mail me

archivio

home

 

Un Italiano in Normandia

Da un articolo di Mario Battistini, apparso su vari quotidiani, la storia di Ferruccio Giglio, un italiano che partecipò al D-Day nelle file dell'esercito britannico.

 

 

 

 

 

 

 

Tra gli Anni Trenta e Quaranta risiedevo in Belgio con la mia famiglia. Mio padre, giornalista e antifascista, era stato costretto ad abbandonare l’Italia perché inviso al regime mussoliniano. Per i non allineati vivere nel nostro Paese non era facile.

A Bruxelles, dove mi laureai in architettura, rimasi tre anni, dal 1937 al 1940.

Anche lì, però, la situazione peggiorava di giorno in giorno. Dovemmo così fuggire anche da quel Paese schiacciato dall’invasione tedesca e ci trasferimmo a Londra. Fu un continuo peregrinare, per noi e per altre famiglie, in una Europa dilaniata dai combattimenti. Si avvertiva, certo, la nostalgia di casa, ma non c’era nulla da fare.
Il 25 dicembre 1940 mi arruolai nell’esercito britannico e fui inquadrato nel contingente pionieri. Più tardi passai al Genio. Il periodo cruciale della guerra arrivò sul finire del 1943 e noi soldati ricevemmo l’ordine di stare in continua all’erta.

Si sapeva che il Comando supremo alleato stava mettendo a punto le strategie necessarie per porre fine alla tragedia bellica e ben chiaro avevamo il compito da svolgere: la distruzione delle postazioni di difesa tedesche in Normandia, che avrebbe poi permesso all’esercito alleato di proseguire l’avanzata nella risolutiva campagna terrestre nel cuore dell’Europa.

I nostri reparti cominciarono i preparativi per lo sbarco sulle coste di Francia, senza peraltro conoscere la data dell’invasione. Per giorni e giorni fummo tenuti sotto pressione per organizzare l’operazione nei minimi dettagli.

Ci imbarcavamo e tornavamo a terra, ripetendo sempre le stesse cose e simulando gli i interventi che poi avremmo dovuto realmente compiere.

Arrivò il mese di giugno del 1944, il momento decisivo. Giunse dal Comando supremo alleato l’ordine di muoverci. Tutto iniziò dopo la mezzanotte del 5 giugno con il lancio di paracadutisti a Pegasus Bridge, a Sainte-Mère-Eglise e in altre zone. In direzione dell’area assegnata al mio reparto, tre divisioni di circa trentamila uomini furono le prime a partire. Io ero con loro.

Rimanemmo per tre giorni su un mare tempestoso che provocò anche numerose perdite fra i soldati, precipitati dai mezzi anfibi.

Risultò molto complicato avanzare. In quelle ore provai sensazioni che non è facile descrivere. Da qualunque parte guardassi vedevo più navi che acqua. Una cosa impressionante.

All’alba del 6 giugno, il "Giorno più lungo" di quella imponente operazione militare, puntammo su Courselles sur Mer, 25 chilometri a sud di Caen. Io ero con la divisione britannico-canadese, proprio al centro dello schieramento. Il fronte di sbarco si allungava per un centinaio di chilometri, con una profondità di 15. Mettemmo piede sulla spiaggia verso le 6 del pomeriggio, ma altri reparti sbarcarono prima di noi, alle 6 del mattino del 6 giugno. Fummo accolti da un violento bombardamento.

Le nostre perdite furono gravissime.

Il Genio ebbe la peggio (quasi il 70 per cento dei morti) ma non furono tanto le bombe a decimare le nostre file quanto le mine disseminate sulla spiaggia. Si avanzava con molta circospezione, ma i rilevatori di cui eravamo dotati non ci furono di grande aiuto perché i tedeschi avevano collocato sotto la sabbia mine di legno e non di metallo.

Il nostro compito era di aprire varchi alle truppe che ci seguivano. Per due giorni non vedemmo anima viva a Courselles sur Mer: la gente del paese era scappata nei rifugi. Solo al terzo giorno uscirono tutti allo scoperto e si riuscì a stabilire un contatto con la popolazione del luogo. Attendemmo i rifornimenti per altri dieci giorni, quindi cominciammo ad avanzare nell’interno.

Fummo tra i primi ad attraversare la Senna, dopo la sconfitta tedesca in Normandia. Il bilancio era stato pesante per i tedeschi: perdite enormi tra morti, feriti e prigionieri.

Le settimane correvano, ma la campagna terrestre sembrava non cessare mai. A tappe forzate arrivammo in Belgio, a Bruges. Anche lì ci furono scontri cruenti. Poi avanzammo ancora, raggiungemmo Maastricht, in Olanda, e successivamente Eindhoven.
Per un lungo periodo, durante la disperata controffensiva tedesca, rimanemmo isolati. Si riuscì, comunque, a venir fuori da questa situazione e continuammo ad avanzare. I mesi, intanto, trascorrevano tra una infinità di problemi da dover fronteggiare.

Arrivammo in Germania, sul Reno.

Era trascorso quasi un anno dallo Sbarco in Normandia quando misi piede nella città di Uelzen, nella bassa Sassonia. Le sorti della guerra stavano sempre più volgendo a favore dell’esercito alleato. In seguito, con altri commilitoni, fui inviato in India in previsione di un possibile dirottamento in Giappone, che però non mi coinvolse. E  proprio in India fui congedato il 9 giugno 1946. Tornai in Inghilterra e poi in Italia e, finalmente, a Macerata.

 

 

 

released and webmastering by M@rcoweb®2008 - all rights reserved