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LE PREMESSE
Nell’estate del 1943, con il
susseguirsi delle sconfitte militari dell’Italia e l’invasione della
Sicilia da parte degli Alleati, cresce la sfiducia e l’opposizione verso
Mussolini ed emerge una crisi latente, che porterà alla caduta del
regime fascista. I principali dirigenti politici e militari del paese,
con il determinante appoggio del re, si convincono che solo allontanando
Mussolini dal potere si potrà evitare il crollo definitivo dell’Italia.
L'operazione era stata
elaborata in segreto da alcuni mesi da Dino Grandi d'intesa con il re
Vittorio Emanuele III. Come si poteva deporre legalmente il Duce? Il
Duce poteva essere esautorato solo dal Re. Ma il monarca non ne aveva
più il potere, avendolo consegnato tutto al Duce, sia quello di governo
sia quello delle Forze armate. Quindi occorreva come prima cosa che
fossero ripristinati i poteri costituzionali del Re; il quale poi
avrebbe tolto le deleghe del comando militare a Mussolini e le avrebbe
assegnate ad altri.
Come fare per "restituire" i
poteri costituzionali al Re? I gerarchi si sarebbero rivolti formalmente
al monarca, chiedendogli di applicare l'articolo 5 dello Statuto
Fondamentale del Regno (meglio noto come Statuto albertino). Era questo
l'articolo che attribuiva al Re il Comando Supremo delle Forze Armate,
che aveva delegato a Mussolini, e attribuiva al Capo dello Stato ogni
decisione di vertice. Lo strumento del Gran Consiglio serviva
precisamente allo scopo.
Il compito di parlare a nome
dei gerarchi davanti a Mussolini fu assolto da Dino Grandi, sia perché
era presidente della Camera, ma anche perché godeva di un grandissimo
prestigio. Il piano rappresentava peraltro una mano tesa a Mussolini,
cui si forniva una via di uscita che lo sollevava dal pagare per la
responsabilità di aver condotto il Paese vicino alla rovina.
La riunione del Gran
Consiglio, che non si teneva dal 1939, non fu ovviamente chiesta
esplicitamente per deporre il Duce, bensì per esaminare la conduzione
militare del conflitto; pare a taluni studiosi assai inverosimile che il
Duce, accorto conoscitore e della politica e dei suoi gerarchi, non
sospettasse subito l'argomento e non si rendesse conto che il Gran
Consiglio aveva in mente di destituirlo, perciò è stata avanzata
l'ipotesi (forse confortabile a posteriori dalla condotta
dell'interessato durante la riunione) che Mussolini intendesse
effettivamente rimettersi alle loro decisioni.
Chiesta una prima volta il
13 luglio, Mussolini la respinse. Una nuova richiesta venne fatta il 16.
Tre giorni dopo, Mussolini, di ritorno dall'incontro con Hitler presso
Feltre (BL), la concesse appunto per la sera del 24.
LA SEDUTA
I lavori ebbero inizio poco
dopo le 17. I consiglieri erano tutti in uniforme fascista con sahariana
nera. Il segretario del partito fascista, Carlo Scorza chiamò l'appello,
ma per il resto della seduta l'attività di segreteria fu svolta dallo
staff della Camera dei fasci e delle corporazioni al seguito di Dino
Grandi, presidente di quel ramo del Parlamento.
Dopo che Mussolini ebbe
riassunta la situazione bellica, Grandi e Farinacci illustrarono i loro
O.d.G. In sostanza entrambi chiedevano il ripristino "di tutte le
funzioni statali" e invitavano il Duce a restituire il Comando delle
Forze armate al Re.
Presero la parola alcuni
gerarchi, ma non per affrontare gli argomenti degli O.d.G., bensì per
fare chiarimenti o precisazioni. Si attendeva un intervento incisivo del
Capo del governo. Mussolini, invece, affermò impassibile di non avere
nessuna intenzione di rinunciare al Comando militare. Si avviò il
dibattito che si protrasse fin oltre le undici di sera. Grandi diede un
saggio delle sue grandi capacità oratorie: dissimulando abilmente lo
scopo reale del suo O.d.G., si produsse in un elogio sia di Mussolini
che del Re.
Successivamente Carlo Scorza
diede lettura di due missive indirizzate a Mussolini in cui il
segretario del partito chiedeva al Duce di lasciare la direzione dei
ministeri militari. I presenti rimasero molto colpiti, sia dal
contenuto, sia dal fatto stesso che Mussolini avesse autorizzato Scorza
a leggerle in quella sede. Quando si era arrivati ben oltre le undici di
sera, la seduta venne sospesa. Alla ripresa, Bottai si espresse a favore
dell'O.d.G. Grandi. Poi prese la parola Carlo Scorza, che invece invitò
i consiglieri a non votarlo e presentò un proprio O.d.G. a favore di
Mussolini.
Alcuni presenti valutarono
nell'O.d.G. Grandi solamente il fatto che Mussolini veniva "sgravato
dalle responsabilità militari" e, al contempo, la monarchia veniva
chiamata all'azione, "traendola dall'imboscamento" (come dirà a
posteriori Tullio Cianetti). Non si rendevano conto di quali enormi
conseguenze avrebbe avuto un loro eventuale voto favorevole sull'assetto
del regime. Alla fine del dibattito, i consiglieri si aspettavano un
cenno di Mussolini.
Di solito egli riassumeva la
discussione e i presenti si limitavano a prendere atto di quello che
aveva detto. In quest'occasione, invece il Capo del governo non espresse
alcun parere e, adottando un atteggiamento passivo, decise di passare
subito alla votazione degli O.d.G. Inoltre, anziché cominciare da quello
di Scorza, fece iniziare da quello di Grandi. Questa decisione di
"disimpegno" fu fondamentale ed impresse una svolta decisiva all'esito
della riunione.
LA VOTAZIONE
I 28 componenti del Gran
Consiglio furono chiamati a votare per appello nominale. La votazione
sull'ordine del giorno Grandi si concluse con:
19 voti a favore (Dino
Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Galeazzo Ciano, Cesare Maria
De Vecchi, Alfredo De Marsico, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino
Alfieri, Giovanni Marinelli, Carluccio Pareschi, Emilio De Bono, Edmondo
Rossoni, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Alberto De Stefani,
Luciano Gottardi, Giovanni Balella e Tullio Cianetti che il giorno dopo
scrisse a Mussolini ritrattando il suo voto);
8 voti contrari (Carlo
Scorza, Roberto Farinacci, Guido Buffarini-Guidi, Enzo Galbiati, Carlo
Alberto Biggini, Gaetano Polverelli, Antonino Tringali Casanova, Ettore
Frattari);
un astenuto (Giacomo Suardo).
Dopo l'approvazione
dell'O.d.G. Grandi, Mussolini ritenne inutile porre in votazione le
altre mozioni e tolse la seduta. Alle 2,40 i presenti lasciarono la
sala.
LE CONSEGUENZE
L'indomani, 25 luglio,
Mussolini si recò a colloquio con il Re, che gli comunicò la sua
sostituzione con il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. All’uscita da
Villa Savoia, l’ormai ex Duce fu arrestato dai Carabinieri e rimase una
sorta di “Prigioniero di Lusso” fino alla sua liberazione ad opera dei
tedeschi. Alle 22,45 dello stesso giorno la radio interruppe le
trasmissioni e diffuse il seguente comunicato:
"Sua Maestà il Re e
Imperatore ha accettato le dimissioni da Capo del Governo, Primo
ministro e Segretario di Stato, presentato da S. E. il Cav. Benito
Mussolini, e ha nominato Primo ministro e Segretario di Stato, il
Maresciallo d'Italia Cav. Pietro Badoglio".
Badoglio, per non destare
sospetti nei confronti dei tedeschi, pronunciò, in un discorso
radiofonico alla nazione, queste parole:
"La guerra continua a
fianco dell'alleato germanico. L'Italia mantiene fede alla parola data,
gelosa custode delle sue millenarie tradizioni".
Nessuno, tra la gente,
sapeva che cosa era stato di Mussolini. L'intera giornata del 26
trascorse senza avvenimenti di rilievo. Solo la mattina del 27, martedì,
la stampa diede notizia che il Gran Consiglio, nella notte tra il 24 e
il 25, aveva votato l'ordine del giorno di Dino Grandi con la
conseguente assunzione dei poteri da parte del Re.
Badoglio instaurò un governo
tipicamente militare. Dietro suo ordine il 26 luglio il Capo di Stato
Maggiore, Gen. Mario Roatta diramava una circolare telegrafica alle
forze dell'ordine ed ai distaccamenti militari la quale disponeva che
chiunque, anche isolatamente, avesse compiuto atti di violenza o
ribellione contro le forze armate e di polizia, o avesse proferito
insulti contro le stesse e le istituzioni fosse passato immediatamente
per le armi. La circolare ordinava inoltre che ogni militare impiegato
in servizio ordine pubblico che avesse compiuto il minimo gesto di
solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o avesse disobbedito agli
ordini, o avesse anche minimamente vilipeso i superiori o le istituzioni
fosse immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone
andavano parimenti dispersi facendo ricorso alle armi e senza
intimazioni preventive o preavvisi di alcun genere.
Il 28 luglio a Reggio Emilia
i soldati spararono sugli operai delle officine Reggiane facendo 9
morti. Nello stesso giorno a Bari si contarono 9 morti e 40 feriti. In
totale nei soli 5 giorni seguenti al 25 luglio i morti in seguito ad
interventi di polizia ed esercito furono 83, i feriti 308, gli arrestati
1.500.
Nei giorni seguenti il nuovo
esecutivo iniziò a prendere contatti con gli Alleati per trattare la
resa. Poche settimane dopo, il 3 settembre, il governo firmò l'armistizio di Cassibile, che venne reso noto l'8 settembre.
Costituita la Repubblica
Sociale Italiana il 28 settembre 1943 ad opera di Mussolini (liberato il
12 da un raid di paracadutisti tedeschi sul Gran Sasso), i membri del
Gran Consiglio che avevano votato a favore dell'ordine del giorno Grandi
furono condannati a morte come traditori nel processo di Verona,
tenutosi dall'8 al 10 gennaio 1944; Cianetti, grazie alla sua
ritrattazione, scampò alla pena capitale e venne condannato a 30 anni di
reclusione. Tuttavia i repubblichini riuscirono ad arrestare solo 5 dei
condannati a morte (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi) che
furono giustiziati mediante fucilazione l'11 gennaio 1944. |