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Alla fine dell’anno
scolastico, l’insegnante di storia salutò gli allievi della 1^ C del
Liceo Mamiani ricordando che stavamo per assistere ad un avvenimento
eccezionale : nella sua storia millenaria, disse il professore, Roma fu
espugnata solo una volta dal sud: era il 9 dicembre 536 d.c. ed il
generale bizantino Belisario, arrivando dalla Calabria, aveva strappato
la città ai Goti; adesso, aggiunse il docente, gli alleati faranno a
gara, per chi di loro entrerà nella storia come il vero emulo di
Belisario.
Trascorse un maggio di
attesa, con il coprifuoco alle 17, la scarsezza di acqua, il pane di
segala e le ultime patate scure distribuite dai tedeschi.
Al cinema delle Vittorie,
quello degli spettacoli di Fiorello, si proiettava “Circo equestre
Za-Bum” ed “In cerca di felicità”, mentre al vicino teatro
parrocchiale andava in scena “Telefonata notturna”, con
l’interpretazione proprio degli allievi della 1^C del Mamiani.
Intanto, si infittivano i
segni premonitori di fine dell’incubo che, nel quartiere Prati, era
segnato dalla presenza dei reparti della "Sicherheit" nelle
Caserme di Viale Giulio Cesare e della G.N.R. nella Caserma “Mussolini”,
davanti all’attuale sede della Corte dei Conti.
La notte del venerdì 26
maggio era partito l’ultimo convoglio dei rifornimenti che sostavano di
giorno sotto i tigli di via Silvio Pellico; gli autisti erano francesi
collaborazionisti, aderenti al corpo automobilistico nazionalsocialista.
Erano rimasti in attesa un paio di giorni, conversando volentieri con i
passanti.
A via Borsieri, mancava
ormai da molto una presenza abituale, il soldato tedesco Fritz che
portava ad un avvocato un po’ di tutto, da cassette a pneumatici,
lasciando in pieno giorno al portone del numero 20 la sua Fiat 508
Balilla nera, con i parafanghi verniciati di bianco e la targa
dell’esercito germanico.
Giunse la domenica 4 giugno
e si diffuse la voce che la vicina caserma dei “repubblichini” era
invasa dalla folla. Arrivare e partecipare ad una sorta di distribuzione
di gallette e scatolette di carne fu un tutt’uno, tra il via vai di
quanti portavano via ciò che era asportabile dagli uffici. Ad un certo
momento, uscì dal portone una Fiat Topolino decappottabile, nella quale
due ufficiali della G.N.R., in piedi e con le pistole in pugno,
guardavano più spaventati che minacciosi la folla che li lasciò passare
indisturbati.
Qualcuno tra i presenti
ricordò che i “paini” che presidiavano l’ingresso della caserma si erano
già ritirati: era incredibile, ma i “paini” erano spariti. Si trattava
degli appartenenti alla “Polizia Africa Italiana” (P.A.I.) che erano
apparsi a Roma dopo l’8 settembre 1943 e sono passati alla storia, per
la fotografia del giorno 12 che li mostra mentre incrociano un
paracadutista tedesco, nel pattugliamento del confine Vaticano di piazza
S.Pietro. Rispetto alle condizioni dei militari italiani, erano delle
specie di “marziani”, tutti di alta statura, con uniformi eleganti e
casco coloniale, stivali di cuoio, mitra MAB con caricatore da 40 colpi
e baionetta ripiegabile, moto Guzzi 500 Alce, ed anche camionette
sahariane SPA 43, carri armati L6/40 ed autoblindo SPA AB 41. In
origine destinati alla Tunisia e poi rimasti a Tivoli e dintorni, i
“paini” appartenevano ad loro grosso reparto, dall’esotico nome di
“Colonna Cheren” ed erano stati chiamati a garantire l’ordine pubblico
di Roma, dopo essersi battuti contro i paracadutisti della seconda
divisione tedesca. Si erano istallati poi nell’attuale Foro Italico e si
sciolsero dopo la liberazione di Roma, per non trasferirsi al nord.
Secondo una pubblicazione sul Corpo, l’ultima operazione dei “paini” fu
quella di regolare, a Porta S.Giovanni ed a Porta Maggiore, il traffico
delle colonne delle varie divisioni americane che affluivano a Roma.
Domenica 4 giugno 1944 fu la
giornata della grande ritirata delle retroguardie tedesche: dai carri
trainati dai cavalli alle motocarrozzette, come quella che all’incrocio
tra via Ottaviano e viale Giulio Cesare, verso le 13. trovò un
assembramento di curiosi, subito messi in fuga da uno dei militari
armato di machine pistole, al grido di “andare via, andare via,
kaputt”.
Nel pomeriggio, due
autocarri dei guastatori tedeschi di un reparto esplorante si fermarono
vicino agli alberi di Viale Mazzini; i veicoli erano carichi di sacchi e
sopra le sponde rialzate stavano in atteggiamento tranquillo i soldati,
giovanissimi e senza elmetto: uno di loro si rivolse ai ragazzi che si
erano avvicinati e disse “domani arrivare americani”. Tra lo
stupore generale, regalò un sacchetto di caramelle ad una bambina.
Cominciava così la sera di
quella domenica 4 giugno, passata alla storia come il “giorno” della
liberazione di Roma. Secondo l’abitudine creata dal coprifuoco, chi
poteva andava in terrazza e così il mondo dei tetti di Roma si popolò di
curiosi, attratti dai lontani rimbombi e dal succedersi di aerei che si
abbassavano verso le strade a nord della città.
Mentre gli avvenimenti della
notte consegnavano quella domenica alla storia, il lunedì 5 cominciò
molto presto ed alla sei era già possibile, in Viale Angelico, “vedere
gli americani” e vivere così una esperienza unica, preparata dai mesi di
attesa, dalla improvvisa speranza di liberazione dopo lo sbarco di
Anzio, dal terrore della notizia della strage delle Fosse Ardeatine,
dalla paura dei rastrellamenti.
Gli americani passavano sui
camion, sorprendevano perché non mostravano armi ed avevano divise così
diverse da quelle che si erano viste fino allora. Portavano grossi
elmetti metallici che nascondevano un secondo elmetto più leggero, di
una specie di fibra rigida e, molti, anche un berrettino di lana. In
alto, sulla spalla sinistra, avevano l’emblema rosso, blu e bianco della
quinta armata oppure il triangolo giallo, blu e rosso della prima
divisione corazzata. Ogni tanto, la colonna si fermava ed i soldati
regalavano gomme da masticare, sigarette, caramelle col buco e tavolette
di cioccolata, eguali a quelle che si trovano ancora adesso nei
supermercati U.S.A. Dovunque erano incolonnate le jeep, vera rivelazione
di quel lunedì mattina, con la grande stella bianca sul cofano ed una
sbarra verticale sulla parte anteriore; riuscivano, con le marce
ridotte, a procedere più lentamente degli stessi pedoni.
Più distante, all’incrocio
tra Via Flaminia e Piazzale Belle Arti una folla osservava un
semicingolato tedesco scoperto, un blindato Sd.Kfz 251, abbandonato ed
un tedesco morto che giaceva, senza stivali, in un vialetto del vicino
giardino. Arrivò allora un americano con le tre strisce blu in campo
bianco della terza divisione di fanteria e raccontò che il suo reparto
si era scontrato di notte con i tedeschi del cingolato e lui era stato
fatto prigioniero, ma era riuscito a fuggire ed ora era di nuovo sul
posto dello scontro, in cerca dei suoi compagni.
Al Corso Umberto, lunghe
colonne di automezzi e veicoli corazzati si facevano strada fra ali di
folla gioiosa e festante che esplose in un tripudio di grida quando
apparvero, i camion con la bandiera italiana, pieni di carabinieri in
grigioverde con la lanterna.
Mentre alcuni reparti si
spostavano sugli automezzi attraverso la città, altri effettuavano
azioni di consolidamento, come a Villa Borghese dove si era dispiegata
l’artiglieria e come per tutti i tutti i ponti del Tevere che venivano
presidiati; i reparti di guardia aprivano le scatolette cerate delle
razioni K, mostravano meat and beans o pork, conversavano
con i curiosi e mostravano le fotografie custodite nei portafogli, con
grande soddisfazione degli italoamericani che ricordavano le origini dei
loro genitori. Arrivavano, poi su doppia fila, i reparti a piedi,
provenienti dal centro di Roma. Le divise erano ben stirate ed i
soldati, veterani del 1° battaglione del 338° fanteria, portavano il
distintivo celeste ed argento dei combattenti, con l’immagine di un
simpatico fucile western. Ci si sentiva improvvisamente immersi
nell’atmosfera dei famosi “film degli indiani”, anche perché i soldati
avevano l’insegna CD Custer Division della 85ma Divisione.
Sorprendeva il numero di sergenti e sergenti maggiori, molti con la T
della nomina avuta sul campo; ogni tanto si vedevano dei sottotenenti
con la sola differenza, dai soldati, di una barretta dorata sul
colletto. Con gli anni, leggendo i libri di storia, si è potuto scoprire
che quel “4 giugno” (che in realtà era il lunedì 5 giugno) era stato
fortemente voluto dal secondo invasore dal sud nella storia di Roma, il
generale Clark comandante della quinta armata americana che, anziché
cercare di stringere in una sacca le ingenti forze tedesche in ritirata,
aveva accelerato proprio la 1^ corazzata, la 3^, l’88^ e l’85ma di
fanteria direttamente verso Roma. In fondo, Clark ragionava in termini
mediatici, perché il 6 giugno lo sbarco in Normandia avrebbe offuscato
l’impresa del nuovo Belisario.
Comunque, la presa di Roma
la celebrarono tutti, perché dopo un paio di giorni sfilarono nel foro
di Traiano le cornamuse degli scozzesi della prima divisione corazzata
britannica che si era distinta ad Anzio ed il giorno dopo arrivò, in una
spettacolare rassegna ai fori imperiali, il Corpo di Spedizione Francese
con i marocchini e gli algerini che avevano compiuto lo sfondamento
delle linee tedesche sulle aspre montagne a sud della Ciociaria.
Aprivano la sfilata un montone come mascotte e le insegne di guerra con
code di cavallo,
Nella storiografia
successiva, si è scritto che i primi ad entrare a Roma nella notte di
domenica 4 giugno 1944 erano stati i canadesi ed anche i francesi ed i
Rangers dell’esercito americano. Forse, però, il primato può
essere riconosciuto alla avanguardia della terza divisione americana di
fanteria che si scontrò con i tedeschi a Piazzale delle Belle Arti,
nella zona nord di Roma, non lontano dall’attuale “Parco della Musica”
di Renzo Piano
Leo Nevi
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