Seduti su una polveriera

A quasi novant'anni dalla prima Guerra mondiale e a sessanta dalla Seconda, in Italia si può ancora morire per colpa degli ordigni bellici inesplosi. Enti locali e Protezione civile preparano progetti di bonifica.

Homepage

 

 

 

 

 

 

 

È come se l'Italia fosse ancora nel bel mezzo di una guerra. Un conflitto vero,  fatto di bombe pronte a scoppiare da un momento all'altro. Ordigni che vegliano silenziosi nelle profondità della terra o degli abissi e che aspettano di tornare alla luce dopo anni di oblio. Le bombe inesplose, residuati dei due conflitti mondiali, rappresentano una minaccia che continua a vivere ancora oggi su tutto il territorio nazionale. Tragici e improvvisi incontri ravvicinati che rischiano di provocare mutilazioni e morte.

Come è capitato pochi giorni fa, il 17 luglio, a un agricoltore 70enne di San Donà di Piave (Venezia) ucciso dallo scoppio improvviso di un ordigno ritrovato lungo il greto del Piave risalente alla Grande guerra. E il pericolo non dà segni di diminuzione. Solo nel corso del secondo conflitto mondiale, furono sganciate sulle regioni italiane oltre 1 milione di bombe da parte di USAF e RAF (rispettivamente le aviazioni militari di stati Uniti e Gran Bretagna) pari a circa 350.000 tonnellate di esplosivo. Gli esperti ritengono che una parte consistente di questi ordigni non subì una completa deflagrazione e addirittura il 10% non esplose del tutto.

Per questo, ogni anno sono circa 3.000 gli interventi di bonifica messi a punto dagli artificieri dell'esercito, delle altre forze di militari e di polizia.

Una statistica confermata anche nel 2003 con 2.910 operazioni compiute su tutto il territorio italiano, fiumi e mari compresi. In certi casi i costi di questi interventi sono elevatissimi anche sul piano puramente economico a causa di sfollamenti coatti che coinvolgono privati e aziende. Solo un esempio: il 3 agosto dello scorso anno a Torino furono fatte allontanare 51mila persone per il rinvenimento di una bomba d'aereo nel cantiere del nuovo Palaghiaccio.
A volte, ci vanno di mezzo anche le vacanze come nel caso dei bagnanti che il 26 luglio scorso sono stati costretti a evacuare la spiaggia di Cala Gonone, in Sardegna, per il recupero di due bombe inesplose a poche decine di metri dalla riva.
Per correre ai ripari, le amministrazioni locali e la protezione civile stanno mettendo a punto una serie di progetti legati a una possibile mappatura delle aree maggiormente a rischio. La speranza è che simili iniziative possano svilupparsi a macchia d'olio in tutte le zone d'Italia maggiormente colpite dai bombardamenti per evitare che nuovi ritrovamenti casuali si possano tramutare in tragedia

 

 

Created by: Marcoweb® 2005