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Il massiccio afflusso di
prigionieri dell'Imperial Regio Esercio Austro-Ungarico nel corso di
tutto il primo conflitto mondiale pose il problema della individuazione
di campi di prigionia che fossero sufficientemente distanti dalle zone
di operazioni militari.
Durante la prima parte del
conflitto su precisa indicazione del ministero dell'Interno i
prigionieri non furono assolutamente utilizzati per alcun tipo di lavoro
manuale all'esterno dei campi per paura forse che l'immissione sul
mercato del lavoro di una numerosa manodopera, generalmente a basso
costo, potesse provocare qualche tensione sociale certamente non
auspicabile. Inoltre, il celebre "colpo di Zurigo" aveva dimostrato la
presenza in Italia di una rete ben sviluppata di spie - la maggioranza è
bene notare reclutata tra isospettabili cittadini italiani - che aveva
messo a dura prova la marina e l'esercito. Tuttavia la mancanza di mano
d'opera (dovuta ai continui richiami delle classi di leva) costrinse
anche l'Italia ad applicare nell'articolo 6 del Regolamento dell'Aja che
ammetteva l'impiego di prigionieri in lavori esterni.
Nel 1916 la percentuale di
prigionieri austro-ungarici di nazionalità romena presenti in Italia era
assai rilevante e concentrata soprattutto nei campi del Nord Italia.
Secondo le stime del Ministero della Guerra erano cosi suddivisi ben
3.600 nel campo di Mantova, 2.000 a Cavarzere, 800 rispettivamente a
Ostiglia e Caravalle. Le pressanti domande per l'utilizzo di prigionieri
di guerra provenirono da tutta l'Italia e in particolare richieste dai
proprietari terrieri dell'intera penisola - i soldati prigionieri furono
utilizzati con continuità nei lavori agricoli e in misura ridotta, anche
nell'industria.
Un forte necessità emerse
nel territorio della provincia dell'Aquila dalla cittadina di Avezzano
dove si dovette fare fronte ad una serie di necessità che richiedeva un
ingente quantità di mano d'opera sia per le urgenti necessità agricole
dei campi posti nel Fucino sia per la ricostruzione delle strutture
viarie e civili andate distrutte dal grave sisma del 13 gennaio 1915.
La risposta a questi
problemi fu l'istituzione nella città Marsicana di un campo di prigionia
destinato ad accogliere fino a 15.000 prigionieri e i circa 1.000 tra
soldati semplici, sottufficiali e ufficiali del Regio Esercito destinati
alla sorveglianza dei soldati reclusi. I prigionieri presenti ad
Avezzano appartenevano a tutte le principali nazionalità inserite nei
confini della monarchia asburgica tra loro anche romeni nativi della
Transilvania, del Banato e della Bucovina.
Nel corso dei mesi però la
componete romena nel campo di Avezzano si distinse non solo in termini
quantitativi ma anche sotto il profilo dell'immagine che questi soldati
avevano tra la popolazione civile. Infatti, il grande spirito di
sacrificio, la maggior facilità di comunicazione rispetto a ungheresi e
tedeschi unita alla dimostrazione di essere "buoni lavoratori"
ingenerano una buona fama e rispetto dei romeni tra gli abitanti di
Avezzano a tal punto che spontaneamente vennero creati da parte dei
cittadini del centro marsicano comitati di solidarietà e assistenza
riservati ai cittadini romeni e ai loro familiari rimasti in Patria.
Una svolta importante per il
futuro dei prigionieri romeni di Avezzano venne a seguito dallo
svolgimento nella sala del Campidoglio di Roma del "Congresso delle
Nazionalità Oppresse nella monarchia austro-ungarica" (27 marzo - 10
aprile 1918) nel quale i delegati romeni Draghicesco, Lupu, Deluca,
Màndrescu e Mironescu riuscirono , assieme agli altri rappresentanti
ottennero dal ministero della guerra italiano la possibilità di formare
unità armate autonome su base nazionale, poste sotto la giurisdizione
dei diversi comitati nazionali, offrerendo ai soldati di queste nuove
unità lo status giuridico di alleati tra questi i delegati romeni - Il
professor Mândrescu e l'ex ministro romeno in Italia, il principe
Dimitrie Ghica riuscirono a fondare , il 6 giugno del 1918, con
l'appoggio dei militari italiani e romeni a Cittàducale il "Comitato
d'Azione dei Romeni di Transilvania, Banato e Bucovina" e grazie al
diretto interessamento del Minstro della guerra italiano , Vittorio
Zuppelli, una "Legione Romeni d'Italia "posta sotto i comandi del
generale di brigata Luciano Ferigo e avente come sede del comando il
campo di Avezzano.
Dalla cittadina abruzzese il
meccanismo messo a punto da Ferigo era semplice da tutti i campi di
prigionia i soldati romeni venivano radunati nel centro abruzzese
venivano inquadrati militarmente e forniti di tutto il necessario
equipaggiamento bellico, quindi iniziava un periodo di addestramento.
Non mancarono neppure
momenti di svago marcati da qualche gita realizzata in località del
circondario o di banchetti offerti in loro onore da municipalità locali
come non mancarono casi di matrimoni tra romeni e donne del posto. Il 28
giugno 1918 la prima delle tre compagni romene inquadrate nella VIII,V
IV armata italiana ricevette la "bandiera di guerra" a Ponte di Brenta
(Padova) .
Da quel momento la Legione
Romena d'Italia poteva dirsi operativa e avrebbe combattuto
distinguendosi in quella che sarebbe passata alla storia come la "la
terza battaglia del Grappa" del 24 ottobre del 1918 e nella offensiva di
Vittorio Veneto che portò al collasso dell'esercito austro - ungarico e
alla fine la fine della guerra sul fronte italiano.
Conclusioni
Si è voluto ricordare,
brevemente la storia della Legione Romena d'Italia, anche per onorare ad
oltre 90 anni dalla fine della Grande Guerra quei tanti giovani romeni
che hanno contribuito, anche con la loro presenza, a portare l'Italia
vittoriosa alla fine della IV guerra d'indipendenza. Ma anche per
sottolineare una sorta di "memoria condivisa" che unisce italiani e
romeni da sempre. Oggi i tanti romeni che vivono e lavorano onestamente
in Italia contribuiscono, come i loro nonni, a far crescere il nostro
Paese. |