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Esiste
un aspetto della quarta battaglia di Cassino che spesso viene taciuto
dalla grossa storiografia, quasi rappresentasse un neo, un bubbone
fastidioso di cui è meglio non parlare per non guastare il racconto di
un’offensiva che, militarmente parlando, fu quasi perfetta e risultò a
dir poco travolgente nel suo decorso sul campo.
Ciò è ancor più vero quanto più ci si affida ai soli resoconti dei
comandanti Alleati coinvolti in quegli eventi.
Non si vuole qui sminuire il valore delle truppe francesi, coloniali e
non, né tanto meno mettere in discussione il peso che queste ebbero
nell’economia della disfatta tedesca sulla Gustav; ma non si può tacere
il comportamento di alcune delle formazioni del Corpo di Spedizione del
generale Juin, che furono spietate verso il nemico, ma anche verso la
popolazione civile dei territori caduti sotto il proprio controllo.
In molti, negli anni successivi, dichiareranno a parziale
giustificazione che “la guerra è guerra” e che in battaglia i soldati
sono spesso presi come da un raptus che ne azzera ogni principio
morale... già, in battaglia, ma quelle donne, quegli uomini, quelle
adolescenti ancora bambine non erano in battaglia, non rappresentavano
la Wehrmacht, non erano gli oppressori, bensì i “liberati” e se è vero
che fatti come Marzabotto, Boves e le Fosse Ardeatine vanno senza ombra
di dubbio condannati per la loro atrocità, è pur vero che Esperia,
Ausonia e tutti gli altri centri toccati da questo flagello hanno ancora
oggi molto da condannare, peraltro senza mai aver avuto neanche l’ombra
di una scusa ufficiale.
È una storia atroce quella che è stata imposta alla Ciociaria in quella
primavera del 1944, una storia della quale già nell’inverno precedente,
nelle Mainarde, si erano manifestate le prime avvisaglie.
Eppure nessuno fece nulla per prevenire ed evitare che quelle sofferenze
si ripetessero, aggiungendo dolore al dolore laddove già la guerra di
per sé aveva creato la disperazione. Il fine ultimo degli alti comandi
Alleati era di scacciare i tedeschi dalla loro Linea Gustav, riprendersi
dalle sconfitte patite nei primi quattro mesi del 1944 ed entrare
finalmente a Roma; tutto ciò fece dimenticare ad Alexander, a Clark e a
tutti gli altri comandanti di tenere a freno comportamenti che non
ebbero nulla a che vedere con l’etica del soldato.
CHI SONO, DA DOVE VENGONO
I 12.000 Goumiers marocchini facevano parte del Corpo di Spedizione del
generale Alphonse Juin. Provenivano dalle montagne del Riff, una regione
interna del Marocco (allora colonia francese).
Erano organizzati in reparti denominati Tabor, ogni Tabor contava poco
più di 900 uomini, compresi gli ufficiali francesi che li comandavano.
Erano soldati abilissimi nella guerra di montagna e silenziosi di notte,
ambito quest’ultimo nel quale preferivano il coltello alle armi da
fuoco. Vivevano con poco e non conoscevano quasi la fatica, abituati
come erano alle lunghe marce a piedi tra le alture del loro Paese di
origine. Combattevano una guerra nella quale si facevano pochissimi
scrupoli sia verso i tedeschi che verso tutti coloro i quali non
indossavano la loro stessa divisa, che poi non era nemmeno una vera e
propria uniforme, bensì una specie di saio (denominato “Burnous”) con un
turbante sul capo.
Molti di loro avevano la discutibile abitudine di portarsi dietro, come
macabri trofei, le teste e le orecchie mozzate al nemico... e in più di
qualche caso non solo di quest’ultimo.
I tedeschi li temevano, la popolazione civile che ancora non aveva avuto
a che fare con loro li attendeva invece come liberatori. Ben presto
tuttavia cambiò idea.
Il perché i francesi se li siano tirati dietro nella campagna d’Italia
rimane poco chiaro ancora oggi, visto che nell’agosto del 1944 questi
reparti vennero ritirati dal fronte e trasferiti in Provenza, dove nel
frattempo gli Alleati erano sbarcati (forse agì nel comando francese la
consapevolezza dei crimini di cui i Goumiers si erano macchiati in
Ciociaria)È probabile che gli fosse riconosciuto un certo valore come
combattenti di prima linea, una sorta di ariete da lanciare contro le
difese nemiche più coriacee al fine di scardinarle, per poi passare
attraverso le brecce con le truppe regolarmente inquadrate
nell’esercito. Oppure si animò nei francesi una sorta di spirito di
vendetta contro l’Italia, che nel 1940 aveva invaso una Francia già in
ginocchio dopo l’occupazione tedesca. Tuttavia, al di là del motivo che
li portò a calcare le nostre terre, rimane il fatto che il loro
passaggio lasciò un segno indelebile.
Il primo caso acclarato di violenze carnali da parte dei soldati
coloniali del generale Juin è datato 11 dicembre 1943, nella zona delle
Mainarde: se ne resero protagonisti alcuni componenti della 573ª
compagnia comandata da un sottotenente francese che, stando al rapporto
ufficiale degli americani che li avevano in forza nella loro V Armata,
fu letteralmente incapace di controllarli.
L’11 maggio, nell’ambito della quarta e ultima battaglia di Cassino,
iniziò il loro assalto in direzione dei monti Maio e Petrella: i
tedeschi ressero 48 ore, poi furono travolti. Con la successiva
avanzata, davanti ai Goumiers le montagne iniziarono a diradarsi e
apparvero i primi villaggi abitati.
Ebbe inizio così un periodo di terrore senza precedenti, che per due
settimane imperversò sulle popolazioni inermi dei centri ciociari
completamente in balia di questi ossessi.
I primi due paesi martoriati furono Ausonia ed Esperia: qui in pratica
nessuna donna sfuggì alla violenza. Le cronache parlano di casi pietosi:
madri che si fecero uccidere per difendere le loro figlie, uomini che
subirono la stessa sorte delle donne che tentarono di salvare. Ad
Esperia anche una vecchia di ottant’anni subì le loro violenze, così
come anche il parroco del paese.
È stimato che solo in questi due centri le vittime delle violenze
carnali furono in totale oltre 800; ma in molti casi la vergogna ebbe il
sopravvento e molti degli stupri non vennero denunciati.
Poi i Goumiers andarono avanti, procedendo nella loro travolgente
avanzata all’inseguimento dei tedeschi ormai in fuga e la loro furia si
abbatté su Vallecorsa, Pico, Castro dei Volsci e tanti altri centri
minori, in una lunga scia di dolore e di vergogna.
CHI SAPEVA, CHI NON SAPEVA E CHI PUR SAPENDO TACQUE
A tanti anni di distanza, con tutti i protagonisti di quei giorni
passati ormai a miglior vita, è difficile stilare un bilancio di quanti
in realtà sapessero davvero cosa stesse accadendo lungo la strada
percorsa dai Goumiers.
Restano le testimonianze e queste fanno pensare che qualcosa dovesse
essere per forza di cose trapelato fino agli alti comandi Alleati.
L’11 dicembre 1943 alcuni soldati della 573ª compagnia stuprarono
quattro donne nella zona delle Mainarde. Gli americani, che avevano in
forza il Corpo di Spedizione Francese nella loro V Armata, stilarono un
rapporto ufficiale, ma non si fa menzione alcuna delle eventuali misure
punitive adottate.
Nel marzo del 1944 De Gaulle, nella sua prima visita sul fronte
italiano, parlò di rimpatriare i Goumiers in Marocco. In quello stesso
mese, forse preoccupato al proposito del comportamento dei loro
“coloniali”, il comando francese chiese di rafforzare il numero di
prostitute al seguito delle truppe nordafricane: occorreva ingaggiare
300 marocchine e 150 algerine, invece ne giunsero solo 150.
Il 17 maggio, secondo Giovani De Luna (giornalista de “La Stampa”, nel
suo articolo “Il caso delle donne italiane stuprate durante la Seconda
Guerra mondiale al centro di nuove ricerche”, alcuni soldati americani
che transitavano per Spigno udirono le urla disperate delle donne che
venivano violentate.
Al sergente Mc Cormick, che chiedeva cosa fare, il sottotenente Buzick
rispose: “Credo stiano facendo quello che gli italiani hanno fatto in
Africa”.
Ovviamente, aggiungiamo noi, questo sottotenente aveva un concetto
alquanto vago dell’Africa, perché le truppe italiane in Marocco non
erano mai entrate.
Si ha notizia inoltre di un rapporto inglese che parla di “Donne,
ragazze, adolescenti e fanciulli stuprati per strada, di prigionieri
sodomizzati, di ufficiali evirati”.
E ancora, secondo Massimo Lucioli e Davide Sabatini, autori del libro
“La Ciociara e le altre”: “A Pico, abbiamo testimonianze secondo cui
gli americani arrivarono mentre i Goumiers stavano violentando donne e
bambini in piazza. I soldati cercarono di intervenire, ma gli ufficiali
li bloccarono, dicendo che non erano lì per fare la guerra ai marocchini”.
Addirittura Papa Pio XII, il 18 giugno 1944, protestò verso De Gaulle in
questo senso.
Lo stesso De Gaulle seguì l’avanzata del suo Corpo di Spedizione,
visitando sia Ausonia che Esperia, dove i francesi avevano il proprio
Comando: possibile che non sapesse nulla?
Si parla inoltre, ma non ne è mai stata trovata una copia, di un
fantomatico volantino in doppia lingua (arabo e francese), nel quale il
generale Juin incitò le sue truppe coloniali all’assalto della Linea
Gustav con le seguenti parole: “Oltre quei monti, oltre quei nemici
che stanotte ucciderete, c’è una terra larga e ricca di donne, di vino e
di case... per 50 ore potrete avere tutto, fare tutto, distruggere e
portare via, se lo avrete meritato”.
UN NUMERO SCONOSCIUTO DI
VITTIME
Quante siano in totale le donne ciociare che dovettero sottostare alla
violenza di questi “soldati” è ancora oggi un mistero. La ricercatrice
Vania Chiurlotto, nel suo “Donne come noi - Marocchinate” del 1993,
parla di 60.000 casi in tutta Italia (a partire cioè dall’arrivo in
Sicilia dei primi contingenti francesi nel luglio 1943, fino al loro
ritiro dalla Toscana nell’agosto del 1944).
Di certo si sa che nei soli due centri di Esperia e Ausonia le vittime
furono tra le 700 e le 900; ma è altrettanto certo che molti casi non
furono denunciati per pudore. Tra l’altro, praticamente tutte le donne
violentate si ammalarono poi di infezioni e molte ne morirono nel
periodo successivo.
Per contro, i procedimenti penali avviati entro il 1945 contro i
responsabili degli atti di violenza furono 360, a cui seguirono alcune
condanne a morte o ai lavori forzati.
A questi si aggiungano quanti, colti sul fatto, sono stati fucilati sul
posto (15 casi solo il 26 giugno), ma questo numero sarà destinato a
rimanere sconosciuto almeno fino a quando gli archivi delle unità
coinvolte non saranno resi pubblici (sempre che questi accadimenti siano
stati riportati).
Lo Stato francese, a parziale riconoscimento, pagò degli indennizzi che
andavano dalle 30 alle 150 mila lire (di allora) per un certo numero di
casi, fino al 1° agosto 1947. Poi a pagare fu lo Stato italiano, che
detrasse quei soldi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per le
riparazioni di guerra.
Eppure i francesi non hanno mai voluto affrontare seriamente e una volta
per tutte il problema delle “marocchinate”; anzi, per comprendere come
da loro viene ancora oggi intesa la questione è utile leggere quanto
afferma lo scrittore Jean-Christophe Notin, nel suo “La Campagne d’Italie.
Les victoires oubliées de la France, 1943-1945” (Ed. Perrin, 2002),
quando cita testualmente che: “Su quegli stupri furono messe in giro
molte voci interessate; dalle autorità francesi in Marocco che volevano
sollecitare un rapido rientro delle truppe a casa; dalla Santa Sede che
ingigantiva le dimensioni del pericolo islamico; dai tedeschi per
spaventare la popolazione e nascondere le proprie di stragi. Per il
resto, la colpa fu in parte della rilassatezza dei costumi delle donne
italiane, in parte delle abitudini tribali dei marocchini”.
È sconvolgente leggere
queste affermazioni e lo è ancor di più perché sono state fatte non
molti anni fa.
IL LORO COMANDANTE
Augustin
Guillaume (1895-1983). Combatte nella Prima Guerra mondiale,
raggiungendo il fronte nell’ottobre del 1914 alla testa di una compagnia
e conquista subito la sua prima citazione al merito.
L’11 novembre successivo viene catturato e termina la guerra in un campo
di prigionia, dopo aver tentato senza successo per ben tre volte la
fuga.
Dopo una breve periodo come osservatore militare presso l’Armata Rossa,
termina gli studi nel 1919.
Capitano a 24 anni, viene promosso agli affari indigeni nel Marocco. Nel
1939 diviene tenente colonnello e assiste impotente alla disfatta della
Francia contro le Armate della Wehrmacht, nel 1940.
Si dedica all’addestramento dei Goumiers, mantenendoli pienamente
operativi, e riprende la lotta al fianco degli americani, nel frattempo
sbarcati in Algeria e Marocco (novembre del 1942).
Nominato generale di brigata, sbarca in Sicilia agli ordini di Juin e
combatte la Campagna d’Italia fino al ritiro del contingente francese,
nell’agosto del 1944.
Nel 1951 viene promosso generale d’Armata, e nel 1954 è Capo di Stato
Maggiore dell’Esercito.
Si dimette dall’incarico nel 1956, a fronte di aspre critiche relative
all’incapacità delle Forze Armate francesi di far fronte ai moti
indipendentisti nelle colonie del Nord Africa.
Si spegne nel 1983, all’età di 88 anni. |
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