mail me

archivio

home

 

Morto Jack Harrison

Ai più magari non ricorderà nulla, ma per i cultori dei film di guerra faceva parte della leggenda.

 

   

Jack Harrison durante la guerra, quando prestava servizio della Royal Air Force

 

Il bombardiere leggero Loockeed "Ventura", a bordo del quale Harrison fu abbattuto nel novembre del 1942, durante un raid sulle navi rifornimento tedesche nel porto olandese di Den Helder

 

Uno scorcio dello Stalag Luft III

 

Il tunnel "Harry" esiste ancora in quel che rimane dello Stalag Luft III oggi. Questa visibile nella foto era l'entrata, dall'interno della baracca dei prigionieri.

 

La locandina del

film "La grande fuga",

(1963),  nel quale

recitarono Steve

Mc Queen, Richard Attenborough

e James Gardner

Alla fine si è arreso all’unico “nemico” contro il quale non poteva fare nulla: il tempo. Jack Harrison, l'ultimo di coloro che parteciparono alla “Grande Fuga” se n’è andato serenamente all’età di 97 anni, esattamente 66 anni dopo quella notte oscura nella quale lui stesso con il fiato sospeso passò furtivo sotto la rete di recinzione dello Stalag Luft III.

Molti anni dopo la guerra, nel 1963, l’ex pilota della RAF e i suoi ingegnosi e coraggiosi compagni di prigionia sarebbero stati resi immortali dal celebre film “La Grande Fuga”, interpretato da Richard Attenborough e Steve Mc Queen e divenuto un “Cult” nel panorama della filmografia di guerra di quella generazione.

Per lui tutta quella grande avventura era rimasta solo un tragico ricordo di guerra, essendo tornato dopo il conflitto alla sua vita normale di marito, padre e insegnante. E normalmente ha vissuto dal 1945 fino a oggi, trascorrendo gli ultimi due anni e mezzo nell’Ospedale dei Veterani a Erskine, nel Renfrewshire.

Queste sono le parole del comunicato ufficiale: “E’ con grande tristezza che annunciamo la scomparsa del Veterano di guerra Jack Harrison, ricordato per essere stato una delle figure che ha ispirato il film La Grande Fuga. L’ultimo superstite di quella epica impresa è spirato con i figli Chris e Jane al suo fianco”.

Il successo del film basato sulla sua vicenda aveva proiettato l’insegnante di Latino al rango di Eroe, ma per la sua famiglia era rimasto solo “Papà”.

In una dichiarazione congiunta, i suoi figli hanno infatti dichiarato che “Per gli altri, papà era considerato un eroe di guerra, ma per noi era molto di più. Era un uomo di famiglia prima di tutto, frequentava la chiesa, continuava a studiare ed era un atleta. A 70 anni ancora partecipava alle gare di maratona per raccogliere fondi di beneficenza. E’ stato un padre ed un nonno premuroso. Siamo e rimarremo in debito con Erskine per le cure e le attenzioni che abbiamo ricevuto negli ultimi due anni e mezzo.

Nel corso della sua lunga vita Harrison ha sempre minimizzato il suo ruolo nel tentativo di fuga dal Luftwaffe Stammlager III, sito a Sagan (oggi è in Polonia); ma tutti sapevano che non era così…Harrison aveva in realtà giocato un ruolo chiave nell’impresa assieme a Roger Bushell (interpretato nel film dall’attore Richard Attenborough). Quest’ultimo fu la mente dell’impresa e l’ideatore del progetto di scavare dall’aprile del 1943 tre tunnel chiamati in codice “Tom”, “Dick” e “Harry”.

Il piano era quello di arrivare fino a una profondità di 30 piedi per poi dirigersi su tre direzioni diverse fuori dal perimetro del campo, oltre il bosco attiguo.

Il campo Stalag Luft III si trovava a circa 200 km da Berlino ed era una struttura massiccia. Al suo apice “ospitava” circa 10.000 prigionieri di guerra, in gran parte equipaggi di velivoli Alleati abbattuti.

La pianificazione della “Grande Fuga” prevedeva successivamente che gli evasi si sarebbero travestiti da civili e fossero fuggiti in tre diverse direzioni, rispettivamente un gruppo a piedi e gli altri due utilizzando il treno.

In un’intervista al “Daily Mail” scozzese del 2008, Harrison dichiarò che “I tedeschi avevano scoperto altri tunnel nei campi di prigionia vicini al nostro, così dovemmo fare moltissima attenzione durante i lavori, perché si correva il rischio di venir fucilati" (cosa che accadde effettivamente a molti dei suoi compagni – La Gestapo e la Polizia riacciuffarono moltissimi evasi nei giorni successivi alla fuga e ne passarono per le armi circa una cinquantina ).

Tuttavia nessuna minaccia di nuova cattura o di morte avrebbe convinto gli aviatori a rinunciare al loro temerario piano di fuga, che prevedeva addirittura la “creazione” di falsi documenti e vestiti civili (ma ci pensate? In un campo di prigionia!).

Durante i lavori, i tunnel chiamati “Tom” e “Dick” dovettero essere abbandonati in quanto erano sorte nel frattempo delle difficoltà, mentre tutti gli sforzi si concentrarono su “Harry”.

I residui derivanti dagli scavi furono ingegnosamente mascherati tra le immondizie e smaltite nello stesso campo dai prigionieri. Secondo il piano, la fuga doveva verificarsi la notte del 24 marzo 1944 e avrebbe dovuto riguardare 200 prigionieri, ad ognuno dei quali era stato assegnato un numero (Harrison era il numero 96 ed aveva documenti falsi che attestavano fosse un ingegnere civile).

"Al momento convenuto, i prigionieri hanno iniziato a sgattaiolare fuori, ma appena il prigioniero numero 77 uscì fuori si sentirono degli spari; da quello capii che era tutto finito”.

Ma cosa era accaduto? In verità “Harry” era risultato 30 piedi più corto di quanto si pensava e pertanto la sua uscita si trovava troppo vicino al recinto del campo. Era così successo che una guardia (momentaneamente recatasi nel bosco per un bisogno impellente), aveva notato tutto e dato l’allarme.

A quel punto” - continuava Harrison - “Ho bruciato i miei documenti falsi nella stufa della baracca e gettato alle fiamme anche i miei abiti borghesi. Dei 76 che riuscirono a sbucare fuori dal tunnel solo 3, due norvegesi e un olandese, riuscirono effettivamente a fuggire, gli altri 73 furono tutti catturati”.

Al fine di scoraggiare altre fughe, i nazisti fucilarono circa 50 di questi prigionieri.

Sapevo che ci sarebbero state delle esecuzioni perché i tedeschi ce lo dissero e per un pò ho pensato di essere uno di quei sfortunati commilitoni…fu un periodo di forte stress ansioso”.

Harrison era nato a Glasgow e aveva lavorato come insegnante di Latino presso la “Domoch Academy” nel Sutherland, quando era stato chiamato a prestare servizio nella RAF.

Era stato abbattuto alla sua prima missione, nel novembre del 1942, quando nel tentativo di bombardare navi rifornimento tedesche nel porto olandese di Den Helder il suo Lockeed Ventura era stato colpito dalla Flak. Catturato al momento di toccare terra con il suo paracadute, era arrivato allo Stalag Luft III alla fine di quello stesso mese.

Dopo i fatti della grande fuga, Harrison rimase circa un altro anno in prigionia: “Sono stato liberato dai russi durante la loro avanzata” – disse – “Abbiamo marciato per due giorni e due notti e poi siamo stati caricati su carri ferroviari, attraversando tutta la Germania prima di poter ritornare a casa”.

Una volta libero e ripresosi dagli stenti di tre anni di prigionia, Harrison sposò la sua ex compagna di scuola Jean. “Dopo la guerra, ho lavorato come insegnante di Latino presso l'Accademia di Glasgow e abbiamo vissuto in città fino al 1950”. La famiglia si trasferì poi a Rothesay, sull'isola di Bute, nel 1958, quando Jack Harrison prese l'incarico di Direttore della Pubblica Istruzione per l'area.
Il Maggiore Jim Panton, Direttore Esecutivo dell’ Erskine Hospital ha dichiarato ieri: "E' stato un privilegio ed un onore per Erskine prendersi cura di Jack, negli ultimi due anni. Anche se un uomo molto modesto e riservato, sentiremo molto la sua mancanza

 

 

 

released and webmastering by M@rcoweb®2008 - all rights reserved