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Alla
fine si è arreso all’unico “nemico” contro il quale non poteva fare
nulla: il tempo. Jack Harrison, l'ultimo di coloro che parteciparono
alla “Grande Fuga” se n’è andato serenamente all’età di 97 anni,
esattamente 66 anni dopo quella notte oscura nella quale lui stesso con
il fiato sospeso passò furtivo sotto la rete di recinzione dello Stalag
Luft III.
Molti anni dopo la guerra,
nel 1963, l’ex pilota della RAF e i suoi ingegnosi e coraggiosi compagni
di prigionia sarebbero stati resi immortali dal celebre film “La Grande
Fuga”, interpretato da Richard Attenborough e Steve Mc Queen e divenuto
un “Cult” nel panorama della filmografia di guerra di quella
generazione.
Per lui tutta quella grande
avventura era rimasta solo un tragico ricordo di guerra, essendo tornato
dopo il conflitto alla sua vita normale di marito, padre e insegnante. E
normalmente ha vissuto dal 1945 fino a oggi, trascorrendo gli ultimi due
anni e mezzo nell’Ospedale dei Veterani a Erskine, nel Renfrewshire.
Queste sono le parole del
comunicato ufficiale: “E’ con grande tristezza che annunciamo la
scomparsa del Veterano di guerra Jack Harrison, ricordato per essere
stato una delle figure che ha ispirato il film La Grande Fuga. L’ultimo
superstite di quella epica impresa è spirato con i figli Chris e Jane al
suo fianco”.
Il successo del film basato
sulla sua vicenda aveva proiettato l’insegnante di Latino al rango di
Eroe, ma per la sua famiglia era rimasto solo “Papà”.
In una dichiarazione
congiunta, i suoi figli hanno infatti dichiarato che “Per gli altri,
papà era considerato un eroe di guerra, ma per noi era molto di più. Era
un uomo di famiglia prima di tutto, frequentava la chiesa, continuava a
studiare ed era un atleta. A 70 anni ancora partecipava alle gare di
maratona per raccogliere fondi di beneficenza. E’ stato un padre ed un
nonno premuroso. Siamo e rimarremo in debito con Erskine per le cure e
le attenzioni che abbiamo ricevuto negli ultimi due anni e mezzo.”
Nel corso della sua lunga
vita Harrison ha sempre minimizzato il suo ruolo nel tentativo di fuga
dal Luftwaffe Stammlager III, sito a Sagan (oggi è in Polonia); ma tutti
sapevano che non era così…Harrison aveva in realtà giocato un ruolo
chiave nell’impresa assieme a Roger Bushell (interpretato nel film
dall’attore Richard Attenborough). Quest’ultimo fu la mente dell’impresa
e l’ideatore del progetto di scavare dall’aprile del 1943 tre tunnel
chiamati in codice “Tom”, “Dick” e “Harry”.
Il piano era quello di
arrivare fino a una profondità di 30 piedi per poi dirigersi su tre
direzioni diverse fuori dal perimetro del campo, oltre il bosco attiguo.
Il campo Stalag Luft III si
trovava a circa 200 km da Berlino ed era una struttura massiccia. Al suo
apice “ospitava” circa 10.000 prigionieri di guerra, in gran parte
equipaggi di velivoli Alleati abbattuti.
La pianificazione della
“Grande Fuga” prevedeva successivamente che gli evasi si sarebbero
travestiti da civili e fossero fuggiti in tre diverse direzioni,
rispettivamente un gruppo a piedi e gli altri due utilizzando il treno.
In un’intervista al “Daily
Mail” scozzese del 2008, Harrison dichiarò che “I tedeschi avevano
scoperto altri tunnel nei campi di prigionia vicini al nostro, così
dovemmo fare moltissima attenzione durante i lavori, perché si correva
il rischio di venir fucilati" (cosa che accadde effettivamente a
molti dei suoi compagni – La Gestapo e la Polizia riacciuffarono
moltissimi evasi nei giorni successivi alla fuga e ne passarono per le
armi circa una cinquantina ).
Tuttavia nessuna minaccia di
nuova cattura o di morte avrebbe convinto gli aviatori a rinunciare al
loro temerario piano di fuga, che prevedeva addirittura la “creazione”
di falsi documenti e vestiti civili (ma ci pensate? In un campo di
prigionia!).
Durante i lavori, i tunnel
chiamati “Tom” e “Dick” dovettero essere abbandonati in quanto erano
sorte nel frattempo delle difficoltà, mentre tutti gli sforzi si
concentrarono su “Harry”.
I residui derivanti dagli
scavi furono ingegnosamente mascherati tra le immondizie e smaltite
nello stesso campo dai prigionieri. Secondo il piano, la fuga doveva
verificarsi la notte del 24 marzo 1944 e avrebbe dovuto riguardare 200
prigionieri, ad ognuno dei quali era stato assegnato un numero (Harrison
era il numero 96 ed aveva documenti falsi che attestavano fosse un
ingegnere civile).
"Al momento convenuto, i
prigionieri hanno iniziato a sgattaiolare fuori, ma appena il
prigioniero numero 77 uscì fuori si sentirono degli spari; da quello
capii che era tutto finito”.
Ma cosa era accaduto? In
verità “Harry” era risultato 30 piedi più corto di quanto si pensava e
pertanto la sua uscita si trovava troppo vicino al recinto del campo.
Era così successo che una guardia (momentaneamente recatasi nel bosco
per un bisogno impellente), aveva notato tutto e dato l’allarme.
“A quel punto” -
continuava Harrison - “Ho bruciato i miei documenti falsi nella stufa
della baracca e gettato alle fiamme anche i miei abiti borghesi. Dei 76
che riuscirono a sbucare fuori dal tunnel solo 3, due norvegesi e un
olandese, riuscirono effettivamente a fuggire, gli altri 73 furono tutti
catturati”.
Al fine di scoraggiare altre
fughe, i nazisti fucilarono circa 50 di questi prigionieri.
“Sapevo che ci sarebbero
state delle esecuzioni perché i tedeschi ce lo dissero e per un pò ho
pensato di essere uno di quei sfortunati commilitoni…fu un periodo di
forte stress ansioso”.
Harrison era nato a Glasgow
e aveva lavorato come insegnante di Latino presso la “Domoch Academy”
nel Sutherland, quando era stato chiamato a prestare servizio nella RAF.
Era stato abbattuto alla sua
prima missione, nel novembre del 1942, quando nel tentativo di
bombardare navi rifornimento tedesche nel porto olandese di Den Helder
il suo Lockeed Ventura era stato colpito dalla Flak. Catturato al
momento di toccare terra con il suo paracadute, era arrivato allo Stalag
Luft III alla fine di quello stesso mese.
Dopo i fatti della grande
fuga, Harrison rimase circa un altro anno in prigionia: “Sono stato
liberato dai russi durante la loro avanzata” – disse – “Abbiamo
marciato per due giorni e due notti e poi siamo stati caricati su carri
ferroviari, attraversando tutta la Germania prima di poter ritornare a
casa”.
Una volta libero e ripresosi
dagli stenti di tre anni di prigionia, Harrison sposò la sua ex compagna
di scuola Jean. “Dopo la guerra, ho lavorato come insegnante di
Latino presso l'Accademia di Glasgow e abbiamo vissuto in città fino al
1950”. La famiglia si trasferì poi a Rothesay, sull'isola di Bute,
nel 1958, quando Jack Harrison prese l'incarico di Direttore della
Pubblica Istruzione per l'area.
Il Maggiore Jim Panton, Direttore Esecutivo dell’ Erskine Hospital ha
dichiarato ieri: "E' stato un privilegio ed un onore per Erskine
prendersi cura di Jack, negli ultimi due anni. Anche se un uomo molto
modesto e riservato, sentiremo molto la sua mancanza” |