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Storia di un piccolo grande eroe

Ugo Forno era un dodicenne romano come tanti, che l'ultimo giorno di guerra a Roma compì un gesto destinato a farlo rimanere nella storia che però, purtroppo, fu anche l'ultimo della sua breve esistenza.

 

   

Truppe tedesche in ritirata attraverso i Fori Imperiali ai primi di giugno 1944.

 

Pionieri tedeschi intenti a minare un ponte nell'estate del 1944. Le demolizioni erano parte integrante della strategia tedesca durante le ritirate e spesso ostacolarono l'avanzata Alleata più della resistenza armata vera e propria.

 

Anche le strade costituivano un obiettivo privilegiato per i guastatori della Wehrmacht, qui all'opera nella posa di mine anticarro.

 

Il ponte difeso fino all'estremo sacrificio da Ugo Forno e da alcuni dei suoi compagni, oggi praticamente coperto dalle sterpaglie.

 

Il ponte visto dall'Aniene. La grossa struttura che lo sovrasta è la linea ferroviaria veloce Roma-Milano.

 

Mentre a Roma città si festeggia la liberazione, al ponte di ferro sulla Salaria si sta svolgendo il dramma di Ugo Forno.

 

Una vista dall'alto del ponte di ferro sull'Aniene.

 

La lapide a Ugo Forno, inaugurata al Parco Nemorense in sua memoria, nel giorno della cerimonia.

 

Ed ecco come si presenta la lapide oggi, insozzata dall'inciviltà e dalla più assoluta mancanza di educazione e rispetto da parte di qualche "esponente" delle giovani generazioni.

Pensare che Ugo Forno è morto anche per la sua libertà è qualcosa che da rabbia...perchè forse gente che compie questi gesti la libertà non la merita; piuttosto meriterebbe qualche "corso di rieducazione" a suon di calci nel sedere.

 

 

 

Note bibliografiche:

“Roma Città prigioniera”  Cesare De Simone

“Battleground Italy 1943-1945” - Franz Kurowski

“Roma Violata” Gastone Mazzanti

I fanti Americani della 88. Divisione e i reparti Speciali della FSSF sono entrati nella tarda serata di domenica 4 giugno nella Capitale e i Romani, ormai liberi ,danno sfogo con entusiasmo alla loro gioia e di normalità, messe duramente alla prova da nove mesi di occupazione tedesca, dalla penuria di derrate alimentari e soprattutto dai continui e incessanti bombardamenti aerei Alleati.

Infatti, ben lungi dal rispettare lo status di “Città Aperta”, ambedue i due contendenti lo hanno impunemente più volte violato.

Da un lato infatti, i tedeschi hanno deliberatamente attraversato e fatto un uso militare della città; dall’altro, gli Alleati hanno cercato di interdire i movimenti di rinforzi verso il fronte di Anzio e Cassino, con circa 64 bombardamenti mirati (soprattutto agli scali ferroviari, agli aeroporti e ai nodi stradali nei sobborghi sud ovest di Roma).

 

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Mentre le truppe Alleate dopo l’entrata trionfale nella città cercano faticosamente di agganciare le stanche truppe germaniche in ritirata  verso  nord, attestandosi in un triangolo che ha per vertice le vie Aurelia e Trionfale, Ponte Milvio, Monte Mario e, dall’altra, la riva destra del fiume Aniene, fino a Ponte Mammolo e, continuando su per  la via Tiburtina, fino a Tivoli, le retroguardie tedesche costituite da agguerriti reparti di paracadutisti  della 4. Divisione si attardano nella zona nord est della città per le necessarie opere di sabotaggio di ponti stradali e ferroviari al fine di ostacolare le avanguardie Americane.

La ritirata da Roma della Wehrmacht è stata ordinata e senza eccessivi danni le lunghe colonne della 362. Divisione di Fanteria  hanno sfilato lungo le vie della capitale sotto un sole cocente in lunghe  teorie di mezzi motorizzati e carriaggi- traino di artiglieria, mentre disposti su due file ai lati della strada camminavano  i fanti appiedati disfatti e avviliti per la stanchezza.

Diversi cittadini si accalcano agli incroci delle vie per vedere sfilare i soldati tedeschi battere in ritirata, alcuni incuriositi, altri (specie alcune donne in piazza Venezia),  porgono acqua per dissetarli. In tutti i romani c’è ormai la certezza che i giorni bui stanno per finire e alcuni battono pure le mani, forse in segno di intima gioia per la prossima e vicina libertà , ma soprattutto per la certezza che con gli Alleati si possa ritrovare quell’abbondanza che per tanto tempo è mancata e ha fatto materializzare lo spettro della fame. Purtroppo per parecchi giorni dopo la liberazione non sarà così. Difatti gli Alleati, specie gli inglesi, non saranno subito molto generosi con i romani e la ripresa sarà dura.

Ai lati della città sfilano verso ovest invece la 65. Divisione di Fanteria e la 3. Panzergrenadier Division, che subiscono alcune perdite per i continui mitragliamenti dei caccia bombardieri inglesi e americani sulla via  Portuense e sulla via Aurelia, mentre invece sulla destra retrocede la 4. Fallschirmjager Division, che percorre  la via Nomentana,  la via Salaria e la via Flaminia, subendo anch’essa sporadici mitragliamenti. Chiudono il movimento di ritirata i resti della provatissima divisione “Hermann Goering” ,  attestatisi sulla riva sinistra del fiume Aniene da Roma fino a Tivoli e oltre.

Anticipando le truppe Alleate, i partigiani romani riorganizzatisi ingaggiano alcuni furiosi scontri sulla via  Tiberina  e a Prima Porta,  nel tentativo di ostacolare la ritirata alle ultime truppe tedesche ritardatarie. In questa caotica situazione, con la maggior parte dei cittadini romani indifferenti e calmi in attesa dello scorrere degli eventi e con  i partigiani  intenti a dare la caccia in città ai funzionari del partito fascista o a qualche soldato tedesco rimasto isolato, si innesta la vicenda del piccolo Ugo Forno, bambino di 12 anni appena promosso alla terza media presso la Scuola Luigi Settembrini (allora in Corso Trieste, vicino al Liceo Giulio Cesare) e residente in via Nemorense, al quartiere Triste-Salario.

Vivace, intelligente ed irrequieto, Ughetto, come era soprannominato, la mattina del 5 giugno 1944 esce presto di casa, dicendo che sarebbe andato a casa di un suo amichetto. La madre gli dice di stare attento e di non fare tardi per il pranzo, ma lui curioso e in agitazione per  la situazione in fermento, si avvia invece verso piazza Verbano, dove trova un gruppo di una trentina di adulti che discute animatamente della situazione.

Le voci dei soliti ben informati danno gli Americani vicini e i guastatori tedeschi intenti a minare la strada e il ponte sulla via Salaria, mentre i partigiani ingaggiano già delle sparatorie per catturarli. Lui si allontana saltellando eccitato e si dirige verso una casa colonica nei prati che fiancheggiano la via Salaria in discesa verso il fiume, dove precedentemente aveva nascosto un fucile e delle munizioni, probabilmente abbandonate dai soldati Italiani dopo l’8 settembre.

Strada facendo, fucile in mano e bandoliera di proiettili al collo, raccoglie altri cinque ragazzi della zona di Piazza Vescovio, anche loro armati di fucili e pistole. Ugo si mette a capo del gruppetto armato e si rivolge all’eterogeneo “plotone” di patrioti col piglio deciso del capo: “ I guastatori tedeschi stanno minando il ponte ferroviario sull’Aniene, dobbiamo impedirglielo, perchè ci debbono passare gli Americani, se avete delle armi venite con me, li colpiremo dalla collina della tenuta Senigallia (oggi il centro residenziale Prato della Signora) “. I ragazzi lo seguono. Sono i fratelli Guidi, figli del proprietario della casa colonica, L. Curzi, V. Seboni e S. Fornari, figli invece di alcuni loro lavoranti agricoli. L’intesa è rapida e immediata, il piano deciso.

Il ponte di ferro della ferrovia Roma-Firenze fiancheggia la via Salaria e ancora oggi è lì, muto testimone dei fatti di allora.

Il plotone dei pionieri tedeschi con le caratteristiche tute mimetiche a chiazze e pantaloni giallo sabbia, è all’opera sotto i piloni del ponte, nel tentativo di piazzare le cariche esplosive stendendo i fili elettrici dell’accensione, quando all’improvviso è fatto segno da una scarica di fucilate che li sorprende e li costringe a gettarsi a terra in cerca di riparo interrompendo l’opera di demolizione.

Si scatena un breve ma furibondo scontro fra i militari germanici e i ragazzi capeggiati da Ughetto. Questi ultimi, distesi sul terrapieno e al riparo dietro una capanna di legno, fanno fuoco continuamente . Quando i genieri si accorgono che hanno a che fare con partigiani italiani e non con le  agguerrite avanguardie da ricognizione Alleate, rispondono al fuoco e chiamano rinforzi  via radio, cercando di trarsi si impaccio da quella situazione. Non avendo ormai più tempo per finire il sabotaggio del ponte, decidono quindi di ritirarsi e abbandonare il loro scopo primitivo. Ma nel frattempo giungono altri tedeschi con camionette e sidecar, i quali mettono in posizione mitragliatrici e mortai cercando di coprire la fuga dei compagni. Il gruppetto di improvvisati combattenti viene investito in pieno da fuoco tedesco. Il primo a cadere è Francesco Guidi, mentre Ugo urlando dirige il fuoco dei fucili sul fumo dei mortai. Poi, in rapida sequenza, altri due colpi vanno a segno ferendo Curzi e Fornari e uccidendo all’istante il povero Ughetto Forno, colpito in pieno al petto e alla testa.

I pionieri tedeschi, non avendo più il tempo di riprendere l’opera di sabotaggio del ponte, a quel punto si ritirano rapidamente, raggiungono i loro mezzi parcheggiati su quella che è oggi via dei Prati Fiscali e si dileguano  sulla via Salaria diretti verso nord. Il ponte sull’Aniene è salvo con le micce e i fili che penzolano dalle arcate di ferro.

Queste sono le ultime truppe tedesche ha lasciare la capitale ed Ugo Forno l’ultimo romano caduto combattendo per la loro cacciata.

Avvisati dagli spari e dai contadini della zona, accorrono successivamente i partigiani della VIII zona guidati dal sottotenente ex paracadutista G. Allegra, il quale ricompone la salma del piccolo Ugo e soccorre i tre feriti. Portati in una clinica dell’Inail del posto per le cure necessarie, uno di loro morirà successivamente per le ferite riportate.

I genitori di Ugo intanto, preoccupati per il ritardo del bimbo all’ora di pranzo, vanno alla sua ricerca e dopo essere stati avvertiti che in uno scontro con i tedeschi in mattinata un bambino era morto, il padre si avviò alla clinica Inail per avere ulteriori notizie. Qui i genitori riconobbero il proprio figlioletto morto,  ricomposto in una bandiera tricolore.

L’anno successivo una grande bandiera tricolore sventolava sull’edificio della Scuola L. Settembrini e nella classe III B, che avrebbe dovuto essere la classe di Ughetto, si tenne una commemorazione del giovane studente partigiano, morto per salvare il ponte di ferro sull’Aniene dalla distruzione.

 

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Leggendo ultimamente il libro “Battleground Italy 1943-44” - Le forze Armate tedesche nella battaglia per lo Stivale – di Franz Kurowski, che tratta nei particolari le battaglie combattute dalle divisioni tedesche nella Campagna D’Italia con dovizia di cartine esplicative e traduzioni dei diari e dei rapporti delle divisioni impegnate, mi sono imbattuto in un rapporto del Panzer Aufklarung Abteilung della Hermann Goering che descriveva la ritirata da Roma e i brevi combattimenti sostenuti dal 1° al 5 giugno 1944. Ecco  la traduzione:

Il 2 giugno il  battaglione ricevette un ordine di trattenere il nemico con azioni ritardatici sulle correnti posizioni (Roma est e riva sinistra dell’Aniene) con tutte le forze disponibili.

Ci furono delle scaramucce e brevi scambi di colpi con alcuni civili italiani armati nella zona di Monte Sacro   un quartiere periferico di Roma, durante un’opera di demolizione preordinata di un ponte ferroviario. Il plotone dei genieri guastatori del Battaglione sotto il comando del Tenente Osterhaus fu tratto in salvo dalla situazione critica da un immediato contrattacco del resto del plotone. Il resto del Battaglione mosse verso Nord in direzione di Rieti durante la notte del 4/ 5 giugno.”

E’ inequivocabilmente l’episodio di Ugo Forno e dei suoi improvvisati compagni d’arme.

Oggi il ponte ferroviario sull’Aniene  è ancora lì, nascosto dagli alberi e sovrastato dal moderno ponte della ferrovia  ad “Alta Velocità ” della linea Roma –Milano. E’ stato particolarmente difficile scovarlo ed individuare il punto dove il piccolo patriota coi suoi amici cercarono di colpire i soldati tedeschi all’opera. Infatti  dove allora c’era un collina con campi  che digradava verso la riva destra dell’Aniene oggi c’è il complesso residenziale “Prato della Signora”  e la stessa strada Salaria è stata oggetto nel tempo di continue trasformazioni e ampliamenti. E’ solo grazie ad una cartina militare Italiana del 1942 e ad alcune  foto aeree dell’aviazione Americana, riprese durante e dopo  i bombardamenti del vicino aeroporto del Littorio (oggi dell’Urbe), che ho potuto individuare il ponte e il luogo esatto unitamente all’aiuto di Google Earth.

 

Al piccolo Ugo non fu concessa alcuna medaglia o decorazione per il suo eroico gesto e il fascicolo contenente la sua richiesta giace seppellito in qualche cassetto dell’Ufficio Ricompense del Ministero della Difesa, ormai dimenticato. Così come è stata dimenticata la sua storia. Solo nel giugno 2005 è stata apposta un targa a suo ricordo all’interno del Parco Nemorense, non lontano dalla sua abitazione e gli alunni della Scuola media Luigi Settembrini, dopo essersi appassionati alla storia e al triste destino del loro lontano compagno di Scuola, hanno intitolato un‘ aula dell’Istituto a suo nome. Oggi quella stessa lapide giace sporcata da stupide scritte di vernice fatte da qualche insulso e annoiato writer adolescente, certamente molto diverso nella sensibilità e nella cultura del piccolo Ugo Forno, che 65 anni fa sacrificò la propria vita per salvare il ponte sull’Aniene. –

 

 

Massimo Castelli

 

 

 

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