mail me

archivio

homepage

 

Quel settembre del '43

L'otto settembre è ancora una data che divide l'Italia tra quelli che la ritengono "l'inizio del riscatto" e coloro i quali guardano a quel giorno come a una data infausta. Non è questa la sede per definire quali delle due idee sia quella giusta; questa è solo la cronaca di quei giorni che segnarono la storia d'Italia.

 

   

La famosa foto di Frank Capa che è un pò l'emblema della Campagna siciliana. Proprio l'invasione della Sicilia diede la spallata finale al regime Fascista.

 

Militari italiani in Sicilia. Molti dei reparti colà stanziati, pur avendo una scarsa mobilità e dotazioni inferiori a quelle degli Alleati, tentarono comunque una resistenza, che però nulla poté di fronte alla superiorità umana e materiale degli anglo-americani.

 

Il Re Vittorio Emanuele III. Assieme a Badoglio mise in atto trattative con gli Alleati assicurando nel contempo ai tedeschi la volontà di continuare la guerra al loro fianco.

Questa condotta ambigua, unita alla sua fuga e di quella dell'intero estabilishment italiano per evitare la cattura, lasciò le nostre Forze Armate senza una precisa linea di condotta e portò al disfacimento dell'Esercito. Oltre 600.000 nostri militari furono deportati in Germania, senza contare quelli che morirono in Patria e nei territori occupati durante i combattimenti contro gli ex alleati tedeschi.

 

Badoglio, al sicuro nell'Italia del sud occupata dagli Alleati, da lettura delle clausole dell'Armistizio a beneficio della stampa straniera.

 

Il generale castellano (in abito scuro) nella famosa tenda a Cassibile dove fu siglato l'Armistizio tra Italia e Alleati.

 

Castellano suggella l'avvenuta firma con una stretta di mano con Eisenhower.

 

Castellano in una foto relativa al suo servizio nel Regio Esercito precedente alla "missione" affidatagli da Badoglio.

 

Il cippo posto nel luogo dove avvenne la firma dell'Armistizio. Questo cippo poi scomparve misteriosamente nel periodo successivo alla guerra. Fu aperta un'inchiesta, ma i responsabili del "furto" non vennero mai trovati.

 

Il cippo nella sua posizione originaria, nell'uliveto dove era piantata la tenda che servì da "stanza dell'Armistizio".

 

 

 

 

 

 

 

 

La notizia dell'Armistizio sul "Corriere della Sera" del 9 settembre 1943.

 

Soldati italiani internati dai tedeschi in attesa di essere deportati in Germania.

 

 

 

 

 

 

PREMESSE

L’Armistizio che decorse dall’8 settembre 1943 tra l’Italia e le potenze Alleate ha in realtà origini che possono essere tranquillamente “retrodatate” al luglio precedente. Il primo atto in tal senso si verificò a tarda sera del 25 luglio, quando il consueto programma musicale radiofonico dell’EIAR (la radio di Stato) si interruppe per dar spazio alle parole dell’annunciatore:

Sua Maestà il Re e  Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini e  ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio.”

Il proclama proseguì con la frase “La guerra continua”, ma nessuno ci fece caso, tanta era la sorpresa e lo stupore per una notizia così inattesa e  importante.

Roma per prima e le principali città italiane poi improvvisamente si ridestarono dall’apatia in cui versavano da tempo: le principali vie, le piazze più importanti si riempirono di gente festosa che vedeva quello come il momento della “fine di tutto”. Persone che per anni erano rimaste in silenzio si mischiarono alla folla quasi incredula ma felice, gridando tutta la loro rabbia repressa verso un regime che aveva portato solo lutti e rovine alla nazione.

La successiva notizia dell’arresto di Mussolini, fece il resto e  ingigantì ancor di più la gioia delle masse che ingombravano le vie.

La sede romana della Federazione del partito Fascista, a Palazzo Braschi, fu assalita e devastata; stessa sorte toccò alla sala stampa, in piazza San Silvestro.

Manifestanti tentarono anche di entrare nella sede romana del giornale “Il Messaggero” mentre si stava procedendo alla stampa di un’edizione straordinaria.

Migliaia di “cimicette”, i piccoli distintivi del partito che si portavano sul bavero della giacca, ingombravano le vie di Roma, simbolo della dissoluzione assoluta di un regime che per oltre vent’anni aveva fatto il bello e  il cattivo tempo.

E i fascisti? Senza un capo e senza direttive, divennero vittime dell’atto da essi stessi attuato. Improvvisamente si resero conto che il loro mondo era finito, che tutti i privilegi di cui avevano goduto, il rispetto e  il timore della gente nei loro riguardi, non esistevano più.

Alcuni, tra i più ferrei, sperarono fino alla fine che la Divisione Littorio, di fede chiaramente fascista e di guarnigione a Campagnano, sarebbe intervenuta per sedare quei tumulti e ristabilire la legalità del regime; ma la grande unità non si mosse nemmeno, presa anch’essa tra  lo stupore e la mancanza di ordini univoci.

E i tedeschi? Stranamente, nessuno dei quadri diplomatici o militari aveva avuto sentore di quanto stava per accadere, anzi, molti di loro erano addirittura fuori Roma, lontano dalla calura di quella torrida estate.

L’ambasciatore von Mackensen comunicò a Berlino la deposizione di Mussolini solo a tarda sera; subito dopo si recò dal Re, per avere assicurazioni circa l’impegno italiano al fianco della Germania.

Diversi carri armati tedeschi furono piazzati nelle vie di accesso al Quartier generale di Kesselring, ma vennero ritirati poco dopo, vista l’inattività delle truppe italiane.

Hitler, avuta notizia della caduta del Duce e del successivo arresto, andò su tutte le furie.

Nella consueta riunione presso il suo Quartier Generale della Prussia orientale, espresse apertamente la sua sfiducia verso la nuova classe dirigente italiana e verso il Re, quindi emanò alcune disposizioni riguardanti l’ingresso di truppe tedesche nella Capitale d’Italia e  il blocco di tutte le principali vie di comunicazione.

A tal proposito furono allertate la 2ª divisione paracadutisti, la 44ª divisione di fanteria e la 3ª divisione panzegrenadieren (quest’ultima già di stanza nei pressi del lago di Bolsena).

Sul lontano fronte orientale, venne comunicato alla 1ª divisione corazzata delle SS di tenersi pronta a partire per l’Italia, mentre alle truppe di stanza in Sicilia (che combattevano ancora contro gli angloamericani, sbarcati il 10 luglio) si ordinò di prevedere azioni di disarmo nei confronti delle truppe italiane.

La teutonica macchina bellica di Hitler sembrò aver preso inesorabilmente a muovere contro l’Italia; ma poi, all’improvviso, il Führer tentennò su queste decisioni. Difficoltà logistiche e materiali, nonché politiche circa l’opportunità di una mossa così violenta iniziarono a farsi strada nella sua mente; di conseguenza il piano fu ampiamente ridimensionato e messo in pratica solo in parte.

I tedeschi rimasero comunque in una sorta di “stand-by” operativo, in attesa di sviluppi che l’Alto Comando germanico si aspettava da un momento all’altro.

È probabile che la collocazione della tragedia che si verificò susseguentemente all’8 settembre stia proprio nella diversa considerazione che i vertici militari tedeschi e  italiani ebbero di quel determinato momento storico: i primi approntarono un piano ragionando su un’ipotesi che di lì a poco si sarebbe tramutata in realtà; i secondi non fecero assolutamente nulla, attendendo semplicemente gli eventi. Fatto sta che, d’improvviso, il soldato tedesco iniziò a guardare con sospetto quello italiano; ma questo era ancora niente rispetto a ciò che doveva accadere quarantacinque giorni dopo quel 25 luglio.

 

L’OTTO SETTEMBRE

Il 6 agosto si era tenuto, sollecitato dai tedeschi, un incontro a Tarvisio tra delegazioni italiane e tedesche capitanate dai rispettivi ministri degli esteri Guariglia e von Ribbentrop, nonché dai rispettivi Capi di Stato Maggiore, i generali Ambrosio e Keitel.

Durante la conferenza, gli italiani assicurarono più volte all’alleato tedesco la propria fedeltà, ma in realtà da Roma si cercavano contatti per stipulare un armistizio con gli angloamericani.

Il 12 agosto il generale Giuseppe Castellano, stretto collaboratore del Capo di Stato Maggiore generale Ambrosio, partì in treno alla volta di Madrid per incontrare l’ambasciatore inglese in Spagna, Sir Samuel Hoare, a cui doveva esporre la situazione militare italiana, ascoltare le intenzioni degli Alleati e soprattutto rivelare l’impossibilità dell’Italia a sganciarsi dall’alleato tedesco senza il sostegno angloamericano .

Intanto, a Bologna, il 15 si tenne un secondo incontro italo-tedesco, stavolta di carattere strettamente militare, per discutere le rispettive strategie nella penisola: guidavano le delegazioni il Feldmaresciallo Erwin Rommel (comandante delle truppe tedesche nell’Italia settentrionale) e il generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano.

La discussione si svolse in un clima estremamente teso, a causa dei sospetti dei tedeschi sui movimenti di truppe italiane dal sud al nord della penisola e delle reciproche velate accuse circa la mancata vittoria in Sicilia.

Il 16 agosto intanto Castellano era a Lisbona per conferire stavolta con l’ambasciatore inglese in Portogallo, Ronald Campbell, il quale riferì all’italiano che al più presto le trattative sarebbero riprese alla presenza di interlocutori militari inviati dagli Alleati .

Il 18 agosto Churchill e Roosevelt, insieme per la conferenza di Quebec, autorizzarono il generale Eisenhower ad inviare due suoi rappresentanti a Lisbona per trattare con l’emissario italiano le clausole generali di un eventuale armistizio.

Il giorno successivo arrivarono nella Capitale portoghese il generale Walter Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore di Eisenhower, e il generale Kenneth Strong, Capo del Servizio Informazioni del Comando alleato nel Mediterraneo. Sono loro gli interlocutori ufficiali designati per discutere con Castellano, il quale dovrà riferire poi a Roma sulle reazioni degli Alleati alla proposta italiana.

Il 20 agosto i colloqui terminano con la richiesta alleata di una resa incondizionata dell’Italia. Il rappresentante di Roma ottiene 10 giorni di tempo per comunicare le decisioni del proprio governo.

30 agosto: nonostante stia per scadere il termine stabilito nei colloqui di Lisbona, il Governo italiano non ha ancora preso una decisione. Tramite l’ambasciatore inglese in Vaticano, D’Arcy Osborne, il generale Castellano viene convocato in Sicilia dagli Alleati. Nello stesso momento il generale Keitel, che ormai non si fida più degli italiani, dirama le istruzioni per l’occupazione del Paese: “Il compito più importante” -sostiene- “è il disarmo più rapido possibile dell’esercito italiano. La pacificazione dell’Italia del nord sarà attuata utilizzando le organizzazioni fasciste”.

Frattanto i tedeschi, che come già detto avevano approntato un piano per prendere il controllo militare e politico di Roma, perfezionarono le sue linee guida: unità della Wehrmacht si dislocarono presso vari punti strategici della penisola, ufficialmente per “meglio appoggiare gli italiani in caso di attacco  da parte degli angloamericani”. In realtà stavano predisponendosi per una rapida ed efficace presa delle installazioni militari e delle principali vie di comunicazione.

In Liguria si disposero appena fuori da La Spezia, pronte ad assicurarsi l’importante porto; a Bologna occuparono i ponti sul Reno; in Toscana si concentrarono nei pressi delle città chiave di Lucca, Prato e Pistoia. Contemporaneamente, la 2ª divisione paracadutisti fece giungere i suoi primi contingenti presso l’aeroporto di Pratica di Mare e li tenne pronti a muovere verso la Capitale, mentre la 3ª divisione panzergrenadieren si trovava, apparentemente oziosa, già presso la zona del lago di Bolsena.

Sui valichi alpini del Brennero, di fronte ai soldati italiani, stazionava la 44ª divisione di fanteria “Hoch und Deutschemeister”.

Le ultime modifiche redazionali erano molto chiare: le truppe della tedesche dovevano in sostanza disarmare i soldati italiani; prendere e presidiare i principali passi alpini e le grandi città costiere italiane; occupare Roma e riportarvi il potere fascista; impedire la consegna di velivoli o navi italiane agli Alleati.

Il 5 settembre il Feldmaresciallo Kesselring ricevette l’ordine di tenersi pronto ad affrontare il precipitare degli eventi e, due giorni più tardi, su suggerimento del generale Alfred Jodl (suo Capo di Stato Maggiore), Hitler fece preparare un ultimatum per il Re: mettersi al servizio della Germania oppure quest’ultima avrebbe preso il controllo del Paese e del suo governo.

Tale aut-aut avrebbe dovuto essere consegnato alla Casa Reale italiana il 9 settembre, ma gli avvenimenti precipitarono e tutto ciò che accadde nelle ore successive rese superfluo tutto questo piano di Hitler.

Il 31 agosto Castellano giunge in aereo a Termini Imerese e subito viene trasferito a Cassibile, nei pressi di Siracusa, luogo in cui iniziano i colloqui. Gli italiani tergiversano, chiedono garanzie contro le reazioni tedesche al momento della firma dell’armistizio. Gli Alleati ribadiscono il punto fondamentale delle loro richieste: la resa italiana dovrà essere proclamata contemporaneamente allo sbarco principale degli Alleati nella penisola italiana, progettato per 9 settembre nel golfo di Salerno.

In serata Castellano rientra a Roma e riferisce quanto comunicatogli dai delegati militari alleati: “Se il governo italiano insiste nel non voler proclamare la cessazione delle ostilità nello stesso giorno dello sbarco in forze, contrariamente a quanto il generale Eisenhower ha stabilito con l’approvazione di Londra e di Washington, non avrà più in avvenire alcun potere per trattare con i militari, e quindi per concludere l’armistizio.

Se ciò fosse avvenuto, si sarebbe indetta una conferenza tra i diplomatici delle nazioni alleate che, meno favorevolmente disposti nei riguardi degli italiani, avrebbero di certo imposto condizioni ben più gravi”.

A fronte di questo aut-aut, Badoglio e il Re accettano le condizioni alleate e inviano un comunicato al Comando angloamericano, in cui si annuncia implicitamente l’accettazione dell’armistizio: “La risposta est affermativa, ripeto, affermativa. In conseguenza nota persona arriverà mattinata giovedi 2 settembre ora et località stabilita. Stop. Prego confermare”.

Alle 17:00 del 3 settembre 1943 a Cassibile, nella grande tenda della mensa dello Stato Maggiore, presente Eisenhower, il generale Giuseppe Castellano firma le tre copie dell’armistizio “Per delega del Maresciallo Badoglio”.

Per gli Alleati firma il generale americano Bedell Smith. L’armistizio diverrà effettivo l’8 settembre.

Il giorno dopo, truppe anfibie dell’VIII Armata britannica sbarcano a Reggio Calabria e il 7 settembre avanzano lungo la strada Nicastro-Catanzaro e verso nord, in direzione di Pizzo.

L’attacco è in realtà un espediente progettato per attirare i tedeschi verso sud, lontano dalla zona di Salerno, ma Kesselring, comandante delle forze germaniche nell’Italia meridionale, non abbocca.

La resistenza infatti è nulla e il solo reggimento tedesco posto a difesa delle coste calabre sale sulle montagne, ritirandosi verso nord.

L’ 8 settembre alle 18:30, mentre i convogli di sbarco sono in rotta per Salerno, da Algeri il generale Eisenhower comunica la notizia dell’armistizio intervenuto tra gli Alleati e gli italiani. Ecco il testo del breve annuncio: “Qui è il generale Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni Alleate”.

Un analogo annuncio viene fatto alla radio italiana alle 19:45 dal Capo del governo Maresciallo Pietro Badoglio. Il messaggio al popolo italiano cosi si conclude: “...Esse (le forze armate italiane) però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

All’alba del 9 settembre 1943, truppe della V Armata americana (generale Clark) sbarcano nel golfo di Salerno. Il giorno stesso il governo Badoglio al completo e il Re Vittorio Emanuele III fuggono da Roma per rifugiarsi a Brindisi, in mano alleata.

L’Operazione, denominata “Avalanche”, sembra nascere sotto i migliori auspici; difatti gli Alleati credono erroneamente che alla notizia dell’armistizio le truppe italiane si sarebbero dissolte lasciando indifesa la costa e il suo entroterra. Ciò fu effettivamente vero, ma quello che i generali alleati ignoravano era che le truppe tedesche ne avevano nel contempo già rilevato le posizioni.

Entro agosto infatti, i tedeschi avevano applicato il piano comunicato da Keitel a Kesselring e a Rommel, trasferendo ingenti forze militari nel territorio italiano e predisponendo un piano per conquistare rapidamente il Paese nel caso di un armistizio con gli Alleati.

I tedeschi reagirono quindi immediatamente all’armistizio attaccando e disarmando simultaneamente le truppe italiane, gran parte delle quali, senza ordini precisi, erano rimaste immobili e indecise sul da farsi. Dal Brennero, altre 9 divisioni della Wehrmacht scesero in Italia incontrando scarsa o nessuna resistenza.

A Roma, alcune formazioni del nostro esercito aiutate da una piccola fetta della popolazione tentarono una resistenza; ma l’11 settembre, di fronte alle meglio organizzate truppe tedesche, la Capitale si arrese appena in tempo per apprendere, il 12 settembre, che un commando di paracadutisti germanici aveva liberato con un colpo di mano Mussolini dalla sua prigionia al Gran Sasso.

 

Vale la pena a questo punto, per meglio comprendere la confusa situazione di quei momenti, citare alcuni passi del bellissimo libro di Melton S. Davis “Chi difende Roma?”, dai quali si può ben evincere l’assoluto dilettantismo con cui fu portata avanti la trattativa per l’armistizio da parte italiana e la conseguente reazione tedesca.

Siamo al pomeriggio dell’8 settembre 1943: Eisenhower, visto il tentennare del governo italiano nel diramare la notizia dell’accordo firmato il 3 a Cassibile, spedisce un telegramma al Re, il testo dice: “Vedo dalla vostra condotta che non volete rispettare gli accordi. Ho deciso di annunciare l’armistizio stasera alle 18:30 (dell’8 settembre appunto - N.d.A.): fate come me. Eisenhower”.

È il panico più totale: il Re Vittorio Emanuele convoca una riunione del Consiglio della Corona, presenti i vertici delle Forze Armate italiane, nella quale vengono prese in considerazione tutte le possibilità per sfuggire alla trappola in cui essi stessi si sono cacciati; non ultima quella di smentire addirittura la notizia circa l’armistizio che già alcune agenzie di stampa hanno iniziato a far trapelare.

È opportuno aggiungere che alcuni tra i presenti, come ad esempio l’Ammiraglio De Courten, nemmeno sanno delle trattative di un armistizio tra Italia e  Alleati!

Da Berlino, il ministro degli esteri von Ribbentrop telefona a Rahn, incaricato d’affari presso l’ambasciata tedesca a Roma, e chiede lumi sulla veridicità delle notizie che arrivano dall’agenzia Reuter di Londra, circa una pace separata tra Italia e potenze alleate. Rahn chiama il ministero degli esteri italiano, dal quale riceve chiare smentite sulla  notizia. Poco più tardi von Ribbentrop chiama di nuovo; le agenzie di stampa di mezzo mondo stanno rilanciando la notizia. Rahn telefona stavolta al generale Roatta, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate italiane, ma quest’ultimo smentisce categoricamente (ed in buona fede), dicendo tra l’altro che si tratta di “una spudorata menzogna da parte della propaganda britannica che deve essere respinta con sdegno”.

Quelle che seguono sono ore di gran confusione nelle quali i telefoni diventano quasi roventi. Le domande sono sempre le stesse, così come le risposte: “Che succede?”, “Ma è vero?”, “Non è possibile, si tratta di propaganda!

Ogni dubbio viene fugato alle 18:30, quando Radio Algeri trasmette come promesso il comunicato di Eisenhower: l’Italia non è più una nazione nemica di Gran Bretagna e Stati Uniti.

Circa un’ora più tardi, alle 19:45, preceduto da un breve annuncio dello speaker Giambattista Arista, il Maresciallo Pietro Badoglio dirama la notizia dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e le potenze alleate dai microfoni degli studi EIAR di via Asiago.

La sua voce rimbalza fino alla sede dell’Alto Comando della Wehrmacht, in Germania, e  Hitler ne viene informato di ritorno da una visita sul fronte dell’est.

In una grigia sera di fine estate si compie quindi il destino d'Italia: il Führer, irritatissimo, chiama Kesselring e dà ordine di mettere in opera il Piano “Achse”.

(vedere l'articolo "La Battaglia di Roma).

 

 

 

released and webmastering by M@rcoweb®2008 - all rights reserved