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PROLOGO
Siamo a Sabaudia in
provincia di latina. Nel 2009 sono stati celebrati i 75 anni dalla
fondazione della città e fervono i festeggiamenti e le cerimonie.
Durante uno degli eventi organizzati per tale occasione mi accingo ad
assistere ad una conferenza quando, poco prima del inizio della
manifestazione, mi vengono presentati il Sig. Cicatelli e la sua
Signora.
All’inizio penso che sia uno
dei tanti militari in congedo che desidera scambiare qualche
“chiacchiera” dei tempi passati, ma stavolta mi sbaglio di grosso; il
sig. Cicatelli comincia sì a raccontare, ma la sua storia non è proprio
comune come alle altre. Infatti quando inizia a dire ”Io ero
Sottotenente Artigliere Controaerei a Sabaudia nel 1941” le mie
orecchie cominciavano a drizzarsi.
Poi mentre continuava a
parlare citando ”Ero in Africa Settentrionale...difesa del posto
comando di Rommel…El Alamein…prigioniero degli alleati...poi al seguito
di Patton in Normandia, Francia.. etc….” il racconto è tale che mi
accorgo che intorno si è creata una piccola folla in ascolto.
Subito scatta la domanda di
ulteriori informazioni, alla quale lui candidamente dice: “Oh, ma la
mia storia è tutta raccontata qui” e tira fuori da una busta per la
spesa una gavetta tedesca, sua compagna di avventura, su cui aveva
inciso tutti i suoi dati, le località di combattimento ed altro.
Ma lascio a lui la parola
con le righe scritte di suo pugno con le immagini della gavetta a
corredo.
LA
STORIA
Nel marzo 1941 entravo come
recluta “volontario” nel 1° Reggimento di Artiglieria ippotrainata di
stanza a Pordenone. Già a giugno ero caporale, grado propedeutico per
accedere alla Scuola allievi Ufficiali di Complemento dove entrai il 3
settembre 1941 in quel di Sabaudia (allora Scuola Artiglieria
Controaerei).
Il 16 marzo 1942 fui
nominato Sottotenente e avviato al 4° Reggimento Controaerei di Mantova.
Il 4° all’epoca aveva sede nella Caserma Principe Amedeo. La mia
permanenza a Mantova fu abbastanza breve perché alla fine del luglio
1942 fui prescelto per l’invio in Africa Settentrionale.
Con sole 48 ore di permesso
andai a Roma per salutare la mia famiglia, dotarmi delle divise idonee
(all’epoca gli Ufficiali dovevano provvedere a proprie spese al proprio
vestiario) e rientrare a Verona zona di smistamento. Da Verona in treno
via Lubiana, Belgrado, Zagabria, Skopje, Larissa e Salonicco giunsi ad
Atene. Da lì solo l’8 settembre 1942 decollai (il piroscafo che doveva
imbarcarmi era stato intercettato e affondato) con un SM.79 ed arrivai a
Tobruk.
L’aereo volò quasi a pelo
d’acqua per evitare attacchi aerei nemici. Da Tobruk arrivai a Marsa
Matruh in Egitto e presi servizio al Gruppo Semoventi da 90/53 presso il
locale Comando DICAT (Difesa Controaerei Territoriale), situato nelle
retrovie del fronte di El Alamein. Il compito assegnato era sia a
protezione della località sia alla difesa del bunker del generale Erwin
Rommel.
La permanenza tra Marsa
Matruh ed El Alamein fu breve perché a Novembre, dopo la rottura del
fronte, ci fu ordinato di distruggere i cannoni e di salpare con dei
semplici pescherecci (di norma adibiti al piccolo cabotaggio che
rifornivano di materiali e viveri le truppe).
La navigazione fu lunga ma
alla fine sbarcammo a Tobruk dove, il 21 novembre in qualità di
sbandato, fui assegnato al Gruppo Autonomo Artiglieria Controaerei da
75/46. Con questo Reparto seguii tutti gli spostamenti del fronte
attraverso la Libia sino alle porte di Tripoli dove, con compiti
anticarro, proteggemmo la ritirata delle truppe verso la Tunisia (che
poi anche noi raggiungemmo ai primi di febbraio 1943).
In Tunisia il reparto fu
aggregato alla 164ª divisione tedesca che aveva perso le artiglierie. Ci
attestammo sulla linea difensiva del Mareth. Ritirati poi nel ridotto di
Enfidaville, dove con “alzo zero” sparammo sino all’esaurimento delle
munizioni. Il 13 maggio da Roma venne l’ordine della resa per cui ci
consegnammo alle truppe britanniche della "Black Cat Division" (56ª
divisione di fanteria).
Da prigionieri fummo
trasferiti nei campi prima a Susa ovest, poi Susa nord, Tunisi, Suk el
Kemis e Bona, per poi essere consegnati in qualità di "POW" (Prisoners
Of War) all’esercito americano, che ci spostò prima ad Algeri e poi nel
definitivo campo di Chanzy, a sud di Orano.
Ad Orano rimasi sino al 7
settembre 1943 quando fui imbarcato su un transatlantico diretto negli
Stati Uniti. La mattina dell’8 settembre 1943 mentre la nave si
apprestava a partire, sentimmo gli altoparlanti di bordo fare la
seguente comunicazione: “Pay attention, pay attention please, Italy
Surrender…”
L’armistizio dell’Italia
segnò il nostro ritorno a terra ed il rientro al campo di Chanzy in
attesa di precisazioni sulla nostra posizione. Dopo pochi giorni
ricevemmo la visita del Gen. Castellano (lo stesso della firma
dell’armistizio) il quale, in abiti civili, ci interpellò singolarmente
alla presenza del Comandante americano del campo, per conoscere se
intendevamo optare per il Regno d’Italia o per la Repubblica di Salò.
La nostra preparazione
politica era veramente modesta e molti di noi Ufficiali presenti in quel
campo scegliemmo di mantenere fede al giuramento di fedeltà fatto al Re
e quindi venimmo considerati “Cooperators”. Con tale qualifica fummo
inseriti a pieno titolo nell’esercito USA. Reintegrato nel grado, al
comando di un piccolo drappello di Italiani, fui inserito nella
sussistenza .
La nuova vestizione, con la
divisa dell’esercito americano, distinta da uno scudetto tricolore sul
braccio sinistro e con i gradi della stessa forma di quelli italiani
avvenne in Aversa (CE), che raggiungemmo a bordo dell’Incrociatore
Garibaldi. Poi rientrammo ad orano su una nave Liberty della US Navy.
Solo a Luglio 1944
ripartimmo da Orano con una nave olandese, destinazione Gran Bretagna.
L’8 di agosto 1944 faceva freddo e noi indossavamo ancore le uniformi
del Nord Africa. Rimanemmo a Taunton (sud Inghilterra) sino a gennaio
1945 quando fummo trasferiti in Francia.
Da Southampton a Rouen e da
lì a Reims dove rimanemmo sino a fine conflitto. Rimanemmo a Reims
alcuni mesi dopo la fine del conflitto in attesa che fosse definito il
nostro rimpatrio. Nei weekend andavo a Parigi fino a che venne
l’agognato momento. Attraversammo tutta la Francia da Reims a Marsiglia
via Lione e ci imbarcammo ancora su una nave Liberty diretta a Livorno.
Poi in treno sino a Firenze
dove, presso il “Comando tappa”, subimmo il processo che tutti gli
ex-prigionieri di guerra dovevano superare al rientro in patria.
Naturalmente fu solo una formalità poiché tutta la mia sorte era
documentata e giustificata da ordini ricevuti e scelte indovinate.
Il 25 settembre 1945, dopo
solo 24 ore di treno tra Firenze e Roma, sbarcai alla stazione Ostiense
dove trovai mio padre che mi prelevò e con un incredibile taxi (moto
furgone Guzzi con sgabelli sul pianale) raggiunsi la famiglia. Erano
passati 55 mesi da quando avevo indossato la mia prima divisa
grigio-verde!
Ero partito ragazzo, avevo
giocato a rimpiattino con la morte ed avevo saltato a piè pari la mia
gioventù. Dovevo ricominciare da capo, in un ambiente ed in momenti che
non promettevano nulla di buono. Il paese che avevo lasciato da
“ragazzo” non era più lo stesso.
Ora siamo a primavera 2010 e
ho 89 anni, con accanto la mia Lea le giornate sono ancora abbastanza
fredde. Il film della mia vita passata mi scorre dinanzi alla mente; mi
trovo a Velletri, in un semplice ma luminoso attico che nei giorni
limpidi mi consente di vedere il mare con le isole di Ponza e Ventotene
ed il promontorio del Circeo, il cui osservatorio fungeva come “falso
scopo” nelle nostre esercitazioni di tiro nella località Caterattino,
quando nel 1941 ero allievo Ufficiale alla Scuola di Artiglieria
Controaerei.
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