi (sia gli M-11 che gli M-13), erano verdi!
Perchè non ci hanno dato il colore come quello lì!? Sapevano che
dovevamo venire nel deserto, prendete lo spruzzatore, è un attimo!
Perchè? Solo uno ne abbiamo preso dei loro, solo uno.
E poi le armi: io avevo un cannoncino da 37/40, ma cosa vuoi colpire?
Quando gli andavi vicino ai carri inglesi gli facevi un baffo! Con
l'acciaio che hanno loro. Avevano un frontale che se andavi lì col
trapano non eri capace di scalfirlo mentre noi avevamo una corazzatura
laterale da 2 cm che passava altro che la mitragliera da 20, passava
anche la pallottola del moschetto! Non eravamo attrezzati! In poche
parole s'è detto tutto! Se fossimo stati anche noi attrezzati come loro,
forse che sì forse che no, non dico, ma così era impossibile.
Nei mesi prima della battaglia eravamo in posizione davanti a Tobruk
sull'altura, sotto di noi c'era il mare, qualche mezza oasi di fichi
d'india e qualche pianta d'uva.
Era caldo e decido di
andarmi a fare un bagno (visto che da Bellinzago il mare non l'avevo mai
visto). Ero solo e c'era un po' di burrasca - Gesù Gesù non riuscivo più
a venire fuori, le onde mi spingevano prima dentro e poi fuori - me la
sono vista brutta! L'unica volta che ho fatto il bagno - sono paure che
prendi e te le ricordi per tutta la vita. Così come non dimentico le
date! Due giorni prima del combattimento il mio caporalmaggiore era "di
giornata" addetto alla distribuzione del cognac. Porco boia, sai com'è
la camurria italiana, un goccio in meno a te, un goccio in meno
all'altro ed alla fine tu ne hai di più per te. Ho fatto un'ubriachezza
che me la ricordo ancora, due giorni prima di essere fatto prigioniero.
E' stata la mia salvezza perchè ho giurato di non bere più liquori, Gesù
Gesù, vino sì ma liquori no, ed ancora oggi non ne bevo, non voglio
neanche sentire l'odore. [Così il giorno della battaglia ero sobrio!].
Cose che succedono nella vita!
LA BATTAGLIA
Era il 21 gennaio 1941 a Tobruk. La nostra ricognizione aveva avvistato
il nemico che avanzava ed aveva dato l'allarme. Eravamo riusciti a
fermare l'attacco perchè in guerra è sempre chi avanza che perde! Chi è
lì fermo ad aspettarti vince perchè è già pronto a colpirti. Quando ci
hanno mandati all'attacco siamo usciti tutti, tutti abbiamo fatto il
nostro dovere, fanteria, carristi e artiglieria. Siamo partiti
all'attacco, fuori coi carri in mezzo al deserto, ma non vedevi niente!
Gli inglesi erano nascosti tra la sabbia, completamente mimetizzati, era
difficile.
Quando alla fine li abbiamo
visti abbiamo cominciato a sparare ma era troppo tardi, loro ci stavano
aspettando pronti in posizione e ci hanno colpiti! E' stato come se nel
carro armato entrasse un fulmine, un'esplosione terrificante! Il mio
pilota, colpito alla testa, si era accasciato sulla cloche mentre il
capocarro, che era da poco sotto le armi, vedendo l'esplosione si era
spaventato ed aveva aperto di scatto lo sportello saltando fuori -
quando una sventagliata di mitra lo ha tagliato a metà. Io ero dentro
che piangevo come un bambino disperato, ero imbottigliato,
Ma - non so come - sono riuscito con il piede sinistro a schiacciare la
frizione e fare manovra. Tiri di qui tiri di là alla fine riesco a fare
retrofront e a tornare di scatto alla base dove c'era l'infermeria (una
specie di cantina sotto terra). Ma appena mi fermo davanti al rifugio mi
arrivano raffiche di mitra contro lo sportello da cui dovrei uscire. Non
c'è niente da fare, se esco mi bruciano in pieno, e comincio a chiamare
aiuto per il mio compagno ferito. Ad un certo punto dall'infermeria esce
il cappellano militare con un fazzoletto bianco in mano, gli spari si
fermano, escono altri due che mi aiutano a trasportare dentro il mio
pilota (che ormai era morto, era stato ferito al cervello), sempre con
l'ansia di una nuova raffica che ci colpisca.
Siamo dentro il rifugio, ma a questo punto non abbiamo più il coraggio
di uscire. Fuori si concentrano gli inglesi (anzi di inglesi non ce
n'era neanche uno, erano tutti australiani, indiani e neozelandesi,
tutta gente pagata!): "Camon Camon, fuori fuori" - ancora una volta esce
per primo il padre, col fazzoletto bianco in mano, e noi tutti dietro in
fila. Entrano loro e vedono il mio amico morto sulla branda: "Camon
Beck" indietro a prendere quello, lo lasceranno poi ad una cinquantina
di metri su una barella in fila con altri morti e feriti. La battaglia è
finita. Per noi è finita anche la guerra.
LA PRIGIONIA
Ci incolonnano e ci portano verso il mare, ormai è sera. Fa un freddo
della "madosca". Nel deserto di notte si crea una grande umidità, la
mattina con l'acqua che tiri giù dal telo tenda puoi anche lavarti la
faccia. Non abbiamo sapone, anche perchè per lavarsi con l'acqua del
mare ci vuole un sapone speciale (noi come al solito l'abbiamo saputo
solo dopo.). Tra il 21 ed il 22 gennaio Tobruk viene presa e tutti i
prigionieri vengono radunati insieme. La notte veniamo continuamente
illuminati dai razzi, sempre controllati a vista. Il giorno dopo ci
portano a Marsa Matruh, ci danno qualche galletta da mangiare e ci
caricano sul treno.
Arrivati ad Alessandria
(Ismailia) ci fanno scendere, radunano i barbieri, ci fanno spogliare
nudi e ci avviano alla disinfestazione. Mettiamo la nostra roba in un
telo tenda (solo vestiti e non orologi, fedi nuziali di qualcuno che era
già sposato e cose in pelle, che potevano bruciare); prima ci radono
completamente, anche sotto le ascelle, poi ci mandano alle docce mentre
i vestiti vengono passati in speciali camere a gas dove anche il più
piccolo parassita moriva. Diciamo la verità, col fatto che sul fronte ci
si lavava poco e che i vestiti erano sporchi, i pidocchi trionfavano al
100%, eravamo pieni di bestioline che ci camminavano addosso, li sentivi
proprio correre e ti arrivavano fino in bocca.
Al termine delle operazioni
di disinfestazione abbiamo preso sù i nostri vestiti (o quelli di un
altro non importava) e finalmente ci sentivamo belli puliti. Risaliamo
sul treno e via verso Suez dove ci aspetterà la nave per la prigionia in
Sudafrica e dove mi marcheranno con quello che sarà da allora il mio
nuovo nome: Giovanni Bovio, numero 140024.
Lorenzo Bovi
Tratto dall'intervista realizzata da Marco Gavinelli e Gianni Bovi
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