archivio

mail me

homepage

 

 

 

È un titolo al passato prossimo quello scelto da Eno Santecchia per il suo volume, pubblicato alla fine del 2007 da il lavoro editoriale di Ancona e contenente le memorie della guerra in Libia e della prigionia in India di suo padre, Nicola Santecchia, e di tanti altri giovani italiani rimasti coinvolti, proprio durante i loro anni migliori, nelle grandi e terribili vicende della Seconda Guerra Mondiale. E questa scelta non deve essere casuale, se si considera che tutta la narrazione si snoda nel fluire dinamico di un passato restituito agli occhi del lettore in modo assolutamente nitido, preciso, cristallizzato e reso sonoro dalla voce della storia, che parla chiaramente davvero solo per mezzo di chi l’ha vissuta.

Il volume, corredato da un apparato iconografico con immagini, foto, cartoline, cartine, contiene anche, in appendice, il racconto di Damiano Avanzato, riguardante l’avventuroso rintraccio e rientro in Italia della salma di un soldato italiano caduto in India. L’appendice è ricca di dati e tabelle molto utili quali basi di partenza per ulteriori approfondimenti dei temi trattati.

La ricchezza del libro ha origine certamente nel duplice procedimento usato dall’autore, che consiste nel riportare i fatti storici, il passato impolverato delle date e degli avvenimenti, unitamente ai piccoli e umanissimi aneddoti che pure son parte di questo passato, ma che sono resi tanto vivi e presenti dai racconti di chi li ricorda, e dunque li rivive. Leggere questo libro è come fare un tuffo reale e sensibile in un passato-presente, e riuscire a vederlo con i propri occhi. Il che emoziona e coinvolge, soprattutto se chi legge ha o ha avuto la fortuna di ascoltare i racconti di quei giovani ormai vecchi.

Il racconto è anche un grande viaggio, nel tempo e nello spazio: si parte da Modena, nel 1934, anno in cui inizia per Nicola il servizio biennale di leva come artigliere, per passare in Libia (1940), dove Nicola è chiamato a far parte della "Guardia della Frontiera, fino in India (1941), dove egli, ca-

 

 

 

duto in mano agli agli Inglesi, vive cinque duri anni di prigionia in diverse località, per tornare finalmente in Italia (1946), con il sospirato rimpatrio, che si rivela però meno dolce del previsto e mette Nicola ai piedi dell’ennesima strada in salita. Ai fatti bellici e ai personaggi più o meno noti che entrano a far parte del racconto si mescolano però riferimenti alla vita quotidiana, straordinariamente piena di stenti e angosce, di chi è rimasto a casa ad aspettare (ma di sicuro non con le mani in mano), e così al rancio di Nicola (che un bel giorno se lo vede rubare da sotto il naso da una cornacchia!), s’affiancano le pizze alla cipolla del forno di casa, alla vista degli elefanti e di Gandhi, quella del postino che porta alle famiglie le rare notizie rasserenanti. E si avverte in modo chiaro e distinto che si tratta di un destino comune a tanti, e che questa è una storia unica e allo stesso tempo simile a quella di moltissimi altri. Scrive, ad esempio, Santecchia: “Due volte al giorno, si doveva fare adunata per essere contati in un piazzale chiamato “anticampo”, alla presenza del comandante del campo e di alcuni sottufficiali chiamati quarter’master. Accadeva spesso che si sbagliassero a contare e i prigionieri erano così costretti a stare tre o quattro ore sotto il sole che picchiava forte. Per evitare di prendere insolazioni, erano stati assegnati in dotazione dei caschi di colore chiaro leggeri e freschi fatti con le foglie della pianta di banana.” Eno Santecchia assume dunque su di sè, con questo volume, un grande e difficile compito, che è quello di mediare il racconto del padre e di questa schiera di uomini sotto al sole, le bombe, i monsoni, contestualizzarlo analiticamente, ampliarlo con la ricerca, aggiungere protagonisti, dettagli, e rendere il tutto in un quadro il più vivo possibile, in un racconto fresco e spedito, con uno stile genuino e dunque perfettamente aderente al modo di essere e di raccontare degli uomini “di una volta”. Una generazione che sembra lontana ma che non lo è affatto, e grazie a Dio: questo libro ce lo ricorda in ogni pagina, facendoci assumere uno sguardo lucido e consapevole su ciò che è stato, e stuzzicando l’interesse grazie a retroscena curiosi e inaspettati, quelli di cui solo i protagonisti sono a conoscenza. È dunque un vero privilegio, venire a conoscenza di questa storia narrata al passato prossimo, tassello prezioso del grande e ricchissimo mosaico di una Storia più grande, ma soprattutto, testimonianza esemplare del grande lascito consegnatoci da quelle voci che vanno sempre più spegnendosi, e che devono però continuare a prender forma, a vivere, non scolorendo mai nel passato remoto.  

 

                                            Caterina Bernardini

 

"Così sono trascorsi gli anni migliori", Casa Editrice Il Lavoro Editoriale Ancona. 138 pagine, Foto e Cartine. Contatti: enosant@alice.it

released and webmastering by M@rcoweb®2011 - all rights reserved