10 giugno 1940: l'Italia va alla guerra

Il 10 giugno del 1940 l'Italia entra in guerra sull'onda di un entusiasmo popolare in parte solo fittizio. Non sono pochi, infatti, quelli che prospettano l'approssimarsi di tempi bui nonostante le vittorie tedesche sulla Polonia, sui Paesi Bassi e sulla Francia in via di dissoluzione sotto i colpi della Wehrmacht.

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Fin dal 1939 Mussolini aveva assistito con preoccupazione alla crescente spinta espansionistica dell'alleato tedesco, che rischiava sia di mettere l'Italia in una posizione del tutto marginale nel futuro ordine europeo e mondiale, sia di far naufragare un insieme di obiettivi strategici italiani i quali, per quanto confusamente concepiti, spaziavano dai Balcani agli oceani.

Tuttavia, allo scoppio del conflitto, l’Italia aveva preso in parte le distanze dal ben più potente alleato tedesco, rimanendo alla finestra ad osservarne l’andamento senza prendervi parte attiva.

Con l’apparente inarrestabile marea germanica che sciamava attraverso il continente, era maturata comunque nel Duce la convinzione che l'Italia dovesse prepararsi a combattere una guerra parallela a quella dei tedeschi in aree geograficamente circoscritte, al fine di trarre il massimo vantaggio con il minimo sforzo al tavolo della pace con le nazioni vinte e, ovviamente, con la Germania nazista (famosa fu la frase pronunciata dal Duce ad alcuni suoi stretti collaboratori: “mi occorre qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative di pace”).

Il momento di dichiarare guerra si avvicinava man mano che la Wehrmacht tedesca travolgeva le linee avversarie e si espandeva in Europa, a est come a ovest. Era tuttavia palese l'inadeguatezza del Regio Esercito Italiano ad assumere un ruolo militare pari a quello tedesco.. questo era ben noto ai nostri vertici militari e allo stesso Mussolini. Era perciò giocoforza puntare a operazioni di guerra di breve durata, in punti marginali del conflitto, senza un coinvolgimento di grosse masse di uomini e mezzi e confidando nella resa abbastanza prossima dell'Inghilterra, fatto questo che nell'estate del 1940 poteva apparire probabile.

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò con enfasi l'entrata in guerra dell'Italia contro la Francia e l'Inghilterra. Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Poco addestrati e male equipaggiati i soldati italiani avanzarono con estrema lentezza attraverso le Alpi, duramente contrastati dalle truppe francesi poste sui confini Anche sulla costa le operazioni procedettero a rilento al punto che, al momento dell'armistizio (24 giugno), le forze italiane non si erano spinte oltre Mentone.

Si trattava di un magro bottino, che non legittimava le ben più consistenti richieste avanzate da Mussolini a Hitler (la Corsica, Nizza, la Tunisia, Gibuti, la Francia meridionale fino al Rodano) ma, per contro, trascinarono la Nazione in un conflitto che nel giro di poco più di un anno l’avrebbe vista confrontarsi contro Gran Bretagna, Commonwealth, Stati Uniti ed Unione Sovietica insieme.

L’impreparazione dei nostri soldati e dell’intero apparato militare ad una guerra di così vasta portata, comprendente teatri che spaziavano dalle sabbie del deserto africano alle gelide steppe della Russia, divenne sempre più evidente, fino a culminare nelle tragedie di El Alamein e della ritirata del nostro Corpo di Spedizione in Russia.

 

 

IL DISCORSO DI MUSSOLINI

 

Combattenti di terra, di mare e dell'aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d'Italia, dell'impero e del Regno d'Albania..ascoltate!
Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili.La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. 
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell'edificio, l'ignobile assedio societario di cinquantadue Stati.

La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.
Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l'eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate. Bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell'anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.
Ormai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l'onore, gli interessi, l'avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. 
Noi impugnammo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l'accesso all'Oceano 
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione. 
È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra. 
È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto. 
È la lotta tra due secoli e due idee. 
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l'Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. 
Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate. 
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore che, come sempre, ha interpretato l'anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata. 
L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.
La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. 
Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! 
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. 
Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

 

 

I giornali danno la notizia dell'entrata in guerra dell'Italia.

 

Abitanti di Ferrara si informano sugli eventi.

 

Truppe italiane sfilano ai Fori Imperiali

 

Un'adunata oceanica in Piazza Venezia.

 

Alpini nella neve.

 

Le dure condizioni del clima russo non erano adatte al nostro inadeguato equipaggiamento.

 

Sul confine le nostre truppe si preparano ad attaccare la Francia.

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