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Raramente un libro è
riuscito a prendermi tanto come questo "Arrivano i nostri" di Alfio
Caruso.
L'Autore (il maiuscolo è
voluto) analizza la nascita della Mafia in America e tratta i complicati
giochi che portarono gli Stati Uniti a tentare un approccio con essa in
vista dell'imminente arrivo della guerra sul suolo italiano, il quale fu
molto favorito dal particolare disinteresse che il regime Fascista da
sempre manifestava nei confronti dell'isola (non disdegnando però di
impossessarsi dei suoi prodotti).
Dopo questa prima parte, si
giunge ad una trattazione dello stato delle nostre forze armate e, in
particolare, della Marina, i cui comportamenti a livello di catena di
comando sono messi a nudo da considerazioni che mi hanno lasciato di
stucco per la gravità della loro natura (a parte il coinvolgimento di
varie logge massoniche di cui molti alti gradi facevano parte e i loro
intrecci con la Mafia).
Di particolare interesse gli
accenni che si fanno riguardo ad alcuni noti personaggi dell'epoca, come
ad esempio Vittorio Emanuele III, il quale anche dopo lo scoppio della
guerra mantenne un cospicuo deposito presso Hambro's Bank di Londra,
soldi che non furono confiscati dal governo britannico ma impiegati come
"prestito di guerra": Per cui si verificò la paradossale situazione
secondo cui i ragazzi italiani andavano alla guerra e venivano uccisi da
armi inglesi fabbricate anche grazie al loro stesso Re che ce li aveva
mandati.
Spietata, ma tristemente
veritiera, è poi l'analisi della situazione delle nostre Forze Armate
che difendevano l'isola (esilarante ma al tempo stesso triste,
l'episodio delle 30.000 di paia di scarponi destinati ai nostri militari
giacenti nei depositi siciliani, i quali però erano tutti dal numero 44
in su. Dal continente ne furono spedite altre 70.000 di numeri
assortiti, ma misteriosamente queste calzature "sparirono" durante il
viaggio e rispuntarono poi, dopo la guerra, nei mercatini rionali).
Non scampano nemmeno i
comandanti Alleati ("Eisenhower, un generale che meno decideva e meglio
stava", oppure il bizzoso Montgomery). Tra l'altro, a circa metà del
libro la trattazione affronta in maniera molto tecnica tutte le mancanze
di cui il nostro esercito soffriva, sottolineando invece il grande
strapotere Alleato secondo cui l'invasione della Sicilia non fu mai un
problema relativo al "se riuscirà", bensì "quanto ci metteremo ad
arrivare a Messina".
Personalmente consiglio
questo libro a tutti gli amanti della Storia della Campagna d'Italia.
Leggetelo, e scoprirete che molte delle vostre convinzioni o dei
concetti che pensavate assodati erano del tutto errati; inoltre si
acuirà in voi, così come è accaduto a me, il senso di inutilità di
quella grande tragedia che ci portò, più di sessant'anni fa, a credere
di poter davvero fondare un impero quando non avevamo i mezzi nemmeno
per starcene dentro casa.
RECENSIONE UFFICIALE
Il più grande intrigo politico-spionistico della Seconda guerra mondiale
comincia nel luglio del 1932 all'hotel Drake di Chicago, dove si tiene
la convention democratica che dovrà scegliere, fra Franklin Delano
Roosvelt e Albert Smith, il candidato alle elezioni presidenziali.
Quella notte giungono da New York due giovani azzimati con pretese di
eleganza: Frank Costello e Lucky Luciano. Undici anni dopo in Sicilia
tutti sapevano che gli Alleati sarebbero sbarcati il 10 luglio, tanto la
popolazione quanto i più elevati livelli politici e militari. Una
ricostruzione dello sbarco degli Alleati in Sicilia che analizza il
ruolo di quanti - massoneria, mafia, monarchia e Stato Pontificio -
prepararono la nascita dell'Italia repubblicana. |