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8 settembre 1943 Sui fatti dell’otto settembre sono stati spesi oltre sessant’anni di inchiostro; illustri storici contemporanei, militari e vertici politici di allora e di oggi hanno più volte dato la loro versione sul fatto che l’Armistizio fosse, a quel punto della guerra, giusto o sbagliato (a seconda del loro schieramento politico). A fronte di questa vasta storiografia esistente, non è pertanto difficile per il neofita farsi un’idea di ciò che accadde in quella calda estate del 1943 e quali furono i motivi scatenanti che portarono il nostro Paese a sfilarsi da un’alleanza che sembrava eterna, per mischiare completamente le carte in tavola e schierarsi dall’altra parte, quella fino a quel momento avversa. Il problema (semmai esista un problema) per chi voglia davvero comprendere la Storia dell’Otto settembre in tutti i suoi risvolti, risiede nel concetto di “correttezza” di quell’armistizio visto a 360 gradi: ovvero verso l’ex alleato, verso il nuovo alleato, verso il popolo italiano e…verso la Storia.
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UN’APPARENTE SOLIDA ALLEANZA Con il patto d’acciaio, stilato nel 1938, l’Italia si era legata indissolubilmente alla Germania (e al Giappone) nella ricerca di quel “nuovo ordine” al quale sia Hitler che Mussolini tanto agognavano. Gli obiettivi, pur se diversi, sottintendevano la condivisione di qualsiasi atto, militare o politico, teso a riportare alla grandezza due nazioni che erano uscite dalla Grande Guerra in pessime condizioni economiche e sociali (la Germania molto di più a dire il vero). Per cui, senza entrare troppo nei particolari, il succo di quel patto era: “insieme fino alla fine”. In realtà Hitler aveva un’idea tutta sua di come arrivare al “nuovo ordine” ed esistono rapporti segreti da poco resi pubblici (si legga “La vendetta tedesca”, dello storico Schreibert) che illustrano come i tedeschi avessero già una pessima idea degli italiani ben prima dello scoppio del Secondo conflitto mondiale. Ma al di là di queste considerazioni, resta il fatto che avevamo dato una parola siglando un patto. Gli avvenimenti degli anni successivi dimostrarono come, in realtà, questo patto non fosse poi così paritetico: nei primi anni di guerra l’esercito tedesco sembrava invincibile, mentre quello italiano arrancava un po’ dappertutto.. in Africa, in Grecia, in Russia. Questa debolezza, emersa con somma rabbia di Mussolini (il quale aveva promesso otto milioni di baionette dimenticando però che alle baionette vanno attaccati dei fucili), finì per far pendere l’ago della bilancia a favore dell’alleato tedesco, il quale pianificò il prosieguo del conflitto senza troppo curarsi di come gli italiani avrebbero preso il concetto di “guerra totale”, ma soprattutto di come l’avrebbero subito. Conseguentemente, mentre in Germania, nonostante i bombardamenti sulle città e il razionamento alimentare il popolo continuava a credere nel proprio Capo, da noi le stesse componenti sfaldavano la fiducia nel Duce, fino a creare una sorta di apatia radicata. Lo sbarco Alleato in Sicilia del luglio 1943 fu il catalizzatore che avviò una reazione a catena inarrestabile: la guerra era arrivata sul suolo italiano e le nostre divisioni poco potevano di fronte allo strapotere materiale e tecnologico del “nemico”. Alcuni, tra i principali vertici del Fascismo che fino ad allora avevano visto (ed inneggiato) la guerra standosene comodamente seduti a Roma, sentirono forte l’avvicinarsi della fine e approfittarono della seduta del Gran Consiglio per “disfarsi” del personaggio ingombrante che li aveva “trascinati” in quel grosso guaio. Fin qui la Storia.. ma fu davvero l’Armistizio un atto corretto?
“COME”Su come si arrivò alla stipula dell’Armistizio potrebbe essere stilato un trattato di migliaia di pagine. Mi limiterò a dire che, nei due mesi precedenti, furono sondate presso rappresentanti Alleati in Paesi neutrali le reali possibilità di giungere ad un accordo che sfilasse via l’Italia dalla guerra. Purtroppo il tutto fu portato avanti con molta ambiguità e, oserei dire, dilettantismo politico e militare, per cui gli stessi angloamericani si fecero un’idea del tutto particolare su di noi.. per farla breve: non si fidavano (tanto che non comunicarono mai agli emissari italiani le prossime operazioni militari da compiersi sul suolo italiano). Nello stesso tempo, si continuava ad assicurare ai tedeschi, preoccupati per la defenestrazione di Mussolini, che la guerra sarebbe continuata al loro fianco e che mai l’Italia avrebbe tradito la parola data . Ma nemmeno Hitler, al pari degli Alleati, si fidava, per cui ordinò la realizzazione di un piano che prevedeva l’invasione dell’Italia in caso di Armistizio. Nel corso di queste trattative bi-partizan (con Alleati e tedeschi cioè), la casa Reale si preoccupò di molte cose: come salvare la pelle prima di tutto, e subito dopo di come conservare il potere. Purtroppo dimenticò di preoccuparsi delle migliaia di soldati italiani che si trovavano fuori dai Patrii confini, spesso a stretto contatto con le unità tedesche, e non si preoccupò affatto di come i tedeschi stessi avrebbero reagito nei confronti del nostro popolo una volta saputo che non eravamo più loro alleati. Oltretutto si richiedevano agli angloamericani garanzie che essi non potevano dare (il fronte era ancora lontano da Roma) e le proposte presentate da questi ultimi, come il lancio di una divisione aerotrasportata alla foce del Tevere a patto che le truppe italiane fossero state in grado di mantenere gli aeroporti intorno alla Capitale liberi da tedeschi, incontrarono molteplici difficoltà avanzate dal Re e da Badoglio. Alla fine Eisenhower, esasperato per i continui tentennamenti italiani, diede l’out-out e impose sia la firma dell’Armistizio (il 3 settembre), sia la diffusione della sua notizia al mondo (l’8 settembre). Quando, quel giorno, la radio diffuse nell’etere le parole di Badoglio, le reazioni furono di giubilo da parte di moltissimi sprovveduti, e di seria preoccupazione invece da parte dei pochi che avevano conservato un minimo di acume per comprendere che non sarebbe certo finita così…troppo bello e troppo facile. I fatti dei giorni successivi diedero ragione a questi ultimi: mentre il Regio Esercito semplicemente si sfaldava (con poche ma gloriose eccezioni), i tedeschi scendevano in forze in Italia e prendevano possesso dei principali punti nevralgici della nazione, facendo trasparire tutto il loro disprezzo verso noi italiani. Laddove, fuori del nostro suolo, le truppe italiane furono sorprese dall’Armistizio, ci furono comportamenti diversi e spesso in antitesi tra loro: molte nostre unità furono disarmate facilmente ed i militari deportati. In altre località (es. Cefalonia) essi combatterono eroicamente contro i tedeschi. Questa semplice esposizione dei fatti dovrebbe rendere abbastanza chiara l’idea su come “L’affare armistizio” sia stato condotto nel peggior modo possibile, ovvero “la cosa giusta fatta nel modo sbagliato”. Ovviamente, con il senno di poi, potrebbero essere ipotizzati scenari differenti e dalle conclusioni più svariate: “se” avessimo tenuto l’area di Roma sgombra da tedeschi gli Alleati avrebbero potuto lanciare la loro 82ª Divisione aerotrasportata (Operazione “Giant Two”). C’erano tutti i presupposti per farlo: le truppe della Wehrmacht erano ancora poche intorno alla Capitale e con gli angloamericani a Roma probabilmente si sarebbero ritirate più a nord…ma la Storia non si fa con i “se” e con i “ma”…si fa con i fatti e i fatti dicono che ciò non avvenne.
DIVERSI PUNTI DI VISTAPersonalmente, nonostante gli anni passati a leggere svariati testi sull’argomento, non so ancora dare una connotazione precisa al comportamento italiano in quell’occasione. Ho capito ad esempio che la parte antecedente è stata gestita male, così come ho capito che non firmare quell’atto avrebbe significato dover combattere per ogni metro di suolo italico (cosa che poi comunque avvenne.. ma furono altri che lo fecero, non noi). Mi è alquanto chiaro che la Casa Reale al completo compì un atto di codardia fuggendo verso il sud senza lasciare ordini ai presidi di stanza dentro e fuori l’Italia, ed ho capito anche che, se ci fossimo rifiutati di firmare la resa, i raids aerei sulle nostre città avrebbero assunto vastità insopportabili per una popolazione ormai stanca della guerra (non voglio immaginare qualcosa come quello che avvenne a Dresda, ad esempio su Milano). Quello che non ho ancora capito invece, al di là dei controsensi che lo caratterizzarono, è come intendere quell’importante momento storico: tradimento o presa di coscienza? La storiografia ufficiale italiana del dopoguerra parla ovviamente di “presa di coscienza” da parte di un popolo e di un esercito, i quali si schierarono dalla parte della democrazia contro la barbarie nazi-fascista. E’ ovvio che definizioni del genere possono andare bene per i libri di scuola, o per i discorsi delle celebrazioni.. ma considerando ciò che c’è stato dietro l’otto settembre queste non possono che apparire a me superficiali ed in molti casi addirittura ipocrite. Non fu l’esercito a decidere la pace con gli Alleati, e non fu neanche un popolo sceso massicciamente in piazza contro la guerra: fu una classe dirigente che sembrava vivere in un altro mondo per le sue idee totalmente fuori della realtà (e che comunque, fino a che le cose erano andate bene, si era prestata al gioco). Ma anche accettando il fatto della “presa di coscienza”.. perché allora l’otto settembre non risulta oggi tra le date da festeggiare, al pari del 25 aprile? La mia idea è che intimamente ci si vergogni un po’ di quella data, come se aleggiasse la sensazione, come già detto, di esserci arrivati cacciando la faccia sotto i piedi. Per avere prova di questa specie di imbarazzo, basta sfogliare qualche annuario delle Forze Armate, o leggere i libri di Storia: i caduti di El Alamein, ad esempio, sono celebrati come eroi (e lo furono senza ombra di dubbio, tanto da guadagnarsi la stima ed il rispetto dell’avversario)..eppure quei soldati, quegli ufficiali, caddero combattendo una guerra Fascista, scatenata da Mussolini e dal Regime che egli rappresentava (e al fianco dei tedeschi); né più né meno come chi cadde due anni dopo indossando la divisa della Repubblica Sociale Italiana (cosa che però si evita attentamente di puntualizzare). Dall’altra parte, quella di chi quell’Armistizio non lo ha mai accettato, si è fatto un gran parlare di “Onore d’Italia”, di “fede alla parola data”, tutte argomentazioni che teoricamente potrebbero anche reggere a fronte del voler conservare la propria coerenza per una scelta fatta a suo tempo e mantenuta nonostante l’approssimarsi di una evidente sconfitta. Purtroppo ci furono gli eccidi della X MAS, della “Ettore Muti”, delle Brigate Nere e della GNR.. tutte cose che di “onorevole” ebbero ben poco e che fanno passare in second’ordine qualsiasi argomentazione circa la fede e l’obbedienza. Immagino quindi quali artifizi abbia dovuto mettere in piedi chi, nel corso degli anni e specie quelli dell’immediato dopoguerra, si sia cimentato a scrivere di “gesta epiche”, di “caduti per la Patria” e di “riscatto di una nazione” di fronte a tutto quello che l’otto settembre è stato ed ha rappresentato. Un momento storico, certamente, ma anche una fonte di grosso imbarazzo per un Paese che ha iniziato una guerra schierata da una parte e l’ha terminata parteggiando per l’altra. E in mezzo..migliaia di morti che avevano scelto o l’una o l’altra, oppure che non avevano scelto affatto e proprio per questo divennero bersagli ideali della rabbia e della violenza.
CHI CI GUADAGNO ’ DALL’OTTO SETTEMBRE? E’ questa forse la domanda più controversa e difficile. Sicuramente non ci guadagnarono gli Alleati (a parte l’effimero battage propagandistico), i quali comunque dovettero combattere per ogni collina, per ogni fiume e per ogni montagna prima di giungere a Roma (ed anche successivamente). Non ci guadagnò il popolo italiano, perché le operazioni militari sul nostro suolo si inasprirono ulteriormente con la decisione di Kesselring di difendere la Penisola e la sua fissa per le Linee Difensive. Oltretutto l’occupazione nazista dell’Italia portò a condizioni di vita difficili, tra le scarsità di viveri, deportazioni e rappresaglie. Non ci guadagnò la Casa Reale, perché fu messa in disparte e, alla fine della guerra, esautorata con il referendum del 1947. Paradossalmente, mi viene da pensare che gli unici a trovarci qualche profitto furono proprio i tedeschi (come disse von Ribbentrop, Ministro degli Esteri di Hitler, il quale all’indomani dell’Armistizio dichiarò che quello “era il miglior regalo che l’Italia avesse mai fatto alla Germania”). Il dissolvimento del Regio Esercito portò infatti nelle mani tedesche milioni di litri di benzina, centinaia di migliaia di fucili, mitragliatrici, pistole..tonnellate di munizioni e un cospicuo numero di camion, mezzi corazzati, cannoni, motociclette, eccetera eccetera. Certamente, se avessimo perduto quella guerra finendola al fianco dell’alleato originario le condizioni di resa sarebbero state molto più dure per noi; invece nel dopoguerra beneficiammo del Piano Marshall (come la Germania), pur se perdemmo dei territori (come la Germania) e dovemmo sottostare ad una presenza militare americana massiccia sul nostro suolo (come la Germania). E’ strano sapete.. ma alla fine mi viene da pensare a questo semplice teorema basato su un articolato gioco di parole: Uscimmo dalla guerra per stare meglio, abbandonando un alleato che di li a poco sarebbe stato peggio. Successivamente quest’ultimo si trovò a stare esattamente come noi, poi molto meglio di noi e noi oggi stiamo molto peggio di lui. Controsensi della Storia.
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