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Per lo studio, la catalogazione e la salvaguardia di materiale storico-militare |
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Se c'è un'arma della Seconda Guerra mondiale che ebbe tanto successo pur risultando semplice nel concetto e nella costruzione, questa è proprio il Panzerfaust. |
Due viste del razzo del Panzerfaust (replica inerte). A sinistra è visibile il razzo completo estratto dal tubo lanciatore, mentre a destra si nota l'anello di sicurezza contro lo sparo accidentale.
Il Panzerfaust in fase addestrativa. Si noti l'astina che serviva da mirino in posizione estesa.
La corretta posizione di tiro.
Una squadra di cacciatori di carri tedeschi. La coppia di militari è armata con un Panzerfaust e con un Panzerschreck, la versione germanica del Bazooka. Un binomio letale per qualsiasi carro armato.
Due tipiche postazioni di agguato per utilizzatori di Panzerfaust.
Militari americani alle prese con lo studio di due di queste micidiali armi.
La cassa per il trasporto dei Panzerfaust. Poteva contenere 4 armi.
Ancora oggi è possibile imbattersi in questi ordigni sui campi di battaglia. Questo è un esemplare rinvenuto nella foresta di Hurtgen, in Germania.
Una rara immagine del Panzerfaust 150.
Un soldato sovietico a Berlino nel 1945 con un Panzerfaust catturato. L'arma, di cui erano largamente dotati sia gli esperti soldati delle forze tedesche regolari che i giovani della Hitlerjugend o gli anziani militi della Volkssturm, fece strage di T.34 russi nelle vie della Capitale tedesca durante gli ultimi accaniti combattimenti. |
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Il Panzerfaust era un lanciarazzi anticarro del tipo “usa e getta”, in dotazione alle squadre di cacciatori di carri nonché ai singoli soldati tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale.
Era un’arma leggera e facile
da produrre, nonostante ciò riusciva però a risultare spesso letale
contro i mezzi verso i quali veniva utilizzata, vista la sua capacità di
penetrare oltre 200mm di corazza, tale da metterlo in grado di
distruggere qualsiasi carro Alleato in circolazione. Il concetto secondo cui fu sviluppato consisteva nella possibilità di dotare la fanteria di un’arma anticarro pratica ed efficace nei combattimenti ravvicinati (in special modo quelli in centri abitati). Proprio per tale esigenza, una volta utilizzato ciò che rimaneva del Panzerfaust (il tubo lanciatore) veniva gettato via, senza costringere il militare che lo usava a portarsi dietro un ulteriore peso in un momento critico (tenendo conto anche che il mezzo colpito poteva rimanere solo danneggiato ma con la possibilità di rispondere al fuoco) Ne esistevano diverse varianti, denominate rispettivamente Panzerfaust 30, 60, 100 e 150; tutte avevano lo stesso potere di penetrazione rispetto alle corazzature (200mm con un’inclinazione di impatto pari a 90°), ma diversi raggi d’azione (in pratica la cifra indicava la gittata). L’arma consisteva di due parti principali: il tubo di lancio e il razzo vero e proprio; l'intera lunghezza era di circa 104cm (42 pollici), con un peso approssimativo di 5.1kg (11.23 libbre). Le versioni successive, come ad esempio il Panzerfaust 100, avevano pesi maggiori (6.8kg), ma la lunghezza era immutata
IL RAZZO
Differentemente dai comuni proiettili anticarro, il razzo del Panzerfaust non si basava sul principio dell’energia cinetica per penetrare le corazze, bensì utilizzava il concetto della “carica cava”, ovvero la disposizione dell’esplosivo al suo interno in maniera tale da creare un “dardo” ad altissima temperatura in grado di fondere il metallo. Il funzionamento della carica cava sfrutta infatti il principio dell’esplosione convogliata a formare un getto incandescente su una superficie ridotta, capace di penetrare qualsiasi oggetto incontrato sul cammino. Nel caso specifico del Panzerfaust, i gas espulsi dopo l’esplosione raggiungevano una velocità di oltre 26.000 piedi al secondo, con un’energia di 10 milioni di kg per centimetro quadrato. Niente poteva resistere ad un impatto del genere. Per raggiungere l’efficacia massima, la carica cava doveva essere però fatta esplodere ad una distanza ottimale dal bersaglio; se troppo vicina, il “dardo” non avrebbe fatto in tempo a formarsi, mentre troppo lontana buona parte dell’energia si sarebbe dispersa nell’ambiente circostante. Per lo stesso motivo, si preferì in ambito progettuale di non dotare la testa del razzo di rotazione, in quanto questa caratteristica avrebbe influito sull’energia trasmessa al bersaglio: si optò viceversa per una stabilizzazione mediante alette, anche se questa soluzione provocò una velocità del razzo relativamente bassa, una precisione non eccelsa e un'autonomia scarsa. Proprio per tali motivi, il Ministero degli Armamenti tedesco stabilì che l’arma doveva essere utilizzata per il combattimento ravvicinato contro i carri armati (dove non era importante la precisione, vista la distanza e la mole del bersaglio) e non per ingaggiare bersagli mediamente lontani o prossimi al massimo raggio d'azione. Queste direttive portarono ad un razzo di 14,5cm di diametro, con una lunghezza totale (compresa la parte annegata nel tubo lanciatore) di 49,5cm e del peso di 2,9 kg, contenente una miscela 50/50 di TNT e RDX pari a 800g grammi. A seconda delle versioni, il razzo viaggiava tra i 30 e gli 85 metri al secondo.
IL LANCIATORE
Nella stessa zona del tubo era ricavato un semplice e rudimentale sistema di mira: in pratica esso consisteva in una leva di puntamento che veniva alzata poco prima dello sparo dal soldato; tale leva presentava dei fori in verticale che servivano ad “individuare” approssimatamene la distanza del bersaglio. Ad esempio, il Panzerfaust 100 aveva fori di puntamento per distanze di 30, 60, 80 e 150 metri, dove guardare a seconda della distanza. Siccome l’elevazione della leva per il puntamento liberava anche l’innesco, vi era un congegno di sicurezza teso ad evitare spari accidentali.
SEMPLICE MA PERICOLOSO...
Il Panzerfaust era un'arma
semplice e facile da usare per qualsiasi soldato minimamente addestrato
a tal proposito. Il problema è che spesso, proprio facendo leva sulla
sua semplicità, ci si limitò a stampigliare delle semplici istruzioni
sul tubo e sulla testata dell’arma (ad esempio, sul tubo era stampata a
grandi lettere rosse la dicitura "Achtung! Feuerstrahl!" -attenzione!
getto di fuoco!-), cosa questa che non evitò a molti militari di perdere
la vita o rimanere seriamente feriti per un uso errato del lanciarazzi. Ancora oggi non è possibile stimare in quanti esemplari sia stato prodotto il Panzerfaust; certamente, nelle sue varie versioni si può ipotizzare che questi siano nell’ordine di qualche milione. L’arma, una volta prodotta, era stoccata e trasportata in casse di legno contenente quattro lanciarazzi. E’ definito il papà del moderno RPG sovietico, arma che però a sua differenza utilizza un tubo di lancio ricaricabile ed un congegno di mira più raffinato.
Alcuni "fantasiosi" utilizzi del Panzerfaust. Nella foto a destra ne vediamo alcuni esemplari montati sotto l'ala di un velivolo leggero (di dubbia efficacia), mentre a sinistra un anziano milite della Volkssturm ha montato la sua arma su un biscopio da trincea, al fine di poter fare fuoco senza sporgersi dal suo improvvisato riparo.
In questa ricostruzione, un appartenente alla milizia territoriale tedesca sfoggia il suo Panzerfaust. L'estrema pericolosità dell'arma se in mano a soldati improvvisati come questi fece molte vittime tra le stesse file tedesche.
I successori del Panzerfaust. A sinistra il sovietico RPG-7, un lanciarazzi anticarro nato al tempo della guerra fredda. A destra invece il moderno Panzerfaust 3, dell'attuale Esercito tedesco, che ne ha rispolverato il nome. Ambedue presentano la caratteristica di avere il tubo lanciatore ricaricabile. |
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