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La terza battaglia di
Cassino non venne combattuta solo in città e sulle colline
immediatamente attigue. Parte di essa si sviluppò anche in collina e più
precisamente alle spalle del Monastero stesso, ormai ridotto in rovina
da più di un mese.
In questa zona, all’imbocco
di una piccola valle incassata tra le colline, si trovano i ruderi della
Masseria Albaneta, ovvero ciò che rimane di un antico convento sorto
subito dopo l’anno 1000 e utilizzato dai tedeschi durante la battaglia
come ospedaletto da campo e deposito di rifornimenti.
I paracadutisti della 1ª
divisione giunsero in questa zona intorno al 2 di febbraio del 1944,
quando il maggiore Rudolf Kratzert e il suo III battaglione (3°
reggimento) vi presero posizione stabilendovi il proprio posto comando.
Il 7 dello stesso mese, in
base all’evoluzione della disposizione delle forze in campo, l’area
venne rilevata dal II battaglione del 1° reggimento (colonnello Karl
Lothar Schultz. Quando il 26 febbraio il generale Heidrich (comandante
della 1ª divisione paracadutisti tedesca) ottenne il controllo
dell’intero settore di Cassino, presso la Masseria Albaneta venne
stanziato il III battaglione del 4° reggimento paracadutisti (maggiore
Grassmel) che vi insediò il proprio comando.
Il nome di Albaneta salì
alla cronaca agli inizi di marzo quando, nella pianificazione della
terza battaglia di Cassino, la zona venne prescelta come campo ideale
per un tentativo di infiltrazione alle spalle delle linee difensive
tedesche.
Oltre ad investire la città,
il generale Freyberg aveva studiato anche un’azione secondaria, da
compiersi attraverso la stretta valle che dalla Masseria Albaneta
conduceva direttamente all’obiettivo primario degli Alleati: l’Abbazia
di Montecassino.
Tale operazione, come
vedremo, si rivelò un disastro totale a fronte di alcuni elementari
errori condotti nella sua preparazione.
L’idea dell’attacco
attraverso l’Albaneta era venuta ad un ufficiale del Genio, il generale
F.M.H. Hanson, il quale aveva realizzato che una delle mulattiere che
partivano da Caira attraversando colle Maiola e monte Castellone,
arrivava in una stretta valle alle spalle del Monastero di Montecassino.
Questo sentiero poteva
essere utilizzato per prendere da dietro le difese tedesche di
Montecassino.
Il percorso era stato già
stato migliorato dai genieri indiani per rendere possibile il transito
di mezzi leggeri con rifornimenti e feriti da e per le zone collinari
dei combattimenti, ma Hanson era convinto che lo si potesse
ulteriormente migliorare al punto da consentire il passaggio di carri
armati.
Il piano prevedeva di far
giungere alle spalle dei tedeschi, dove meno se l’aspettavano, una forza
corazzata in grado di incunearsi tra le loro difese e poi giungere di
slancio direttamente al Monastero, sfruttando sorpresa e velocità di
esecuzione.
Nella prima quindicina di
marzo quindi, genieri indiani e neozelandesi lavorarono alacremente, di
nascosto dall’osservazione tedesca, per ampliare il tracciato della
mulattiera che fu denominata “Cavendish Road”.
Il 19 marzo, in concomitanza
con il previsto assalto dei Gurkha all’Abbazia, partendo dalla Collina
dell’Impiccato, i mezzi corazzati si avviarono sulla Cavendish Road con
direzione Masseria Albaneta, ignari del fatto che non ci sarebbe stato
alcun attacco Gurkha: questi infatti erano rimasti inchiodati dal fuoco
tedesco sullo sperone roccioso antistante il Monastero senza possibilità
di muoversi oltre.
La forza complessiva del
reparto corazzato era di 15 carri Sherman del 20° battaglione corazzato
neozelandese e 12 carri leggeri Stuart del 760° battaglione corazzato
americano. Altri 5 mezzi dello stesso tipo (appartenenti allo squadrone
ricognizione della VII brigata indiana) e 3 semoventi si unirono strada
facendo.
Alle 09:00 circa, i primi
carri fecero la loro comparsa all’imbocco della valle dell’Albaneta,
seminando un certo panico tra i paracadutisti del III battaglione (4°
reggimento) appostati nella zona e dentro l’antico convento.
Questi tuttavia si ripresero
abbastanza rapidamente dalla sorpresa (aiutati anche dal fatto che ben 4
Sherman rimasero presto vittime delle mine e del terreno difficile nella
zona dell’attacco) e iniziarono a rispondere al fuoco con le armi
anticarro individuali, rallentando l’avanzata dei mezzi corazzati.
Immediatamente dopo arrivò
sul campo di battaglia il tenente Eckel, comandante della 14ª compagnia
anticarro del battaglione, il quale assieme ad alcuni dei suoi uomini
mise fuori combattimento tre dei carri di testa della colonna alleata,
bloccando così l’attacco.
Tra le file dei carristi fu
la confusione più totale: impossibilitati a sporgersi dalle torrette a
causa dei tiratori nemici appostati tutto intorno, non poterono fare
altro che far manovrare i mezzi alla cieca, sparando perlopiù a
casaccio.
Alle 13:00 l’operazione fu
sospesa e i carri superstiti si ritirarono fuori dalla portata dei
tedeschi, rientrando definitivamente nelle proprie linee dopo le 17:30.
L’attacco era costato caro:
ben 22 dei 35 mezzi impiegati erano rimasti distrutti o gravemente
danneggiati (quelli non più in grado di muoversi furono abbandonati sul
campo e poi fatti saltare dai tedeschi per impedirne il recupero).
Dei fatti di quel 19 marzo
rimangono, a testimoniare l’asprezza dei combattimenti intorno
all’Albaneta, le rovine dell’antichissimo convento e alcuni fotogrammi
di un filmato girato da un cineoperatore tedesco che per caso si trovava
su Quota 593, immediatamente soprastante la valle in cui l’azione si
svolse.
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