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Fra le strade costruite
dagli antichi Romani, una delle più famose è la Via Casilina. Tra Napoli
e Roma, quasi a metà strada, la Via Casilina attraversa un fiumiciattolo
dal nome preoccupante, Rapido, poi aggira l'ultimo bastione della
barriera montagnosa che fiancheggia il corso d’acqua e si addentra nella
Valle del Liri. Questo colle è più impervio e maestoso degli altri ed ha
sulla cima, come una macchia biancastra, una mastodontica abbazia.
Nell'autunno del 1943
quell'altura di 516 metri è stata trasformata dai tedeschi nel cardine
del loro sistema difensivo. Le ragioni di tale scelta sono chiare; il
valore tattico di Montecassino dipende dalla sua posizione: esso sorge,
infatti, là dove l'ampia valle del Rapido forma un angolo retto con
quella non meno vasta del Liri. Dalla sua vetta si dominano entrambe le
valli per chilometri e chilometri, fino ai versanti delle alture opposte
( Mainarde ad Est e Aurunci ad Ovest ).
Per anni le Accademie
Militari Italiane hanno citato il monte di Cassino ad esempio di
imprendibile barriera naturale, mentre generazioni di Ufficiali, nei
loro studi di arte militare, hanno diretto e vinto immaginarie battaglie
da quegli erti e accidentati pendii.
Per chi voglia organizzare
una difesa a Sud di Roma, quella di Cassino appare una scelta obbligata.
Il segreto di una battaglia terrestre è l'osservazione, ed il monte di
Cassino rappresenta un osservatorio ideale. Dalla sua cima un uomo,
armato di binocolo e radio trasmittente, può far piovere una valanga di
ferro e fuoco sul più piccolo bersaglio in movimento nelle valli
sottostanti, che sia questo un uomo, un camion, un carro armato o una
pattuglia a piedi.
Chi occupa il monte di
Cassino blocca le valli e la via che le attraversa: tra gli Aurunci ed
il monte di Cassino, la valle del Liri è una delle porte di Roma;
varcarla sembra facile a chi non abbia un idea esatta della
configurazione geografica della zona: invece i tedeschi la terranno ben
chiusa fino alla primavera dell'anno seguente.
La V Armata alleata è ancora
lontana quando Hitler ordina di organizzare la resistenza lungo la Linea
Gustav, della quale Cassino rappresenta il caposaldo più importante.
IL PERCHÈ DI UNA BATTAGLIA E
PERCHÈ A CASSINO
Dopo che gli Alleati,
sbarcati il 10 Luglio del 1943 in Sicilia e meno di un mese dopo con i
piedi ben saldi in continente, operarono non senza rischi uno sbarco a
Salerno il 9 Settembre dello stesso anno, apparve ben chiaro ai tedeschi
che occorreva intraprendere una strategia ben definita nello scacchiere
italiano e mediterraneo in generale; strategia che tenesse comunque
conto del fatto che ormai la Germania versava in serie difficoltà
militari sul fronte russo, aveva perduto la Battaglia d’Africa e doveva
attendersi entro l'anno successivo una invasione nella Francia
Occidentale. A ciò si aggiungeva il fatto che, avendo l'Italia firmato
un armistizio con le nazioni alleate l’8 settembre, quest’ultima per i
tedeschi rappresentava, di fatto, un territorio nemico.
A Hitler, che aveva
incaricato due "menti" militari di prim’ordine (Rommel e Kesselring) di
studiare ognuno per proprio conto un piano strategico per la condotta
della guerra in Italia, furono presentati due progetti.
Il primo, quello di Rommel,
prevedeva l'abbandono totale della parte centro - meridionale del Paese
ed il ripiegamento della Wehrmacht nella zona settentrionale, per
difendere così i principali centri industriali del nord. Ciò avrebbe
inoltre potuto permettere linee di comunicazione e rifornimento più
corte.
Il secondo piano, quello di
Kesselring, si riprometteva invece di scegliere un punto tatticamente
favorevole nella parte centrale del Paese, a Sud di Roma, ove
organizzare una difesa rigida mediante una linea di sbarramento e
fermare così la risalita alleata lungo la penisola italiana.
Tale punto doveva presentare
barriere naturali che aiutassero i tedeschi a mettere in opera una
valida e soprattutto duratura difesa con forze numericamente inferiori a
quelle del nemico, quindi facilmente difendibile con poche, scelte,
formazioni. Quando Hitler ebbe sulla propria scrivania i due piani fu a
lungo indeciso tra quale scegliere e molti furono i colloqui con i due
Generali al fine di chiarire quali fossero i punti che li avessero
portati a tenere quelle linee di pensiero.
Alla fine fu scelto il piano
di Kesselring, con somma rabbia di Rommel, il quale fu inviato invece in
Normandia ad organizzare il famoso "Vallo Atlantico", ossia le difese
per fronteggiare un eventuale sbarco in Francia.
Il piano di Kesselring era
abbastanza semplice come concezione e ricalcava i canoni di guerra
semi-statica tanto cara ai Generali Francesi nel 1940.
La differenza sostanziale
consisteva nel fatto che Kesselring vedeva questo "difendere ad ogni
costo" il territorio in maniera molto più fluida, nel senso che, non
avendo forze a sufficienza per contrastare gli Alleati nel numero, egli
prevedeva di affidare i vari punti chiave del fronte ad alcune
formazioni scelte e di creare riserve mobili che sarebbero dovute
accorrere nel minor tempo possibile là dove il pericolo di sfondamento
da parte del nemico fosse più tangibile.
Guardando la carta d'Italia,
fu giocoforza scegliere il tracciato della nuova linea di difesa. Essa
partiva dalla foce del Garigliano ad Ovest e, attraversando tutta la
penisola italiana in larghezza, andava fino alla costa Est, in
prossimità della cittadina di Ortona. Nel mezzo, come cardine della
linea denominata "Gustav", fu scelta la zona di Cassino con le sue
propaggini montuose e collinari, che si prestavano come nessun altra
zona al tipo di difesa voluto dai tedeschi.
Da Cassino, dopo aver
oltrepassato l'ultima strettoia delimitata dai monti Lungo e Maggiore,
si apriva la valle del Liri lungo la quale la Via Casilina (o Statale
N°6 ) proseguiva dritta fino a Roma, distante circa 100 Km, senza
incontrare altri ostacoli naturali.
La valle del Liri veniva
quindi a ricoprire un'importanza vitale in quanto, una volta scardinata
la porta di Cassino, gli Alleati avrebbero potuto dare libero sfogo di
manovra alle proprie divisioni corazzate, portando la guerra in una
condizione fluida e mettendo i tedeschi in una condizione tale da
costringerli ad un ripiegamento generale simile ad una rotta.
A tal proposito si ricorda
che a questo punto del conflitto per i tedeschi era vitale ritardare il
più possibile l’avanzata alleata e mantenere quindi la guerra in una
fase "statica", vista soprattutto la enorme disparità di forze a favore
di questi ultimi, piuttosto che in una fase "mobile".
Roma rappresentava anche e
comunque una delle Capitali dell'Asse e una sua eventuale caduta in mani
alleate avrebbe avuto ripercussioni negative a livello morale, di
prestigio e propagandistico e ciò doveva essere evitato.
Tutta la Linea Gustav
ruotava quindi attorno a Cassino e Cassino doveva tenere perché la sua
caduta avrebbe significato la crisi dell'intero sistema difensivo
tedesco nell’Italia centro - meridionale.
LA PREPARAZIONE
Il Generale tedesco Frido
Von Senger und Etterlin viene quindi chiamato ad organizzare e
migliorare le doti difensive della zona di Cassino.
Per tre mesi, con l'aiuto di
un grosso contingente dell'organizzazione Todt ( una struttura
appositamente creata dal III Reich per la messa in opera di grandi
lavori ) e con l'ausilio di un certo numero di prigionieri di guerra, i
soldati del XIV Corpo Corazzato lavorano al rafforzamento della linea;
si scavano postazioni nella roccia viva, ampliando le grotte già
esistenti e utilizzandole come ricoveri per uomini e cannoni; si scavano
caverne artificiali, mascherandole in modo da poterle confondere con
l'ambiente circostante. Dietro ogni spuntone di roccia si apprestano
nidi di mitragliatrici, ben nascoste e protette ma con un ampio raggio
di visuale ; i mortai sono piazzati nelle forre e nei burroni da dove
possono fare fuoco senza il pericolo di essere individuati e colpiti dal
tiro di controbatteria nemico.
I fianchi della montagna
vengono minati e cinti di filo spinato; i sentieri interrotti da
trappole ingegnose grazie alle quali un piede di un incauto fa accendere
una luce improvvisa o esplodere una carica esplosiva.
Nella valle del Rapido si
minano entrambe le rive del fiume, nonchè il suo fondo stesso, le case
coloniche isolate si trasformano in fortini e casematte.
I lavori di fortificazione
fervono anche nella città di Cassino, ormai praticamente abbandonata
dalla popolazione.
Qui ogni casa diviene un
caposaldo; le cantine si trasformano in bunker, negli edifici più grandi
si introducono e si nascondono addirittura carri armati e cannoni
semoventi. Gallerie e camminamenti ricavati tra una cantina e l'altra
collegano le varie postazioni.
A Sud della città viene
distrutto un argine del fiume Rapido per trasformare un pezzo di pianura
in un acquitrino intransitabile a qualsiasi sorta di mezzo motorizzato.
"Questa era Cassino", scrive lo storico inglese Fred Majdalany, "il
fulcro della Linea Gustav; una barriera naturale di monti resa ancor più
forte dal genio militare".
LE FORZE IN CAMPO
Al momento dell'inizio delle
operazioni militari nel settore di Cassino, i due contendenti erano così
organizzati :
SETTORE ALLEATO
V ARMATA USA
·X Corpo d’Armata britannico
( Divisioni di Fanteria 5ª, 46ª e 56ª, più la 23ª Brigata Corazzata )
sul Garigliano.
·II Corpo d’Armata americano
( Divisioni Fanteria 34ª e 36ª più il Gruppo di Combattimento "B" della
1ª Divisione Corazzata ) sul Rapido dinanzi alla piana del Liri, a
Cassino e a Caira.
·Corpo di Spedizione
Francese ( CEF, formato dalla 2ª Divisione marocchina, 3ª Divisione
algerina, 3° e 4° Gruppo Tabor, più il 2° Gruppo Corazzato ) sull'alto
corso del Rapido ed in corrispondenza della Valle del Rio Secco.
·VI Corpo d’Armata ( 3ª
Divisione Fanteria americana, 1ª Divisione fanteria britannica più
alcune unità minori ) nelle zone di Salerno e Napoli.
·Riserva d’Armata ( 45ª
Divisione Fanteria e 1ª Divisione Corazzata americane ( meno il Gruppo
di Combattimento B), 1° Raggruppamento Motorizzato italiano, 1ª Special
Service Force (un'unità mista americano-canadese) 2ª Brigata Special
Service.
VIII ARMATA BRITANNICA
·XIII Corpo d’Armata (78ª
Divisione Fanteria inglese, 4ª Divisione Fanteria indiana e 2° Gruppo
Brigate di Fanteria) sull’alta e media valle del Sangro.
·V Corpo d’Armata (1ª
Divisione Fanteria canadese, 8ª Divisione Fanteria indiana, 2ª Brigata
Paracadutisti, 1ª Brigata Corazzata canadese) nella bassa Valle del
Sangro.
·Riserva d’Armata (2ª
Divisione Fanteria neozelandese e 4ª Brigata Corazzata)
·RISERVA GENERALE
·I Corpo d’Armata canadese
(5ª Divisione Corazzata canadese e 3ª Divisione Fanteria polacca
"Karpazia")
SETTORE TEDESCO
X ARMATA
XIV CORPO D’ARMATA
·94ª Divisione Fanteria (Gaeta-Formia-Garigliano)
·15ª Divisione
Panzergrenadier (Sul Gari, tra il Liri e Cassino)
·44ª Divisione Fanteria
"Hoch und Deutschmeister" (Rapido, tra Cassino ed il Rio Secco)
·5ª Divisione "Gebirgsjäger"
-da montagna- (Alto Rapido)
·RISERVA : Divisione
Corazzata "Hermann Goering"
LXXVI CORPO D'ARMATA
·305ª Divisione Fanteria (
Alto Sangro )
·Kampfgruppe "Hauck" (
Rivisondoli )
·334ª Divisione Fanteria (
Maiella )
·26ª Divisione Corazzata (
Guardiagrele )
·1ª Divisione
Fallschirmjäger -paracadutisti- ( nella zona di Ortona )
·RISERVA : 90ª Divisione
Panzergrenadier
RISERVA GENERALE DEL COMANDO
GRUPPO DI ARMATE
3ª e 29ª Divisione
Panzergrenadier, 4ª Divisione Fallschirmjäger -paracadutisti- (nella
zona di Roma)
A queste forze si aggiungano
circa le altre 8 divisioni e mezzo della XIV Armata, dislocate
nell'Italia Settentrionale.
PRIMI COMBATTIMENTI
Le operazioni militari per
la conquista di Cassino iniziano il 20 Gennaio 1944, allorché la 36ª
Divisione di Fanteria U.S.A. "Texas" riceve l’ordine di varcare il fiume
Rapido in prossimità del villaggio di S.Angelo in Theodice e creare così
una testa di ponte dalla quale partire in un secondo tempo per l'attacco
finale alla città.
Precedentemente a tale
operazione, le truppe inglesi devono invece iniziare ad avanzare tre
giorni prima lungo una direttrice fiancheggiante la foce del Garigliano,
sulla costa Ovest della penisola italiana.
L'operazione, lungamente
osteggiata dal comandante della 36ª Texas, il Gen. Walker, era stata
ideata in tutta fretta e senza operare una seria ed efficace
ricognizione sui luoghi per saperne di più sulla posizione e sulla
consistenza delle forze Tedesche.
Ma il Gen. Clark, comandante
della V Armata americana fece sentire tutto il peso del suo grado e,
nonostante le rimostranze di Walker, ordinò comunque lo svolgersi
dell'attacco.
La battaglia per
l'attraversamento del Rapido rappresenta uno degli episodi più bui della
storia militare americana; il piano prevedeva che le truppe compissero
l’avvicinamento alla riva del fiume attraverso sentieri precedentemente
sminati dai genieri. Giunti sul greto, avrebbero trovato un certo numero
di canotti in gomma, con i quali avrebbero dovuto guadare il corso
d’acqua.
Le cose andarono male già
dall’inizio dell’operazione; durante l’avvicinamento calò una fitta
nebbia che rese difficoltoso l'orientamento in una zona che, mancando
l’adeguata ricognizione, non si conosceva affatto; molti dei canotti
furono trovati già forati dal fuoco e dalle schegge di artiglieria
tedesche e, come se non bastasse, numerosi reparti si smarrirono nella
notte e, nella nebbia, uscirono dai sentieri tracciati andando a finire
sui campi minati.
Fu l'inizio dell'inferno; un
fuoco micidiale e incrociato di mitragliatrici, mortai, cannoni e
fucileria devastò le file americane. Molti uomini furono colpiti sui
canotti ed annegarono nelle acque gelide e veloci del fiume. Pochissimi
riuscirono ad attraversare il Rapido quella notte, i più senza nemmeno
le armi, perdute nel difficile tentativo di rimanere vivi nell’acqua.
Chi vi riuscì era totalmente
in balía dei tedeschi, senza armi pesanti, con poche munizioni ed
esposto ai contrattacchi, che non mancarono a venire. La situazione era
drammatica; mentre gli uomini sulla riva tedesca del fiume morivano, i
genieri americani vedevano stroncato sul nascere ogni tentativo di
gettare un ponte dal quale fare affluire i mezzi corazzati e la fanteria
in appoggio.
Finalmente, dopo qualche
ora, fu dato ordine di ripiegare e, ironia della sorte, chi era riuscito
ad attraversare il corso d'acqua senza essere colpito o evitando
l’annegamento, non fu altrettanto fortunato al momento di tornare
indietro. Il fallimento di questa operazione costò alla " Texas " quasi
2000 uomini tra morti, feriti, dispersi e prigionieri e la cosa ebbe una
grandissima risonanza negativa fin negli Stati Uniti.
Dopo la guerra i reduci
della Divisione intentarono una causa contro il Gen. Clark, accusandolo
di aver provocato quel massacro con la sua leggerezza, ma Clark,
proclamato eroe di guerra, non ebbe alcuno strascico legale per quanto
accadde quella notte sul Rapido.
Fallito il tentativo di
superare il Rapido ed attaccare Cassino da sud, il Gen. Clark ordina al
II Corpo U.S.A. di tentare l'aggiramento da nord.
Rispetto all'operazione
precedente, l'unica differenza a vantaggio degli Americani consiste nel
fatto che il fiume Rapido in quel tratto non ha bisogno di barche per
essere attraversato. Ci sono però tre chilometri di pantano da fare a
piedi, un corso d'acqua gelida da guadare in pieno inverno e le montagne
da attaccare a testa bassa, in salita e sotto l'attenta vigilanza di non
meno di venti posti d'osservazione tedeschi.
La battaglia inizia il 24
Gennaio 1944, due giorni dopo lo sbarco alleato ad Anzio che doveva
servire ad alleggerire la resistenza tedesca a Cassino. In tre giorni di
accaniti combattimenti tre battaglioni della 34ª Divisione di Fanteria "Red
Bull" riescono a creare una piccola testa di ponte sull'altra riva del
fiume.
I genieri, usando le "grelle"
cioè le lamiere traforate per le piste di atterraggio degli aerei,
preparano una strada per i carri armati. Il 29 Gennaio i sentieri sono
pronti, i carri armati Americani attraversano in forze il corso d'acqua
e con il loro aiuto la fanteria raggiunge e conquista le due collinette
ai piedi del Monte Castellone; il 30 consolida le proprie posizioni ed
il 31 prende il villaggio di Caira sulla strada che porta a Terelle.
Il 25 Gennaio, nel
frattempo, attaccano anche i francesi: la conquista di Monte Belvedere
permette di attestarsi in una posizione oltre la quale non possono
avanzare oltre, ma che rappresenta una spina nel fianco sinistro della
Linea Gustav.
Verso il mare, anche gli
inglesi hanno dovuto attestarsi dopo due settimane di duri combattimenti
per allargare la testa di ponte oltre il Garigliano, ma la loro
posizione minaccia la Gustav sul fianco destro. Al centro, nei primi
dieci giorni di Febbraio, per ben tre volte la 34ª Divisione americana
ha tentato di aprirsi un varco tra i monti: niente da fare. Conquistati
i massicci di Maiola e Castellone, gli americani si spingono
coraggiosamente a meno di un chilometro dall'Abbazia, ma il fuoco delle
mitragliatrici ben piazzate sulle alture li ferma sulla "cresta del
serpente", cosi chiamata per la forma della cima. "Gli Alleati", disse
il Maggiore dei paracadutisti tedeschi Bohmler, "non giunsero mai così
vicini al convento. Il frutto tanto desiderato era sotto il loro naso;
ma non seppero coglierlo perché sopraggiunsero altri rinforzi tedeschi".
Tra l'8 e l'11 Febbraio gli
americani fanno l'ultimo tentativo di conquistare il Monastero e la
città di Cassino, ma anche questo si conclude in un fallimento.
UNA FORTEZZA INESPUGNABILE
Terminava così la prima
battaglia di Cassino, dopo tre settimane di combattimento nell’infuriare
delle tormente.
La situazione è ora la
seguente: all'estrema sinistra del fronte, il Corpo d’Armata britannico
ha una piccola testa di ponte sul Garigliano; il Corpo di Spedizione
francese occupa una buona posizione sulla destra, ma non ha forze
fresche per sfruttare il vantaggio conseguito; gli americani della 34ª
Divisione che, decimati dal freddo, stanno per cedere il posto agli
indiani, difendono con la forza della disperazione una testa di ponte
oltre il corso superiore del Rapido, a nord di Cassino, difficilissima
da rifornire perché esposta al fuoco tedesco da ben tre lati ma
utilizzabile come trampolino di lancio per eventuali azioni successive.
Le perdite sono state alte per tutti i contendenti, ma la vittoria è
senz'altro tedesca.
La linea Gustav, messa alla
prova, ha resistito. Verso la metà di Febbraio ogni persona di buon
senso, tra gli Alleati, doveva aver capito che era venuto il momento di
tirare il fiato.
Lo sbarco operato ad Anzio,
che doveva servire a far ritirare truppe tedesche dal settore di
Cassino, aveva fallito il suo obiettivo; non solo i tedeschi non avevano
minimamente indebolito le difese di Cassino, ma anzi si erano rafforzati
proprio in quel settore e gli ultimi scontri lo avevano dimostrato. La
tattica di Kesselring di tenere pronte forze di seconda schiera che
potessero intervenire nei punti più minacciati del fronte stava dando i
suoi frutti.
A questo punto gli Alleati
avevano solo una cosa da fare: mettersi sulla difensiva, sospendere ogni
attacco alla Gustav ed attendere che passasse quell'inverno terribile,
onde far pesare sui combattimenti tutto il peso della potenza aerea e
corazzata di cui disponevano.
Purtroppo per loro però lo
sbarco di Anzio, distante meno di 80 Km da Roma, aveva punto i tedeschi
sul fianco ed avviato una reazione a catena che il semplice buonsenso
non poteva oramai spezzare in alcun modo: le notizie provenienti dalla
sacca non erano incoraggianti; i tedeschi, con le riserve della XIV
Armata, stavano per passare all'offensiva e l'ombra della quasi-disfatta
di Salerno iniziava ad aleggiare minacciosa sui reparti appena sbarcati.
C'era il rischio che il Gen.
Lucas, costantemente roso dai dubbi ed eccessivamente attendista, e i
suoi uomini fossero ricacciati in mare.
Una vittoria tedesca ad
Anzio avrebbe avuto un valore propagandistico eccezionale e si sarebbe
ripercossa sfavorevolmente sui preparativi di "Overlord", come veniva
chiamato in codice lo sbarco in Normandia che doveva avvenire quattro
mesi più tardi.
Per tutta questa serie di
ragioni, il Gen. Alexander dovette impartire ulteriori ordini di attacco
per Cassino.
IL BOMBARDAMENTO DEL
MONASTERO DI MONTECASSINO
La seconda battaglia di
Cassino è caratterizzata da un avvenimento che ha fatto versare fiumi di
inchiostro in tutto il mondo: il bombardamento e la distruzione della
celebre Abbazia. L'antico monastero Benedettino, col suo aspetto di
fortezza inespugnabile, era per i combattenti Alleati una presenza
minacciosa.
In quel settore del fronte
tutto si svolgeva sotto le sua mura bianche e inaccessibili. Gli uomini
mandati all'attacco tra bombe e raffiche di mitragliatrici non volevano
assolutamente credere che il nemico non se ne servisse; addirittura
sembra che il governo neozelandese, che aveva sul fronte di Cassino una
divisione di fanteria, minacciasse di ritirare le sue truppe dal
conflitto se quel " maledetto edificio non fosse stato distrutto, onde
consentire le operazioni senza inutile dispendio di vite umane per gli
uomini".
In realtà i tedeschi non si
erano mai installati nel monastero, avevano anzi piazzato alcune
sentinelle sul portone principale con l'ordine categorico di impedire
l'accesso ai militari. Questo picchetto di tre uomini della
Feldgendarmerie, la polizia militare tedesca, fu tolto alla fine di
Gennaio, ma non sembra che le cose fossero cambiate nelle settimane
successive.
"Dopo che il Feldmaresciallo
Kesselring ebbe interdetto la zona intorno all'Abbazia" afferma Bohmler,
"soltanto i seguenti militari penetrarono nel convento: il Generale
Senger nel giorno di Natale 1943 per assistere ad una funzione religiosa
nella cripta; il medico di Stato Maggiore Dottor Puppel, Ufficiale
Sanitario del 1° Battaglione Paracadutisti con due infermieri, quando,
tra il 10 ed il 14 Febbraio fu chiamato dai monaci per curare gli
sfollati colpiti da un'epidemia di paratifo.
L’ultimo soldato tedesco
entrato nel convento, prima del bombardamento, fu il Tenente Deiber,
anche lui invitato dai monaci.
Questi sono gli unici
soldati che hanno varcato la soglia del monastero dopo la delimitazione
della zona sacra. Tutte le armi e le postazioni si trovavano fuori dalla
zona circoscritta".
Come si arriva allora alla
distruzione del monastero? Chi diede l’ordine di bombardarlo? E perché ?
Chi è, in definitiva, il responsabile della fine di Montecassino?
Ai primi di Febbraio 1944,
quando viene a sapere dagli americani che la collina ove sorge il
monastero è la chiave di volta e baluardo dell'intero sistema difensivo
tedesco, il Gen. Tuker, comandante della 4ª Divisione indiana, chiede al
Servizio Informazioni della V Armata se vi siano informazioni più
dettagliate sull'edificio. La risposta è imbarazzata ma sostanzialmente
negativa; quelli del servizio non sanno nulla.
Tuker allora salta sulla
Jeep e sparisce. Dopo un paio di giorni torna e si mette a tavolino a
scrivere un rapporto. In esso, indirizzato al proprio superiore Gen.
Freyberg, spiega di essere andato a Napoli e di aver rovistato in molte
librerie, trovando alla fine un vecchio libro che dà qualche particolare
sulla edilizia del monastero.
Nel rapporto si narra che
trattasi di un edificio robustissimo, con mura alte 45 metri e spesse,
alla base, almeno tre. Un solo portone di legno massiccio si apre su un
androne la cui volta è formata da blocchi di pietra lunghi anche 10
metri. "Montecassino"- continua il rapporto di Tuker - "è quindi una
moderna fortezza che deve essere affrontata con mezzi moderni".
Continua ancora Tuker; "I
normali mezzi del nostro Genio probabilmente non servirebbero a nulla,
possiamo solo affrontarla dall'aria con bombe dirompenti. Anche se non
sembra che il monastero sia occupato da una guarnigione tedesca è certo
che i resti delle truppe che difendono la posizione lo terranno come
ultimo caposaldo".
Tuker, in ultima analisi,
considera "essenziale distruggere il monastero per impedire che i
tedeschi lo occupino". È importante come ancora non si faccia alcun
riferimento certo alla presenza di truppe tedesche all'interno del
monastero.
La conclusione del rapporto
è molto critica: "Quando si chiama una formazione alla conquista di una
postazione simile, si dovrebbe essere prima certi che la si può
conquistare con i mezzi dei quali si dispone, senza che si debba andare
in giro per le librerie di Napoli a cercare ciò che dovrebbe essere già
noto da molte settimane!"
Il giorno 12 Febbraio, il
Gen. Freyberg telefona a Gruenther, Capo di Stato Maggiore del Gen.
Clark, chiedendo per il giorno 13 l'appoggio dell'aviazione.
Quest’ultimo risponde che per quel giorno Clark ha ordinato di
concentrare tutta l'aviazione sui cieli di Anzio. La conversazione
riprende poco più tardi con una seconda telefonata del Generale
neozelandese che testualmente si riporta: "Vuole per favore indicarmi
quali sarebbero gli obiettivi da attaccare?" chiede Gruenther. "Io
desidero che sia attaccato il convento!" esclama Freyberg. " Vuol dire
l’Abbazia?" domanda ancora Gruenther stupito, "Non è nemmeno segnata
sulla carta degli obiettivi per l'aviazione!". "Sulla mia è segnata di
sicuro!" riprende Freyberg, "Comunque io desidero che venga bombardata!
Gli altri obiettivi sono meno importanti, questo invece è vitale. Il
Comandante di Divisione incaricato di condurre l'offensiva ( Tuker )
indica che l'Abbazia è un obiettivo essenziale ed io condivido in pieno
il suo parere!". Nell’impossibilità di mettersi in contatto direttamente
con Clark, Gruenther si rivolge al Gen. Harding, Capo di Stato Maggiore
di Alexander, sottoponendogli la richiesta di Freyberg. Nel tardo
pomeriggio Harding comunica a Gruenther la decisione di Alexander: "Se
il Generale Freyberg ritiene necessario bombardare l’Abbazia, che la si
bombardi". Clark ritiene che il giudizio di Freyberg sia avventato (e lo
scriverà anche nelle sue memorie), ma al suo ritorno dalla testa di
ponte di Anzio il Generale neozelandese gli rinnoverà la richiesta e, a
questo punto, il Comandante della V Armata è costretto a cedere.
Il Generale francese Juin
confermò, dopo la guerra, che Clark, dopo aver accettato la proposta di
Freyberg, si sentiva a disagio. La decisione di bombardare il monastero,
che Clark prende a malincuore, è propiziata da una ricognizione aerea
compiuta personalmente sull’obiettivo dai Generali Eaker e Devers, che a
bordo di un Piper sorvolarono il monastero a bassa quota. Eaker, al
ritorno, afferma di aver visto un'antenna sul tetto dell'Abbazia e
"soldati tedeschi che ne entravano e uscivano"
Il Gen. Wilson, Comandante
dello scacchiere mediterraneo dopo la partenza di Eisenhower, spedisce
allora allo Stato Maggiore britannico un telegramma in cui dichiara di
avere prove inconfutabili della presenza tedesca nel monastero; essi se
ne servono come parte integrante del loro dispositivo difensivo e da
esso partono tutti gli ordini sulla direzione del tiro dell'artiglieria
nemica.
Chi ebbe ragione in quelle
circostanze, i fautori del bombardamento o i protettori delle opere
d'arte? Majdalany, nel suo libro su Cassino definisce "oziose" le
interminabili discussioni provocate dalla distruzione dell'Abbazia.
Il fatto indiscutibile era
che l’edificio era parte integrante di una montagna non soltanto
occupata dal nemico, ma fortificatissima. Per il fante, che doveva
andare all'attacco, quello che contava era il terreno, e il terreno
comprendeva l'edificio.
"A Cassino" scrive ancora lo
storico Majdalany, "il fattore predominante era l'osservazione: poco
importava che l'Abbazia fosse o meno occupata" ( ! ).
"Era impossibile", aggiunge
il Gen. Kippenberger, "chiedere alle nostre truppe di andare all'assalto
di una collina sovrastata da un edificio intatto come quello, che poteva
ospitare in perfetta sicurezza parecchie centinaia di soldati pronti ad
uscire fuori per il contrattacco nel momento più critico. Intatto era un
riparo perfetto, demolito diventava un gran mucchio di macerie e di
rottami, aperto al fuoco dei cannoni, dei mortai e dei
cacciabombardieri: sotto un secondo bombardamento, infine, poteva
trasformarsi in una trappola mortale per i suoi difensori".
Tutte queste testimonianze
di parte alleata sembrano voler giustificare il fatto che, quella di
Freyberg, insomma, era l'unica decisione possibile.
Presa alla fine la
decisione, il primo grosso errore compiuto dagli Alleati risiede nel
fatto che la responsabilità passò alle Forze Aeree le quali, agendo
indipendentemente dall'esercito, prepararono il bombardamento come
un’operazione a sé stante, senza coordinarla con l'attacco da terra, il
che rappresentava l'unica giustificazione plausibile alla distruzione
del monastero.
L'Aviazione, come già detto,
procedette quindi per proprio conto ed effettuò il bombardamento prima
che la Divisione indiana fosse pronta per l’attacco che tale azione
aerea doveva appoggiare.
Così il bombardamento,
quando avvenne, scatenò la sua furia nel vuoto, in maniera tragica e
distruttiva; non servì a nulla... non giovò a nessuno.
Il 15 Febbraio 1944 alle
9.15, dopo un paio di rinvii dovuti alle pessime condizioni atmosferiche
ed un lancio di volantini tramite granate d’artiglieria per avvertire la
popolazione civile, circa 250 bombardieri tra pesanti e medi, partiti
dalle loro basi a Brindisi, sganciarono su Montecassino circa 500
tonnellate di bombe.
L’incursione durò tutta la
mattinata in più ondate. Si tratta, per gli Alleati, di un operazione
totalmente nuova, in quanto è la prima volta che si chiamano le
"fortezze volanti" dell'aviazione Strategica a cooperare con i
bombardieri medi in un azione a sostegno della fanteria.
Solo il dieci per cento dei
velivoli, sorvolando la montagna ad alta quota, centrano il bersaglio,
ma anche così i danni sono ingenti. Molte bombe cadono lontane dal
bersaglio ed alcune addirittura nelle linee alleate, come quelle che
caddero sul paese di Cervaro, uccidendo 24 soldati inglesi ricoverati in
un ospedale da campo.
Christopher Buckley, un
corrispondente di guerra britannico, ha così descritto la scena: "Quando
il sole è tornato a splendere nel cielo e le nuvole di fumo si sono
diradate, non ho visto grandi cambiamenti nella sagoma del Monastero.
Qua e là si notava una breccia nel muro, una finestra appariva più
grande del normale, il tetto appariva irregolare e dentellato; ma in
sostanza l'edificio continuava a stare in piedi, dopo ore e ore di
bombardamento aereo".
Poco prima delle 14.00
giunge un'altra ondata di bombardieri medi che vengono a dare il colpo
di grazia: "Si sono buttati in picchiata, un attimo dopo una vivida
fiammata si è alzata da una decina di punti. Poi una colonna di fumo
alta oltre 150 metri si è levata al cielo. Per quasi cinque minuti è
rimasta sospesa sull’edificio, assottigliandosi a poco a poco in uno
strano e sinistro arabesco. Poi il fumo si è fatto più rado ed infine è
svanito. Stavolta la sagoma dell'Abbazia era mutata; il muro occidentale
era totalmente crollato".
L'ironica conseguenza del
bombardamento di Montecassino è che, sul piano tattico, esso si tradusse
in un vantaggio enorme per i tedeschi. Quando infatti l'Abbazia divenne
un solo grande mucchio di rovine, i paracadutisti della 1ª Divisione si
sentirono oramai autorizzati ad impossessarsene e si trincerarono tra le
macerie e nei sotterranei.
All'attacco sulla Testa del
Serpente, qualche ora dopo, vanno questa volta gli indiani della 4ª
Divisione: volontari ardimentosi che si fanno fare a pezzi per
conquistare un palmo di terreno nemico.
Giù nella valle intanto,
sotto una cortina fumogena costata oltre 30.000 proiettili, il 28°
Battaglione di Maori neozelandesi riesce a catturare la stazione
ferroviaria, ma ne viene scacciato subito dopo dai carri armati
tedeschi, perdendo oltre 130 uomini dei 200 che avevano iniziato
l'azione. Sembra inoltre che molti dei proiettili fumogeni tirati
dall’artiglieria alleata siano letteralmente "caduti in testa" agli
indiani che si trovavano sulle prime pendici delle alture a ovest di
Cassino.
Dopo tre giorni di duri
combattimenti, tutti gli attacchi, tre verso l’Abbazia ed uno verso la
città di Cassino, vengono respinti con gravi perdite da parte degli
Alleati.
La seconda battaglia di
Cassino termina così il 18 Febbraio 1944 con un nuovo successo dei
difensori; per gli attaccanti invece l’unico vantaggio conseguito è un
ponte sul fiume Rapido. Sui monti di Cassino, nell’inverno del 1944, i
soldati del più potente esercito del mondo imparano a loro spese che in
determinate circostanze un mulo può valere più di dieci carri armati.
Ai primi di Marzo, il
maltempo provoca un'interruzione generale delle operazioni nella
Campagna d’Italia; entrambi gli avversari sono impantanati nel fango.
In questo momento gli
Alleati hanno nella penisola circa 20 Divisioni, ma le perdite sono
state elevate. I tedeschi invece ne hanno circa 18 a sud di Roma ed
altre 5 nel Nord Italia, ma anche i loro uomini ed i loro mezzi sono
stanchi e logori.
Tuttavia, mentre i secondi
devono solo badare a difendersi, i primi, ligi alle direttive che
impongono alle armate in Italia di tenere impegnate quante più forze
tedesche possibile, sono costretti ad attaccare.
I preparativi per la terza
battaglia di Cassino iniziano quindi subito dopo lo scacco di Febbraio.
I Generali Alleati, alle
prese con quella maledetta montagna inespugnabile, non sanno pensare ad
altro che ad un altro attacco frontale da Nord verso il monastero e la
città. Il "nuovo piano” non entusiasma nessuno, tant’è che, il 28
Febbraio, il Gen.Clark dichiara a pochi intimi che vi sono solo il 50%
di possibilità di riuscita L'operazione, detta in codice "Dickens"
sarebbe dovuta iniziare il 24 Febbraio con una prima fase comprendente
il bombardamento della città di Cassino.
Il maltempo costringe gli
Alleati a continui rinvii ed il bombardamento che sarebbe dovuto
avvenire alla frase in codice "Bradman batte" non può essere realizzato.
Per 21 giorni consecutivi, mentre crescono il nervosismo e la tensione,
Bradman non batte, dimostrandosi un pessimo giocatore.
Solo alle 08.30 del 15
Marzo, da un cielo finalmente sereno, circa 500 bombardieri tra pesanti
e medi possono rovesciare su Cassino, che a quel tempo misurava quanto
un rettangolo di 1400 per 400 metri, mille tonnellate di bombe in poco
più di tre ore.
Il pesante bombardamento
aereo distrugge completamente la città; poi, sulle macerie ancora
fumanti e sui pochi edifici ancora in piedi, 900 pezzi di artiglieria,
compresi tre pezzi ferroviari italiani, serviti da nostri soldati,
aprono il fuoco.
"Mi sembra inconcepibile"
dirà più tardi Alexander, "che dei soldati potessero rimanere vivi dopo
un simile, terribile martellamento dall’aria e da terra, durato oltre
otto ore".
Con grande sorpresa e
sollievo del presidio del monastero, l'Abbazia non viene bombardata. "Fu
un grande errore" osserva Bohmler "perché le volte ed i soffitti che
erano rimasti in piedi non avrebbero resistito ad un nuovo
bombardamento. I difensori sarebbero rimasti bloccati per molto tempo e
gli indiani avrebbero potuto conquistare senza molta fatica il monte di
S. Benedetto".
Il prezzo comunque è stato
alto, le bombe cadute su Cassino hanno distrutto tutte le armi pesanti
tedesche e decimato i paracadutisti asserragliati negli edifici. Solo
una compagnia, rifugiatasi all’inizio del bombardamento in una grotta
sotto la collina della Rocca Janula, si salva al completo e sono proprio
i suoi effettivi a bloccare l’avanzata neozelandese, i quali entrano
nella città baldanzosi e pronti a scommettere di non trovare vivi
nemmeno i topi in quella che, una volta, fu la ridente Cassino.
La città, dopo il
bombardamento, è un solo, immenso, fumante mucchio di macerie. Mentre
gli uomini a piedi possono avanzare, i carri armati, vitali per stanare
i suoi difensori, sono costretti ad arrestarsi davanti ai profondi
crateri scavati dalle bombe. Con un coraggio eccezionale, che valse loro
il nomignolo di "Diavoli Verdi", combattendo di rudere in rudere, i
pochi paracadutisti tedeschi rimasti vivi nella città bombardata
respingono l'attacco. Il tempo oltretutto, rimessosi nuovamente al
brutto, dà loro una mano e ben presto la pioggia torrenziale trasforma i
crateri in laghetti e le macerie delle case in pantani. "Al
bombardamento" scrive Majdalany, "si era fatto seguire un attacco troppo
debole, e questo errore sarebbe stato pagato caro".
Intanto, sulle colline, un
battaglione di "Gurka", i vecchi guasconi dell’Armata indiana, è
riuscito a spingersi con gravi perdite fino a 225 metri dal monastero.
Gli indiani avanzano in pieno inverno senza cappotto per essere più
leggeri. I tedeschi li inchiodano sul costone antistante l'Abbazia e ve
li tengono per otto giorni e otto notti.
Viene tentato allora un
attacco di mezzi corazzati partendo da una mulattiera, appositamente
allargata, che arriva dritta fino alle spalle del monastero, passando
per la vecchia fattoria Albaneta. Gli Alleati sono molto fiduciosi in
quest'azione perché, se si riuscirà a far giungere mezzi corazzati fino
in prossimità del monastero i tedeschi non avranno modo di fermarli....o
almeno così credono.
L'attacco sorprende il
nemico ma non riesce a volgerlo in fuga. Messo fuori combattimento il
primo carro della fila, gli altri carri rimangono bloccati su un terreno
difficile e divennero facili bersagli per i pezzi controcarro tedeschi.
Nella terza battaglia di
Cassino, gli Alleati persero 1050 uomini della Divisione neozelandese,
1160 della Divisione indiana e 190 della 78ª Divisione britannica.
L'eco delle innumerevoli
difficoltà alleate nel prendere Cassino giunge fino in Inghilterra, dove
Churchill non nasconde la sua stizza.
Ad Alexander scrive:
"Desidero mi spieghiate come mai questa vallata presso la collina
dell'Abbazia di Montecassino, larga appena tre chilometri, rappresenti
l'unico fronte contro cui dovete continuamente cozzare. Ormai sono state
logorate ben cinque Divisioni. Per la verità io non conosco il terreno e
le posizioni da cui si combatte, ma guardando le cose da lontano vien
fatto di chiedersi come mai il nemico non possa essere attaccato sui
fianchi, invece che nel punto ove egli offre la massima resistenza. È
molto difficile capire perché questa posizione così potentemente
fortificata sia l'unico varco che consenta di avanzare e perché, una
volta assodato che risulta militarmente inaccessibile, non si possa
guadagnare terreno sui due lati "
La risposta di Alexander è
una lucida ricapitolazione di tutti i fattori che dalla metà di Gennaio
hanno influito negativamente sul corso delle operazioni. "I tentativi di
aggirare la montagna da nord sono falliti a causa dei profondi burroni,
delle scarpate rocciose e delle creste affilate che consentono la
manovra solo a reparti relativamente piccoli di fanteria, rifornibili
con muli e portatori. Un più ampio movimento aggirante sarebbe ancor più
difficile per il motivo che in tal caso si sarebbe dovuto superare il
Monte Cairo, dai fianchi ripidissimi e per giunta coperto da una spessa
coltre di neve. L'aggiramento da Sud, attraverso il Rapido, è reso
impossibile dalle inondazioni, dal terreno paludoso e dalla mancanza di
strade; per di più la traversata del Rapido a sud di Cassino, come già
dolorosamente sperimentato dagli Americani, andrebbe compiuta sotto il
potentissimo tiro dell’artiglieria nemica in postazione ai piedi delle
montagne".
UN SUCCESSO IRRISORIO
Il 21 Marzo, Clark, convoca
il Generale francese Juin per conoscere la sua opinione sulla stasi
delle operazioni a Cassino. Secondo quest'ultimo, era poco consigliabile
insistere in un operazione locale che si era già dimostrata assai
costosa e che, di giorno in giorno, lo sarebbe diventata ancora di più.
Solo un operazione in grande stile avrebbe potuto aprire una breccia
nello schieramento avversario e far cadere, aggirandola, Cassino. Clark
sembrava d'accordo, ma il problema era per lui una questione personale;
egli comandava un'armata destinata ad eseguire una difficile operazione
e rimaneva per tutto il mondo l'uomo che non riusciva a prendere
Cassino.
Di ciò ne era molto
abbattuto, poichè ne risultava compromesso il proprio prestigio. Il 22
Marzo il Gen. Alexander ordinava di sospendere l'offensiva; l'attacco
dei Maori nella parte alta di Cassino era fallito, i Gurka, rimasti
isolati sulle colline, si disimpegnano a fatica e la V Armata passa
sulla difensiva. Qualche progresso si è fatto; la stazione ferroviaria,
due terzi della città e la collina della Rocca Janula, ai piedi
dell'Abbazia, sono ora in mano alleata... Ma a che prezzo, tenendo conto
che l’accesso alla Via Casilina é ancora saldamente bloccato! Nella
valutazione della terza battaglia di Cassino gli esperti di cose
militari tendono a sottolineare l'errore commesso dagli Alleati nel
prevedere gli effetti del bombardamento, il quale sconvolse talmente la
città da renderla in pratica inaccessibile. In realtà, come ammettono
anche le fonti tedesche, l'azione combinata degli aerei e
dell'artiglieria ridusse notevolmente la capacità combattiva dei
paracadutisti; quello che mancò fu un attacco in forze della fanteria
subito dopo la distruzione della città. Quel terreno che subito dopo il
bombardamento si sarebbe potuto occupare in un balzo richiese poi, una
volta che i tedeschi ebbero il tempo di riprendersi, un duro
combattimento metro per metro.
E adesso che fare? Il
rapporto inviato da Alexander a Churchill mentre la battaglia stava per
finire anticipa già le linee dell'offensiva futura. Il piano dell’VIII
Armata di irrompere in forze nella valle del Liri verrà attuato appena
sarà ultimata la riorganizzazione dei reparti. Esso dovrà contemplare un
attacco su un fronte più ampio e con forze più ingenti di quelle di cui
Freyberg ha potuto disporre finora.
IL COLPO FINALE DI ALEXANDER
Per superare il punto morto
al quale era arrivata la situazione lungo la Linea Gustav, dal 15 Marzo
al 10 Maggio Alexander raggruppa gli effettivi di circa 17 grandi Unità,
appoggiate da 600 batterie di 2400 cannoni di tutti i calibri.
Su un fronte d'attacco di
una quarantina di chilometri, l'11 Maggio, inizio dell'offensiva, c’è un
cannone ogni dodici metri; una concentrazione di armi quale s'era
raramente verificata nella Prima Guerra Mondiale, a cui Cassino
assomigliava sempre più.
Il raggruppamento delle
forze Alleate procede nell'assoluta segretezza e, alla fine dei vari
spostamenti, Clark si troverà ad avere più di sette divisioni, di cui
quattro francesi, schierate dal Tirreno al Fiume Liri.
Dal Liri agli Appennini il
fronte è tenuto dall'VIII Armata agli ordini del Gen. Oliver Leese, con
forze equivalenti ad una dozzina di divisioni. Altre sei divisioni sono
ammassate sulla testa di ponte di Anzio, pronte a scattare al momento
opportuno. Delle oltre ventotto divisioni complessivamente schierate
dagli Alleati sul Fronte italiano, quelle adibite alla difesa del
settore adriatico sono appena tre.
Davanti a questo
schieramento, i tedeschi hanno in campo ventitre divisioni, ma i trucchi
escogitati dagli Alleati, tra i quali la minaccia di uno sbarco a
Civitavecchia, hanno disorientato così bene il comando germanico che le
sue forze sono assai disperse. Nel tratto di fronte dove gli Alleati
vibreranno i loro colpi più duri ci sono appena quattro divisioni
tedesche, mentre le riserve sono sparpagliate e lontane.
Il piano escogitato da
Alexander è semplice; due Armate, la V e l'VIII, operando di fianco tra
Cassino e il mare, taglieranno la Linea Gustav e, una volta messa in
fuga la X Armata tedesca, si lanceranno al suo inseguimento. A questo
punto le forze ammassate nella testa di ponte di Anzio effettueranno una
sortita, attaccando ad angolo retto rispetto alla direzione
dell'avanzata generale e sbarrando la strada ai tedeschi in ritirata dal
basso Lazio sui Colli Albani.
Con questa manovra, sarà
possibile catturare la maggior parte degli sbandati di Cassino. Il
presupposto indispensabile per l'attuazione del piano è rappresentato
dall'impiego delle quattro divisioni del Corpo di Spedizione francese
del Gen. Juin.
Questi, in un promemoria del
4 Aprile, aveva proposto un’azione di sorpresa da compiersi mediante
truppe particolarmente addestrate alla guerra in montagna. Gli uomini di
Juin avrebbero dovuto attaccare all'improvviso la catena degli Aurunci e
la cresta di Monte Petrella, così ripido che i tedeschi non si erano
nemmeno preoccupati di fortificarlo, per poi dirigersi verso i Monti
Ausoni e le paludi Pontine.
Con l'ala destra avrebbero
quindi operato una conversione a est per incontrare i polacchi e gli
inglesi provenienti rispettivamente dalle pendici di Monte Cairo e da
quelle di Montecassino.
I tre gruppi si sarebbero
quindi riuniti nell'alta valle del Liri, alle spalle della Linea Gustav,
tagliando fuori il caposaldo rappresentato dall'Abbazia.
Le forze che si
contrapponevano alla vigilia di quella ennesima battaglia per Cassino
erano così suddivise:
SETTORE ALLEATO
V ARMATA
·II Corpo d'Armata ( 85ª e
88ª Divisione Fanteria USA ) nel basso Garigliano, a valle del parallelo
di Castelforte.
·I Gruppo Corazzato (3ª
Divisione Fanteria algerina, 2ª e 4ª Divisione Fanteria marocchina, 1a
Divisione "France Libre", 1°, 2° e 3° Gruppo Tabor e 2° Gruppo Corazzato
) nel settore medio Garigliano, tra Castelforte e S.Ambrogio.
·RISERVA: Comando IV Corpo
d'Armata ( 36ª Divisione, inizialmente nella zona dei Campi Flegrei,
poi, durante la battaglia, trasportata via mare nella testa di sbarco di
Anzio, dove approdò il 22 maggio e 909° Battaglione paracadutisti)
·VI Corpo d'Armata ( 1ª e 5ª
Divisione Fanteria britanniche, 3ª, 34ª e 45ª Divisione Fanteria
americane, 1ª Divisione Corazzata americana, 1° Special Service Forces,
100° Battaglione Nippo-Americano) sul fronte di Anzio, tra Fosso della
Moletta, Carroceto e Canale Mussolini.
VIII ARMATA
·XIII Corpo d'Armata
britannico (8ª Divisione Fanteria indiana rinforzata dalla 26ª Brigata
Corazzata britannica) nel settore del basso Rapido.
·II Corpo d'Armata polacco
(3ª Divisione Fanteria "Karpazia", 5ª Divisione Fanteria "Kresowa", 2ª
Brigata Corazzata) nel settore del medio Rapido.
·X Corpo d'Armata britannico
(2ª Divisione neozelandese, 12ª Brigata Motorizzata, 24ª Brigata
Guardie, 2ª Brigata paracadutisti, Corpo italiano di Liberazione) nel
settore dell’alto Rapido.
·V Corpo d'Armata britannico
(10ª Divisione indiana, 4ª Divisione indiana, 23ª Brigata Corazzata, 7°
Gruppo brigate corazzate, Forza "D", composta da 2 Reggimenti di
Cavalleria ed elementi vari da ricognizione) nel settore Sangro-Costa
Adriatica
·RISERVA GENERALE: Comando I
Corpo d'Armata canadese (1ª Divisione fanteria canadese a nord di Capua;
5ª Divisione Corazzata canadese nella zona di S.Agata; 25ª Brigata
Corazzata).
SETTORE TEDESCO
X ARMATA
·XIV Corpo d'Armata -
Generale der Panzertruppen Von Senger und Etterlin - ( 94ª Divisione
Fanteria - Generale Steinmetz -, 71ª Divisione Fanteria - Generale
Raapke - rinforzata dal 131° Rgt Fanteria e dai battaglioni da
ricognizione della 41ª e 114ª Divisione Fanteria ) sul Garigliano, tra
il mare e la confluenza con il Liri.
·LI Corpo d'Armata da
montagna - Generale Feuerstein - ( Gruppo Bode, formato da un Reggimento
ed il battaglione da ricognizione della 305ª Divisione Fanteria, un
battaglione da montagna ed un battaglione di complementi; 1ª Divisione
paracadutisti - Generale Heidrich -, rinforzata da un battaglione da
montagna; 44ª Divisione di Fanteria - Generale Franck -, meno un
Reggimento ed il battaglione da ricognizione; 5ª Divisione da montagna -
Generale Schrank-) tra il Liri e l'alto Rapido.
·RISERVA: 15ª Divisione
Panzergrenadier - Generale Rodt - ( 114° Rgt nella zona Itri-Formia;
115° Rgt, battaglione da ricognizione e battaglione carri ) nella zona
di Pontecorvo.
·114ª Divisione "Jäger",
meno il battaglione da ricognizione; 334ª Divisione Fanteria; 305ª
Divisione Fanteria (meno il Reggimento 576° ed il battaglione da
ricognizione) nel settore del Sangro.
XIV ARMATA
·I Corpo d'Armata ( 4ª
Divisione paracadutisti e 65ª Divisione Fanteria ) a nord di Anzio.
·RISERVA GENERALE DEL CORPO
D'ARMATA: 90ª Divisione Panzergrenadier (nella zona di Frosinone ); 26ª
Divisione Corazzata ( nella zona di Valmontone ); una parte della
Divisione Corazzata "Hermann Goering" ( sempre a Valmontone; l'altra
parte era a riposo tra Livorno e Firenze); 3ª Divisione Panzergrenadier
( fra Roma ed i Colli Albani ); 29ª Divisione Panzergrenadier ( nella
zona di Bracciano).
UN ESERCITO COSMOPOLITA
Oltre ad essere la forza più
potente messa in campo per un'offensiva in Italia, il gruppo di Armate
di Alexander era anche quello che comprendeva il maggior numero di
nazionalità.
Ben difficilmente un
esercito avrebbe potuto essere più internazionale di così. Una lista di
queste nazionalità si trova in uno dei dispacci dello stesso Alexander.
Gli uomini lanciati all'attacco della Linea Gustav sono inglesi,
americani, francesi, canadesi, neozelandesi, sudafricani, algerini,
indiani, marocchini, polacchi, tunisini, senegalesi, belgi, nepalesi,
greci, brasiliani, terranoviani, ceylonesi, siriani, libanesi,
jugoslavi, palestinesi, mauriziani, ciprioti, basuti, swazi, beciuani e
seychellesi. Inoltre vi erano gli italiani del 1° Raggruppamento
Motorizzato, una divisione negra americana ed un Reggimento di "Nisei",
truppe nippo-americane.
Il Corpo di Spedizione
francese, agli ordini del Gen. Juin, era il primo reparto che avesse
avuto la possibilità di combattere per cancellare l'umiliazione del
1940, quando i tedeschi avevano invaso e sconfitto in meno di 50 giorni
la Francia. Le sue battaglie erano iniziate con due divisioni formate da
fuoriusciti e da uomini che, nel maggio 1940, si trovavano nelle
colonie. Ora ne contava quattro, oltre a 12.000" Goumiers", truppe
marocchine specializzate nella guerra in montagna; complessivamente
circa 100.000 uomini, in gran parte truppe coloniali al comando di
ufficiali francesi, che così si trovavano a dover assolvere all'ingrato
compito di rinverdire il prestigio militare della Francia.
Non molto diversa era la
situazione dei polacchi; fuggiti dal loro Paese occupato o liberati dai
lager russi al momento dell’invasione tedesca dell'Unione Sovietica, i
polacchi erano uomini che avevano perso tutto, la Patria, la famiglia,
il lavoro, la casa. Agli ordini del Generale Anders, essi erano stati
addestrati dapprima in Iran sotto il controllo inglese e successivamente
inviati nel teatro di operazioni italiano. Essi si offrivano per i
compiti più ingrati e su quei monti, ormai ricoperti più di cadaveri che
di sassi, nel lungo assedio all’imprendibile fortilizio tedesco, si
sentivano obbligati a dimostrare, con il loro coraggio e il loro sprezzo
del pericolo, che la Polonia esisteva ancora.
L’ATTACCO FINALE
Per tutto l'inverno 1943-44
i cannoni di Cassino non avevano taciuto quasi mai. Solo il giorno di
Pasqua, la mattina, c'era stata una spontanea sospensione del fuoco.
La sera dell'11 Maggio, poco
prima dell'ora H fissata per le 23.00, su Montecassino e sulle vallate
sottostanti cala un silenzio strano, innaturale.
Dura appena un'ora o due.
Alle 23.00 viene squarciato da un rombo assordante di 1600 cannoni che,
per quaranta minuti consecutivi bombardano ogni posto comando, ogni
batteria, addirittura ogni singola postazione tedesca conosciuta.
La quarta battaglia di
Cassino è iniziata. A Nord della città, il Corpo d'Armata polacco tenta
di raggiungere l'Abbazia ma viene fermato e respinto. Il XIII Corpo
d'Armata britannico, che comprende la 4ª Divisione inglese e l'8ª
Divisione indiana, riesce a formare delle piccole teste di ponte oltre
il Rapido, ma è poi costretto a lottare con i denti e con le unghie per
non perderle. Nel settore della V Armata, solo le truppe coloniali del
Gen. Juin avanzano rapidamente verso il Monte Faito, mentre lungo la
costa Tirrenica il II Corpo d'Armata americano incontra una tenace
opposizione e deve farsi strada palmo a palmo.
Passano una decina di ore;
nel pomeriggio del 12 Maggio la situazione è la seguente: all'estrema
destra i polacchi sono tornati sulla linea di partenza; all'estrema
sinistra gli americani stanno ancora lottando accanitamente per
raggiungere i loro primi obiettivi; gli unici che continuano ad avanzare
sono i francesi.
Molto lentamente però, anche
gli indiani e gli inglesi del XIII Corpo consolidano le teste di ponte
oltre il Rapido facendovi affluire mezzi corazzati. Il passaggio del
fiume, fondamentale per la presa di Cassino, è riuscito. La pressione
alleata continua ad aumentare e al mattino del 13 Maggio comincia a
divenire insostenibile per i tedeschi. Aggirata dall'attacco di sorpresa
dei francesi e logorata dagli americani, l'ala destra del fronte tedesco
inizia a dare segni di cedimento. I francesi prendono Monte Majo,
potendo così appoggiare l'avanzata dell'8ª Divisione indiana.
Juin spinge la sua Divisione
motorizzata di testa lungo il corso del Garigliano per occupare
S.Ambrogio, S.Apollinare e rastrellare la riva del fiume. Il 14 Maggio
guadagnano terreno anche le Divisioni del XIII Corpo britannico, mentre
i francesi liberano Ausonia; subito dopo Juin lancia i suoi Goumiers sui
monti impervi a ovest di Cassino, ritenuti dai tedeschi inaccessibili.
Nel settore della V Armata,
le due Divisioni tedesche che si sono trovate a dover sostenere
l'attacco di sei Divisioni americane hanno subito perdite elevatissime.
Tutto il fianco destro dello schieramento a sud del Liri inizia a
sgretolarsi. A nord del fiume invece i tedeschi restano ancora per
qualche giorno disperatamente abbarbicati agli ultimi baluardi della
Linea Gustav.
Il 15 Maggio il XIII Corpo
Britannico raggiunge la strada Cassino-Pignataro e il Gen. Leese porta
in linea il Corpo d'Armata canadese per essere pronto a sfruttare il
successo.
Il giorno seguente la 78ª
Divisione inglese sfonda le difese nemiche e opera una puntata in
direzione nord-ovest che la porta sulla via Casilina. Il 17 Maggio i
polacchi attaccano a nord dell'Abbazia e riescono stavolta a conquistare
le alture a nord-ovest della vetta.
Quella notte, con il favore
delle tenebre, gli ultimi paracadutisti tedeschi abbandonano le rovine
del monastero e la mattina seguente, 18 Maggio, alle 10.30, mentre gli
uomini della 4ª Divisione indiana rastrellano sistematicamente la città,
una pattuglia polacca al comando del Ten. Gubriel issa trionfalmente il
suo stendardo bianco e rosso sopra l'Abbazia. Bohmler, che in questa
storia parla a nome dei tedeschi, scrive:"In contrasto con i comunicati
Alleati, c'è da osservare che nè il Colle S.Angelo, né il monte Calvario
nè la Cresta del Fantasma furono conquistate dai polacchi. I soldati di
Anders misero piede su queste alture intrise di sangue soltanto dopo la
ritirata dei paracadutisti tedeschi, dovuta al nuovo assetto dell'intero
fronte della X Armata.
I portaordini tedeschi che
la sera 17 portarono in linea gli ordini per la ritirata non trovarono
che i miseri resti delle loro compagnie. Le perdite dei tedeschi erano
state eccezionalmente elevate: della 1ª Compagnia, che si era trovata
per ben sei giorni nel punto cruciale della battaglia per Monte
Calvario, erano sopravvissuti solo un ufficiale, un sottufficiale ed un
soldato.
E così, nella notte del 18
Maggio, i paracadutisti sgombrarono, col cuore pesante, la posizione di
Cassino, dove avevano versato tanto sangue. Gli inglesi si trovavano già
sulla Casilina e si poteva sfuggirgli solo passando attraverso le
montagne. Quando, la mattina del 18 Maggio, il 12° Reggimento Podolsky
assalì il convento e penetrò fra le macerie, non incontrò alcuna
resistenza, essi trovarono soltanto molti morti tedeschi ancora
insepolti, alcuni feriti, curati da infermieri, che non avevano potuto
essere trasportati".
Finisce così la quarta ed
ultima battaglia di Cassino, costata ad ambedue gli schieramenti oltre
250.000 fra morti feriti e dispersi.
Ma appena pochi chilometri
oltre la Linea Gustav, quella che sembrava essere una rapida avanzata
verso la Capitale d'Italia, subiva una prima battuta d'arresto contro i
capisaldi che riproponevano la struttura di una nuova linea difensiva:
la Linea Hitler, successivamente denominata Senger. Strutturata a legare
il massiccio del Monte Cairo con Piedimonte S.Germano, Aquino e
Pontecorvo, essa era costituita da una serie di ricoveri in cemento
armato, sbarramenti e fossati anticarro larghi ben 10 metri, oltre i
quali si trovavano postazioni di artiglieria ben mimetizzate, carri
armati, lanciarazzi e ampi campi minati. A causa della difficoltà di
movimento dei carri alleati sul terreno fangoso, questi si muovevano
quasi esclusivamente su strada, agevolando il compito dei tedeschi.
Più che l'avanzata
attraverso la Valle del Liri, in quel momento ciò che preoccupava
maggiormente i tedeschi era il rapido procedere attraverso le montagne
alla sinistra del fronte dei francesi, i quali già il 17 maggio, dopo
aspri combattimenti, avevano liberato Esperia, S.Oliva e, spingendosi
velocemente oltre, il Monte d'oro, appena a 7 Km da Pico. A nulla valse
lo schieramento dell'ottima 90ª Divisione Panzergrenadier ad arginare la
marea dell'avanzata francese, così come l'invio della 26ª Divisione
Panzer a limitare la penetrazione a sud di Pico, da dove i Goumiers
avrebbero agevolmente potuto raggiungere Ceprano e Frosinone con
risultati catastrofici per le truppe tedesche in ritirata dal fronte di
Cassino. Tale manovra era infatti contemplata nei piani del Gen.
Alexander che intendeva prorompere dalla testa di ponte di Cori, in
direzione di Valmontone e quindi verso Roma, mentre la V Armata
americana del Gen. Clark avrebbe dovuto piegare verso nord assieme alle
truppe francesi e piombare su Ceprano, interrompendo la Via Casilina e
bloccando così la via della ritirata dei tedeschi, molti dei quali si
trovavano ancora a sud di tale centro.
A sua volta il Gen. Leese,
con la sua VIII Armata, sarebbe scattato contro le fortificazioni della
Linea Hitler, per distruggere le rimanenti forze tedesche.
Tutto ciò era comunque in
contrasto con il pensiero di Clark; perché mai muovere in aiuto
dell'VIII Armata quando, ad appena 60 Km dalle truppe attestate sulla
testa di ponte di Anzio, poteva congiungersi ad esse ed occupare Roma
con un attacco diretto? Roma era il grande premio dell'armata di Clark,
tutte le altre operazioni erano per lui di importanza secondaria. Egli
era sufficientemente ambizioso per pretendere solo per sé tale premio e
ciò si evince dalle sue memorie: " Non solo pretendevamo l'onore di
conquistare Roma, ma eravamo convinti di essercelo più che meritato. In
un certo senso ciò ci avrebbe compensato dei vani combattimenti
sostenuti in inverno contro i tedeschi... personalmente avevo
l'impressione che non vi fosse alcun ostacolo in atto che potesse
fermare la nostra avanzata verso la Capitale italiana... era anche un
nostro desiderio che la gente venisse a sapere che l'operazione fosse
stata eseguita dalla V Armata americana ed a che prezzo ". Pertanto
Clark non attese oltre e lanciò le divisioni 88ª e 85ª ad occupare il 20
maggio Fondi ed il giorno 23 Terracina.
Di slancio, si spinsero
ancora circa 22 Km oltre, ad occupare Roccasecca dei Volsci, senza
minimamente preoccuparsi del fatto che le unità, nella loro corsa, erano
rimaste totalmente scoperte sui fianchi. Il giorno 25 maggio, le
avanguardie dell’85ª Divisione si incontravano presso Borgo Grappa con
un gruppo di combattimento del 36° Reggimento del Genio americano,
realizzando una stretta via di collegamento tra il fronte di Anzio e
quello, fluido, di Cassino.
Con ciò si era nello stesso
tempo perduta un'occasione storica; la possibilità di imbottigliare
nella Valle del Liri la maggior parte della XIV Armata tedesca, anche se
questo avrebbe comportato lo spostamento del principale campo di
battaglia intorno a Ceprano. La conquista di questo centro era comunque
nell’obiettivo delle truppe francesi di Juin, che stavano spingendosi
ora oltre il Monte Leucio ad est di Pico. Di contro i tedeschi avevano
schierato le unità della 26ª Divisione Panzer del Gen. Luttwitz, le
quali confermarono la fiducia loro riposta bloccando il 19 l'attacco dei
francesi. Il giorno successivo Juin manda avanti la 3ª Divisione
Fanteria algerina che, dopo accesi combattimenti, si impadronisce della
tanto contesa quota inviando in avanti una formazione corazzata che
raggiunse il centro di S.Giovanni Incarico, sulle sponde del fiume Liri.
A quel punto, un forte contrattacco delle riserve corazzate della 26ª
ricaccia indietro gli algerini sia dal monte che dalla stessa Pico, ma
il 22, con l'intervento della 4ª Divisione da montagna marocchina, i
francesi riprendono definitivamente Pico, anche se vengono fermati poco
fuori dall'abitato da alcuni reparti della 334ª Divisione tedesca,
richiamata appositamente dal fronte adriatico per dare man forte ai già
provati difensori della Gustav.
Nella valle intanto, la 78ª
Divisione britannica e la 1ª canadese attaccavano la linea Hitler. Dal
19 al 20 maggio, 400 cannoni martellarono le posizioni tedesche con un
ritmo di 1000 granate l'ora. Questa azione di "ammorbidimento" continuò
fino all’attacco della divisione canadese. Alle 06.00 del 23 maggio,
dopo un fuoco di sbarramento di 800 cannoni che saturarono un fronte di
3000 metri davanti alle posizioni tedesche, il Gen. Burns lanciò avanti
la 1ª Divisione, puntando subito a nord di Pontecorvo. Alle sue spalle
l'8ª Divisione indiana e la 6ª Corazzata erano pronte a sfruttare un
eventuale sfondamento, per attaccare decisamente a nord di Aquino e
procedere a cavallo della Via Casilina.
Alle 12.00 del 24 maggio, a
costo di elevate perdite da ambedue le parti, Pontecorvo viene occupata,
ma la ostinata resistenza offerta dalla 90ª Divisione tedesca del
Gen.Ernst Gunther Baade e dai paracadutisti di Heidrich a nord di Aquino
ritardano l'avanzata attraverso la breccia apertasi fino al giorno
seguente. Nel frattempo, una brigata corazzata della 5ª Divisione
canadese, accompagnata da alcuni battaglioni di fanteria del Westminster
Regiment, passa in testa e rapidamente raggiunge il fiume Melfa presso
Roccasecca.
Poco a sud-ovest della
stazione ferroviaria e, trovato un guado, lo difende per tutta la notte
successiva dai contrattacchi dei Granatieri tedeschi. La Linea Hitler
era sfondata e la strada per Ceprano era libera. Era giunto il momento
per il Gen. Heidrich di abbandonare con i suoi paracadutisti anche il
settore del Melfa, se non voleva essere accerchiato dalle punte avanzate
alleate.
Intanto, alla 38ª Irish
Brigade della 78ª Divisione inglese ed agli indiani dell’8ª Divisione,
viene dato l'ordine di prendere la Città di Aquino ed il suo aeroporto,
nonchè continuare in direzione di Arce lungo la Statale 6, tallonando
così i paracadutisti tedeschi in ritirata. Il 25 maggio l'avanzata della
Divisione era aperta dalla 11ª Brigata con il supporto della 9ª Brigata
corazzata e, due giorni dopo, il Reggimento irlandese era ancora la
punta avanzata, con il 1° Royal Irish Fusiliers in testa verso Ceprano.
La Via Casilina, presso
Arce, ad un tratto piega verso Ceprano congiungendosi prima con la
S.S.82 e continuando poi verso Frosinone. Il tratto che sovrappone i due
percorsi, dal Convento dei Carmelitani alla giunzione con la S.S.82, era
il principale obiettivo degli Irish Fusiliers, mentre alla loro destra
il Reggimento delle Guardie, appoggiato da unità corazzate della 6ª
Divisione iniziava l'avvicinamento ad Arce, dove presso i Monti Piccolo
e Grande, i tedeschi avevano apprestato alcune forti posizioni difensive
che, tenendo la Via Casilina sotto un incessante fuoco, rendevano
difficile l'avanzata alleata
Lasciando i loro trasporti,
gli irlandesi iniziarono l'avanzata attraverso la campagna per
incontrare i canadesi, evitando così Arce. Le principali difficoltà
erano rappresentate dalle asperità del terreno e dagli innumerevoli
ostacoli naturali che ritardavano l'avanzata dei mezzi corazzati, tanto
da bloccare lo squadrone canadese di supporto, che dovette richiedere
l'intervento dei genieri del Ronnie Denton Regiment. Dopo diverso tempo,
gli irlandesi riescono a riprendere l'avanzata e, incontrati i canadesi
a circa 5 Km da Ceprano, prendono posizione introno alla strada assieme
all’Irish Regiment of Canada. Quello stesso giorno tuttavia, la
formazione venne duramente colpita dal fuoco dell'artiglieria tedesca,
riportando alcune perdite.
I tedeschi avevano, a questo
punto, una sola possibilità di arrestare l'avanzata alleata. Attorno a
Ceprano il fiume Liri procede da nord, in modo quasi parallelo alla S.S.82,
mentre la Valle del Sacco continua attraverso Ceccano e prosegue verso
Valmontone. Arce poteva essere avvicinata solo attraverso un terreno
piuttosto accidentato e le posizioni difensive in questo punto e sulle
due vie fluviali potevano proteggere la ritirata della XIV Armata
tedesca, che si andava svolgendo proprio lungo le Statali 6 e 82. La sua
difesa era quindi molto importante, perché tra l'altro si trattava di
tenere aperta la via per Avezzano, lungo la quale doveva ritirarsi del
LI Corpo Alpino tedesco. Nelle montagne di fronte al X Corpo d'Armata, i
tedeschi iniziarono il loro programma di demolizione nella notte tra il
24 ed il 25 maggio, cosicché il giorno 26, le unità neozelandesi e
quelle italiane del Corpo di Liberazione, ripresero l'avanzata lungo
l'asse generale Atina-Sora-Avezzano con innumerevoli difficoltà. Era
vitale mantenere libero questo settore il più a lungo possibile, onde
permettere il ripiegamento delle varie unità provenienti dalla Valle del
Liri ed infatti, con demolizioni oculate, campi minati ed azioni di
retroguardia, le poche unità tedesche impegnate in tale compito
assolsero molto bene all'ordine ricevuto.
Intanto, nei pressi di Monte
Piccolo e Monte Grande, ad appena 7 Km da Ceprano, l'avanzata delle
formazioni corazzate britanniche venne bloccata dai paracadutisti
tedeschi del 1° Reggimento fino al 29 maggio, dopodichè questi si
ritirarono e gli indiani poterono assicurarsi anche queste vitali
posizioni. In quello stesso istante, i canadesi avevano già preso
Ceprano e si stavano spingendo verso Pofi e Frosinone, dando
definitivamente il via alla corsa verso Roma, la Capitale d'Italia, che
sarebbe stata raggiunta il 4 Giugno 1944.
Il successo sarebbe stato
più pieno se Clark avesse rispettato i dettagli del piano originale il
quale, si ricorda, prevedeva simultaneamente allo sfondamento della
Linea Gustav un attacco in forze dalla testa di ponte di Anzio in
direzione dei Colli Albani. Se ciò fosse avvenuto ingenti forze tedesche
sarebbero state prese in trappola in quanto si sarebbero trovate la via
della ritirata sbarrata. Clark invece, ansioso di rispolverare il suo
prestigio dopo le brutte figure rimediate a Cassino ed Anzio, deviò
l'asse dell'offensiva delle sei Divisioni scattate da Anzio, dirigendole
dritte verso Roma, dove entrò da trionfatore il 4 Giugno 1944, avendo
subito premura di farsi fotografare sotto il cartello con il nome della
Capitale d'Italia posto all'entrata della medesima. Così molti reparti
tedeschi ebbero tutto il tempo di ritirarsi a nord di Roma e
intraprendere la via dell'Italia settentrionale; quegli stessi reparti
tedeschi Clark se li sarebbe trovati davanti sulla linea Gotica, dove le
armate alleate sarebbero stateinchiodate per tutto l'inverno successivo.
Due giorni dopo, il 6 Giugno 1944, avveniva lo sbarco in Normandia,
operazione questa che rimane ancor oggi una delle più vaste mai
organizzate tra le imprese militari. Il fronte italiano diveniva quindi
secondario e, nei rinforzi così come nei rifornimenti, il nuovo fronte
francese assorbiva tutto il meglio disponibile ed in quantità maggiore.
Cassino venne quindi ben presto dimenticata, tanto da essere chiamata
dai veterani Alleati che la combatterono "La vittoria amara", nel senso
che tutti quegli sforzi e l'immane sacrificio di vite umane sarebbe
stato giustificato solo nell'ottica di una penetrazione nella Germania
nazista attraverso l'Austria, come voleva Churchill, e non attraverso la
Francia, come invece Stalin aveva imposto a Roosevelt per alleggerire la
pressione e la resistenza tedesca nell’Unione Sovietica.
Oggi la nuova Cassino sorge
leggermente più in basso di dove era originariamente; i ruderi delle
vecchie case distrutte sono stati lasciati, molti così com'erano dopo il
terribile bombardamento, abbarbicati alla collina, rimanendo poco
visibili in ragione del fatto che la natura, sottoforma di vegetazione,
si è ripresa ciò che era suo. L'Abbazia, totalmente ricostruita ed oggi
uno dei monumenti più visitati del mondo, sorge ancora lì, come una
sentinella che vigila sulla vita della Città.
Chi oggi attraversa Cassino
quasi stenta a rendersi conto di ciò che accadde in quei cinque lunghi
mesi dell’inverno 1944 in quel luogo; eppure i segni sono innumerevoli,
dai mezzi lasciati come monumenti e a monito per le generazioni future,
ai vari cimiteri di guerra che sorgono nelle zone limitrofe. Ancora
oggi, ogni anno, i reduci tornano a Cassino per commemorare i loro
compagni caduti. tedeschi, inglesi, americani, francesi, neozelandesi,
polacchi, tutti stavolta uniti amichevolmente nel ricordo, vengono a
Cassino per rendere onore a chi, credendo in un idea giusta o sbagliata
che sia, oppure solo per compiere il proprio dovere di soldato, diede la
propria vita in quel duro e indimenticabile inverno del 1944.
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