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Sin dal natale del
1943, dieci chilometri oltre la Linea Gustav i tedeschi avevano avviato la
costruzione di una seconda linea di difesa denominata "Hitler"
(successivamente, a fronte dell’inevitabile rovescio che si addensava
sulla X Armata tedesca, il nome venne cambiato opportunamente in Senger).
Il suo approntamento
era stato realizzato ricorrendo all’Organizzazione Todt, nonché a molti
prigionieri di guerra e civili italiani, questi ultimi più o meno
“volontari”.
Tale Linea era
profonda quasi un chilometro e fu realizzata con largo uso di
reticolati, mine, bunker e sistemi difensivi del tipo “Panzerturm”,
consistenti in una torretta da carro armato (solitamente appartenente ad
un Panther con cannone da 75mm) posta su una base interrata in
cemento.
Oltre a queste
fortificazioni fisse, i tedeschi potevano mettere in campo un certo numero
di carri armati a copertura delle vie obbligate di passaggio, come anche
diverse unità di Nebelwerfer, lanciarazzi a canne multiple che
sostituivano degnamente l’artiglieria in quanto ad efficacia nel tiro a
breve gittata.
Il suo percorso
correva, appoggiandosi al massiccio del monte Cairo, attraverso Piedimonte
San Germano, Aquino, Pontecorvo e Pico, finendo a ridosso della costa
Tirrenica. La sua disposizione inoltre le consentiva di costituire una
solida spalla per la Linea Gustav qualora quest’ultima avesse accusato dei
cedimenti localizzati.
In corrispondenza
delle città di Piedimonte, Aquino e Pontecorvo, la difesa era affidata a
truppe abbastanza eterogenee, provenienti dai reparti che si erano
dissanguati per mesi sulle propaggini di Montecassino e nella città
sottostante: si trattava di truppe paracadutiste del 3° e 4° reggimento,
di panzergrenadieren della 305ª e della 90ª divisione e altre unità miste,
tutte più o meno distaccate dalle proprie divisioni d’origine per far
fronte all’emergenza di dover arrestare l’avanzata Alleata lungo la Valle
del Liri.
Quando, poche ore
dopo la caduta di Montecassino, i britannici ed i canadesi iniziarono a
prendere contatto con le prime difese della nuova linea tedesca, furono
ben presto bloccati dai vasti campi minati e dalle catene di bunker.
Era evidente che il
nuovo ostacolo non poteva essere superato di slancio, anche perché un
nuovo ed inaspettato nemico si era materializzato per gli Alleati: la
congestione del traffico alle spalle delle loro truppe
avanzanti.
Con 2.000 carri
armati ed oltre 20.000 veicoli di tutti i tipi che sciamavano attraverso
le brecce praticate nella Gustav infatti, il controllo del traffico stava
diventando una necessità impellente, forse più di quanto non fosse
necessario sfondare la Linea Hitler.
Sovente i mezzi,
dopo aver avanzato per qualche chilometro lungo i pochi sentieri
transitabili in aperta campagna, dovevano tornare sulla Casilina o sulle
poche strade transitabili degne di tal nome, aumentando ancora di più la
confusione.
A fronte di questa
nuova situazione il generale Leese, comandante dell’VIII Armata, informò
Alexander che non avrebbe avuto possibilità alcuna di affrontare la Linea
Hitler con la forza necessaria prima del 23 maggio, ovvero ben dodici
giorni dopo l’inizio dell’offensiva. Morale della favola: ci si era di
nuovo fermati dopo appena pochi chilometri.
Si decise allora di
continuare ad “ammorbidire” il nemico ed a tal proposito, dal 19 maggio,
ben 400 cannoni bombardarono pesantemente le posizioni tedesche; queste
azioni durarono fino al 23, giorno fissato per l’attacco della 1ª divisione
canadese.
Nel frattempo, a
partire dal 20, i polacchi che avevano appena preso Montecassino tentarono
di scendere su Piedimonte San Germano, ma furono ben presto fermati dalla
guarnigione tedesca composta da circa 200 paracadutisti posti a guardia
del cardine orientale dello schieramento difensivo.
Anche qui, come
nella valle, erano state costruite molte fortificazioni, alcune
consistenti nelle ormai famose “Panzerturm” e ci vollero ben cinque
giorni per avere ragione degli ostinati paracadutisti
germanici.
Alle 6.00 del 23
maggio, tutta l’artiglieria dell’VIII Armata presente nella valle del Liri
si concentrò contro i principali capisaldi nemici, colpendo un fronte di
3000 metri davanti alle posizioni tenute dai paracadutisti e dai
panzergrenadieren.
La 1ª divisione
canadese puntò su Pontecorvo, seguita dall’8ª divisione indiana e dalla 6ª
corazzata britannica del generale Evelegh, pronte entrambe a sfruttare lo
sfondamento e a prendere Aquino continuando poi in avanti, a cavallo
della via Casilina.
La mattina seguente,
24 maggio, unità avanzate della 1ª divisione erano già a Pontecorvo, ma
l’ostinata resistenza dei tedeschi fece sì che l’allargamento della
breccia fosse ritardato fino al giorno seguente, costringendo i canadesi a
rastrellare l’intera zona da sacche di resistenza nemiche.
Anche Aquino cadde per mezzo dell’avanzata degli indiani dell’8ª divisione, supportati da
elementi della 78ª divisione britannica.
Mentre questo
avveniva, i carri della 5ª divisione canadese con fanterie al seguito
passavano avanti e, raggiunto il fiume Melfa nei pressi della stazione
ferroviaria di Roccasecca, individuavano un guado e lo difendevano dai
contrattacchi tedeschi.
A questo punto era
chiaro che il catenaccio della Linea Hitler era saltato; per i tedeschi
non rimaneva altra alternativa che la ritirata verso Ceprano e verso Arce,
da dove rispettivamente la via Casilina e la Statale 82 valle del Liri
avrebbero concesso di proseguire verso nord, nella speranza di arrivare a
Roma prima degli Alleati e togliersi dalla trappola che stava per
scattare.
Le perdite per il
superamento della Linea Hitler furono nel rapporto molto ingenti: i soli canadesi persero 47
ufficiali e 832 uomini tra morti, feriti e prigionieri e, nella giornata
del 23, ben 41 dei loro carri armati vennero messi fuori combattimento
dalle mine o dal fuoco controcarro nemico.
Ai tedeschi non andò
meglio: durante i quattro giorni di scontri accaniti essi lamentarono la
perdita di ben quattro battaglioni, oltre a 700 uomini presi
prigionieri.
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