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I fanti Americani della 88.
Divisione e i reparti Speciali della FSSF sono entrati nella tarda
serata di domenica 4 giugno nella Capitale e i Romani, ormai liberi
,danno sfogo con entusiasmo alla loro gioia e di normalità, messe
duramente alla prova da nove mesi di occupazione tedesca, dalla penuria
di derrate alimentari e soprattutto dai continui e incessanti
bombardamenti aerei Alleati.
Infatti, ben lungi dal
rispettare lo status di “Città Aperta”, ambedue i due contendenti lo
hanno impunemente più volte violato.
Da un lato infatti, i
tedeschi hanno deliberatamente attraversato e fatto un uso militare
della città; dall’altro, gli Alleati hanno cercato di interdire i
movimenti di rinforzi verso il fronte di Anzio e Cassino, con circa 64
bombardamenti mirati (soprattutto agli scali ferroviari, agli aeroporti
e ai nodi stradali nei sobborghi sud ovest di Roma).
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Mentre le truppe Alleate
dopo l’entrata trionfale nella città cercano faticosamente di agganciare
le stanche truppe germaniche in ritirata verso nord, attestandosi in
un triangolo che ha per vertice le vie Aurelia e Trionfale, Ponte
Milvio, Monte Mario e, dall’altra, la riva destra del fiume Aniene, fino
a Ponte Mammolo e, continuando su per la via Tiburtina, fino a Tivoli,
le retroguardie tedesche costituite da agguerriti reparti di
paracadutisti della 4. Divisione si attardano nella zona nord est della
città per le necessarie opere di sabotaggio di ponti stradali e
ferroviari al fine di ostacolare le avanguardie Americane.
La ritirata da Roma della
Wehrmacht è stata ordinata e senza eccessivi danni le lunghe colonne
della 362. Divisione di Fanteria hanno sfilato lungo le vie della
capitale sotto un sole cocente in lunghe teorie di mezzi motorizzati e
carriaggi- traino di artiglieria, mentre disposti su due file ai lati
della strada camminavano i fanti appiedati disfatti e avviliti per la
stanchezza.
Diversi cittadini si
accalcano agli incroci delle vie per vedere sfilare i soldati tedeschi
battere in ritirata, alcuni incuriositi, altri (specie alcune donne in
piazza Venezia), porgono acqua per dissetarli. In tutti i romani c’è
ormai la certezza che i giorni bui stanno per finire e alcuni battono
pure le mani, forse in segno di intima gioia per la prossima e vicina
libertà , ma soprattutto per la certezza che con gli Alleati si possa
ritrovare quell’abbondanza che per tanto tempo è mancata e ha fatto
materializzare lo spettro della fame. Purtroppo per parecchi giorni dopo
la liberazione non sarà così. Difatti gli Alleati, specie gli inglesi,
non saranno subito molto generosi con i romani e la ripresa sarà dura.
Ai lati della città sfilano
verso ovest invece la 65. Divisione di Fanteria e la 3. Panzergrenadier
Division, che subiscono alcune perdite per i continui mitragliamenti dei
caccia bombardieri inglesi e americani sulla via Portuense e sulla via
Aurelia, mentre invece sulla destra retrocede la 4. Fallschirmjager
Division, che percorre la via Nomentana, la via Salaria e la via
Flaminia, subendo anch’essa sporadici mitragliamenti. Chiudono il
movimento di ritirata i resti della provatissima divisione “Hermann
Goering” , attestatisi sulla riva sinistra del fiume Aniene da Roma
fino a Tivoli e oltre.
Anticipando le truppe
Alleate, i partigiani romani riorganizzatisi ingaggiano alcuni furiosi
scontri sulla via Tiberina e a Prima Porta, nel tentativo di
ostacolare la ritirata alle ultime truppe tedesche ritardatarie. In
questa caotica situazione, con la maggior parte dei cittadini romani
indifferenti e calmi in attesa dello scorrere degli eventi e con i
partigiani intenti a dare la caccia in città ai funzionari del partito
fascista o a qualche soldato tedesco rimasto isolato, si innesta la
vicenda del piccolo Ugo Forno, bambino di 12 anni appena promosso alla
terza media presso la Scuola Luigi Settembrini (allora in Corso Trieste,
vicino al Liceo Giulio Cesare) e residente in via Nemorense, al
quartiere Triste-Salario.
Vivace, intelligente ed
irrequieto, Ughetto, come era soprannominato, la mattina del 5 giugno
1944 esce presto di casa, dicendo che sarebbe andato a casa di un suo
amichetto. La madre gli dice di stare attento e di non fare tardi per il
pranzo, ma lui curioso e in agitazione per la situazione in fermento,
si avvia invece verso piazza Verbano, dove trova un gruppo di una
trentina di adulti che discute animatamente della situazione.
Le voci dei soliti ben
informati danno gli Americani vicini e i guastatori tedeschi intenti a
minare la strada e il ponte sulla via Salaria, mentre i partigiani
ingaggiano già delle sparatorie per catturarli. Lui si allontana
saltellando eccitato e si dirige verso una casa colonica nei prati che
fiancheggiano la via Salaria in discesa verso il fiume, dove
precedentemente aveva nascosto un fucile e delle munizioni,
probabilmente abbandonate dai soldati Italiani dopo l’8 settembre.
Strada facendo, fucile in
mano e bandoliera di proiettili al collo, raccoglie altri cinque
ragazzi della zona di Piazza Vescovio, anche loro armati di fucili e
pistole. Ugo si mette a capo del gruppetto armato e si rivolge
all’eterogeneo “plotone” di patrioti col piglio deciso del capo: “ I
guastatori tedeschi stanno minando il ponte ferroviario sull’Aniene,
dobbiamo impedirglielo, perchè ci debbono passare gli Americani, se
avete delle armi venite con me, li colpiremo dalla collina della tenuta
Senigallia (oggi il centro residenziale Prato della Signora) “. I
ragazzi lo seguono. Sono i fratelli Guidi, figli del proprietario della
casa colonica, L. Curzi, V. Seboni e S. Fornari, figli invece di alcuni
loro lavoranti agricoli. L’intesa è rapida e immediata, il piano deciso.
Il ponte di ferro della
ferrovia Roma-Firenze fiancheggia la via Salaria e ancora oggi è lì,
muto testimone dei fatti di allora.
Il plotone dei pionieri
tedeschi con le caratteristiche tute mimetiche a chiazze e pantaloni
giallo sabbia, è all’opera sotto i piloni del ponte, nel tentativo di
piazzare le cariche esplosive stendendo i fili elettrici
dell’accensione, quando all’improvviso è fatto segno da una scarica di
fucilate che li sorprende e li costringe a gettarsi a terra in cerca di
riparo interrompendo l’opera di demolizione.
Si scatena un breve ma
furibondo scontro fra i militari germanici e i ragazzi capeggiati da
Ughetto. Questi ultimi, distesi sul terrapieno e al riparo dietro una
capanna di legno, fanno fuoco continuamente . Quando i genieri si
accorgono che hanno a che fare con partigiani italiani e non con le
agguerrite avanguardie da ricognizione Alleate, rispondono al fuoco e
chiamano rinforzi via radio, cercando di trarsi si impaccio da quella
situazione. Non avendo ormai più tempo per finire il sabotaggio del
ponte, decidono quindi di ritirarsi e abbandonare il loro scopo
primitivo. Ma nel frattempo giungono altri tedeschi con camionette e
sidecar, i quali mettono in posizione mitragliatrici e mortai cercando
di coprire la fuga dei compagni. Il gruppetto di improvvisati
combattenti viene investito in pieno da fuoco tedesco. Il primo a cadere
è Francesco Guidi, mentre Ugo urlando dirige il fuoco dei fucili sul
fumo dei mortai. Poi, in rapida sequenza, altri due colpi vanno a segno
ferendo Curzi e Fornari e uccidendo all’istante il povero Ughetto Forno,
colpito in pieno al petto e alla testa.
I pionieri tedeschi, non
avendo più il tempo di riprendere l’opera di sabotaggio del ponte, a
quel punto si ritirano rapidamente, raggiungono i loro mezzi
parcheggiati su quella che è oggi via dei Prati Fiscali e si dileguano
sulla via Salaria diretti verso nord. Il ponte sull’Aniene è salvo con
le micce e i fili che penzolano dalle arcate di ferro.
Queste sono le ultime truppe
tedesche ha lasciare la capitale ed Ugo Forno l’ultimo romano caduto
combattendo per la loro cacciata.
Avvisati dagli spari e dai
contadini della zona, accorrono successivamente i partigiani della VIII
zona guidati dal sottotenente ex paracadutista G. Allegra, il quale
ricompone la salma del piccolo Ugo e soccorre i tre feriti. Portati in
una clinica dell’Inail del posto per le cure necessarie, uno di loro
morirà successivamente per le ferite riportate.
I genitori di Ugo intanto,
preoccupati per il ritardo del bimbo all’ora di pranzo, vanno alla sua
ricerca e dopo essere stati avvertiti che in uno scontro con i tedeschi
in mattinata un bambino era morto, il padre si avviò alla clinica Inail
per avere ulteriori notizie. Qui i genitori riconobbero il proprio
figlioletto morto, ricomposto in una bandiera tricolore.
L’anno successivo una grande
bandiera tricolore sventolava sull’edificio della Scuola L. Settembrini
e nella classe III B, che avrebbe dovuto essere la classe di Ughetto, si
tenne una commemorazione del giovane studente partigiano, morto per
salvare il ponte di ferro sull’Aniene dalla distruzione.
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Leggendo ultimamente il
libro “Battleground Italy 1943-44” - Le forze Armate tedesche nella
battaglia per lo Stivale – di Franz Kurowski, che tratta nei particolari
le battaglie combattute dalle divisioni tedesche nella Campagna D’Italia
con dovizia di cartine esplicative e traduzioni dei diari e dei rapporti
delle divisioni impegnate, mi sono imbattuto in un rapporto del Panzer
Aufklarung Abteilung della Hermann Goering che descriveva la ritirata da
Roma e i brevi combattimenti sostenuti dal 1° al 5 giugno 1944. Ecco la
traduzione:
“Il 2 giugno il
battaglione ricevette un ordine di trattenere il nemico con azioni
ritardatici sulle correnti posizioni (Roma est e riva sinistra
dell’Aniene) con tutte le forze disponibili.
Ci furono delle
scaramucce e brevi scambi di colpi con alcuni civili italiani armati
nella zona di Monte Sacro un quartiere periferico di Roma, durante
un’opera di demolizione preordinata di un ponte ferroviario. Il plotone
dei genieri guastatori del Battaglione sotto il comando del Tenente
Osterhaus fu tratto in salvo dalla situazione critica da un immediato
contrattacco del resto del plotone. Il resto del Battaglione mosse verso
Nord in direzione di Rieti durante la notte del 4/ 5 giugno.”
E’ inequivocabilmente
l’episodio di Ugo Forno e dei suoi improvvisati compagni d’arme.
Oggi il ponte ferroviario
sull’Aniene è ancora lì, nascosto dagli alberi e sovrastato dal moderno
ponte della ferrovia ad “Alta Velocità ” della linea Roma –Milano. E’
stato particolarmente difficile scovarlo ed individuare il punto dove il
piccolo patriota coi suoi amici cercarono di colpire i soldati tedeschi
all’opera. Infatti dove allora c’era un collina con campi che
digradava verso la riva destra dell’Aniene oggi c’è il complesso
residenziale “Prato della Signora” e la stessa strada Salaria è stata
oggetto nel tempo di continue trasformazioni e ampliamenti. E’ solo
grazie ad una cartina militare Italiana del 1942 e ad alcune foto aeree
dell’aviazione Americana, riprese durante e dopo i bombardamenti del
vicino aeroporto del Littorio (oggi dell’Urbe), che ho potuto
individuare il ponte e il luogo esatto unitamente all’aiuto di Google
Earth.
Al piccolo Ugo non fu
concessa alcuna medaglia o decorazione per il suo eroico gesto e il
fascicolo contenente la sua richiesta giace seppellito in qualche
cassetto dell’Ufficio Ricompense del Ministero della Difesa, ormai
dimenticato. Così come è stata dimenticata la sua storia. Solo nel
giugno 2005 è stata apposta un targa a suo ricordo all’interno del Parco
Nemorense, non lontano dalla sua abitazione e gli alunni della Scuola
media Luigi Settembrini, dopo essersi appassionati alla storia e al
triste destino del loro lontano compagno di Scuola, hanno intitolato un‘
aula dell’Istituto a suo nome. Oggi quella stessa lapide giace sporcata
da stupide scritte di vernice fatte da qualche insulso e annoiato writer
adolescente, certamente molto diverso nella sensibilità e nella cultura
del piccolo Ugo Forno, che 65 anni fa sacrificò la propria vita per
salvare il ponte sull’Aniene. –
Massimo Castelli |