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I
francesi combattevano in alta montagna, sul lato destro dello
schieramento d’attacco della V Armata americana, invischiata nella
pianura di Cassino. La loro posizione rispetto alla Linea Gustav era più
interna rispetto a quella dei loro alleati a valle; a sinistra c’era
infatti la bassa valle del Rapido e il costone di Montecassino, mentre
di fronte avevano il picco del monte Cifalco.
Il comandante del Corpo di
Spedizione francese, generale Alphonse Juin, aveva un’idea tutta sua su
come scardinare il potente dispositivo difensivo tedesco. Secondo lui
occorreva evitare del tutto i massicci attacchi frontali nella piana di
Cassino, perché senza spazio e possibilità di manovrare con i mezzi
corazzati questi si sarebbero risolti in uno sperpero di vite umane.
Bisognava invece aggirare la
Gustav passando dietro il monte Cifalco e più specificatamente
attaccando la cittadina di Atina, importante centro di comunicazioni
tedesco a una quindicina di chilometri da Cassino. Da qui i francesi
avrebbero potuto “tagliare” la vallata e sbucare alle spalle dei nemici,
nella pianura, provocando la caduta naturale di tutti i loro baluardi
difensivi.
Juin sapeva bene che quello
montano era il punto più debole dello schieramento nemico, orientato
principalmente alla difesa della valle del Liri, ed era proprio in
questo settore che voleva colpire le truppe di von Senger. Il generale
francese possedeva anche gli uomini adatti per compiere questa missione:
i soldati marocchini, tunisini e algerini che componevano il grosso
delle sue divisioni.
Erano uomini abituati alla
montagna, con uno spirito di sacrificio e una resistenza invidiabili per
la maggior parte degli altri combattenti. Amavano agire prevalentemente
di notte, usando i soli coltelli e trattavano duramente sia i civili
italiani, sia i militari tedeschi che cadevano nelle loro mani. Nel
periodo in cui furono schierati sulla Linea d’Inverno si guadagnarono la
fama di soldati spietati, abili e temerari.
Clark non vedeva invece di
buon occhio uno sviluppo della guerra esclusivamente tra i monti, specie
dopo le alte perdite delle sue truppe sulla Linea d’Inverno; approvò
quindi solo un piano di attacco limitato che scattò il 21 gennaio,
quando il disastro della 36ª sul Rapido iniziava già a delinearsi in
tutta la sua tragicità.
L’attacco progredì
abbastanza rapidamente, tanto che nei primi giorni i francesi si
assicurarono già i loro primi obiettivi ai piedi del monte Cifalco,
sulla cui cima era uno dei più importanti osservatori tedeschi.
Da qui i soldati di von
Senger potevano spaziare con lo sguardo su tutta la vallata del Rapido,
su Cassino e sull’imbocco della valle del Liri, guidando i tiri
dell’artiglieria con precisione micidiale.
Ora che le truppe di Juin
avevano posto le basi per attaccarla, la posizione era però notevolmente
in pericolo. In loro aiuto giunse, paradossalmente, proprio una
decisione del generale Clark, il quale preoccupato di come le cose
stavano andando sul Rapido e al fine di dare una mano al suo VI Corpo
sbarcato ad Anzio, pianificò un nuovo attacco mirato a distogliere il
nemico da questi due settori.
Il piano di Clark, che
ancora una volta respinse l’invito di Juin a tentare una penetrazione
attraverso le montagne, teneva conto del fatto che la posizione del
massiccio di Montecassino si allungava verso nord per otto chilometri,
fino a lambire la base di monte Cairo (1.669 mt.), passando per il monte
Castellone (771 mt.).
Se si fosse riusciti a
tagliare il costone in prossimità di quest’ultimo, si poteva
successivamente piegare verso il colle dell’Abbazia e prendere in
trappola i tedeschi che lo difendevano, quindi entrare in possesso della
posizione dominante sulla vallata sottostante e rendere insicure le
difese germaniche giù, nella città.
Le truppe che dovevano
compiere questa azione erano proprio quelle francesi, che si sarebbero
occupate del colle Abate e del colle Belvedere, supportate dalla 34ª
divisione americana “Red Bull”, il cui obiettivo era invece il monte
Castellone.
Juin non era affatto
contento del nuovo piano: non solo doveva abbandonare una volta di più
l’idea di un attacco in montagna, ma addirittura compiere proprio ciò
che con forza voleva evitare, un attacco frontale contro posizioni
munitissime.
Il 24 gennaio comunque
l’azione iniziò con il guado del Rio Secco da parte del 4° reggimento
fanteria tunisino e proseguì con la scalata alla montagna.
Ma a quel punto i tedeschi
si accorsero della mossa e iniziarono un violento fuoco sui soldati di
colore che lentamente risalivano le pendici.
Gli eventi di quei quattro
giorni di guerra sono difficili da raccontare a parole: parlano i
resoconti, i quali affermano che la lotta fu durissima e accanita, al
limite del massacro e che alla fine i francesi riuscirono a prendere sia
il colle Belvedere, sia colle Abate, ma non a spingersi oltre.
Essi infatti avevano ora i
tedeschi alle spalle e tutto intorno, per cui non potevano più avanzare,
mantenendo a malapena le quote appena conquistate.
GLI AMERICANI CI
RIPROVANO
A differenza del suo corso
vicino a S.Angelo, il fiume Rapido a nord di Cassino poteva essere
passato a guado, ma i tedeschi avevano fatto saltare gli argini
inondando la valle e trasformandola così in una palude.
Sulla sponda opposta del
fiume c’erano campi di mine, casematte, trincee e la muraglia delle
montagne che va dalla cima ricoperta di neve di monte Cairo fino a
Montecassino, dietro la città.
Il compito della 34ª
divisione americana era di sfondare sul Rapido, conquistare le colline e
le montagne che si ergono subito dietro, quindi convergere rapidamente
sulla loro sinistra nel tentativo di espugnare Montecassino dal nord e
interrompere la Casilina nella valle del Liri, a ovest della città.
I primi obiettivi erano la
collina 213, a sud del villaggio Caira e una grande caserma italiana, le
cui fondamenta si possono ancora oggi vedere ai piedi della montagna.
Il 133° reggimento della 34ª
divisione doveva conquistare questi obiettivi, mentre il 168° reggimento
aveva il compito di prendere monte Castellone (771 metri), Colle S.
Angelo e Masseria Albaneta, situati tra monte Cairo e Montecassino.
Il 3° reggimento, il 135°,
avrebbe attaccato verso sud, parallelamente al Rapido, per occupare la
città di Cassino.
L’attacco americano venne
sferrato assieme a quello francese, la notte del 24 gennaio.
A mezzanotte del 25, il 133°
reggimento riuscì a stabilire una piccola testa di ponte al di là del
fiume dopo aver sofferto ingenti perdite; la stessa notte una compagnia
del 135° reggimento raggiunse i sobborghi settentrionali di Cassino, ma
fu presto respinta.
La mattina del 27, il I e il
III battaglione del 168° reggimento, sostenuti dal un battaglione
corazzato, lanciarono un attacco sul fiume, 1.000 metri a nord dal punto
di attraversamento del 133° reggimento.
Soltanto quattro carri
armati riuscirono ad attraversarlo e a mezzogiorno erano già stati
distrutti. Tuttavia essi avevano avuto il tempo di aprire un varco
attraverso i campi minati e il filo spinato, così durante la notte del
29-30 gennaio, le quote 56 e 213 vennero conquistate.
I contrattacchi tedeschi del
giorno seguente furono respinti e il 31 venne occupato il villaggio di
Caira, unitamente al posto comando del 131° reggimento granatieri
tedesco.
Ora il compito della 34ª
divisione era quello di avanzare lungo i nudi fianchi della montagna,
convergere a sinistra e attaccare l’Abbazia, la strada n.6 e la valle
del Liri lungo le cime delle montagne.
Nelle prime ore del 1°
febbraio, in mezzo a una fitta nebbia, il 135° reggimento attaccò sulle
montagne di Cassino, occupando monte Castellone e colle Maiola (481
metri). L’avanzata continuò lentamente e, nonostante le gravi perdite,
la sera del 3 febbraio il II battaglione del 135° reggimento e il III
del 168° erano a soli 2.300 metri a nord della Strada n. 6.
Il 4 febbraio, prima di
ritirarsi sulla Quota 706 a sud di Castellone, il 135° reggimento
riprese Colle S.Angelo.
Al centro, il II battaglione
avanzò fino a 500 metri dalla Quota 593, la quota più alta lungo un
crinale chiamato “Testa di Serpe” tra Masseria Albaneta e Montecassino.
Alla loro sinistra il I
battaglione riuscì a conquistare un piccolo tratto di terreno sulla
Quota 445, a poco più di 400 metri nord-ovest dall’Abbazia. Si
verificarono qui violenti e disperati combattimenti durante quasi tutta
la giornata. Il 5 febbraio apparve impossibile agli americani continuare
la loro lenta avanzata e ciò nonostante che un plotone del I battaglione
fosse riuscito a raggiungere la parete settentrionale del Monastero,
catturando in una grotta attigua circa quattordici prigionieri.
Il I e il III battaglione
del 168° reggimento si riunirono vicino a Quota 445 per lanciare un
attacco contro Montecassino, ma uno schiacciante fuoco di mitragliatrici
proveniente dalla zona di Quota 593 inchiodò le due compagnie che si
videro poi costrette a ritirarsi. Il 6 febbraio un battaglione del 135°
reggimento di fanteria avanzò ancora verso Quota 593, riuscendo dopo una
giornata di estenuanti combattimenti a occupare, anche se in modo
precario, il pendio settentrionale.
Nella sottostante valle del
fiume Rapido, il III battaglione del 133° reggimento che aveva occupato
la caserma, avanzò verso Cassino sostenuto da due plotoni di carri
armati del DCCLX battaglione corazzato.
Carri armati e fanteria con
l’aiuto di cortine fumogene penetrarono nella parte settentrionale della
città ma durante la notte, dopo un deciso contrattacco tedesco,
dovettero ripiegare di circa 1.000 metri.
Il giorno seguente gli
americani conquistarono la Quota 175, al di là del burrone della Rocca
Janula e espugnarono anche la Collina del Castello (poi abbandonata in
seguito ad un violento contrattacco).
Il fuoco dell’artiglieria
d’altra parte non era riuscito a smantellare i capisaldi in calcestruzzo
e acciaio dei tedeschi a Cassino (un gruppo di artiglieria da campo
americano con obici da 105 mm, sparò quasi 4.500 colpi in un solo
giorno).
Tra la fine di gennaio e
l’inizio di febbraio su ambedue i fronti arrivarono dei rinforzi.
La 44ª e la 71ª divisione di
fanteria tedesche, che erano state già rinforzate con un battaglione del
3° reggimento paracadutisti, vennero ulteriormente potenziate con
quattro battaglioni della 90ª divisione panzergrenadieren.
La 2ª divisione neozelandese
e la 4ª indiana furono trasferite dall’VIII alla V Armata, formando il
Corpo d’Armata neozelandese; la prima diede il cambio agli americani sul
Rapido, mentre la seconda si dispose per rilevare gli americani sul
settore del Castellone.
Nella prima settimana di
febbraio si compì inoltre un ulteriore tentativo di prendere
Montecassino. Il 135° reggimento americano attaccò prima della
mezzanotte del 7 febbraio, tentando di occupare Masseria Albaneta per
proteggere il 168° reggimento che aveva invece come obiettivo il colle
del Monastero; il I e il III battaglione del 168° reggimento attaccarono
alle 04:00 del mattino dell’8 febbraio, ma furono ricacciati nella zona
delle Quote 444 e 445. Il 135° reggimento conquistò parte del terreno
perduto sul versante settentrionale di Quota 593, ma i tedeschi
continuarono la furibonda controffensiva per tutto il 9 e il 10
febbraio.
Frattanto a Cassino i tre
battaglioni del 133° reggimento erano impegnati in furiosi
combattimenti; si riuscì ad avanzare verso Quota 165, proprio sopra la
curva attuale della Collina del Castello e a conquistare altri edifici
in rovina con l’aiuto di mortai e carri armati.
Gli americani compirono un
ultimo sforzo per superare le montagne e irrompere nella valle del Liri
l’11 febbraio. Sotto una fitta pioggia, i fanti si lanciarono
all’assalto per conquistare Masseria Albaneta, Quota 593 e la vicina
Quota 374.
Il 141° e 142° reggimento
non riuscirono però a raggiungere i loro obiettivi. Quest’ultimo
reggimento tentò di neutralizzare il caposaldo tedesco nelle vicinanze
della fattoria, ma il fuoco avversario gli inflisse perdite
elevatissime, tanto che quando calò la notte i due battaglioni americani
contavano in tutto 22 ufficiali e 160 soldati. Nelle prime ore del 12
febbraio la 36ª divisione subì poi due violenti contrattacchi tedeschi
su monte Castellone e su Quota 706, respinti ambedue con difficoltà.
Il II Corpo americano era
ormai stremato e durante la notte dal 12 al 13 febbraio la VII brigata
della 4ª divisione indiana lo rilevò dalle sue posizioni.
Terminò così la prima
battaglia di Cassino.
Gli americani erano quasi
riusciti nei loro tentativi coraggiosi e avevano pagato un alto prezzo;
stessa cosa valeva per i britannici sul Garigliano.
Nel solo
mese di gennaio, la 34ª divisione americana aveva subìto 2.066 perdite e
la 36ª divisione 2.255; per il periodo 17-31 gennaio il Corpo britannico
ne patì 4.152. |