mail me

archivio

home

 

La gavetta del S.Ten Cicatelli

L'amico Claudio Morino mi invia questo pezzo che racchiude in sé uno sprazzo di romanticismo

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI EROI di Marco Marzilli

Quando ero piccolo, pensavo che gli eroi fossero quelli che non hanno mai paura, quelli che compiono gesti destinati a rimanere impressi nella Storia, coloro i quali in un modo o nell'altro si fanno ricordare.

Quando la passione mi ha portato a parlare con molti reduci della Seconda Guerra mondiale questa convinzione si è piano piano trasformata in qualcosa di diverso...in un concetto che esponeva la figura dell'eroe sotto un'altra luce, totalmente diversa da quella fino ad allora presa in considerazione.

Persone come il Cicatelli, che si sono viste catapultare in un conflitto di dimensioni mondiali, andate alla guerra armate del loro vecchio '91, con munizioni, acqua, carburante razionati, con mezzi che non reggevano il confronto con quelli del nemico in quantità e qualità...ecco, questi sono per me oggi gli "Eroi".

Partiti per le roventi sabbie del deserto o per le gelide steppe russe, sopportarono l'insopportabile, spesso derisi dai loro stessi alleati che li vedevano arrancare a piedi verso il fronte, in ragione di una folle idea che credeva la nostra "Italietta" dell'epoca capace di tenere a bada potenze mondiali che producevano in un mese ciò che noi producevamo in un anno.

Tutte queste persone, persone come il Sottotenente Cicatelli, sono stati i nostri "Eroi", molti dei quali, al contrario di lui, non sono più tornati.

PROLOGO

Siamo a Sabaudia in provincia di latina. Nel 2009 sono stati celebrati i  75 anni dalla fondazione della città e fervono i festeggiamenti e le cerimonie. Durante uno degli eventi organizzati  per tale occasione mi accingo ad assistere ad una conferenza  quando, poco prima del inizio della manifestazione, mi vengono presentati il Sig. Cicatelli  e la sua Signora.  

All’inizio penso che sia uno dei tanti militari in congedo che desidera scambiare qualche “chiacchiera” dei tempi passati, ma stavolta mi sbaglio di grosso; il sig. Cicatelli comincia sì a raccontare, ma la sua storia non è proprio comune come alle altre. Infatti quando inizia a dire ”Io ero Sottotenente Artigliere Controaerei a Sabaudia nel 1941” le mie orecchie cominciavano a drizzarsi.

Poi mentre continuava a parlare citando ”Ero in Africa Settentrionale...difesa del posto comando di Rommel…El Alamein…prigioniero degli alleati...poi al seguito di Patton in Normandia, Francia.. etc….”  il racconto è tale che mi accorgo che intorno si è creata una piccola folla in ascolto.  

Subito scatta la domanda di ulteriori informazioni, alla quale lui candidamente dice: “Oh, ma la mia storia è tutta raccontata qui” e tira fuori da una busta per la spesa una gavetta tedesca, sua compagna di avventura, su cui aveva inciso tutti i suoi dati, le località di combattimento ed altro.

Ma lascio a lui la parola con le righe scritte di suo pugno con le immagini della gavetta a corredo.

 

LA STORIA

Nel marzo 1941 entravo come recluta “volontario” nel 1° Reggimento di Artiglieria ippotrainata di stanza a Pordenone. Già a giugno ero caporale, grado propedeutico per accedere alla Scuola allievi Ufficiali di Complemento dove entrai il 3 settembre 1941 in quel di Sabaudia (allora Scuola Artiglieria Controaerei).

Il 16 marzo 1942 fui nominato Sottotenente e avviato al 4° Reggimento Controaerei di Mantova. Il 4° all’epoca aveva sede nella Caserma Principe Amedeo. La mia permanenza a Mantova fu abbastanza breve perché alla fine del luglio 1942 fui prescelto per l’invio in Africa Settentrionale.

Con sole 48 ore di permesso andai a Roma per salutare la mia famiglia, dotarmi delle divise idonee (all’epoca gli Ufficiali dovevano provvedere a proprie spese al proprio vestiario) e rientrare a Verona zona di smistamento.  Da Verona in treno via Lubiana, Belgrado, Zagabria, Skopje, Larissa e Salonicco giunsi ad Atene. Da lì solo l’8 settembre 1942 decollai (il piroscafo che doveva imbarcarmi era stato intercettato e affondato) con un SM.79 ed arrivai a Tobruk.

L’aereo volò quasi a pelo d’acqua per evitare attacchi aerei nemici. Da Tobruk arrivai a Marsa Matruh in Egitto e presi servizio al Gruppo Semoventi da 90/53 presso il locale Comando DICAT (Difesa Controaerei Territoriale), situato nelle retrovie del fronte di El Alamein. Il compito assegnato era sia a protezione della località sia alla difesa del bunker del generale Erwin Rommel.

La permanenza tra Marsa Matruh ed El Alamein fu breve perché a Novembre, dopo la rottura del fronte, ci fu ordinato di distruggere i cannoni e di salpare con dei semplici pescherecci (di norma adibiti al piccolo cabotaggio che rifornivano di materiali e viveri le truppe).

La navigazione fu lunga ma alla fine sbarcammo a Tobruk  dove, il 21 novembre in qualità di sbandato, fui assegnato al Gruppo Autonomo  Artiglieria Controaerei da 75/46. Con questo Reparto seguii tutti gli spostamenti del fronte attraverso la Libia sino alle porte di Tripoli dove, con compiti anticarro, proteggemmo la ritirata delle truppe verso la Tunisia (che poi anche noi raggiungemmo ai primi di febbraio 1943).

In Tunisia il reparto fu aggregato alla 164ª divisione tedesca che aveva perso le artiglierie. Ci attestammo sulla linea difensiva del Mareth. Ritirati poi nel ridotto di Enfidaville, dove con “alzo zero” sparammo sino all’esaurimento delle munizioni. Il 13 maggio da Roma venne l’ordine della resa per cui ci consegnammo alle truppe britanniche della "Black Cat Division" (56ª divisione di fanteria).

Da prigionieri fummo trasferiti nei campi prima a Susa ovest, poi Susa nord, Tunisi, Suk el Kemis e Bona, per poi essere consegnati in qualità di "POW" (Prisoners Of War) all’esercito americano, che ci spostò prima ad Algeri e poi nel definitivo campo di Chanzy, a sud di Orano.

Ad Orano rimasi sino al 7 settembre 1943 quando fui imbarcato su un transatlantico diretto negli Stati Uniti. La mattina dell’8 settembre 1943 mentre la nave si apprestava a partire, sentimmo gli altoparlanti di bordo fare la seguente comunicazione: “Pay attention, pay attention please, Italy Surrender…

L’armistizio dell’Italia segnò il nostro ritorno a terra ed il rientro al campo di Chanzy in attesa di precisazioni sulla nostra posizione. Dopo pochi giorni ricevemmo la visita  del Gen. Castellano (lo stesso della firma dell’armistizio) il quale, in abiti civili, ci interpellò singolarmente alla presenza del Comandante americano del campo, per conoscere se intendevamo optare per il Regno d’Italia o per la Repubblica di Salò.

La nostra preparazione politica era veramente modesta e molti di noi Ufficiali presenti in quel campo scegliemmo di mantenere fede al giuramento di fedeltà fatto al Re e quindi venimmo considerati “Cooperators”. Con tale qualifica fummo inseriti a pieno titolo nell’esercito USA. Reintegrato nel grado, al comando di un piccolo drappello di Italiani, fui inserito nella sussistenza .

La nuova vestizione, con la divisa dell’esercito americano, distinta da uno scudetto tricolore sul braccio sinistro e con i gradi della stessa forma di quelli italiani avvenne in Aversa (CE), che raggiungemmo a bordo dell’Incrociatore Garibaldi. Poi rientrammo ad orano su una nave Liberty della US Navy.

Solo a Luglio 1944 ripartimmo da Orano con una nave olandese, destinazione Gran Bretagna. L’8 di agosto 1944 faceva freddo e noi indossavamo ancore le uniformi del Nord Africa. Rimanemmo a Taunton (sud Inghilterra) sino a gennaio 1945 quando fummo trasferiti in Francia.

Da Southampton a Rouen e da lì a Reims dove rimanemmo sino a fine conflitto. Rimanemmo a Reims alcuni mesi dopo la fine del conflitto in attesa che fosse definito il nostro rimpatrio. Nei weekend andavo a Parigi fino a che venne l’agognato momento. Attraversammo tutta la Francia da Reims a Marsiglia via Lione e ci imbarcammo ancora su una nave Liberty diretta a Livorno. 

Poi in treno sino a Firenze dove, presso il “Comando tappa”, subimmo il processo che tutti gli ex-prigionieri di guerra dovevano superare al rientro in patria. Naturalmente fu solo una formalità poiché tutta la mia sorte era documentata e giustificata da ordini ricevuti e scelte indovinate.

Il 25 settembre 1945, dopo solo 24 ore di treno tra Firenze e Roma, sbarcai alla stazione Ostiense dove trovai mio padre che mi prelevò e con un incredibile taxi (moto furgone Guzzi con sgabelli sul pianale) raggiunsi la famiglia. Erano passati 55 mesi da quando avevo indossato la mia prima divisa grigio-verde!

Ero partito ragazzo, avevo giocato a rimpiattino con la morte ed avevo saltato a piè pari la mia gioventù. Dovevo ricominciare da capo, in un ambiente ed in momenti che non promettevano nulla di buono. Il paese che avevo lasciato da “ragazzo” non era più lo stesso.

Ora siamo a primavera 2010 e ho 89 anni, con accanto la mia Lea le giornate sono ancora abbastanza fredde. Il film della mia vita passata mi scorre dinanzi alla mente; mi trovo a Velletri, in un semplice ma luminoso attico che nei giorni limpidi mi consente di vedere il mare con le isole di Ponza e Ventotene ed il promontorio del Circeo, il cui osservatorio fungeva come “falso scopo” nelle nostre esercitazioni di tiro nella località Caterattino, quando nel 1941 ero allievo Ufficiale alla Scuola di Artiglieria Controaerei.

 

 

 

 

released and webmastering by M@rcoweb®2008 - all rights reserved