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Prima battaglia di Cassino: Fase 2

Mentre il disastro sul Rapido (Gari) iniziava a delinearsi in tutta la sua tragicità, gli Alleati tentano una spallata limitata sul versante opposto della città di Cassino.

 

 

 

 

Il generale Alphonse Juin (al centro), comandante del Corpo di Spedizione francese in Italia.
Fu probabilmente l’unico militare alleato con le idee chiare su come attaccare e superare la Linea Gustav, ma i suoi consigli furono regolarmente ignorati fino al maggio del 1944, quando gli fu data via libera attraverso gli Aurunci.

 

Un "Coloniale" del Corpo di Spedizione francese in Italia (C.E.F.).

 


Truppe regolari francesi del C.E.F.

 

Alcuni ricoveri tedeschi ancora oggi esistenti sulle quote a est di Cassino

 

La strada Cassino-Caira nel punto in cui passa accanto a quelle che un tempo erano chiamate "Le Caserme" (o "Barracks" nella terminologia anglosassone)

 

Un soldato americano all'interno delle "Caserme" appena conquistate nell'avvicinamento a Cassino.

 

Militare della 34ª divisione di fanteria USA "Red Bull"

scruta le posizioni collinari tedesche su Montecassino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricovero tedesco alla base rocciosa dell'Abbazia. La foto è stata scattata negli anni '90. Oggi questa e altri rifugi come questi sono murati e chiusi per ragioni di sicurezza.

 

Ancora oggi le testimonianze di quei terribili giorni di combattimento sono facilmente visibili sulle creste attorno a Montecassino.

I francesi combattevano in alta montagna, sul lato destro dello schieramento d’attacco della V Armata americana, invischiata nella pianura di Cassino. La loro posizione rispetto alla Linea Gustav era più interna rispetto a quella dei loro alleati a valle; a sinistra c’era infatti la bassa valle del Rapido e il costone di Montecassino, mentre di fronte avevano il picco del monte Cifalco.

Il comandante del Corpo di Spedizione francese, generale Alphonse Juin, aveva un’idea tutta sua su come scardinare il potente dispositivo difensivo tedesco. Secondo lui occorreva evitare del tutto i massicci attacchi frontali nella piana di Cassino, perché senza spazio e possibilità di manovrare con i mezzi corazzati questi si sarebbero risolti in uno sperpero di vite umane.

Bisognava invece aggirare la Gustav passando dietro il monte Cifalco e più specificatamente attaccando la cittadina di Atina, importante centro di comunicazioni tedesco a una quindicina di chilometri da Cassino. Da qui i francesi avrebbero potuto “tagliare” la vallata e sbucare alle spalle dei nemici, nella pianura, provocando la caduta naturale di tutti i loro baluardi difensivi.

Juin sapeva bene che quello montano era il punto più debole dello schieramento nemico, orientato principalmente alla difesa della valle del Liri, ed era proprio in questo settore che voleva colpire le truppe di von Senger. Il generale francese possedeva anche gli uomini adatti per compiere questa missione: i soldati marocchini, tunisini e algerini che componevano il grosso delle sue divisioni.

Erano uomini abituati alla montagna, con uno spirito di sacrificio e una resistenza invidiabili per la maggior parte degli altri combattenti. Amavano agire prevalentemente di notte, usando i soli coltelli e trattavano duramente sia i civili italiani, sia i militari tedeschi che cadevano nelle loro mani. Nel periodo in cui furono schierati sulla Linea d’Inverno si guadagnarono la fama di soldati spietati, abili e temerari.

Clark non vedeva invece di buon occhio uno sviluppo della guerra esclusivamente tra i monti, specie dopo le alte perdite delle sue truppe sulla Linea d’Inverno; approvò quindi solo un piano di attacco limitato che scattò il 21 gennaio, quando il disastro della 36ª sul Rapido iniziava già a delinearsi in tutta la sua tragicità.

L’attacco progredì abbastanza rapidamente, tanto che nei primi giorni i francesi si assicurarono già i loro primi obiettivi ai piedi del monte Cifalco, sulla cui cima era uno dei più importanti osservatori tedeschi.

Da qui i soldati di von Senger potevano spaziare con lo sguardo su tutta la vallata del Rapido, su Cassino e sull’imbocco della valle del Liri, guidando i tiri dell’artiglieria con precisione micidiale.

Ora che le truppe di Juin avevano posto le basi per attaccarla, la posizione era però notevolmente in pericolo. In loro aiuto giunse, paradossalmente, proprio una decisione del generale Clark, il quale preoccupato di come le cose stavano andando sul Rapido e al fine di dare una mano al suo VI Corpo sbarcato ad Anzio, pianificò un nuovo attacco mirato a distogliere il nemico da questi due settori.

Il piano di Clark, che ancora una volta respinse l’invito di Juin a tentare una penetrazione attraverso le montagne, teneva conto del fatto che la posizione del massiccio di Montecassino si allungava verso nord per otto chilometri, fino a lambire la base di monte Cairo (1.669 mt.), passando per il monte Castellone (771 mt.).

Se si fosse riusciti a tagliare il costone in prossimità di quest’ultimo, si poteva successivamente piegare verso il colle dell’Abbazia e prendere in trappola i tedeschi che lo difendevano, quindi entrare in possesso della posizione dominante sulla vallata sottostante e rendere insicure le difese germaniche giù, nella città.

Le truppe che dovevano compiere questa azione erano proprio quelle francesi, che si sarebbero occupate del colle Abate e del colle Belvedere, supportate dalla 34ª divisione americana “Red Bull”, il cui obiettivo era invece il monte Castellone.

Juin non era affatto contento del nuovo piano: non solo doveva abbandonare una volta di più l’idea di un attacco in montagna, ma addirittura compiere proprio ciò che con forza voleva evitare, un attacco frontale contro posizioni munitissime.

Il 24 gennaio comunque l’azione iniziò con il guado del Rio Secco da parte del 4° reggimento fanteria tunisino e proseguì con la scalata alla montagna.

Ma a quel punto i tedeschi si accorsero della mossa e iniziarono un violento fuoco sui soldati di colore che lentamente risalivano le pendici.

Gli eventi di quei quattro giorni di guerra sono difficili da raccontare a parole: parlano i resoconti, i quali affermano che la lotta fu durissima e accanita, al limite del massacro e che alla fine i francesi riuscirono a prendere sia il colle Belvedere, sia colle Abate, ma non a spingersi oltre.

Essi infatti avevano ora i tedeschi alle spalle e tutto intorno, per cui non potevano più avanzare, mantenendo a malapena le quote appena conquistate.

 

GLI AMERICANI CI RIPROVANO

A differenza del suo corso vicino a S.Angelo, il fiume Rapido a nord di Cassino poteva essere passato a guado, ma i tedeschi avevano fatto saltare gli argini inondando la valle e trasformandola così in una palude.

Sulla sponda opposta del fiume c’erano campi di mine, casematte, trincee e la muraglia delle montagne che va dalla cima ricoperta di neve di monte Cairo fino a Montecassino, dietro la città.

Il compito della 34ª divisione americana era di sfondare sul Rapido, conquistare le colline e le montagne che si ergono subito dietro, quindi convergere rapidamente sulla loro sinistra nel tentativo di espugnare Montecassino dal nord e interrompere la Casilina nella valle del Liri, a ovest della città.

I primi obiettivi erano la collina 213, a sud del villaggio Caira e una grande caserma italiana, le cui fondamenta si possono ancora oggi vedere ai piedi della montagna.

Il 133° reggimento della 34ª divisione doveva conquistare questi obiettivi, mentre il 168° reggimento aveva il compito di prendere monte Castellone (771 metri), Colle S. Angelo e Masseria Albaneta, situati tra monte Cairo e Montecassino.

Il 3° reggimento, il 135°, avrebbe attaccato verso sud, parallelamente al Rapido, per occupare la città di Cassino.

L’attacco americano venne sferrato assieme a quello francese, la notte del 24 gennaio.

A mezzanotte del 25, il 133° reggimento riuscì a stabilire una piccola testa di ponte al di là del fiume dopo aver sofferto ingenti perdite; la stessa notte una compagnia del 135° reggimento raggiunse i sobborghi settentrionali di Cassino, ma fu presto respinta.

La mattina del 27, il I e il III battaglione del 168° reggimento, sostenuti dal un battaglione corazzato, lanciarono un attacco sul fiume, 1.000 metri a nord dal punto di attraversamento del 133° reggimento.

Soltanto quattro carri armati riuscirono ad attraversarlo e a mezzogiorno erano già stati distrutti. Tuttavia essi avevano avuto il tempo di aprire un varco attraverso i campi minati e il filo spinato, così durante la notte del 29-30 gennaio, le quote 56 e 213 vennero conquistate.

I contrattacchi tedeschi del giorno seguente furono respinti e il 31 venne occupato il villaggio di Caira, unitamente al posto comando del 131° reggimento granatieri tedesco.

Ora il compito della 34ª divisione era quello di avanzare lungo i nudi fianchi della montagna, convergere a sinistra e attaccare l’Abbazia, la strada n.6 e la valle del Liri lungo le cime delle montagne.

Nelle prime ore del 1° febbraio, in mezzo a una fitta nebbia, il 135° reggimento attaccò sulle montagne di Cassino, occupando monte Castellone e colle Maiola (481 metri). L’avanzata continuò lentamente e, nonostante le gravi perdite, la sera del 3 febbraio il II battaglione del 135° reggimento e il III del 168° erano a soli 2.300 metri a nord della Strada n. 6.

Il 4 febbraio, prima di ritirarsi sulla Quota 706 a sud di Castellone, il 135° reggimento riprese Colle S.Angelo.

Al centro, il II battaglione avanzò fino a 500 metri dalla Quota 593, la quota più alta lungo un crinale chiamato “Testa di Serpe” tra Masseria Albaneta e Montecassino.

Alla loro sinistra il I battaglione riuscì a conquistare un piccolo tratto di terreno sulla Quota 445, a poco più di 400 metri nord-ovest dall’Abbazia. Si verificarono qui violenti e disperati combattimenti durante quasi tutta la giornata. Il 5 febbraio apparve impossibile agli americani continuare la loro lenta avanzata e ciò nonostante che un plotone del I battaglione fosse riuscito a raggiungere la parete settentrionale del Monastero, catturando in una grotta attigua circa quattordici prigionieri.

Il I e il III battaglione del 168° reggimento si riunirono vicino a Quota 445 per lanciare un attacco contro Montecassino, ma uno schiacciante fuoco di mitragliatrici proveniente dalla zona di Quota 593 inchiodò le due compagnie che si videro poi costrette a ritirarsi. Il 6 febbraio un battaglione del 135° reggimento di fanteria avanzò ancora verso Quota 593, riuscendo dopo una giornata di estenuanti combattimenti a occupare, anche se in modo precario, il pendio settentrionale.

Nella sottostante valle del fiume Rapido, il III battaglione del 133° reggimento che aveva occupato la caserma, avanzò verso Cassino sostenuto da due plotoni di carri armati del DCCLX battaglione corazzato.

Carri armati e fanteria con l’aiuto di cortine fumogene penetrarono nella parte settentrionale della città ma durante la notte, dopo un deciso contrattacco tedesco, dovettero ripiegare di circa 1.000 metri.

Il giorno seguente gli americani conquistarono la Quota 175, al di là del burrone della Rocca Janula e espugnarono anche la Collina del Castello (poi abbandonata in seguito ad un violento contrattacco).

Il fuoco dell’artiglieria d’altra parte non era riuscito a smantellare i capisaldi in calcestruzzo e acciaio dei tedeschi a Cassino (un gruppo di artiglieria da campo americano con obici da 105 mm, sparò quasi 4.500 colpi in un solo giorno).

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio su ambedue i fronti arrivarono dei rinforzi.

La 44ª e la 71ª divisione di fanteria tedesche, che erano state già rinforzate con un battaglione del 3° reggimento paracadutisti, vennero ulteriormente potenziate con quattro battaglioni della 90ª divisione panzergrenadieren.

La 2ª divisione neozelandese e la 4ª indiana furono trasferite dall’VIII alla V Armata, formando il Corpo d’Armata neozelandese; la prima diede il cambio agli americani sul Rapido, mentre la seconda si dispose per rilevare gli americani sul settore del Castellone.

Nella prima settimana di febbraio si compì inoltre un ulteriore tentativo di prendere Montecassino. Il 135° reggimento americano attaccò prima della mezzanotte del 7 febbraio, tentando di occupare Masseria Albaneta per proteggere il 168° reggimento che aveva invece come obiettivo il colle del Monastero; il I e il III battaglione del 168° reggimento attaccarono alle 04:00 del mattino dell’8 febbraio, ma furono ricacciati nella zona delle Quote 444 e 445. Il 135° reggimento conquistò parte del terreno perduto sul versante settentrionale di Quota 593, ma i tedeschi continuarono la furibonda controffensiva per tutto il 9 e il 10 febbraio.

Frattanto a Cassino i tre battaglioni del 133° reggimento erano impegnati in furiosi combattimenti; si riuscì ad avanzare verso Quota 165, proprio sopra la curva attuale della Collina del Castello e a conquistare altri edifici in rovina con l’aiuto di mortai e carri armati.

Gli americani compirono un ultimo sforzo per superare le montagne e irrompere nella valle del Liri l’11 febbraio. Sotto una fitta pioggia, i fanti si lanciarono all’assalto per conquistare Masseria Albaneta, Quota 593 e la vicina Quota 374.

Il 141° e 142° reggimento non riuscirono però a raggiungere i loro obiettivi. Quest’ultimo reggimento tentò di neutralizzare il caposaldo tedesco nelle vicinanze della fattoria, ma il fuoco avversario gli inflisse perdite elevatissime, tanto che quando calò la notte i due battaglioni americani contavano in tutto 22 ufficiali e 160 soldati. Nelle prime ore del 12 febbraio la 36ª divisione subì poi due violenti contrattacchi tedeschi su monte Castellone e su Quota 706, respinti ambedue con difficoltà.

Il II Corpo americano era ormai stremato e durante la notte dal 12 al 13 febbraio la VII brigata della 4ª divisione indiana lo rilevò dalle sue posizioni.

Terminò così la prima battaglia di Cassino.

Gli americani erano quasi riusciti nei loro tentativi coraggiosi e avevano pagato un alto prezzo; stessa cosa valeva per i britannici sul Garigliano.

Nel solo mese di gennaio, la 34ª divisione americana aveva subìto 2.066 perdite e la 36ª divisione 2.255; per il periodo 17-31 gennaio il Corpo britannico ne patì 4.152.

 

 

 

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