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Attacco alla Linea Hitler

Dopo lo sfondamento della linea Gustav, culminato il 18 maggio con la presa di Cassino e Montecassino, gli Alleati pensavano di aver risolto definitivamente il problema dell'accesso alla Valle del Liri. Invece pochi chilometri dopo un altro ostacolo si parò loro di fronte: una seconda linea di difesa tedesca, certamente meno coriacea di quella che avevano appena superato, ma non per questo meno degna di un proprio posto nella storia.

Tale installazione difensiva rappresentò un problema per le già provate truppe anglo-canadesi, reduci da oltre una settimana di duri combattimenti per cercare di aprirsi un varco verso la Casilina e ci volle qualche giorno prima che esse riuscissero ad averne ragione. Le perdite per la conquista dei punti chiave di Aquino, Pontecorvo e Piedimonte San Germano furono in rapporto elevatissime.

   

 

Truppe Alleate all'interno di Aquino.

 

Un soldato polacco all'interno di Piedimonte San Germano, altro punto cardine della Linea Hitler.

 

Una delle numerose "Pantherturmen" disseminate sulla Linea Hitler. Questi dispositivi di difesa risultarono letali per i carri Alleati, molti dei quali ne caddero vittima.

 

Due soldati britannici osservano uno Sturmgeschutz III distrutto.

 

 

I Badges di due dei reggimenti canadesi che parteciparono attivamente allo sfondamento della Linea Hitler: il West Nuova Scozia Regiment e il Loyal Edmonton Regiment.

 

Uno scorcio di Pontecorvo distrutta.

 

Sin dal natale del 1943, dieci chilometri oltre la Linea Gustav i tedeschi avevano avviato la costruzione di una seconda linea di difesa denominata "Hitler" (successivamente, a fronte dell’inevitabile rovescio che si addensava sulla X Armata tedesca, il nome venne cambiato opportunamente in Senger).

Il suo approntamento era stato realizzato ricorrendo all’Organizzazione Todt, nonché a molti prigionieri di guerra e civili italiani, questi ultimi più o meno “volontari”.

Tale Linea era profonda quasi un chilometro e fu realizzata con largo uso di reticolati, mine, bunker e sistemi difensivi del tipo “Panzerturm”, consistenti in una torretta da carro armato (solitamente appartenente ad un Panther con cannone da 75mm) posta su una base interrata in cemento.

Oltre a queste fortificazioni fisse, i tedeschi potevano mettere in campo un certo numero di carri armati a copertura delle vie obbligate di passaggio, come anche diverse unità di Nebelwerfer, lanciarazzi a canne multiple che sostituivano degnamente l’artiglieria in quanto ad efficacia nel tiro a breve gittata.

Il suo percorso correva, appoggiandosi al massiccio del monte Cairo, attraverso Piedimonte San Germano, Aquino, Pontecorvo e Pico, finendo a ridosso della costa Tirrenica. La sua disposizione inoltre le consentiva di costituire una solida spalla per la Linea Gustav qualora quest’ultima avesse accusato dei cedimenti localizzati.

In corrispondenza delle città di Piedimonte, Aquino e Pontecorvo, la difesa era affidata a truppe abbastanza eterogenee, provenienti dai reparti che si erano dissanguati per mesi sulle propaggini di Montecassino e nella città sottostante: si trattava di truppe paracadutiste del 3° e 4° reggimento, di panzergrenadieren della 305ª e della 90ª divisione e altre unità miste, tutte più o meno distaccate dalle proprie divisioni d’origine per far fronte all’emergenza di dover arrestare l’avanzata Alleata lungo la Valle del Liri.

Quando, poche ore dopo la caduta di Montecassino, i britannici ed i canadesi iniziarono a prendere contatto con le prime difese della nuova linea tedesca, furono ben presto bloccati dai vasti campi minati e dalle catene di bunker. 

Era evidente che il nuovo ostacolo non poteva essere superato di slancio, anche perché un nuovo ed inaspettato nemico si era materializzato per gli Alleati: la congestione del traffico alle spalle delle loro truppe avanzanti.

Con 2.000 carri armati ed oltre 20.000 veicoli di tutti i tipi che sciamavano attraverso le brecce praticate nella Gustav infatti, il controllo del traffico stava diventando una necessità impellente, forse più di quanto non fosse necessario sfondare la Linea Hitler.

Sovente i mezzi, dopo aver avanzato per qualche chilometro lungo i pochi sentieri transitabili in aperta campagna, dovevano tornare sulla Casilina o sulle poche strade transitabili degne di tal nome, aumentando ancora di più la confusione.

A fronte di questa nuova situazione il generale Leese, comandante dell’VIII Armata, informò Alexander che non avrebbe avuto possibilità alcuna di affrontare la Linea Hitler con la forza necessaria prima del 23 maggio, ovvero ben dodici giorni dopo l’inizio dell’offensiva. Morale della favola: ci si era di nuovo fermati dopo appena pochi chilometri.

Si decise allora di continuare ad “ammorbidire” il nemico ed a tal proposito, dal 19 maggio, ben 400 cannoni bombardarono pesantemente le posizioni tedesche; queste azioni durarono fino al 23, giorno fissato per l’attacco della 1ª divisione canadese.

Nel frattempo, a partire dal 20, i polacchi che avevano appena preso Montecassino tentarono di scendere su Piedimonte San Germano, ma furono ben presto fermati dalla guarnigione tedesca composta da circa 200 paracadutisti posti a guardia del cardine orientale dello schieramento difensivo.

Anche qui, come nella valle, erano state costruite molte fortificazioni, alcune consistenti nelle ormai famose “Panzerturm” e ci vollero ben cinque giorni per avere ragione degli ostinati paracadutisti germanici.

Alle 6.00 del 23 maggio, tutta l’artiglieria dell’VIII Armata presente nella valle del Liri si concentrò contro i principali capisaldi nemici, colpendo un fronte di 3000 metri davanti alle posizioni tenute dai paracadutisti e dai panzergrenadieren.

La 1ª divisione canadese puntò su Pontecorvo, seguita dall’8ª divisione indiana e dalla 6ª corazzata britannica del generale Evelegh, pronte entrambe a sfruttare lo sfondamento e a prendere Aquino continuando poi in avanti, a cavallo della via Casilina.

La mattina seguente, 24 maggio, unità avanzate della 1ª divisione erano già a Pontecorvo, ma l’ostinata resistenza dei tedeschi fece sì che l’allargamento della breccia fosse ritardato fino al giorno seguente, costringendo i canadesi a rastrellare l’intera zona da sacche di resistenza nemiche.

Anche Aquino cadde per mezzo dell’avanzata degli indiani dell’8ª divisione, supportati da elementi della 78ª divisione britannica.

Mentre questo avveniva, i carri della 5ª divisione canadese con fanterie al seguito passavano avanti e, raggiunto il fiume Melfa nei pressi della stazione ferroviaria di Roccasecca, individuavano un guado e lo difendevano dai contrattacchi tedeschi.

A questo punto era chiaro che il catenaccio della Linea Hitler era saltato; per i tedeschi non rimaneva altra alternativa che la ritirata verso Ceprano e verso Arce, da dove rispettivamente la via Casilina e la Statale 82 valle del Liri avrebbero concesso di proseguire verso nord, nella speranza di arrivare a Roma prima degli Alleati e togliersi dalla trappola che stava per scattare.

Le perdite per il superamento della Linea Hitler furono nel rapporto molto ingenti: i soli canadesi persero 47 ufficiali e 832 uomini tra morti, feriti e prigionieri e, nella giornata del 23, ben 41 dei loro carri armati vennero messi fuori combattimento dalle mine o dal fuoco controcarro nemico.

Ai tedeschi non andò meglio: durante i quattro giorni di scontri accaniti essi lamentarono la perdita di ben quattro battaglioni, oltre a 700 uomini presi prigionieri.

 

 

 

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