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PREMESSE
L’Armistizio che decorse dall’8 settembre 1943 tra l’Italia e le potenze
Alleate ha in realtà origini che possono essere tranquillamente
“retrodatate” al luglio precedente. Il primo atto in tal senso si
verificò a tarda sera del 25 luglio, quando il consueto programma
musicale radiofonico dell’EIAR (la radio di Stato) si interruppe per dar
spazio alle parole dell’annunciatore:
“Sua
Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di
Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza
il Cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo
Ministro Segretario di Stato il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro
Badoglio.”
Il
proclama proseguì con la frase “La guerra continua”, ma nessuno
ci fece caso, tanta era la sorpresa e lo stupore per una notizia così
inattesa e importante.
Roma per
prima e le principali città italiane poi improvvisamente si ridestarono
dall’apatia in cui versavano da tempo: le principali vie, le piazze più
importanti si riempirono di gente festosa che vedeva quello come il
momento della “fine di tutto”. Persone che per anni erano rimaste in
silenzio si mischiarono alla folla quasi incredula ma felice, gridando
tutta la loro rabbia repressa verso un regime che aveva portato solo
lutti e rovine alla nazione.
La
successiva notizia dell’arresto di Mussolini, fece il resto e ingigantì
ancor di più la gioia delle masse che ingombravano le vie.
La sede
romana della Federazione del partito Fascista, a Palazzo Braschi, fu
assalita e devastata; stessa sorte toccò alla sala stampa, in piazza San
Silvestro.
Manifestanti tentarono anche di entrare nella sede romana del giornale
“Il Messaggero” mentre si stava procedendo alla stampa di un’edizione
straordinaria.
Migliaia
di “cimicette”, i piccoli distintivi del partito che si portavano sul
bavero della giacca, ingombravano le vie di Roma, simbolo della
dissoluzione assoluta di un regime che per oltre vent’anni aveva fatto
il bello e il cattivo tempo.
E i
fascisti? Senza un capo e senza direttive, divennero vittime dell’atto
da essi stessi attuato. Improvvisamente si resero conto che il loro
mondo era finito, che tutti i privilegi di cui avevano goduto, il
rispetto e il timore della gente nei loro riguardi, non esistevano più.
Alcuni,
tra i più ferrei, sperarono fino alla fine che la Divisione Littorio, di
fede chiaramente fascista e di guarnigione a Campagnano, sarebbe
intervenuta per sedare quei tumulti e ristabilire la legalità del
regime; ma la grande unità non si mosse nemmeno, presa anch’essa tra lo
stupore e la mancanza di ordini univoci.
E i
tedeschi? Stranamente, nessuno dei quadri diplomatici o militari aveva
avuto sentore di quanto stava per accadere, anzi, molti di loro erano
addirittura fuori Roma, lontano dalla calura di quella torrida estate.
L’ambasciatore von Mackensen comunicò a Berlino la deposizione di
Mussolini solo a tarda sera; subito dopo si recò dal Re, per avere
assicurazioni circa l’impegno italiano al fianco della Germania.
Diversi
carri armati tedeschi furono piazzati nelle vie di accesso al Quartier
generale di Kesselring, ma vennero ritirati poco dopo, vista
l’inattività delle truppe italiane.
Hitler,
avuta notizia della caduta del Duce e del successivo arresto, andò su
tutte le furie.
Nella
consueta riunione presso il suo Quartier Generale della Prussia
orientale, espresse apertamente la sua sfiducia verso la nuova classe
dirigente italiana e verso il Re, quindi emanò alcune disposizioni
riguardanti l’ingresso di truppe tedesche nella Capitale d’Italia e il
blocco di tutte le principali vie di comunicazione.
A tal
proposito furono allertate la 2ª divisione paracadutisti, la 44ª
divisione di fanteria e la 3ª divisione panzegrenadieren (quest’ultima
già di stanza nei pressi del lago di Bolsena).
Sul
lontano fronte orientale, venne comunicato alla 1ª divisione corazzata
delle SS di tenersi pronta a partire per l’Italia, mentre alle truppe di
stanza in Sicilia (che combattevano ancora contro gli angloamericani,
sbarcati il 10 luglio) si ordinò di prevedere azioni di disarmo nei
confronti delle truppe italiane.
La
teutonica macchina bellica di Hitler sembrò aver preso inesorabilmente a
muovere contro l’Italia; ma poi, all’improvviso, il Führer tentennò su
queste decisioni. Difficoltà logistiche e materiali, nonché politiche
circa l’opportunità di una mossa così violenta iniziarono a farsi strada
nella sua mente; di conseguenza il piano fu ampiamente ridimensionato e
messo in pratica solo in parte.
I
tedeschi rimasero comunque in una sorta di “stand-by” operativo, in
attesa di sviluppi che l’Alto Comando germanico si aspettava da un
momento all’altro.
È
probabile che la collocazione della tragedia che si verificò
susseguentemente all’8 settembre stia proprio nella diversa
considerazione che i vertici militari tedeschi e italiani ebbero di
quel determinato momento storico: i primi approntarono un piano
ragionando su un’ipotesi che di lì a poco si sarebbe tramutata in
realtà; i secondi non fecero assolutamente nulla, attendendo
semplicemente gli eventi. Fatto sta che, d’improvviso, il soldato
tedesco iniziò a guardare con sospetto quello italiano; ma questo era
ancora niente rispetto a ciò che doveva accadere quarantacinque giorni
dopo quel 25 luglio.
L’OTTO SETTEMBRE
Il 6
agosto si era tenuto, sollecitato dai tedeschi, un incontro a Tarvisio
tra delegazioni italiane e tedesche capitanate dai rispettivi ministri
degli esteri Guariglia e von Ribbentrop, nonché dai rispettivi Capi di
Stato Maggiore, i generali Ambrosio e Keitel.
Durante
la conferenza, gli italiani assicurarono più volte all’alleato tedesco
la propria fedeltà, ma in realtà da Roma si cercavano contatti per
stipulare un armistizio con gli angloamericani.
Il 12
agosto il generale Giuseppe Castellano, stretto collaboratore del Capo
di Stato Maggiore generale Ambrosio, partì in treno alla volta di Madrid
per incontrare l’ambasciatore inglese in Spagna, Sir Samuel Hoare, a cui
doveva esporre la situazione militare italiana, ascoltare le intenzioni
degli Alleati e soprattutto rivelare l’impossibilità dell’Italia a
sganciarsi dall’alleato tedesco senza il sostegno angloamericano .
Intanto,
a Bologna, il 15 si tenne un secondo incontro italo-tedesco, stavolta di
carattere strettamente militare, per discutere le rispettive strategie
nella penisola: guidavano le delegazioni il Feldmaresciallo Erwin Rommel
(comandante delle truppe tedesche nell’Italia settentrionale) e il
generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano.
La
discussione si svolse in un clima estremamente teso, a causa dei
sospetti dei tedeschi sui movimenti di truppe italiane dal sud al nord
della penisola e delle reciproche velate accuse circa la mancata
vittoria in Sicilia.
Il 16
agosto intanto Castellano era a Lisbona per conferire stavolta con
l’ambasciatore inglese in Portogallo, Ronald Campbell, il quale riferì
all’italiano che al più presto le trattative sarebbero riprese alla
presenza di interlocutori militari inviati dagli Alleati .
Il 18
agosto Churchill e Roosevelt, insieme per la conferenza di Quebec,
autorizzarono il generale Eisenhower ad inviare due suoi rappresentanti
a Lisbona per trattare con l’emissario italiano le clausole generali di
un eventuale armistizio.
Il
giorno successivo arrivarono nella Capitale portoghese il generale
Walter Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore di Eisenhower, e il generale
Kenneth Strong, Capo del Servizio Informazioni del Comando alleato nel
Mediterraneo. Sono loro gli interlocutori ufficiali designati per
discutere con Castellano, il quale dovrà riferire poi a Roma sulle
reazioni degli Alleati alla proposta italiana.
Il 20
agosto i colloqui terminano con la richiesta alleata di una resa
incondizionata dell’Italia. Il rappresentante di Roma ottiene 10 giorni
di tempo per comunicare le decisioni del proprio governo.
30
agosto: nonostante stia per scadere il termine stabilito nei colloqui di
Lisbona, il Governo italiano non ha ancora preso una decisione. Tramite
l’ambasciatore inglese in Vaticano, D’Arcy Osborne, il generale
Castellano viene convocato in Sicilia dagli Alleati. Nello stesso
momento il generale Keitel, che ormai non si fida più degli italiani,
dirama le istruzioni per l’occupazione del Paese: “Il compito più
importante” -sostiene- “è il disarmo più rapido possibile
dell’esercito italiano. La pacificazione dell’Italia del nord sarà
attuata utilizzando le organizzazioni fasciste”.
Frattanto i tedeschi, che come già detto avevano approntato un piano per
prendere il controllo militare e politico di Roma, perfezionarono le sue
linee guida: unità della Wehrmacht si dislocarono presso vari punti
strategici della penisola, ufficialmente per “meglio appoggiare gli
italiani in caso di attacco da parte degli angloamericani”. In realtà
stavano predisponendosi per una rapida ed efficace presa delle
installazioni militari e delle principali vie di comunicazione.
In
Liguria si disposero appena fuori da La Spezia, pronte ad assicurarsi
l’importante porto; a Bologna occuparono i ponti sul Reno; in Toscana si
concentrarono nei pressi delle città chiave di Lucca, Prato e Pistoia.
Contemporaneamente, la 2ª divisione paracadutisti fece giungere i suoi
primi contingenti presso l’aeroporto di Pratica di Mare e li tenne
pronti a muovere verso la Capitale, mentre la 3ª divisione
panzergrenadieren si trovava, apparentemente oziosa, già presso la zona
del lago di Bolsena.
Sui
valichi alpini del Brennero, di fronte ai soldati italiani, stazionava
la 44ª divisione di fanteria “Hoch und Deutschemeister”.
Le
ultime modifiche redazionali erano molto chiare: le truppe della
tedesche dovevano in sostanza disarmare i soldati italiani; prendere e
presidiare i principali passi alpini e le grandi città costiere
italiane; occupare Roma e riportarvi il potere fascista; impedire la
consegna di velivoli o navi italiane agli Alleati.
Il 5
settembre il Feldmaresciallo Kesselring ricevette l’ordine di tenersi
pronto ad affrontare il precipitare degli eventi e, due giorni più
tardi, su suggerimento del generale Alfred Jodl (suo Capo di Stato
Maggiore), Hitler fece preparare un ultimatum per il Re: mettersi al
servizio della Germania oppure quest’ultima avrebbe preso il controllo
del Paese e del suo governo.
Tale
aut-aut avrebbe dovuto essere consegnato alla Casa Reale italiana il 9
settembre, ma gli avvenimenti precipitarono e tutto ciò che accadde
nelle ore successive rese superfluo tutto questo piano di Hitler.
Il 31
agosto Castellano giunge in aereo a Termini Imerese e subito viene
trasferito a Cassibile, nei pressi di Siracusa, luogo in cui iniziano i
colloqui. Gli italiani tergiversano, chiedono garanzie contro le
reazioni tedesche al momento della firma dell’armistizio. Gli Alleati
ribadiscono il punto fondamentale delle loro richieste: la resa italiana
dovrà essere proclamata contemporaneamente allo sbarco principale degli
Alleati nella penisola italiana, progettato per 9 settembre nel golfo di
Salerno.
In
serata Castellano rientra a Roma e riferisce quanto comunicatogli dai
delegati militari alleati: “Se il governo italiano insiste nel non
voler proclamare la cessazione delle ostilità nello stesso giorno dello
sbarco in forze, contrariamente a quanto il generale Eisenhower ha
stabilito con l’approvazione di Londra e di Washington, non avrà più in
avvenire alcun potere per trattare con i militari, e quindi per
concludere l’armistizio.
Se
ciò fosse avvenuto, si sarebbe indetta una conferenza tra i diplomatici
delle nazioni alleate che, meno favorevolmente disposti nei riguardi
degli italiani, avrebbero di certo imposto condizioni ben più gravi”.
A fronte
di questo aut-aut, Badoglio e il Re accettano le condizioni alleate e
inviano un comunicato al Comando angloamericano, in cui si annuncia
implicitamente l’accettazione dell’armistizio: “La risposta est
affermativa, ripeto, affermativa. In conseguenza nota persona arriverà
mattinata giovedi 2 settembre ora et località stabilita. Stop. Prego
confermare”.
Alle
17:00 del 3 settembre 1943 a Cassibile, nella grande tenda della mensa
dello Stato Maggiore, presente Eisenhower, il generale Giuseppe
Castellano firma le tre copie dell’armistizio “Per delega del
Maresciallo Badoglio”.
Per gli
Alleati firma il generale americano Bedell Smith. L’armistizio diverrà
effettivo l’8 settembre.
Il
giorno dopo, truppe anfibie dell’VIII Armata britannica sbarcano a
Reggio Calabria e il 7 settembre avanzano lungo la strada
Nicastro-Catanzaro e verso nord, in direzione di Pizzo.
L’attacco è in realtà un espediente progettato per attirare i tedeschi
verso sud, lontano dalla zona di Salerno, ma Kesselring, comandante
delle forze germaniche nell’Italia meridionale, non abbocca.
La
resistenza infatti è nulla e il solo reggimento tedesco posto a difesa
delle coste calabre sale sulle montagne, ritirandosi verso nord.
L’ 8
settembre alle 18:30, mentre i convogli di sbarco sono in rotta per
Salerno, da Algeri il generale Eisenhower comunica la notizia
dell’armistizio intervenuto tra gli Alleati e gli italiani. Ecco il
testo del breve annuncio: “Qui è il generale Eisenhower. Il governo
italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le
ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia
cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il
tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio
delle nazioni Alleate”.
Un
analogo annuncio viene fatto alla radio italiana alle 19:45 dal Capo del
governo Maresciallo Pietro Badoglio. Il messaggio al popolo italiano
cosi si conclude: “...Esse (le forze armate italiane) però reagiranno ad
eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
All’alba
del 9 settembre 1943, truppe della V Armata americana (generale Clark)
sbarcano nel golfo di Salerno. Il giorno stesso il governo Badoglio al
completo e il Re Vittorio Emanuele III fuggono da Roma per rifugiarsi a
Brindisi, in mano alleata.
L’Operazione, denominata “Avalanche”, sembra nascere sotto i migliori
auspici; difatti gli Alleati credono erroneamente che alla notizia
dell’armistizio le truppe italiane si sarebbero dissolte lasciando
indifesa la costa e il suo entroterra. Ciò fu effettivamente vero, ma
quello che i generali alleati ignoravano era che le truppe tedesche ne
avevano nel contempo già rilevato le posizioni.
Entro
agosto infatti, i tedeschi avevano applicato il piano comunicato da
Keitel a Kesselring e a Rommel, trasferendo ingenti forze militari nel
territorio italiano e predisponendo un piano per conquistare rapidamente
il Paese nel caso di un armistizio con gli Alleati.
I
tedeschi reagirono quindi immediatamente all’armistizio attaccando e
disarmando simultaneamente le truppe italiane, gran parte delle quali,
senza ordini precisi, erano rimaste immobili e indecise sul da farsi.
Dal Brennero, altre 9 divisioni della Wehrmacht scesero in Italia
incontrando scarsa o nessuna resistenza.
A Roma,
alcune formazioni del nostro esercito aiutate da una piccola fetta della
popolazione tentarono una resistenza; ma l’11 settembre, di fronte alle
meglio organizzate truppe tedesche, la Capitale si arrese appena in
tempo per apprendere, il 12 settembre, che un commando di paracadutisti
germanici aveva liberato con un colpo di mano Mussolini dalla sua
prigionia al Gran Sasso.
Vale la
pena a questo punto, per meglio comprendere la confusa situazione di
quei momenti, citare alcuni passi del bellissimo libro di Melton S.
Davis “Chi difende Roma?”, dai quali si può ben evincere l’assoluto
dilettantismo con cui fu portata avanti la trattativa per l’armistizio
da parte italiana e la conseguente reazione tedesca.
Siamo al
pomeriggio dell’8 settembre 1943: Eisenhower, visto il tentennare del
governo italiano nel diramare la notizia dell’accordo firmato il 3 a
Cassibile, spedisce un telegramma al Re, il testo dice: “Vedo dalla
vostra condotta che non volete rispettare gli accordi. Ho deciso di
annunciare l’armistizio stasera alle 18:30 (dell’8 settembre appunto -
N.d.A.): fate come me. Eisenhower”.
È il
panico più totale: il Re Vittorio Emanuele convoca una riunione del
Consiglio della Corona, presenti i vertici delle Forze Armate italiane,
nella quale vengono prese in considerazione tutte le possibilità per
sfuggire alla trappola in cui essi stessi si sono cacciati; non ultima
quella di smentire addirittura la notizia circa l’armistizio che già
alcune agenzie di stampa hanno iniziato a far trapelare.
È
opportuno aggiungere che alcuni tra i presenti, come ad esempio
l’Ammiraglio De Courten, nemmeno sanno delle trattative di un armistizio
tra Italia e Alleati!
Da
Berlino, il ministro degli esteri von Ribbentrop telefona a Rahn,
incaricato d’affari presso l’ambasciata tedesca a Roma, e chiede lumi
sulla veridicità delle notizie che arrivano dall’agenzia Reuter di
Londra, circa una pace separata tra Italia e potenze alleate. Rahn
chiama il ministero degli esteri italiano, dal quale riceve chiare
smentite sulla notizia. Poco più tardi von Ribbentrop chiama di nuovo;
le agenzie di stampa di mezzo mondo stanno rilanciando la notizia. Rahn
telefona stavolta al generale Roatta, Capo di Stato Maggiore delle Forze
Armate italiane, ma quest’ultimo smentisce categoricamente (ed in buona
fede), dicendo tra l’altro che si tratta di “una spudorata menzogna
da parte della propaganda britannica che deve essere respinta con sdegno”.
Quelle
che seguono sono ore di gran confusione nelle quali i telefoni diventano
quasi roventi. Le domande sono sempre le stesse, così come le risposte:
“Che succede?”, “Ma è vero?”, “Non è possibile, si
tratta di propaganda!”
Ogni
dubbio viene fugato alle 18:30, quando Radio Algeri trasmette come
promesso il comunicato di Eisenhower: l’Italia non è più una nazione
nemica di Gran Bretagna e Stati Uniti.
Circa
un’ora più tardi, alle 19:45, preceduto da un breve annuncio dello
speaker Giambattista Arista, il Maresciallo Pietro Badoglio dirama la
notizia dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e le potenze alleate dai
microfoni degli studi EIAR di via Asiago.
La sua
voce rimbalza fino alla sede dell’Alto Comando della Wehrmacht, in
Germania, e Hitler ne viene informato di ritorno da una visita sul
fronte dell’est.
In una
grigia sera di fine estate si compie quindi il destino d'Italia: il
Führer, irritatissimo, chiama Kesselring e dà ordine di mettere in opera
il Piano “Achse”.
(vedere
l'articolo "La Battaglia di Roma). |