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Il
19 luglio 1943, proprio mentre a Feltre è in corso un incontro tra
Mussolini ed Hitler, Roma viene colpita per la prima volta nel conflitto
da un micidiale bombardamento aereo Alleato. |
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Pompieri
romani all'opera per spegnere gli incendi causati dalle bombe

File di bare
accolgono i resti dei romani deceduti surante il raid

I primi
soccorsi alle zone colpite

Il Cimitero
del Verano, sconvolto dalle bombe

Nemmeno la
tomba di famiglia del Papa viene risparmiata

La Basilica di
San Lorenzo, duramente colpita

Vista esterna
della Basilica

Una vista
dall'alto dello scalo di San Lorenzo sotto l'incursione alleata

Lo scalo di
San Lorenzo dopo il bombardamento

La prima
pagina de "Il Messaggero" del 20 luglio 1943. |
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Mentre il summit si snocciola tra una secca reprimenda del Führer
relativa al pessimo comportamento delle truppe italiane in Africa e in
Sicilia e la sua promessa di divisioni per difendere l’Italia, arriva un
dispaccio: “Roma è sotto bombardamento aereo!”. Quel giorno
infatti, 321 bombardieri bimotori (B-25 e B-26) e numerosi caccia,
eseguono un pesante bombardamento sulla Capitale (682 tonnellate di
bombe) colpendo i quartieri Prenestino, Tiburtino (dove si conteranno
717 morti) , Tuscolano e San Lorenzo. Ufficialmente gli obiettivi sono
militari (gli scali ferroviari ed alcuni depositi di materiale
rotabile), ma le stime eseguite dopo il raid parlano chiaro: 1 aereo su
10 sbaglia di 300 metri, e 1 su 3 sbaglia di 600. Inoltre l’utilizzo di
ordigni da 500, 1000, 2000 libbre ad alto potenziale su un obiettivo
così densamente popolato come Roma rende vano ogni tentativo di “fare la
frittata senza rompere le uova”.
Difatti il bilancio finale del raid è tragico: 1500 morti, 6000 feriti,
10.000 case distrutte o inagibili, 40.000 senza tetto. L’erogazione di
gas, corrente elettrica e acqua cessa in quasi tutta la città. Il giorno
successivo l’operazione si ripete, questa volta con obiettivo Napoli,
con 430 bombardieri.
L’intento
Angloamericano appare abbastanza chiaro: fiaccare il morale di una
nazione già a terra e indurre i vertici politici e militari ad uscire
dal un conflitto.. quasi un avvertimento su cosa potrebbe accadere se
gli italiani si ostineranno a rimanere a fianco dei tedeschi.
LA CRONACA DI QUEI TRISTI GIORNI
Roma 19 luglio 1943.
E’ lunedì, una bella giornata dell’estate romana, calda, senza un alito
di vento. Alle ore 13 il termometro arriverà a 40 gradi all’ombra.
Ma è alle 11,02 minuti che nella città si ode il
suono acuto delle sirene, il segnale minaccioso dell’attacco aereo.
Molti romani che pure hanno notizia dei tremendi bombardamenti sulle
altre città italiane non se ne preoccupano: l’Urbe, la “città santa”
non può essere attaccata dal cielo, Roma è patrimonio dell’umanità, a
Roma c’è il Papa, anche gli Alleati lo sanno. Che Roma sia inviolabile
lo crede l’uomo della strada ma lo credono anche i gerarchi e i
generali: al momento dell’attacco aereo, sono trentotto i caccia
italiani in grado di levarsi in volo a difesa della città, a contrastare
gli aerei nemici. Alle ore 11,03 minuti 362 bombardieri americani
decollati dalla Tunisia, dall’Algeria, dalla Libia iniziano il bombardamento.
Il bombardamento del
19 luglio 1943 è stato ricostruito con grande ampiezza di dati e
ricchezza di testimonianze da Cesare De Simone in Venti angeli sopra
Roma, Mursia, Milano 1993. Il primo attacco centra in pieno i binari,
due vagoni e un capannone dello scalo merci San Lorenzo, sopra via
Piccolomini. Le altre bombe colpiscono le cabine elettriche, gli scambi,
i magazzini di smistamento, gli uffici, i convogli in sosta sui binari
dello scalo, investono il viale dello scalo San Lorenzo e il viale del
Verano che costeggiano sulla destra l’area ferroviaria. Almeno otto
palazzi sono centrati nell’area che tocca largo Talamo, via dei Liguri,
via degli Enotri, via dei Piceni.. I bombardieri che seguono la prima
formazione hanno l’ordine di colpire dove si leva la nube di polvere e
di fumo provocata dal primo passaggio, ma la nube si allarga sempre più
e le bombe colpiscono sino a cinquecento metri di distanza dallo scalo.
Il popoloso quartiere San Lorenzo viene
investito in pieno. Le bombe cadono su via dei Volsci, via dei Sabelli,
via dei Sardi, via dei Marrucini, Via dei Vestini, via degli Enotri, via
degli Equi, via dei Ramni, largo degli Osci, piazza dei Campani, via dei
Reti, via degli Ausoni e sulle altre strade del quartiere. I cortili, le
loggette, i ballatoi, luoghi di svago e di socializzazione vengono
sventrati, le ringhiere di ferro battuto divelte pendono tra la polvere
e i calcinacci. In via dei Marsi viene colpita la “Casa dell'infanzia”
di Maria Montessori, banchi, tavoli e sedie vengono distrutte dalle
fiamme. L’edificio, simbolo della "rivoluzione dell'educazione
infantile" che ha reso famoso il quartiere in tutto il mondo, non
esiste più. A via dei Latini due palazzi vengono distrutti
completamente. In uno, al civico 71, abitano trenta famiglie: poche
persone sopravvivranno. In piazza dei Sanniti 42 una bomba centra
l’edificio dove si trova la trattoria “Pommidoro”, e seppellisce sotto
tonnellate di detriti gli abitanti che al suono delle sirene sono scesi
in cantina. In via dei Marrucini una bomba invece penetra sino alla
cantina e lì esplode uccidendo novantasette persone che vi si sono
rifugiate, soprattutto donne e bambini.
I vigili del fuoco impiegheranno sei
giorni a portare alla luce i cadaveri. L’orfanotrofio statale di via dei
Sabelli che ospita cinquecento bambini viene colpito e dal rifugio
sotterraneo i piccoli e le suore vengono estratti dopo trentasei ore; 78
bambini e sei suore rimangono uccisi. In via dei Reti il carcere
minorile diventa per molti ragazzi, forse una quarantina, una tomba. Gli
altri riusciranno a salvarsi. Viene distrutta un’ala del Convento delle
suore Concezioniste in via dei Marsi, mentre sul piazzale Tiburtino le
bombe seppelliscono una ventina di persone rifugiatesi nella farmacia
Sbarigia, molto nota nel quartiere. Sopravvivono sino alla salvezza, per
due giorni, nutrendosi di medicinali, ma il farmacista, il dottor
Sbarigia, appena riportato alla luce viene stroncato da un infarto.
Brucia in via degli Apuli la fabbrica della birra Wührer, colpita da
bombe incendiarie al fosforo. Brucia per tre giorni il pastificio
Pantanella, tra la Prenestina e la Casilina, vicino a Porta Maggiore.
In fondo a via dei Sabelli lungo il
muraglione del camposanto erano allineati in capannoni bassi e lunghi i
laboratori dei marmisti. Le bombe spianano le costruzioni, fanno strage
tra gli operai, spargono per centinaia di metri i frammenti dei blocchi
di marmo.
Ma le devastazioni maggiori si hanno sul
piazzale del Verano, il grande piazzale in cui si apre l’ingresso
principale del camposanto. Le persone, i banchi di fiori, i negozi dei
marmisti, gli automezzi sono spazzati via, i sampietrini del selciato
romano schizzano via in tutte le direzioni lasciando il segno sui muri
dei palazzi, i binari del tram vengono divelti e si attorcigliano, i
fili dell’alta tensione tranciati pendono verso il suolo: da ogni parte
si spargono fiori, brandelli di corpi umani, sangue e macerie.
Lo stesso cimitero del Verano che
costeggia la ferrovia viene colpito nell’ingresso principale, nell’area
a destra dell’ingresso e nella zona interna adiacente la strada ferrata:
una bomba distrugge la tomba di Petrolini, un’altra cade davanti alla
tomba gentilizia della famiglia Pacelli colpendo le tombe vicine ma
lasciando intatta la grande cappella funebre, altre ancora distruggono
il deposito con 400 casse funebri e le scuderie con 25 cavalli.
Il cuore del quartiere, le basilica
patriarcale di San Lorenzo, subisce gravi danni. Le bombe abbattono il
tetto di legno, infrangono l’organo, distruggono l’intera facciata della
basilica. I frati fuggono attraverso il cimitero per cercare di
sopravvivere alla tragedia e per soccorrere poi i sopravvissuti e gli
sfollati. Anche la parrocchia del quartiere, la chiesa dell’Immacolata
Concezione, viene colpita. La città universitaria, dove in quel giorno
non si svolgono lezioni, è danneggiata gravemente in vari edifici, sono
colpiti l’Istituto di Sanità Pubblica in viale Regina Margherita, un’ala
della Clinica Ortopedica sul Piazzale delle Scienze, il Dopolavoro
universitario, il Teatro, la Casa dello Studente in via De Lollis.
Alle 11,30 l’autovettura del generale di
corpo d’armata Azolino Hazon, comandante dell’Arma dei Carabinieri, che
si dirige verso lo scalo per rendersi conto dei danni provocati dal
bombardamento, è centrata in pieno da una bomba, proprio allo sbocco di
viale Regina Elena sul Piazzale San Lorenzo. In viale Manzoni viene
colpita la sede romana della Fiat; in via Turati viene distrutta la
Centrale del Latte, nel Quartiere Prenestino la grande autorimessa dell’ATAG,
in via del Prenestino è distrutto il padiglione Viscosa e gravemente
danneggiato lo stabilimento Benini. Il trenino suburbano Guidonia-Roma
viene colpito mentre attraversa il Piazzale Prenestino, prende fuoco con
i passeggeri, venti uomini e donne che diverranno irriconoscibili. Sul
muro della caserma Macao in viale del Policlinico c’era incassata una
statuetta della Madonna, frutto della devozione popolare.
Un ferroviere, Marco Ferranti, durante
l’incursione si rifugia in quel punto, tra le bombe si raccomanda alla
Madonnina di terracotta e miracolosamente si salva. Il giorno dopo mura
sotto la statuetta una targa di marmo con la scritta.”Alla Vergine
Maria per grazia ricevuta”. Altre targhe verranno attaccate a quel
muro sotto la “madonnina del tranviere”, come la chiama la gente, negli
anni della guerra e poi negli anni della pace fino a coprire quasi tutti
i duecento metri di muraglione da piazza Fabrizi a Piazza della Croce
Rossa.
Il papa, per la prima volta dall’inizio
della guerra, esce dal Vaticano e si reca nel quartiere colpito.
In fondo a viale
Regina Elena scende dalla macchina e si avvia a piedi tra la folla.
Davanti alla facciata distrutta della Basilica di San Lorenzo egli si
inginocchia. L’immagine di Pio XII con le braccia spalancate tra la
folla, con la veste bianca macchiata di sangue, rimarrà a simbolo della
tragedia degli abitanti e del legame tra la Chiesa e la città .
IL
PRIMO DI UNA LUNGA SERIE
Il 19 luglio 1943 dalle ore 11,03 alle ore
12,10 l’aviazione statunitense bombarda gli scali ferroviari del
Littorio sulla Salaria e di San Lorenzo e dalle 12,12 alle 13,35 gli
aeroporti di del Littorio e Ciampino. L’operazione è stata denominata “Crosspoint”.
Si avvicendano in sei ondate quattro gruppi di B-17 e cinque gruppi di
B-24, 362 bombardieri pesanti che colpiscono il nodo ferroviario sulla
Salaria e quello della stazione di San Lorenzo spingendosi sino allo
scalo Tiburtino, a Portonaccio. Poi sopraggiungono 146 B-26 Marauder e
154 B-25 Mitchell, bombardieri medi che attaccano gli aeroporti di
Littorio e Ciampino. Gli aerei volano a 6.000 metri di quota (in codice
Twenty Angels, Venti Angeli: 20.000 piedi di altezza) per tenersi al
sicuro dalla contraerea italiana.
Su Roma muove la flotta aerea più potente
che si sia mai mossa nei cieli italiani: 930 velivoli, 662 bombardieri
scortati da 268 caccia Lightning che scenderanno spesso a bassa quota
mitragliando i grandi slarghi, piazzale del Verano, largo Preneste,
piazzale Prenestino. Sulla città in poco più di due ore vengono
sganciate 1.060 tonnellate d’esplosivo, 4.000 fra bombe dirompenti e
spezzoni incendiari: la maggiore incursione compiuta sino a quel momento
sull’Italia anche come tonnellaggio, la più tragica come numero di
vittime. Gli aerei statunitensi rientrano alle basi avendo subito una
sola perdita, tre gli aerei da caccia italiani abbattuti.
Il 13 agosto 1943, alle 11 precise, Roma è
bombardata per la seconda volta: 409 aerei tra bombardieri e caccia,
decollati dagli aeroporti della Tunisia, dell’Algeria, ma anche da
Pantelleria, passano sulla città a varie quote e in un’ora e mezzo
scaricano 500 tonnellate di esplosivo. Alle 12,33 suona il cessato
allarme. L’attacco si concentra sui quartieri Tuscolano e Casilina ma
Portonaccio e San Lorenzo vengono anch’esse colpite duramente. Le
vittime saranno circa 500.
Roma è bombardata dagli Alleati altre 51
volte dopo il 13 agosto. Dall’ottobre 1943 i bombardieri che effettuano
le incursioni su Roma decollano dagli aeroporti della Capitanata,
intorno a Foggia. Quello del 14 marzo 1944 nelle zone del Nomentano, del
Prenestino, e Italia può essere considerato il terzo bombardamento per
tonnellaggio di bombe e per numero di vittime. Nel bombardamento del 3
marzo 1944 al Tiburtino avviene una delle stragi più terribili: una
bomba centra il ricovero antiaereo di un edificio al numero 364 di via
Tiburtina dove si sono rifugiati 200 operai della vicina fabbrica
“Fiorentini”.
I vigili del
fuoco ci metteranno tre giorni per estrarre le salme, alla fine
allineeranno 189 bare sul marciapiede. L’ultima incursione è del 3
giugno 1944, quando viene attaccata una colonna di automezzi tedeschi
nella zona Casilina. Il 4 giugno Roma è liberata. |
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