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E' dal
lontano 1985, anno in cui conobbi la mia futura moglie Patrizia,
che dai racconti di mio suocero, Giovanni di Gregorio, classe
1928, sono venuto a conoscenza di questo episodio di microstoria
Italiana, relativo al Secondo conflitto Mondiale.
Episodio,
tra l'altro, comune a numerose città e paesi d'Italia, che nel
periodo che va dal 1941 al 1945 subirono immense devastazioni e
dolorosi lutti a causa dei bombardamenti Alleati, spesso
indiscriminati.
I ricordi
del sig. Giovanni, relativi a quell'episodio da lui vissuto in
prima persona, erano di una precisione impressionante nei loro
particolari, che destarono subito in me una curiosità tale da
iniziare una ricerca sull'accaduto.
L'occasione
di conoscere i risvolti e sopratutto i perchè di questo episodio
così viene nominato nel paragrafo del libro “Abruzzo anno zero”
di Manlio Masci, si e' presentata lo scorso 5 dicembre 2007, in
occasione del 64° anniversario del bombardamento.
Infatti per quella ricorrenza, il
sottoscritto e mio cognato Pietro, abbiamo finalmente, dopo
circa 30 anni, accompagnato mio suocero nel paesino natio, per
la ricorrenza del bombardamento e della morte di suo fratello
Ezio di Gregorio per
esaudire il suo desiderio di rivedere quei luoghi.
Ecco in
sintesi la narrazione dell'accaduto, nelle parole del sig.
Giovanni di Gregorio:
“Nel 1943
abitavamo a Roma, io e la mia famiglia, in via Capocci, nel
rione Monti, nel centro della città. Io avevo 16 anni, mio
fratello Ezio 15, mio padre era militare nella contraerea a
Napoli, noi stavamo con mia madre. Dopo l'armistizio dell'8
settembre, mio padre, tornato a casa, d'accordo con mia madre,
impaurito dai bombardamenti e dal clima di Roma città "occupata
" dai Tedeschi, decise di tornare al paese natio di Civitaquana
in provincia di Pescara, dove risiedevano i loro genitori,
giudicando un piccolo paese tra le montagne dell'Abruzzo (30 km
da Pescara) un posto tranquillo, lontano dalla guerra, dove
aspettare la fine degli eventi.
Purtroppo la loro scelta si dimostrò sbagliata. Trasferitisi lì
fin dall'estate del 1943, la vita trascorreva tranquilla, c'era
abbastanza cibo per tutti e vivendo assieme con i nonni ed i
numerosi cugini ci si aiutava, perché la guerra era lontana, al
di là del massiccio della Maiella sul fronte del Sangro e nulla
faceva presagire quello che sarebbe successo. In ottobre però in
paese cominciarono ad arrivare le truppe Tedesche, Bavaresi ed
Austriaci delle truppe Alpine. Requisirono alcune case nel
centro del paese ed il palazzo del Conte. In una fu installato
il Comando, in una la prigione ed infine anche un tribunale,
oltre a magazzini ed officine di riparazione meccanica nei
dintorni. All'inizio, grazie anche alla mediazione del Podestà
del paese, che era rimasto al suo posto, i rapporti fra Tedeschi
e cittadini erano cordiali e di reciproco aiuto; ben presto però
i Tedeschi cominciarono a rastrellare tutti gli uomini validi
per lavori di scopo bellico e a requisire indiscriminatamente
cibo, animali e vetture private. Inoltre una sera si
verificarono degli incidenti tra alcuni paesani, che cercavano
di difendere le loro donne, e soldati Tedeschi ubriachi, che
erano in cerca di compagnia. Subito, alle rimostranze del
Podestà, il Comandante Tedesco, punì in modo esemplare i
responsabili della bravata, spedendoli immediatamente al
fronte... e ricordo benissimo che questi giovani soldati, la
mattina dopo, in attesa di essere caricati sul camion che li
avrebbe portati al fronte... piangevano! Alcuni di loro,
nell'avvicendamento delle truppe al fronte, non tornarono più...
Per far sì
che tali spiacevoli episodi non si verificassero più, il Podestà
con l'aiuto della locale sezione del rinato P.F. della R.S.I.,
si prodigò per installare un punto di ristoro ed intrattenimento
a spese dei cittadini del paese, per i numerosi e focosi giovani
soldati della
Wehrmacht
di passaggio
o di ritorno dal fronte, che ricordo rimase fermo per circa nove
mesi, fino al 9 giugno1944, giorno della ritirata dei Tedeschi.
Questo atteggiamento di solidarietà e forzata collaborazione,
dettata ovviamente dalla contingenza degli eventi bellici, fu
probabilmente la causa della “punizione”, che il Comando Alleato
della M.A.A.F.(Mediterranean Allied Air Force, come era chiamata
la forza aerea mista Inglese, Americana, Sudafricana,
Neozelandese e Canadese, che proveniva dal teatro Africano)
intese dare al paese di Civitaquana, ritenuto collaborazionista.
Nella zona erano presenti numerosi ex prigionieri di guerra,
fuggiti dai campi di detenzione, ormai incustoditi, che si erano
messi in contatto con i partigiani Italiani del luogo. Ricordo
che una sera di novembre sentimmo bussare alla porta della casa
paterna, quella che guarda dalla parte scoscesa verso la
campagna: erano tre Inglesi avvolti in grosse mantelle nere, che
chiedevano pane. Ricordo che mio padre diede loro molto di più e
nell'atto di metterselo sotto il mantello, notai che erano
armati di mitra e pistole. Ringraziarono e andarono via.
Certo l'atmosfera di “collaborazione” forzata dei paesani non
era sfuggita alle bande miste di partigiani Italiani e ex
prigionieri Alleati, che in contatto radio con i Comandi Alleati
decisero, così si tramanda nel ricordo dei compaesani, il
tentativo di trovare, una giustificazione del punire il paese e
la cittadinanza il 5 dicembre del 1943.
Era il primo pomeriggio, intorno alle 15 di domenica 5 dicembre
1943, dopo pranzo il paese si era rianimato e sopratutto eravamo
noi bambini e ragazzi a popolare il paese in tutta la sua
lunghezza, nella piazza e nelle piazzette e spiazzi dietro la
Chiesa. C'era chi giocava alle bocce e chi si intratteneva con
le ragazze. Era anche in corso una festa organizzata dal partito
per i soldati Tedeschi, che affollavano il suddetto circolo
ricreativo. Quel giorno, a differenza dei precedenti dove la
tramontana spazzava il paese e la purezza cristallina dell'aria
metteva in mostra il panorama bellissimo delle montagne
circostanti, le nuvole basse ed umide cariche di pioggia
opprimevano il paese e le montagne non si vedevano.
All'improvviso, sbucarono delle basse nubi tre aerei
(probabilmente Douglas A20 Boston, bombardieri medi, provenienti
delle basi intorno a Foggia), che armati di micidiali spezzoni
(tubi di ferro lunghi 50 cm, pieni di palle di ferro, bulloni e
quant'altro... buoni per colpire essenzialmente gli uomini),
sganciarono centinaia di ordigni e contemporaneamente
mitragliarono il paese in tutta la sua lunghezza, sorprendendo
l'inerme popolazione allo scoperto, sopratutto ragazzi e
bambini, e compiendo un'autentica strage. L'intera faccenda era
durata tre minuti, e dopo aver vigliaccamente colpito l'inerme e
pacifica comunità, scomparirono nelle nuvole impassibili, così
come erano venuti.
Io mi salvai solo perchè, ricordando i cinegiornali di guerra,
riconobbi il classico rumore degli aerei in picchiata, ed
avvertiti i compagni di gettarsi a terra, mi tuffai nei cespugli
di spini, che allora ornavano lo spiazzo dietro la Chiesa, dove
stavamo giocando a bocce. Ricordo, inoltre, le schegge degli
spezzoni, che sibilando sopra la mia testa, si stamparono sulla
facciata della casa di fronte. Anche la Chiesa venne colpita e
una campana fu distrutta.
Mio fratello Ezio, che stava giocando con un amichetto in una
piazzetta dietro il corso del paese, invece, curioso di veder
passare gli aerei, insieme ad un amico, si affacciò su un
belvedere e insieme furono investiti in pieno dagli ordigni.
Nella confusione e nel terrore della gente, e fra le urla
strazianti dei feriti e dei genitori che erano in cerca dei
figli, io e mio padre, anch'esso ferito alla testa e alle mani,
ci mettemmo alla ricerca del piccolo Ezio, trovandolo addossato
al muro di una casa... si era trascinato fin lì sanguinante,
senza più reggersi in piedi... infatti aveva tutte e due le
gambe tranciate quasi di netto e vaste ferite al viso e alla
testa. Il suo amichetto era morto sul colpo, sbattuto contro il
muro di una casa dall'esplosione e trafitto da una sola scheggia
al cuore. Mio padre lo prese in braccio e correndo lo portò in
piazza alla farmacia del paese, che ancora era vivo. Lì il
farmacista ed un medico Tedesco stavano prestando le prime cure
ai feriti e, sistematolo su una sedia, fu bendato e ricomposto
nelle ferite, ma fin da subito il medico Tedesco disse a mio
padre “ bambino.. kaputt” e infatti mio fratello Ezio morì, da
lì a pochi minuti, con un sospiro... reclinando la testa... dopo
aver chiamato con un filo di voce... la mamma. In tasca aveva
ancora un mazzo di carte, tutte bucate dalle schegge!
La scena
che appariva nel paese era terrificante: oltre cento persone nel
paese giacevano ferite e urlanti dal dolore... alla fine i morti
furono trenta ed ottanta i feriti e mutilati, sopratutto colpiti
alle gambe ed alle braccia. Devo dire che se non fosse stato per
alcuni cittadini, che si prestarono oltremodo nell'assistere i
feriti, e per i soldati Tedeschi, che allestirono un ospedale
provvisorio e che successivamente misero a disposizione i loro
autocarri, per trasportare i feriti all'Ospedale di Penne, i
morti sarebbero stati molti di più.”
Questo e' il
racconto, fedele, fattomi da Giovanni Di Gregorio, che proprio
per la sua drammaticità si e' stampato nella sua memoria, fin
nei minimi particolari.
Per
completezza, bisogna dire fatti tragici come questo sono
accaduti numerosi in quel periodo; basta vedere ciò che accadde, sempre
in Abruzzo, nella cittadina di Sulmona, il 27 agosto del 1943,
dove a seguito di bombardamento a bassa quota, fu devastato il
centro cittadino e morirono 99 persone, oltre a centinaia di
feriti.
Questo mio
scritto vuole essere un piccolo contributo ed un monito per
tutti, affinché la divulgazione di episodi di “storia
dimenticata”, come questo, non vengano cancellati, con la
inevitabile scomparsa dei loro involontari testimoni, che sono
la nostra memoria storica, il racconto vero, la certezza del
nostro passato.
Massimo Castelli
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