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Tra
gli Anni Trenta e Quaranta risiedevo in Belgio con la mia
famiglia. Mio padre, giornalista e antifascista, era stato
costretto ad abbandonare l’Italia perché inviso al regime
mussoliniano. Per i non allineati vivere nel nostro Paese non
era facile.
A Bruxelles, dove mi
laureai in architettura, rimasi tre anni, dal 1937 al 1940.
Anche lì, però, la
situazione peggiorava di giorno in giorno. Dovemmo così fuggire
anche da quel Paese schiacciato dall’invasione tedesca e ci
trasferimmo a Londra. Fu un continuo peregrinare, per noi e per
altre famiglie, in una Europa dilaniata dai combattimenti. Si
avvertiva, certo, la nostalgia di casa, ma non c’era nulla da
fare.
Il 25 dicembre 1940 mi arruolai nell’esercito britannico e fui
inquadrato nel contingente pionieri. Più tardi passai al Genio.
Il periodo cruciale della guerra arrivò sul finire del 1943 e
noi soldati ricevemmo l’ordine di stare in continua all’erta.
Si sapeva che il
Comando supremo alleato stava mettendo a punto le strategie
necessarie per porre fine alla tragedia bellica e ben chiaro
avevamo il compito da svolgere: la distruzione delle postazioni
di difesa tedesche in Normandia, che avrebbe poi permesso
all’esercito alleato di proseguire l’avanzata nella risolutiva
campagna terrestre nel cuore dell’Europa.
I nostri reparti
cominciarono i preparativi per lo sbarco sulle coste di Francia,
senza peraltro conoscere la data dell’invasione. Per giorni e
giorni fummo tenuti sotto pressione per organizzare l’operazione
nei minimi dettagli.
Ci imbarcavamo e
tornavamo a terra, ripetendo sempre le stesse cose e simulando
gli i interventi che poi avremmo dovuto realmente compiere.
Arrivò il mese di
giugno del 1944, il momento decisivo. Giunse dal Comando supremo
alleato l’ordine di muoverci. Tutto iniziò dopo la mezzanotte
del 5 giugno con il lancio di paracadutisti a Pegasus Bridge, a
Sainte-Mère-Eglise e in altre zone. In direzione dell’area
assegnata al mio reparto, tre divisioni di circa trentamila
uomini furono le prime a partire. Io ero con loro.
Rimanemmo per tre
giorni su un mare tempestoso che provocò anche numerose perdite
fra i soldati, precipitati dai mezzi anfibi.
Risultò molto
complicato avanzare. In quelle ore provai sensazioni che non è
facile descrivere. Da qualunque parte guardassi vedevo più navi
che acqua. Una cosa impressionante.
All’alba del 6
giugno, il "Giorno più lungo" di quella imponente operazione
militare, puntammo su Courselles sur Mer, 25 chilometri a sud di
Caen. Io ero con la divisione britannico-canadese, proprio al
centro dello schieramento. Il fronte di sbarco si allungava per
un centinaio di chilometri, con una profondità di 15. Mettemmo
piede sulla spiaggia verso le 6 del pomeriggio, ma altri reparti
sbarcarono prima di noi, alle 6 del mattino del 6 giugno. Fummo
accolti da un violento bombardamento.
Le nostre perdite
furono gravissime.
Il Genio ebbe la
peggio (quasi il 70 per cento dei morti) ma non furono tanto le
bombe a decimare le nostre file quanto le mine disseminate sulla
spiaggia. Si avanzava con molta circospezione, ma i rilevatori
di cui eravamo dotati non ci furono di grande aiuto perché i
tedeschi avevano collocato sotto la sabbia mine di legno e non
di metallo.
Il nostro compito
era di aprire varchi alle truppe che ci seguivano. Per due
giorni non vedemmo anima viva a Courselles sur Mer: la gente del
paese era scappata nei rifugi. Solo al terzo giorno uscirono
tutti allo scoperto e si riuscì a stabilire un contatto con la
popolazione del luogo. Attendemmo i rifornimenti per altri dieci
giorni, quindi cominciammo ad avanzare nell’interno.
Fummo tra i primi ad
attraversare la Senna, dopo la sconfitta tedesca in Normandia.
Il bilancio era stato pesante per i tedeschi: perdite enormi tra
morti, feriti e prigionieri.
Le settimane
correvano, ma la campagna terrestre sembrava non cessare mai. A
tappe forzate arrivammo in Belgio, a Bruges. Anche lì ci furono
scontri cruenti. Poi avanzammo ancora, raggiungemmo Maastricht,
in Olanda, e successivamente Eindhoven.
Per un lungo periodo, durante la disperata controffensiva
tedesca, rimanemmo isolati. Si riuscì, comunque, a venir fuori
da questa situazione e continuammo ad avanzare. I mesi, intanto,
trascorrevano tra una infinità di problemi da dover
fronteggiare.
Arrivammo in
Germania, sul Reno.
Era trascorso quasi
un anno dallo Sbarco in Normandia quando misi piede nella città
di Uelzen, nella bassa Sassonia. Le sorti della guerra stavano
sempre più volgendo a favore dell’esercito alleato. In seguito,
con altri commilitoni, fui inviato in India in previsione di un
possibile dirottamento in Giappone, che però non mi coinvolse.
E proprio in India fui congedato il 9 giugno 1946. Tornai in
Inghilterra e poi in Italia e, finalmente, a Macerata. |