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Forse non sono in molti che conoscono la storia di Castelnuovo al Volturno, un piccolo centro ai piedi di Monte Marrone che, risparmiato dalla guerra, fu raso al suolo per esigenze cinematografiche...dagli Alleati. L’incredibile episodio fu oggetto, purtroppo senza esito alcuno, di attenzione da parte della stampa nazionale. Se ne ha traccia ad esempio su diversi giornali, tra cui Il Paese del 21 gennaio 1949; La Domenica del Corriere n° 23 del 10 giugno 1962; Cronaca dell’11 febbraio 1967 e ABC n°47 del 22 novembre 1964. Di quest’ultimo, come sintesi di tutti gli scritti, si riporta l’articolo a firma di Nino Puleio, apparso appunto nel 1964 e che abbiamo rinvenuto sul notiziario "Il richiamo del Cervo".
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Castelnuovo al Volturno prima della guerra. La Processione di Santa Lucia, nel maggio del 1940
Poco prima dell'arrivo dei combattimenti
Postazione di artiglieria antiaerea italiana davanti a Castelnuovo, aprile del 1944
Salmerie italiane del battaglione Alpini "Piemonte" risalgono verso il Monte Marrone costeggiando Castelnuovo al Volturno
Il paese così come appariva dopo il giugno del 1944
La piazza principale, con le rovine delle abitazioni
Uno scorcio tipico
Le rovine della zona "Portella"
I caratteristici zampognari di Castelnuovo al Volturno nel 1946
Un dipinto che ritrae il centro storico di Castelnuovo
Il paese oggi
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Il 17 giugno 1944, quando ormai le truppe Alleate avevano raggiunto e superato Roma, un intero paese situato sui contrafforti delle montagne che dominano Cassino è stato quasi completamente distrutto dai carri armati e dai cannoni Alleati della V Armata per consentire agli operatori cinematografici della sezione propaganda dell’esercito americano di girare un documentario di guerra che testimoniasse l’asprezza dei combattimenti sul fronte italiano E dalla fine della guerra ad oggi il piccolo paese molisano, distrutto dagli Alleati per esigenze cinematografiche, non è stato ancora ricostruito. La burocrazia e i ministeri non sono riusciti a mettersi d’accordo sulla motivazione della distruzione; non hanno potuto stabilire cioè se si tratta di “danni di guerra” o di “danni causati dalle truppe Alleate”. In questa difficile ricerca sono passati venti anni e i cittadini di Castelnuovo al Volturno che hanno voluto abbandonare le baite e le capanne di paglia nelle quali si erano rifugiati all’indomani della loro incredibile avventura, hanno dovuto ricostruirsi la casa con i propri mezzi, giorno per giorno, pietra su pietra. Castelnuovo al Volturno è un piccolo paese arroccato sulle propaggini nord-occidentali del Monte Marrone e della catena montagnosa delle Mainarde. Prima della guerra contava si e no 700 abitanti, quasi tutti venditori ambulanti e suonatori di fisarmonica girovaghi. La tragedia di questo paese è racchiusa tutta in un migliaio di metri di pellicola cinematografica gelosamente custodita negli Archivi del Ministero della Guerra a Washington. Sono immagini di una battaglia cruentissima con duelli di artiglieria, soldati tedeschi catturati tra le macerie, feriti trasportati su improvvisate barelle e soldati Alleati lanciati vittoriosamente alla conquista delle pendici di Monte Marrone. In realtà si tratta di una delle più riuscite trovate propagandistiche messe in atto durante la Seconda Guerra mondiale. A distanza di venti anni, siamo tornati nelle montagne del Molise a raccogliere le testimonianze di coloro che impotenti assistettero alla distruzione del loro paese “per esigenze cinematografiche”. Nelle loro parole non c’è più neanche il rancore né desiderio di vendetta. Gli abitanti di Castelnuovo ormai non sperano più che qualcuno si decida a ricostruire le loro case. Tuttavia non hanno perduto la speranza di poter rimettere in piedi, con il loro lavoro e con quello di coloro che sono emigrati verso altri lidi, lo sperduto paesino che la propaganda Alleata adoperò come cavia e dove si direbbe, guardandone le macerie ed i vicoli, che la guerra sia appena passata. A circa settanta chilometri da Cassino, sulla strada che da Venafro porta a Isernia e poi, inerpicandosi sui tornanti, verso Scapoli, arriviamo a Castelnuovo a Volturno, dove la strada semplicemente finisce. Siamo sulle estreme propaggini del Molise, a circa mille metri di altitudine sui contrafforti del Monte Marrone e del Monte Castelnuovo, rispettivamente a 1770 e 1170 metri. Queste montagne, dall’ottobre del 1943, si trovarono comprese nel sistema difensivo della linea Cassino-Ortona, la cosiddetta Linea Gustav, sulla quale i tedeschi riuscirono a trattenere per molti mesi l’avanzata verso nord delle armate Alleate. Furono gli Alpini italiani del battaglione “Piemonte” che riuscirono a snidare le posizioni tedesche dai cunicoli inaccessibili del Monte Marrone e aprirono la strada per Montecassino prima e Roma poi (!). All’inizio dell’estate del 1944 Castelnuovo appariva pressoché ancora deserto. I tedeschi avevano molto tempo prima caricata l’intera popolazione sui camion militari e l’avevano deportata parte in Ciociaria, a Frosinone, e parte in Emilia, a Bondeno e Ferrara. I pochi che erano riusciti a fuggire nascondendosi sulle montagne cominciavano a scendere nel paese: si trattava di poco meno di un centinaio di persone.
SI ORDINA LO SGOMBERO Ma il fronte si era allontanato e il paesello se l’era cavata con poco prezzo rispetto alle distruzioni dei paesi che si erano trovati direttamente sulla linea del fronte: solo quattro case risultavano danneggiate da pochi colpi di cannone sparati dai tedeschi sull’abitato. Tra l’1 e il 4 giugno 1944 anche le truppe Alleate che erano rimaste accasermate in riposo a Castelnuovo abbandonarono la zona dopo aver nominato un sindaco provvisorio e avergli affidato i primi incarichi. “Venne qui un generale e gli Alleati mi nominarono Sindaco di Castelnuovo – ci racconta Vincenzo Martino, un simpatico vecchietto che prima suonava anche lui la fisarmonica e adesso cerca di fare il commerciante di vini – poi i soldati se ne andarono lasciandomi in consegna moltissima roba, tra cui armi e munizioni tedesche catturate che io raccolsi in quattro magazzini qui, al centro del paese. In tutto eravamo una sessantina di abitanti; gli altri non erano ancora tornati dai loro luoghi di deportazione. Per ultimi partirono gli Alpini italiani che avevano preso il Monte Marrone..era il 4 giugno 1944. La mattina dopo vedemmo una jeep arrampicarsi sui tornanti della nostra strada. Un ufficiale inglese, un tenente, venne a parlare con me e mi disse che il paese doveva essere sgombrato subito. Tutti gli abitanti dovevano abbandonare il centro per una decina di giorni perché si doveva procedere ad una disinfestazione sanitaria. Gli abitanti che erano appena rientrati dalle montagne e quelli che, come me, erano rimasti nascosti nei dintorni naturalmente non volevano saperne. Io dissi che non potevo andarmene perché ero custode del materiale lasciatomi dagli altri soldati Alleati che erano stati lì prima, ma il tenente inglese non volle sentire ragioni. Mi rilasciò una ricevuta per il materiale raccolto nei quattro magazzini (ricevuta che consegnai più tardi al Ministero a Roma) e mi scrissero su un pezzo di carta di quaderno una specie di ordine di sgombero. -Si ordina l’evacuazione del paese di Castelnuovo per la durata di dieci giorni perché si deve procedere ad una disinfestazione generale-, che firmò lo stesso tenente. Poi ci caricarono tutti sui camion, proprio come mesi prima avevano fatto i tedeschi, e ci portarono nel vicino paese di Rocchetta. Il giorno dopo cominciarono ad arrivare i soldati; colonne di carri armati riempivano i tornanti della vallata e batterie di cannoni furono piazzate sulla strada e sui contrafforti: tutti puntati su Castelnuovo. Nessuno di noi ci capiva niente, ma speravamo che tutto finisse in fretta per poter tornare alle nostre case”.
DOBBIAMO DISINFESTARE L’ultimo ad abbandonare il Paese fu l’Avvocato Bruno Grande. Ecco il suo racconto: “Ero stato deportato dai tedeschi vicino a Frosinone, non appena il fronte si spinse a nord di questa città io cercai di tornare a Castelnuovo per vedere in che stato era la mia casa. Naturalmente mi misi in viaggio a piedi e arrivai a Castelnuovo nella notte del 6 giugno passando tra le montagne, perché lungo la strada mi avevano detto che in paese non si poteva andare. Proprio alle porte del paese però alcuni soldati americani mi bloccarono e cercarono di farmi tornare indietro. Dopo molte discussioni riuscii a parlare con un ufficiale e con un interprete. Anche loro cominciarono con il dirmi che l’accesso era bloccato per via della disinfestazione. Ma alla fine ottenni il permesso di dormire nella mia casa con l’impegno che me ne sarei andato l’indomani mattina all’alba. La mia casa era intatta: non c’erano più i mobili ma i muri e le cose essenziali erano rimasti. Il paese era deserto, neppure l’ombra di un abitante. Verso l’alba mi addormentai e solo verso le dieci del mattino mi svegliò un rumore assodante di cingoli e di carriaggi. La piazzetta del paese brulicava di soldati e appena mi videro per la strada tutti iniziarono a urlare parole incomprensibili e mi si avventarono contro. Poi però lo stesso ufficiale che mi aveva concesso il permesso di dormire nella mia casa mi caricò su una jeep e mi portò a Rocchetta, dove c’erano gli altri abitanti di Castelnuovo. Dalle colline di fronte a casa nostra ci avventurammo in tre o quattro per vedere cosa succedeva. Tentammo anche , assieme a Martino, di rientrare in paese ma sempre fummo respinti e l’ultima volta anche con le brutte maniere”. Intanto altri castelnovesi stavano tornando dai luoghi di deportazione o di sfollamento. Tra gli altri tornava anche Ettore Rufo, maestro elementare e attuale Sindaco di Castelnuovo. Era il 16 giugno 1944: “In tre o quattro eravamo tornati e tentavamo di avvicinarci al paese. A Rocchetta ci dissero che era impossibile arrivarci. La strada infatti era bloccata da autocolonne di carri armati e di soldati di tutte le razze. Quando i soldati ci scorsero cominciarono a minacciarci e poi con un camion ci riportarono a Rocchetta senza darci alcuna spiegazione. Lungo la strada incontrammo trasporti di truppe ed altri carri armati, tra cui credemmo di riconoscere dei soldati tedeschi, ma lì per lì pensammo ci fossimo sbagliati. La mattina del 17 fummo svegliati dal cupo rumore delle cannonate. Pensammo si trattasse di esercitazioni alle quali qualcuno aveva accennato e corremmo a guardare dalle colline che sono di fronte al nostro paese. Le cannonate cadevano sulle montagne, ma a poco a poco ci accorgemmo che le batterie aggiustavano il tiro proprio sulle nostre case. Non credevamo ai nostri occhi: sotto i colpi di cannone dei carri armati e delle artiglierie il nostro paese, che la guerra aveva miracolosamente risparmiato, stava crollando una casa alla volta tra nuvole di calcinacci e crepitio di esplosioni. Vedemmo il campanile della chiesa, troncato a metà da una cannonata, rovinare a terra. Intanto a bassa quota volteggiava in larghe spirali un piccolo aereo da ricognizione”. Ma lasciamo la parola al marchese don Antonio Battiloro, maggiorente di Scapoli, un paese a due chilometri da Castelnuovo, ed alla relazione ufficiale come ce l’ha confermata il Sindaco di Scapoli, Natalino Paone: “Ciò che accadde in quei giorni ha dell’incredibile. Si poté bene osservare che l’artiglieria diresse i tiri sul Marrone, sul circondario di Castelnuovo e con meraviglia generale anche sull’abitato. La giornata più nera fu quella del 17 giugno, cioè quella che segnò la distruzione della chiesa e di tutta la parte nord dell’abitato. Furono viste crollare sotto i colpi dei cannoni a una a una tutte le case di Castelnuovo e il campanile della chiesa".
MA PERCHE' ? Il motivo di questa distruzione rimase avvolto per molti anni da mistero, fino a quando non iniziarono ad arrivare dai concittadini emigrati negli USA lettere dove questi ultimi asserivano di aver visto dei documentari sulla “conquista di Castelnuovo, imprendibile caposaldo tedesco, conquistato dalle truppe corazzate e dai fanti Alleati”. Thomas Pitassi, castelnovese, scrisse da Philadelphia, mentre Esterina Ricci, altra emigrante, scrisse da Chicago; altri ancora da Boston e da Los Angeles. Così la verità è venuta a galla: come se fosse un documentario girato dal vero, era stato proiettato in America un film che mostrava la cruenta occupazione di Monte Marrone e di Castelnuovo a Volturno con l’avanzata delle truppe Alleate, duelli di artiglierie e soldati tedeschi che venivano snidati dalle case. I tecnici cinematografici al seguito delle truppe Alleate avevano vestito da tedeschi alcuni militari americani e avevano girato le impressionanti sequenze dei “nemici” che si arrendevano con le mani alzate. Castelnuovo al Volturno era stata rasa al suolo per consentire di girare un documentario di attualità su avvenimenti che in realtà erano avvenuti altrove, alcuni mesi prima. “Finita la guerra, gli Alleati bombardarono un paese; ma questa è una cosa molto grave, che dite mai?” – disse all’Avvocato Grande l’allora Prefetto di Campobasso, don Ferdinando veneziani -. Eppure era accaduto proprio questo. Ma gli Alleati se la cavarono brillantemente: “Perché vi preoccupate di quattro case cadenti? Ve le ricostruiremo migliori di prima e vi daremo nuovi mobili ed elettrodomestici”, dissero a quanti protestarono allora. Ma i castelnovesi rimasero per lungo tempo nelle baite e nei pagliai e né gli Alleati, né il governo italiano ricostruirono mai il paese. Due case furono in realtà ricostruite dall’Istituto delle Case Popolari qualche anno fa per i senzatetto, ma dopo poco tempo dovettero essere abbandonate perché cadevano a pezzi. La chiesa è stata invece ricostruita, ma don Giovanni Penna, Arciprete della chiesa di Santa Maria Assunta, dovette ricorrere ad un artifizio: disse infatti che era stata distrutta dai tedeschi.
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