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Storia di un pilota

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e l'intervista a

Michael Mauritz

 

 

 

 

 

 

 

 

L'incredibile vicenda di Michael Mauritz e del suo P.40, nell'articolo realizzato nel 1998 dal nostro Marco Marzilli per la prestigiosa Rivista "Uniformi & Armi".

Immaginiamo un giorno di ritrovarci di fronte ad un qualcosa che in un passato molto lontano ha rappresentato molto per noi, cerchiamo di immaginare quale potrebbe essere la nostra reazione nel momento in cui questo qualcosa riaffiori innanzi a noi, come un fantasma nella nebbia. Ebbene, Mr. Michael Mauritz ha avuto questa esperienza, sicuramente piacevole, grazie alla quale ha potuto rivedere dopo 54 anni l’aereo su cui volava durante la 2a Guerra Mondiale e con il quale fu costretto ad un ammaraggio di fortuna sulla costa laziale il 31 gennaio del 1944.

MICHAEL MAURITZ, PILOTA DELL’ U.S.A.A.F.

Michael Mauritz è nato nella cittadina di Turtle Creek in Pennsylvania, dove ancora risiede, il 17 maggio del 1921. Diplomatosi presso le scuole medie superiori di Turtle Creek nel 1939, viene assunto dalla Westinghouse Electric Co. Come apprendista nel controllo del cablaggio di pannelli elettrici. Nel 1942, dopo un iniziale rinvio alla ferma di leva, chiede ed ottiene di arruolarsi nell’ U.S. Air Force, completando il corso di addestramento al volo su velivoli PT-19 a Muskogee in Oklaoma e successivamente ad Indipendence nel Kansas, dove ottiene l’abilitazione al volo basico sul BT-14.

Da qui viene di seguito trasferito a Victoria, dove partecipa al corso avanzato su velivoli AT-6. Conseguito il brevetto, frequenta a Sarasota in Florida il corso di pilota da caccia sui Curtiss P-40. Ultimata la preparazione, il Tenente Mauritz viene inviato in zona d’operazioni nel Nord Africa (gli americani sono intanto sbarcati sulle coste africane durante l’Operazione “Torch”).

Dopo la positiva riuscita dell’invasione della Sicilia, le unità aeree alleate seguono appresso le forze di terra avanzanti nella continua ricerca di aeroporti più vicini possibile alle zone d’operazione, al fine di fornire un appoggio ravvicinato alle truppe il più efficace possibile. Con l’86th Squadron del 79th Fighter Group quindi, Mauritz raggiunge prima Foggia e poi Termoli, per essere poi trasferito sull’aeroporto di Capodichino. Nuova missione del suo Fighter Group è appoggiare le operazioni di sbarco e successiva penetrazione nella zona di Anzio-Nettuno.

 

L’OPERAZIONE DEL 31 GENNAIO 1944

Quel giorno, il tenente Mauritz è assegnato ad un’operazione di appoggio alle truppe di terra alleate che arrancano sulla testa di ponte di Anzio. Dopo lo sbarco del 22 gennaio, che li ha colti in gran parte impreparati, i tedeschi hanno infatti ricevuto considerevoli rinforzi di truppe ed i contrattacchi si susseguono uno dietro l’altro. Mauritz decolla da Capodichino con il suo Gruppo per compiere la missione (nota curiosa, quel giorno il Tenente Mauritz non è sul suo aereo, bensì su quello del Tenente E.E.Parson, preso “in prestito”) ma all’approssimarsi dell’obiettivo nota che la temperatura del motore tende a salire in maniera preoccupante. Dopo un colloquio via radio con il capo squadriglia, Mauritz ottiene l’autorizzazione a tornare indietro, vista l’impossibilità di portare a termine la missione a causa del guasto meccanico al proprio velivolo.

Ma già dopo qualche miglio dalla virata, la temperatura continua a salire e diviene sempre più concreto il rischio che il motore dell’aereo prenda fuoco. Mauritz decide così per un ammaraggio di fortuna dopo aver informato il suo superiore circa il punto dove si trova. Ma sentiamo direttamente da Mr. Mauritz come andarono le cose:

Iniziai la discesa verso il mare senza far uscire il carrello, il quale avrebbe solo offerto maggior resistenza all’impatto con l’acqua. Usai invece i flaps nel tentativo di far rimanere comunque il muso dell’aereo più alto della coda. Non volevo infatti che il velivolo si ribaltasse nell’urto. Siccome sul mare non riuscivo ad avere la percezione esatta della mia altitudine, mi avvicinai alla costa, tenendola a circa 200-300 metri alla mia sinistra, così da avere dei riferimenti che potessero aiutarmi nell’ammaraggio".

"Nel momento in cui toccai l’acqua" - ricorda Mauritz con straordinaria lucidità - "fu come se avessi incocciato in un muro. L’urto fu tremendo ed il mio primo pensiero fu quello di uscire dal velivolo che rischiava di affondare. Poco prima dell’impatto inoltre mi ero accorto che il paracadute che tenevo sotto di me ed al quale ero imbracato, si era impigliato. L’urto comunque fu tale da liberarlo e mentre il muso dell’aereo iniziava ad andare sott’acqua io potei tuffarmi in mare, non senza prima però recuperare l’involucro del paracadute nel quale si trovava un piccolo kit di sopravvivenza e le mie preziosissime sigarette”.

Subito dopo l’ammaraggio, Mauritz viene sorvolato da un aereo della sua squadriglia il quale gli segnala che avevano già provveduto ad informare le forze impegnate ad Anzio circa l’accaduto e che quindi presto sarebbe stato recuperato.

“Mi avvicinai quindi alla riva scrutandone bene i contorni, per accertarmi che fosse sgombra da pattuglie nemiche e quindi, raggiuntala, mi nascosi in un gruppo di cespugli molto bassi tirando dietro di me il sacco con il paracadute così che non fosse visibile ad occhi ostili. Mentre ero lì che mi guardavo intorno, indeciso sul da farsi, sento una voce gutturale che mi urla in inglese -Hands Up!-; un tedesco, riconosciuto dal caratteristico elmetto, mi teneva sotto tiro con il suo fucile. -Hands Up!- ripeté ancora. Non potevo fare nulla, non ero nemmeno armato e così decisi di obbedire all’ordine perentorio di arrendermi. Mi alzai e scorsi altri due tedeschi che a poca distanza dal primo mi tenevano anch’essi sotto tiro. Vennero verso di me. Mi chiesero se avessi armi, io risposi in tedesco -Nein!-. Mi avvertirono che se avessero trovato un’arma addosso a me o nel sacco del paracadute mi avrebbero ucciso sul posto”. Ancora oggi Mauritz è convinto che l’aver risposto in tedesco ai tre, peraltro molto giovani, abbia contribuito se non altro ad ammorbidirli nei suoi confronti.

Venni portato in una costruzione a poca distanza e lì perquisito più approfonditamente. Mi venne dato da bere ed una coperta (ero ancora bagnato ed intirizzito). Dai miei indumenti saltarono fuori trenta dollari. Il tedesco mi disse che potevo tenerli, purché non rivelassi ai suoi superiori questa sua concessione. Glieli offrii a patto che mi lasciasse andare, ma la risposta fu negativa; troppi suoi camerati sapevano che ero lì e non voleva passare un guaio.

Poco dopo venni trasferito in una costruzione più grande, dove fui portato al cospetto di un ufficiale. Mi chiese cosa pensassi del mio aereo, visto che ero stato costretto ad ammarare per un guasto tecnico: - è il miglior aereo del mondo! - fu la mia risposta. Poco dopo l’abitato in cui mi trovavo venne bombardato dagli aerei alleati e quando l’incursione ebbe termine mi affacciai da una finestra e vidi che il palazzo a fianco era stato letteralmente raso al suolo. Ricordo che fui contento dell’incursione, la quale se non altro faceva sentire i tedeschi sotto pressione, ma ero ancora più contento che non fosse stato il mio palazzo ad essere colpito”.

I ricordi di Mauritz sono straordinariamente precisi e si rimane affascinati nell’ascoltarli dalla sua diretta voce. “Qualche ora dopo venni portato in un luogo dove c’erano anche altri prigionieri alleati e da lì trasferito in una stazione ferroviaria a sud di Roma, dove venimmo nuovamente bombardati dai nostri aerei. Fummo poi portati a Roma e fatti sfilare davanti al Colosseo - Esiste un famoso filmato di propaganda tedesco al proposito. N.d.A. -, quindi avviati verso il campo di prigionia di Laterina (vicino Arezzo), dal quale pochi giorni dopo riuscii ad evadere e, aiutato dai partigiani locali, a rimanere nascosto per vario tempo.

Ricordo con molto affetto e gratitudine l’aiuto che questi italiani mi diedero, mettendo in pericolo la loro stessa vita. Ma in quel momento anche io ero in pericolo;  ripreso dai tedeschi come prigioniero di guerra dietro le linee nemiche la mia sorte sarebbe stata segnata, perciò dovevo allontanarmi il più possibile dalla zona di guerra. E così feci. Dopo varie peripezie riuscii a raggiungere le forze alleate ed a ricongiungermi al mio reparto di origine, dove ero stato considerato M.I.A. (Missing In Action). Qualche tempo dopo fui rimpatriato”.

 

La famosa sfilata di prigionieri alleati sotto il Colosseo a cui fa riferimento Mauritz, organizzata dai tedeschi il 1° febbraio 1944.

 

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