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Luglio 1943, aeroporto
militare di Aquino, in Provincia di Frosinone, a quindici chilometri di
distanza da Cassino, presidiato da soldati ed avieri del Regio Esercito
Italiano agli ordini del Comandante Capitano Alberighi.
L’ aeroporto è costeggiato,
a sinistra, dalla Via Casilina che, proveniente da Roma, conduce a
Cassino (poco più di 120 km di distanza) e quindi a Capua e, a destra,
dalla tratta ferroviaria Roma-Cassino. Lo sovrastano le alture di Monte
Cairo (m.1669) e il braccio montuoso che si prolunga fino a Montecassino
(m.519) con il suo celebre Monastero Benedettino.
Sono le ore 17,00 del 19
luglio 1943. L’ aeroporto pullula di soldati italiani intenti alla
manutenzione di aerei, camion e dell’ unico mezzo corazzato di cui
dispongono. Un prigioniero sloveno fuma una sigaretta al sole di quel
pomeriggio estivo, a pochi metri dalla sua cella. “Prìncic!” – lo
apostrofa stancamente la sua sentinella, il giovane aviere Vittorio, di
Sant’ Elia Fiumerapido (paesino di poco più 5000 anime, a circa 20 km.
da Aquino e a 6 chilometri a nord di Cassino), fresco sposino della sua
giovane e bella compaesana Giovanna – “Prìncic, dai. Datti una mossa,
è ora di rientrare”. “Ma quante volte ve lo devo dire?” – sbotta in
un italiano stentato Prìncic – “Io sono sloveno. Che c’ entro io con
la vostra guerra?”. Vittorio accenna a voltarsi alzando le spalle :”Ma
io che ci posso fare?” – risponde – “Ti hanno preso i tedeschi e
tu stavi con con i rossi e poi ti hanno portato qui da noi. Dai! E’ ora
di tornare in cella!”.
Brontolando, Prìncic rientra
lentamente nella sua cella, cosparsa di pagliericcio, con la sigaretta
accesa fra le labbra. Circa due ore dopo, mentre ci si prepara al rancio
serale nei pressi delle baracche dormitorio, un aviere italiano si
accorge di una nuvola di denso fumo nero che fuoriesce dall’ unica
piccola finestra della prigione da campo: è la cella di Prìncic. “C’è
fuoco lì dentro!”, urla Vittorio.
Si corre tutti con secchi d’
acqua mentre Vittorio, con un estintore, cerca affannosamente di
sfondare la porta della prigione che ormai è tutta bruciacchiata e
scotta : “Prìncic! Prìncic! Ci sei? Rispondi!” grida dal di
fuori. Da dentro solo fumo, lampate di fiamme e silenzio. Si riesce
finalmente a buttare giù quella dannata porta. L’ interno della cella è
devastato dal fuoco e dal fumo.
L’ incendio viene spento con
non poche difficoltà. Prìncic giace bruciacchiato e fumante sulla branda
di pagliericcio. Sembra ancora vivo ma è ricoperto da vaste ustioni.
L’ambulanza dell’ aeroporto, con Prìncic a bordo, si avvia velocemente
verso Roma. Di lui non si saprà più nulla mentre al campo ci si chiede
stupefatti, senza alcuna risposta certa, se l’ incendio sia stata una
disgrazia o innescato dallo stesso esasperato Prìncic: quando era
rientrato in cella, il prigioniero aveva ancora fra le labbra la
sigaretta accesa.
Ancora sconvolti dall’
accaduto e parlottanti fra di loro, i soldati italiani vengono
fraternamente riportati alla realtà dal Capitano Alberighi che li
distribuisce a finire di spegnere l’ incendio ed a riprendere i posti di
guardia. Comincia a far buio. Il caldo di quell’ afosa estate si fa
ancora sentire. Alcuni vanno a sdraiarsi sulle brande, nei dormitori;
altri si attardano a quel pò di fresco della tarda serata, seduti su
sassi o sui cigli erbosi dal campo.
All’ improvviso, un cupo ma
ancora lontano rumore di aerei li allerta. Il Capitano Alberighi, uscito
di corsa dal suo ufficio, ordina di far suonare la sirena, lo
spegnimento di tutte le luci del campo e la distribuzione in punti
chiave di riparo e di difesa contraerea dei suoi soldati. Sono aerei
militari Alleati quelli che si stanno minacciosamente avvicinando nel
buio. Alle ore 22,30 di quel 19 luglio 1943, una violenta scarica di
bombe si riversa sull’ aeroporto di Aquino: il rumore assordante ed i
lugubri bagliori di quel primo e mai visto, sino ad allora,
bombardamento aereo sul territorio cassinate, riecheggiano violenti ad
illuminare improvvisamente e svegliare di soprassalto la gente delle
vallate circostanti, nel frattempo assopitasi tranquillamente in quella
che sembrava dovesse continuare ad essere una normale e quieta notte
d’estate. All’ aeroporto di Aquino, intanto, dopo quel terribile ed
inaspettato bombardamento aereo del 19 luglio 1943, tutto si era rimesso
in moto per riparare, per quanto possibile, i danni ad aerei, casermette
ed alla pista, agli ordini del Capitano Alberighi.
Gli avieri italiani
ripresero man mano, seppur molto turbati, i servizi giornalieri ed i
giorni passavano lenti e caldi. Trascorsero, così, poco più di quaranta
giorni. Superato quell’ afoso mese di agosto del ’43, settembre
sopraggiunse quietamente ma carico di insidie.
L’ 8 di quel mese la radio
diramò, gracchiando, la notizia, senza null’ altra precisa indicazione,
dell’ avvenuto armistizio firmato tra il nuovo Governo italiano diretto
dal Generale Badoglio, a nome del Regno d’ Italia, e le Forze Alleate.
Lo smarrimento fu forte: che fare di fronte a quell’ improvviso
capovolgimento di fronte? Quale sarebbe stata la reazione dei Tedeschi,
fino ad allora alleati dell’esercito italiano?
Il Capitano Alberighi cercò
di tenere calmo ed unito il proprio contingente di avieri, in speranzosa
attesa di eventuali nuovi ordini. La mattina del 9 settembre, una
colonna armata di soldati tedeschi fece irruzione nel campo di Aquino
assumendolo perentoriamente sotto i propri ordini.
Fortuna volle che non ci
furono né violenze né combattimenti armati, tanto erano smarriti e
stupefatti gli avieri di Alberighi. Quel giorno e la notte fra il 9 ed
il 10 settembre furono tenuti raggruppati e guardati, sotto la minaccia
delle armi, dal contingente tedesco.
All’ indomani mattina, dopo
qualche ora di trattative con i Comandanti tedeschi, Alberighi radunò i
propri uomini e, con rabbia ed amarezza, li invitò ad abbandonare quello
che per lunghi mesi era stato il “loro campo” e a disperdersi per
cercare di raggiungere, possibilmente, le proprie case e le proprie
famiglie. Si abbracciarono fra loro lungamente, piangendo di gioia, un
po’ spaesati fra disperazione e paura del futuro.
Era accaduto tutto così all’
improvviso e non tutti sapevano come e dove andare. Alcuni, poco dopo,
seguirono il capitano Alberighi verso Pontecorvo; altri si incamminarono
in direzione di Roma seguendo, nascosti fra gli alberi e le siepi, la
vicina ferrovia Cassino-Roma o la via Casilina; altri ancora si
dispersero verso sud per cercare di far ritorno a casa, chi nella vicina
Cassino e chi verso Caserta e Napoli, con il tumulto nel cuore fra
speranza e timori. Vittorio inforcò una bicicletta e si diresse, lungo
stradine parallele alla via Casilina verso Cassino, per poi risalire
verso la sua Sant’ Elia: sudava, rideva, piangeva, Roberto, ed intanto
pedalava di buona lena al sole di quella radiosa mattina del 10
settembre.
Sentiva il cuore battergli
forte: dentro si sentiva libero, sollevato e con il pensiero rivolto a
Sant’ Elia ed alla sua Giovanna, ma cupi presagi lo tormentavano al solo
ripensare a quella colonna armata di soldati tedeschi del giorno prima
al campo e a quel perentorio scioglimento del suo contingente senza
alcun ordine preciso. La guerra era finita o si era solo agli inizi?
Intanto era giunto in pieno
centro cittadino di Cassino e si apprestava ad attraversarlo per poi
proseguire verso nord, lungo la via Sferracavalli, per raggiungere a
soli 6 km. di distanza Sant’ Elia. Una gran moltitudine di soldati
tedeschi e di mezzi corazzati affollava il centro di Cassino; per il
resto, solo qualche inerme e temerario civile che si affrettava verso
casa. Vittorio stava proprio attraversando in bicicletta, verso le ore
12,00 del 10 settembre 1943, il centro di Cassino, quando si sentì un
lontano rumore di aerei avvicinarsi che subito dopo sganciarono decine
di bombe sulla città, seguite da sventagliate di mitragliatrici, con
conseguente fuggi fuggi di gente sorpresa e spaventata: ci furono un
centinaio di morti.
Vittorio si gettò dalla
bicicletta in un fossato a lato della strada rimanendovi, come incassato
ed immobile, per minuti che sembrarono ore interminabili. Si rialzò
indolenzito e privo di orientamento; il tempo di riprendersi e di far
mente locale e subito riprese a pedalare verso Sant’ Elia, dove giunse
nel giro di un quarto d’ ora, in Piazza Risi, all’ imbocco della villa
comunale e stramazzò a terra privo di sensi.
Si riprese sul lettino dell’
ambulatorio del dottor Arpino, con accanto la sua cara e bella Giovanna.
Seppe che il raid aereo aveva colpito anche Sant’ Elia, ancora terra di
nessuno, e che molti suoi compaesani erano già fuggiti via sui monti
circostanti. La guerra era veramente agli inizi. Comunque molti altri
santeliani, compresi Giovanna e Vittorio, restarono a Sant’ Elia.
I tedeschi inasprirono i
controlli nei centri abitati del cassinate. Circa un paio di mesi dopo
sembrò che fosse tornato un momento di calma e molti santeliani
cominciarono a scendere dalle montagne verso il paese pensando di poter
svernare tranquillamente nelle proprie case. Intanto si giunse al giorno
della festa della Madonna Immacolata: era l’8 dicembre 1943, festa
tradizionalmente sentita ed importante per gli abitanti di Sant’ Elia.
Molti, al mattino, si riversarono in piazza per assistere o partecipare
alla processione in onore della Madonna; anche Vittorio e Giovanna.
Verso le 11,30 scoppiò l’ inferno preavvisato da un funesto rombo di
aerei. Ci fu il fuggi fuggi generale mentre dal cielo piovevano grappoli
di bombe.
Sant’ Elia fu colpita in
pieno con crolli di case e violente vampate di incendi, mentre schegge e
proiettili volavano impazziti fra la gente che cercava riparo fra le
macerie. Anche i vicini abitati di Portella e Olivella furono fatti
oggetto di bombardamento con numerose vittime. Non lo sapevano, ma
proprio quella mattina era iniziata, non molto distante, una furiosa
battaglia fra tedeschi da un lato ed americani ed un battaglione del
Ricostituito Esercito Italiano dall’ altro, fra le alture di Mignano
Montelungo, nel tentativo da parte degli Alleati di sfondare le linee
germaniche e penetrare verso Cassino.
Sant’ Elia fu distrutta per
il 91% e, in tutto, morirono 320 civili mentre i feriti furono 97.
Lamenti, pianti ed urla strazianti si levavano fra le macerie del paese.
Si cercò, quindi, di nuovo riparo in casupole abbandonate sui monti
circostanti. Anche Giovanna e Vittorio. Nel frattempo sui monti fra
Valvori e San Biagio Saracinisco era in atto un’infuocata battaglia fra
truppe francesi, canadesi ed italiane del Battaglione “Bafile” contro i
tedeschi, nel tentativo dei primi di scacciare i teutonici da quelle
alture. Nel risalire per quei monti, Vittorio e compagni di sventura
raccolsero tutto quanto potevano, fra vettovaglie ed armamenti vari
abbandonati dai soldati tedeschi, per poter svernare ben approvvigionati
e potersi difendere da eventuali agguati. Si era ai primi di gennaio
1944.
Il 12 gennaio, americani e
francesi, festosamente accolti dalla popolazione, liberarono i paesini
montani di Acquafondata e Viticuso (circa m. 900 slm), ad est di
Cassino. Il 14 di quello stesso mese Sant’ Elia Fiumerapido fu occupata
da truppe magrebine dell’ Esercito francese agli ordini del Maresciallo
Juin mentre il 16, due giorni dopo, gli alpini tedeschi della 5ª
Divisione da Montagna presero possesso, degli impervi costoni di Monte
Cifalco, scavandovi nelle viscere calcaree ben 14 fortini ben armati e
difesi, da dove tenere sotto tiro la valle del fiume Rapido.
Fu occupato anche l’ abitato
di Valleluce dove molti santeliani si erano rifugiati. Un tragico e
freddo mattino nebbioso ci scappò anche un morto: mentre cercava di
correre a nascondersi verso le montagne di Cese da Valleluce con due
suoi compaesani, per sfuggire ai rastrellamenti, il giovane Liberantonio
fu falciato dai tedeschi con una raffica di mitra mentre il suo amico
Sabatino fu ferito ad una gamba.
Nel frattempo gli abitanti
di Portella presero, a piedi, la via dei monti del Rio dell’ Inferno e
della Pineta di Vallerotonda per raggiungere Acquafondata. Intanto,
truppe di soldati germanici presidiavano Cassino, Montecassino e tutti
gli avamposti collinari delle contigue vallate solcate dai fiumi Rapido,
Liri e Melfa. Per i civili italiani di quel lembo di territorio, che di
lì a poco sarebbe divenuto il tragico nodo centrale della linea
difensiva tedesca così detta “linea Gustav”, si preparavano drammatici
momenti. Sempre il 16 gennaio, gli sfollati santeliani, rifugiatisi sui
monti di Campodimanno, videro sopraggiungere un drappello di uomini
armati.
Erano cinque soldati
nordafricani dell’ Esercito francese che, così seppero dopo dallo
stesso, scortavano, di nascosto ed in avanscoperta, il Generale
Ricciotti Garibaldi, in abiti civili, del Ricostituito Esercito Italiano
che combatteva al fianco degli americani, con tanto di radio
ricetrasmittente, per poter controllare la zona e tenere informato il
Comando Alleato che nel frattempo si era attestato a Venafro. Gli
sfollati seppero così anche che soldati francesi (magrebini), inglesi ed
americani si erano impadroniti della valle del fiume Rapido e di Sant’
Elia, ponendo il proprio Comando in quella che era stata la casa del
Podestà, in pieno centro storico. Il generale Ricciotti Garibaldi, che
nel frattempo tramite la radio aveva dato le proprie nuove coordinate,
venne accolto calorosamente da quello sparuto gruppo di profughi
santeliani che lo tennero nascosto fra di loro.
La mattina del 18 gennaio la
radio del Generale fece sentire la sua voce invitando i civili ad
abbandonare quanto prima quelle valli. Si salutarono con il Generale
prendendo strade diverse. A sera tardi gli sfollati furono fatti
scendere a Sant’ Elia dove, in via IV Novembre, in direzione del paesino
montano di Acquafondata, li aspettava una colonna di dieci camion
militari francesi. Circa 200 sfollati, fra cui anche Vittorio e Giovanna
sul cassone del secondo camion, furono fatti salire, nella notte, su
quei mezzi per essere trasferiti, attraverso la strada per Vallerotonda,
ad Acquafondata da dove, successivamente, molti sarebbero stati
smistati, attraverso Venafro, sede del Comando Alleato, verso Napoli e
quindi a Castrovillari, in Calabria. La colonna dei camion, scortata da
una camionetta militare, partì da Sant’ Elia, alla volta di
Vallerotonda, verso le due di notte fra il 18 ed il 19 gennaio 1944.
Nel frattempo, però, i
cannoneggiamenti dei tedeschi dalle loro postazioni di Monte Cairo e
Monte Cifalco, avevano fatto saltare la strada per Vallerotonda, creando
un baratro nella carreggiata, poco prima della curva dell’ attuale sito
detto “loggetta di Portella” , fiancheggiante e prospiciente il profondo
vallone del Rio dell’ Inferno. Viaggiando a fari spenti, per non essere
notati, i camion francesi, carichi di sfollati santeliani, proseguivano,
intanto, lentamente il loro viaggio. Nel buio pesto di quella gelida
notte invernale, l’autista della prima vettura non si avvide del baratro
apertosi alla “loggetta” a seguito dei cannoneggiamenti tedeschi e vi
scomparve dentro, agli occhi di chi seguiva, e precipitò tragicamente
con tutto il camion ed i venti santeliani che erano a bordo, uomini,
donne e bambini, rotolando violentemente e fragorosamente a valle, fra
gli speroni rocciosi della ripida scarpata, fino nel fondo del Vallone
dell’ Inferno.
Morirono tutti, fra urla
strazianti e orrendamente, tranne due giovanissimi fratelli santeliani,
Antonio e Iolanda, che sopravvissero allo schianto nel burrone, sbalzati
fuori dal cassone e trovando la forza di aggrapparsi ai primi spuntoni
di roccia dello strapiombo. Gli altri camions che seguivano si fermarono
e i due giovani, intanto, furono prontamente e non senza difficoltà
soccorsi. Giunti ad Acquafondata sarebbero stati trasferiti all’
ospedale di Venafro. Fortuna volle che, avvistisi del fatto, i camion
che seguivano ebbero il tempo di fermarsi ed evitare la sciagura. Ad uno
ad uno e lentamente aggirarono, quindi, l’ ostacolo con non poca
difficoltà e poterono così proseguire, con i superstiti, per la
destinazione prefissata. Giunsero, così, verso le sei del buio mattino
seguente ad Acquafondata. La vallata sottostante al paese era
disseminata palmo a palmo da macchine da guerra di ogni tipo: obici,
mortai, mezzi blindati, camionette militari.
Fra di esse e per le vie del
paese era un via vai frenetico di soldati americani, francesi ed inglesi
mentre, in piazza, donne e uomini servivano, agli sfollati appena
sopraggiunti, razioni di cibo: pane e una ciotola di latte caldo, sotto
la direzione del facente funzione di Sindaco, il parroco nonché Tenente
Cappellano don Ettore. Faceva freddo su quei monti, fra la neve
ghiacciatasi nella notte, ma ci si sentiva finalmente al sicuro.: a
pochi chilometri a sud c’era il Comando Alleato di Venafro. Molti furono
fatti proseguire per quella direzione, altri restarono ad Acquafondata.
La paura e l’ indigenza li
fece subito fraternizzare con l’ accogliente e calorosa gente del posto
e con i soldati alleati. Molti sfollati, anche Vittorio e Giovanna,
potettero trovare un tetto dove ripulirsi e lavarsi. Trascorse così
circa un mese: il fragore dei mortai e degli obici rivolti verso la
piana del Rapido e Cassino non aveva mai tregua e, di tanto in tanto,
anche sui colli circostanti Acquafondata e, una sola volta nel centro
abitato, cadevano bombe provenienti dalle batterie di cannoni tedeschi
appostati sulle alture di Monte Cairo. In un freddo mattino, dopo una
notte di relativa tranquillità, mentre don Ettore si intratteneva a
parlare con un ufficiale americano, d’un tratto si udirono avvicinarsi
sempre più, da lontano, assordanti e cupi rombi di aeroplani. “I
bombardieri! Arrivano gli aerei bombardieri!” urlò qualcuno
avvicinandosi con altri a don Ettore. “Sono aerii nostri" –
rispose, con calma e in uno stentato italiano, l’ufficiale americano – "Vanno
bombardare tedeschi a Montecassino”. “Montecassino! Gli americani
bombardano Montecassino!” si sentì di nuovo gridare. “Ma a chi
cazzo so’ alleati sta’ Alleati che ci bombardano puro a noi!”, urlò
un vecchio imprecando. Vittorio, Giovanna, don Ettore e molta altra
gente corsero verso le vicine alture delle Serre (m.1200), da dove era
possibile avere sotto gli occhi l’intera vallata del fiume Rapido,
Cassino e Montecassino.
Erano la mattina del 15
febbraio 1944. Dai monti delle Serre si assistette all’ inferno. Giunti
su Cassino, gli aerei cominciarono a vomitare tonnellate di bombe di
grosso calibro. Era iniziato il martirio dell’ abbazia di Montecassino.
Il monastero benedettino, sul monte che sovrastava Cassino, cominciò a
saltare in aria fra cupi fragori di bombe e la polvere nera che si
alzava addensandosi nell’ aria. Il 15 marzo la tragica distruzione ad
opera dei bombardamenti Alleati sarebbe toccata anche alla stessa città
di Cassino che fu completamente rasa al suolo.
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