|
Fin
dal 1939 Mussolini aveva assistito con preoccupazione alla crescente spinta
espansionistica dell'alleato tedesco, che rischiava sia di mettere l'Italia in
una posizione del tutto marginale nel futuro ordine europeo e mondiale, sia di
far naufragare un insieme di obiettivi strategici italiani i quali, per quanto
confusamente concepiti, spaziavano dai Balcani agli oceani.
Tuttavia, allo scoppio del conflitto, l’Italia aveva preso
in parte le distanze dal ben più potente alleato tedesco, rimanendo alla
finestra ad osservarne l’andamento senza prendervi parte attiva.
Con l’apparente
inarrestabile marea germanica che sciamava attraverso il continente, era
maturata comunque nel Duce la convinzione che l'Italia dovesse prepararsi a
combattere una guerra parallela a quella dei tedeschi in aree geograficamente
circoscritte, al fine di trarre il massimo vantaggio con il minimo sforzo al
tavolo della pace con le nazioni vinte e, ovviamente, con la Germania nazista
(famosa fu la frase pronunciata dal Duce ad alcuni suoi stretti collaboratori: “mi
occorre qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative di pace”).
Il momento di
dichiarare guerra si avvicinava man mano che la Wehrmacht tedesca travolgeva le
linee avversarie e si espandeva in Europa, a est come a ovest. Era tuttavia
palese l'inadeguatezza del Regio Esercito Italiano ad assumere un ruolo militare
pari a quello tedesco.. questo era ben noto ai nostri vertici militari e allo
stesso Mussolini. Era perciò giocoforza puntare a operazioni di guerra di breve
durata, in punti marginali del conflitto, senza un coinvolgimento di grosse
masse di uomini e mezzi e confidando nella resa abbastanza prossima
dell'Inghilterra, fatto questo che nell'estate del 1940 poteva apparire
probabile.
Il 10 giugno
1940 Mussolini annunciò con enfasi l'entrata in guerra dell'Italia contro la
Francia e l'Inghilterra. Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra
il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in
ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Poco addestrati e male
equipaggiati i soldati italiani avanzarono con estrema lentezza attraverso le
Alpi, duramente contrastati dalle truppe francesi poste sui confini Anche sulla
costa le operazioni procedettero a rilento al punto che, al momento
dell'armistizio (24 giugno), le forze italiane non si erano spinte oltre
Mentone.
Si trattava di
un magro bottino, che non legittimava le ben più consistenti richieste avanzate
da Mussolini a Hitler (la Corsica, Nizza, la Tunisia, Gibuti, la Francia
meridionale fino al Rodano) ma, per contro, trascinarono la Nazione in un
conflitto che nel giro di poco più di un anno l’avrebbe vista confrontarsi
contro Gran Bretagna, Commonwealth, Stati Uniti ed Unione Sovietica insieme.
L’impreparazione
dei nostri soldati e dell’intero apparato militare ad una guerra di così vasta
portata, comprendente teatri che spaziavano dalle sabbie del deserto africano
alle gelide steppe della Russia, divenne sempre più evidente, fino a culminare
nelle tragedie di El Alamein e della ritirata del nostro Corpo di Spedizione in
Russia.
IL
DISCORSO DI MUSSOLINI
Combattenti
di terra, di mare e dell'aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d'Italia, dell'impero e del Regno d'Albania..ascoltate!
Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle
decisioni irrevocabili.La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli
ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie
dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso
insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia
più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e,
alla fine, quale coronamento dell'edificio, l'ignobile assedio societario di
cinquantadue Stati.
La nostra coscienza è
assolutamente tranquilla.
Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto
era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa; ma
tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze
della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l'eternità; bastava
non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto
micidiale per coloro che le hanno accettate. Bastava non respingere la proposta
che il Führer fece il 6 ottobre dell'anno scorso, dopo finita la campagna di
Polonia.
Ormai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i
rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l'onore, gli interessi,
l'avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se
considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che
determinano il corso della storia.
Noi impugnammo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre
frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi
vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano
nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è
veramente libero se non ha libero l'accesso all'Oceano
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra
rivoluzione.
È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che
detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della
terra.
È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al
tramonto.
È la lotta tra due secoli e due idee.
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i
vascelli, io dichiaro solennemente che l'Italia non intende trascinare altri
popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera,
Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende
da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le
leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in
fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue
meravigliose Forze Armate.
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro
pensiero alla Maestà del re imperatore che, come sempre, ha interpretato l'anima
della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania
alleata.
L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e
compatta come non mai.
La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.
Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere!
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia
all'Italia, all'Europa, al mondo.
Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il
tuo valore! |
|


I giornali danno la
notizia dell'entrata in guerra dell'Italia.

Abitanti di Ferrara si informano sugli eventi.

Truppe italiane sfilano ai Fori Imperiali

Un'adunata oceanica in Piazza Venezia.

Alpini nella neve.

Le dure condizioni del clima russo non erano adatte al nostro
inadeguato equipaggiamento.

Sul confine le nostre truppe si preparano ad attaccare la Francia. |
|