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Quella domenica 4 giugno 1944 a Roma

Un affezionato visitatore di Historia, classe 1929, mi invia i suoi ricordi di "quel giorno" nella Capitale.

 

   

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine dell’anno scolastico, l’insegnante di storia salutò gli allievi della 1^ C del Liceo Mamiani ricordando che stavamo per assistere ad un avvenimento eccezionale : nella sua storia millenaria, disse il professore, Roma fu espugnata solo una volta dal sud: era il 9 dicembre 536 d.c. ed il generale bizantino Belisario, arrivando dalla Calabria, aveva strappato la città ai Goti; adesso, aggiunse il docente, gli alleati faranno a gara, per chi di loro entrerà nella storia come il vero emulo di Belisario.

Trascorse un maggio di attesa, con il coprifuoco alle 17, la scarsezza di acqua, il pane di segala e le ultime patate scure distribuite dai tedeschi.

Al cinema delle Vittorie, quello degli spettacoli di Fiorello, si proiettava “Circo equestre Za-Bum” ed “In cerca di felicità”, mentre al vicino teatro parrocchiale andava in scena “Telefonata notturna”, con l’interpretazione proprio degli allievi della 1^C del Mamiani.

Intanto, si infittivano i segni premonitori di fine dell’incubo che, nel quartiere Prati, era segnato dalla presenza dei reparti della "Sicherheit" nelle Caserme di Viale Giulio Cesare e della G.N.R. nella Caserma “Mussolini”, davanti all’attuale sede della Corte dei Conti.

La notte del venerdì 26 maggio era partito l’ultimo convoglio dei rifornimenti che sostavano di giorno sotto i tigli di via Silvio Pellico; gli autisti erano francesi collaborazionisti, aderenti al corpo automobilistico nazionalsocialista. Erano rimasti in attesa un paio di giorni, conversando volentieri con i passanti.

A via Borsieri, mancava ormai da molto una presenza abituale, il soldato tedesco Fritz che portava ad un avvocato un po’ di tutto, da cassette a pneumatici, lasciando in pieno giorno al portone del numero 20 la sua Fiat 508 Balilla nera, con i parafanghi verniciati di bianco e la targa dell’esercito germanico.

Giunse la domenica 4 giugno e si diffuse la voce che la vicina caserma dei “repubblichini” era invasa dalla folla. Arrivare e partecipare ad una sorta di distribuzione di gallette e scatolette di carne fu un tutt’uno, tra il via vai di quanti portavano via ciò che era asportabile dagli uffici. Ad un certo momento, uscì dal portone una Fiat Topolino decappottabile, nella quale due ufficiali della G.N.R., in piedi e con le pistole in pugno, guardavano più spaventati che minacciosi la folla che li lasciò passare indisturbati.

Qualcuno tra i presenti ricordò che i “paini” che presidiavano l’ingresso della caserma si erano già ritirati: era incredibile, ma i “paini” erano spariti. Si trattava degli appartenenti alla “Polizia Africa Italiana” (P.A.I.) che erano apparsi a Roma dopo l’8 settembre 1943 e sono passati alla storia, per la fotografia del giorno 12 che li mostra mentre incrociano un paracadutista tedesco, nel pattugliamento del confine Vaticano di piazza S.Pietro. Rispetto alle condizioni dei militari italiani, erano delle specie di “marziani”, tutti di alta statura, con uniformi eleganti e casco coloniale, stivali di cuoio, mitra MAB con caricatore da 40 colpi e baionetta ripiegabile, moto Guzzi 500 Alce, ed anche camionette sahariane SPA 43, carri armati  L6/40 ed autoblindo SPA AB 41. In origine destinati alla Tunisia e poi rimasti a Tivoli e dintorni, i “paini” appartenevano ad loro grosso reparto, dall’esotico nome di “Colonna Cheren” ed erano stati chiamati a garantire l’ordine pubblico di Roma, dopo essersi battuti contro i paracadutisti della seconda divisione tedesca. Si erano istallati poi nell’attuale Foro Italico e si sciolsero dopo la liberazione di Roma, per non trasferirsi al nord. Secondo una pubblicazione sul Corpo, l’ultima operazione dei “paini” fu quella di regolare, a Porta S.Giovanni ed a Porta Maggiore, il traffico delle colonne delle varie divisioni americane che affluivano a Roma.

Domenica 4 giugno 1944 fu la giornata della grande ritirata delle retroguardie tedesche: dai carri trainati dai cavalli alle motocarrozzette, come quella che all’incrocio tra via Ottaviano e viale Giulio Cesare, verso le 13. trovò un assembramento di curiosi, subito messi in fuga da uno dei militari armato di machine pistole, al grido di “andare via, andare via, kaputt”.

Nel pomeriggio, due autocarri dei guastatori tedeschi di un reparto esplorante si fermarono vicino agli alberi di Viale Mazzini; i veicoli erano carichi di sacchi e sopra le sponde rialzate stavano in atteggiamento tranquillo i soldati, giovanissimi e senza elmetto: uno di loro si rivolse ai ragazzi che si erano avvicinati e disse “domani arrivare americani”. Tra lo stupore generale, regalò un sacchetto di caramelle ad una bambina.

Cominciava così la sera di quella domenica 4 giugno, passata alla storia come il “giorno” della  liberazione di Roma. Secondo l’abitudine creata dal coprifuoco,  chi poteva andava in terrazza e così il mondo dei tetti di Roma si popolò di curiosi, attratti dai lontani rimbombi e dal succedersi di aerei che si abbassavano verso le strade a nord della città.

Mentre gli avvenimenti della notte consegnavano quella domenica alla storia, il lunedì 5 cominciò molto presto ed alla sei era già possibile, in Viale Angelico, “vedere gli americani” e vivere così una esperienza unica, preparata dai mesi di attesa, dalla improvvisa speranza di liberazione dopo lo sbarco di Anzio, dal terrore della notizia della strage delle Fosse Ardeatine, dalla paura dei rastrellamenti.

Gli americani passavano sui camion, sorprendevano perché non mostravano armi ed avevano divise così diverse da quelle che si erano viste fino allora. Portavano grossi elmetti metallici che nascondevano un secondo elmetto più leggero, di una specie di fibra rigida e, molti, anche un berrettino di lana. In alto, sulla spalla sinistra, avevano l’emblema rosso, blu e bianco della quinta armata oppure il triangolo giallo, blu e rosso della prima divisione corazzata. Ogni tanto, la colonna si fermava ed i soldati regalavano gomme da masticare, sigarette, caramelle col buco e tavolette di cioccolata, eguali a quelle che si trovano ancora adesso nei supermercati U.S.A. Dovunque erano incolonnate le jeep, vera rivelazione di quel lunedì mattina, con la grande stella bianca sul cofano ed una sbarra verticale sulla parte anteriore; riuscivano, con le marce ridotte, a procedere più lentamente degli stessi pedoni.   

Più distante, all’incrocio tra Via Flaminia e Piazzale Belle Arti una folla osservava un semicingolato tedesco scoperto, un blindato Sd.Kfz 251, abbandonato ed un tedesco morto che giaceva, senza stivali, in un vialetto del vicino giardino. Arrivò allora un americano con le tre strisce blu in campo bianco della terza divisione di fanteria e raccontò che il suo reparto si era scontrato di notte con i tedeschi del cingolato e lui era stato fatto prigioniero, ma era riuscito a fuggire ed ora era di nuovo sul posto dello scontro, in cerca dei suoi compagni.

Al Corso Umberto, lunghe colonne di automezzi e veicoli corazzati si facevano strada fra ali di folla gioiosa e festante che esplose in un tripudio di grida quando apparvero, i camion con la bandiera italiana, pieni di carabinieri in grigioverde con la lanterna. 

Mentre alcuni reparti si spostavano sugli automezzi attraverso la città, altri effettuavano azioni di consolidamento, come a Villa Borghese dove si era dispiegata l’artiglieria e come per tutti i tutti i ponti del Tevere che venivano presidiati; i reparti di guardia aprivano le scatolette cerate delle razioni K, mostravano meat and beanspork, conversavano con i curiosi e mostravano le fotografie custodite nei portafogli, con grande soddisfazione degli italoamericani che ricordavano le origini dei loro genitori. Arrivavano, poi su doppia fila, i reparti a piedi, provenienti dal centro di Roma. Le divise erano ben stirate ed i soldati, veterani del 1° battaglione del 338° fanteria, portavano il distintivo celeste ed argento dei combattenti, con l’immagine di un simpatico fucile western. Ci si sentiva improvvisamente immersi nell’atmosfera dei famosi “film degli indiani”, anche perché i soldati avevano l’insegna CD Custer Division della 85ma Divisione.  Sorprendeva il numero di sergenti e sergenti maggiori, molti con la T della nomina avuta sul campo; ogni tanto si vedevano dei sottotenenti con la sola differenza, dai soldati, di una barretta dorata sul colletto. Con gli anni, leggendo i libri di storia, si è potuto scoprire che quel “4 giugno” (che in realtà era il lunedì 5 giugno) era stato fortemente voluto dal secondo invasore dal sud nella storia di Roma, il generale Clark comandante della quinta armata americana che, anziché cercare di stringere in una sacca le ingenti forze tedesche in ritirata, aveva accelerato proprio la 1^ corazzata, la 3^, l’88^ e l’85ma di fanteria direttamente verso Roma. In fondo, Clark ragionava in termini mediatici, perché il 6 giugno lo sbarco in Normandia avrebbe offuscato l’impresa del nuovo Belisario.

Comunque, la presa di Roma la celebrarono tutti, perché dopo un paio di giorni sfilarono nel foro di Traiano le cornamuse degli scozzesi della prima divisione corazzata britannica che si era distinta ad Anzio ed il giorno dopo arrivò, in una spettacolare rassegna ai fori imperiali, il Corpo di Spedizione Francese con i marocchini e gli algerini che avevano compiuto lo sfondamento delle linee tedesche sulle aspre montagne a sud della Ciociaria. Aprivano la sfilata un montone come mascotte e le insegne di guerra con code di cavallo,

Nella storiografia successiva, si è scritto che i primi ad entrare a Roma nella notte di domenica 4 giugno 1944 erano stati i canadesi ed anche i francesi ed i Rangers dell’esercito americano. Forse, però, il primato può essere riconosciuto alla avanguardia della terza divisione americana di fanteria che si  scontrò con i tedeschi a Piazzale delle Belle Arti, nella zona nord di Roma, non lontano dall’attuale “Parco della Musica” di Renzo Piano

Leo Nevi

 

 

 

 

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