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STRESS DA COMBATTIMENTO

Uno studio del dott. Marco Cannavicci, psichiatra militare, ci fa capire come il soldato non sia esposto solo al pericolo di essere ferito o ucciso nel corpo, ma anche nella mente.

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

La psicologia militare è una disciplina relativamente nuova. Le sue attuali conoscenze hanno preso l’avvio con la guerra del Vietnam e la recente esperienza americana nei teatri dell’Iraq e dell’Afghanistan non fa che confermare quanto sia già stato in precedenza osservato e registrato. Il compito principale della psicologia militare è di occuparsi del benessere emotivo e psicologico dei soldati impegnati nelle operazioni militari. L’obiettivo è di ridurre il più possibile gli effetti dello stress acuto da combattimento ed evitare che questo si trasformi in un cronico e permanente disturbo post-traumatico da stress.

Per scongiurare questa progressione è necessario che lo psicologo militare intervenga prima possibile, subito dopo l’esposizione allo stress acuto, e per fare questo deve trovarsi a ridosso delle linee di combattimento o di conflitto ed intervenire il più vicino al luogo di esposizione allo stress acuto. Le numerose fotografie scattate nei vari contesti bellici del XX secolo ci hanno sempre mostrato militari o civili con delle lesioni fisiche e noi in genere siamo portati ad associare alle lesioni da guerra delle ferite sanguinanti.

Tuttavia ci sono delle lesioni ben più invalidati e devastanti delle ferite fisiche e che riguardano gli effetti sulla mente, sulla personalità, sul benessere psicologico e sull’identità personale che vengono ad essere compromessi per sempre.

Gli effetti psicologici del combattimento si possono vedere già nell’immediatezza dello stress acuto attraverso una modificazione brusca della personalità del militare, una modificazione delle relazioni con i commilitoni e con la comparsa di comportamenti anomali e particolarmente aggressivi con la popolazione civile inerme. Nella prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, la neonata branca della psicopatologia ancora non riusciva a comprendere le reazioni psicotiche, isteriche, di inibizione psicomotoria o di fuga davanti al nemico o al momento dell’assalto alla baionetta. Non comprendendo la radice psicologica di tali comportamenti, l’inquadramento che veniva fatto da parte degli ufficiali d’arma era di “codardia” di fronte al nemico, per cui le conseguenze erano il tribunale militare e la fucilazione.

Sigmund Freud ebbe in cura alcuni di questi soldati austriaci, gli sconfitti delle Grande Guerra, e dalla loro osservazione è scaturito il primo concetto di “nevrosi da guerra” che si è successivamente sviluppato fino all’attuale “combat stress” degli autori americani.

Secondo gli psichiatri militari americani il “combat stress” insorge quando la situazione che si viene a creare nel teatro delle operazioni impone al militare di modificare il proprio comportamento ed il nuovo comportamento impone delle ulteriori modificazioni adattative cognitive (del suo pensiero), fisiologiche (del suo corpo) ed emotive (della sua affettività). Ogni militare in linea di massima viene selezionato, addestrato e formato per affrontare queste situazioni e rispondere a questa esigenza. Tuttavia i teatri operativi degli ultimi decenni non espongono il militare a situazioni prevedibili, tipici del combattimento classico con altri militari e secondo delle specifiche “regole di ingaggio”.

I nuovi teatri operativi lo espongono a situazioni atipiche, imprevedibili, ed ad un combattimento con un nemico atipico, che spesso non indossa alcuna divisa e che non rispetta alcuna regola di ingaggio conosciuta. Il militare impegnato in questi contesti non utilizza quindi gli insegnamenti del proprio addestramento e non affronta situazioni attese. Affronta situazioni imprevedibili, nuove, improvvise e, soprattutto, “non attese”. Il fatto di essere in una situazione “non attesa” non permette al militare di elaborarla cognitivamente (con il suo pensiero) in tempo ed in modo utile. Il militare si trova a vivere una situazione di forte impatto emotivo, con paura, terrore e marcato stress, senza avere alcuna possibilità di poterla elaborare, comprendere, e quindi senza poter rispondere in modo adeguato.

In genere le risposte che vengono fornite in queste circostanze spaziano dall’immobilismo per inibizione psicomotoria fino alla fuga improvvisa ed irrefrenabile, passando attraverso reazioni impulsive dette a “corto circuito” in cui la mente “scarica” improvvisamente una reazione comportamentale che sfugge a qualsiasi forma di controllo, di consapevolezza e quindi senza la possibilità di essere ricordata. Il militare quindi può bloccarsi,

rimanendo imbambolato, oppure può sparare in modo compulsivo verso tutto ciò che lo circonda oppure può scappare in modo irrazionale ed in preda al panico.

Se il militare sopravvive non avrà un chiaro ricordo cosciente di quanto è accaduto, però la sua mente ha registrato in un unico ricordo la paura, il panico, l’angoscia, la fuga, la morte, il sangue, il terrore, … e tutto quello che la sua mente avrà registrato tornerà più e più volte a materializzarsi davanti ai suoi occhi in modo improvviso, inaspettato, terrifico, sia di giorno che di notte, spingendo la sua mente verso la depressione, l’alcol, la violenza, le droghe, il suicidio. Il quadro clinico che si viene a concretizzare si chiama appunto “disturbo post traumatico da stress” ed è una condizione irreversibile, permanente, invalidante che accompagnerà il reduce per il resto della sua vita.

Il passaggio fondamentale quindi tra il “combat stress”, la risposta acuta, ed il “disturbo post traumatico da stress”, la risposta cronica, è l’attesa o la non attesa dell’evento stressante. Se l’evento è atteso la mente lo sa gestire, lo sa razionalizzare, lo sa condurre fino alla fine e se anche per affrontare tutto questo il livello di stress è comunque altissimo, il fatto di averlo gestito e condotto ad un termine lascia la mente con un senso compiuto di efficienza, di soddisfazione e di autorealizzazione che accresce l’autostima e l’efficacia del militare. A parità di evento traumatizzate, in un gruppo di militari si avrà che qualcuno, avendolo affrontato in situazione di attesa, ne uscirà con un senso di efficienza aumentato, mentre qualcun altro, avendolo affrontato in situazione di non-attesa, ne uscirà con un senso prolungato di paura e di terrore che lo porterà ad ammalarsi psicologicamente e fisicamente.

Lo stress emotivo e la continua paura che i militari occidentali hanno affrontato e stanno affrontando in Iraq ed in Afghanistan è un problema che da sempre accompagna l’uomo nelle operazioni militari e che anche le legioni romane ai tempi dei vari imperatori avevano già osservato ed affrontato. Tuttavia rispetto al passato c’è il fatto nuovo dell’asimmetria della condizione bellica per cui da una parte c’è un soldato super addestrato e tecnologicamente ben equipaggiato, mente dall’altra parte c’è un avversario che non porta alcuna divisa, non dichiara le sue intenzioni di attacco, non mostra di avere delle armi e che spesso si cela dietro il sorriso di un bambino o gli occhi dolci di una donna. Ed anche le operazioni che deve compiere non sono più quelle classiche dell’attacco militare, bensì si tratta solo di controllo del territorio, di pattugliamento, di controllo delle auto e delle case, operazioni più vicine alla cultura professionale della polizia che all’addestramento militare di un soldato.

E’ l’attesa di un attacco che non si sa se, come e quando arriverà a far salire la tensione emotiva del militare fino all’ansia patologica ed alla sua impossibile gestione: un militare è addestrato ad agire, è formato all’azione e non riesce a sopportare l’attesa, l’immobilismo, l’impotenza di non poter far nulla e di non poter prendere delle iniziative.

C’è quindi un contesto nuovo, quello del conflitto asimmetrico, ed una operatività diversa, quella tipica delle forze di polizia. Contesto ed operatività che chiedono al militare un adattamento a cui da solo potrebbe non arrivare senza l’aiuto di uno psicologo militare, di un qualcuno che raccolga i suoi stati d’animo, i suoi vissuti, le sue emozioni e le sue esperienze restituendole poi elaborate, razionalizzate, raffreddate e quindi utilizzabili come esperienza personale per crescere e per progredire. Per ottenere questo lo psicologo militare deve essere lì, vicino al soldato, fianco a fianco nello stesso contesto ed accanto alla sua operatività. I tempi di un eventuale “sgombero”, di un rimpatrio o di una presa in carico a distanza di qualche settimana non consentirebbero di ottenere dei risultati positivi come una rapida regressione del quadro psicopatologico acuto ed il mantenimento del militare nel gruppo e nel teatro di operazioni.

Ed anche gli strumenti psicologici da utilizzare devono essere in grado di ottenere risultati efficaci nel breve termine, come ad esempio quelli offerti dalla terapia cognitivo-comportamentale, anche senza dover ricorrere alla terapia psicofarmacologica. Già nella prima Guerra Mondiale si era visto che se il militare affetto da “combat stress” veniva portato nelle retrovie, difficilmente sarebbe tornato in teatro di operazioni e facilmente avrebbe sviluppato una psicopatologia, mentre se veniva “trattato“ a ridosso delle linee nemiche quasi sicuramente tornava nel proprio reparto, tornava a combattere, sostituiva il ricordo dello stress con altre esperienze migliori e non sviluppava alcuna psicopatologia.

Le guerre atipiche ed i conflitti asimmetrici che vedranno impegnati i militari occidentali nei prossimi decenni rappresentano quindi delle situazioni in cui molto forte è il rischio di sviluppare una reazione da “combat stress” oppure un “disturbo post traumatico da stress”. La riduzione dell’impatto e dell’incidenza di queste due situazioni sia in acuto che nei tempi lunghi della cronicizzazione, molto invalidanti sull’operatività e l’efficienza dei soggetti che ne saranno affetti, dipenderanno dalla presenza sul campo dell’assistenza psicologica e dalla qualità terapeutica che sarà in grado di offrire. L’esperienza del Vietnam inoltre ha insegnato che l’assistenza psicologica deve essere effettuata anche dopo il ritorno in patria e proseguita per molti anni in modo da permettere al reduce di costruirsi una buona famiglia, di procurarsi un adeguato lavoro e di allontanare le facili scorciatoie di falso benessere rappresentati dall’alcol e dalle sostanze stupefacenti. La grande lezione, inoltre, che le guerre, conflitto dopo conflitto, continuano ad impartirci è che, sia per chi la fa che per chi la subisce, le guerre non finiscono mai.

 

STATISTICHE SUI SOLDATI AMERICANI NELLA II GM

Tratto da: Marco Costa, Psicologia Militare

I Guerra Mondiale: nella Grande Guerra, secondo le statistiche del Pentagono, vennero uccisi 116.516 soldati americani, ne vennero feriti 204.002 e 106.000 furono ricoverati negli ospedali militari per un trattamento psichiatrico; di questi ultimi 69.394 (il 65.5%) furono dimessi perché non idonei alla guerra in quanto colpiti da breakdown mentale;

 

II Guerra Mondiale: durante il secondo conflitto mondiale sono stati 1.393.000 i soldati americani che hanno manifestato problemi mentali che li hanno resi non idonei al combattimento diretto; il 37,5% di loro sviluppò problemi psichici così gravi da farli congedare dall’esercito; il 74% fu trattato per problemi mentali ma non riformato, tuttavia una significativa percentuale di loro ebbe delle ricadute psichiatriche dopo il ritorno in zona di combattimento; dalla prima alla seconda guerra mondiale le perdite per problemi psichiatrici passarono da 9 soldati su 100 a 36 soldati su 100;


Guerra di Corea : in questa guerra vennero uccisi 33.629 soldati americani, ne furono feriti 103.284 e 48.002 vennero trattati per problemi psichiatrici; il 17% dei soldati impegnati nel combattimento fu ucciso ed il 24% sviluppò un breakdown mentale; fu calcolato che un soldato aveva il 143% di possibilità di diventare un caso psichiatrico più che rimanere ucciso;


Nel Vietnam :
il 16% dei soldati impiegati in combattimento fu ucciso ed il 12% fu congedato per problemi mentali; non esistono dati precisi sulla percentuale di soldati che soffrirono di disturbi post-traumatici da stress dopo la guerra in Vietnam, tuttavia si stimano dai 500.000 ai 1.500.000 casi; i sintomi dei disturbi mentali vennero riscontrati in almeno il 18% e forse anche fino al 54% dei membri delle forze americane impegnate in quella guerra;

 

Yom Kippur (1973 / Libano (1982) : nella guerra dello yom Kippur il 30% delle perdite di Israele fu a causa dei disturbi mentali, mentre nell’invasione del Libano del 1982, le perdite di Israele dovute a problemi mentali superarono del 150% il numero dei soldati uccisi.

 

 

 

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