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CIVITAQUANA, 5 dicembre 1943:

Una strage dimenticata

L'amico Massimo Castelli mi invia questa poco nota pagina di Storia locale che riporta alla memoria un fatto tragico scarsamente conosciuto.

 

 

 

E' dal lontano 1985, anno in cui conobbi la mia futura moglie Patrizia, che dai racconti di mio suocero, Giovanni di Gregorio, classe 1928, sono venuto a conoscenza di questo episodio di microstoria Italiana, relativo al Secondo conflitto Mondiale.

Episodio, tra l'altro, comune a numerose città e paesi d'Italia, che nel periodo che va dal 1941 al 1945 subirono immense devastazioni e dolorosi lutti a causa dei bombardamenti Alleati, spesso indiscriminati.

I ricordi del sig. Giovanni, relativi a quell'episodio da lui vissuto in prima persona, erano di una precisione impressionante nei loro particolari, che destarono subito in me una curiosità tale da iniziare una ricerca sull'accaduto.

L'occasione di conoscere i risvolti e sopratutto i perchè di questo episodio così viene nominato nel paragrafo del libro “Abruzzo anno zero” di Manlio Masci, si e' presentata lo scorso 5 dicembre 2007, in occasione del 64° anniversario del bombardamento.

Infatti per quella ricorrenza, il sottoscritto e mio cognato Pietro, abbiamo finalmente, dopo circa 30 anni, accompagnato mio suocero nel paesino natio, per la ricorrenza del bombardamento e della morte di suo fratello Ezio di Gregorio per esaudire il suo desiderio di rivedere quei luoghi.

Ecco in sintesi la narrazione dell'accaduto, nelle parole del sig. Giovanni di Gregorio:

Nel 1943 abitavamo a Roma, io e la mia famiglia, in via Capocci, nel rione Monti, nel centro della città. Io avevo 16 anni, mio fratello Ezio 15, mio padre era militare nella contraerea a Napoli, noi stavamo con mia madre. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, mio padre, tornato a casa, d'accordo con mia madre, impaurito dai bombardamenti e dal clima di Roma città "occupata " dai Tedeschi, decise di tornare al paese natio di Civitaquana in provincia di Pescara, dove risiedevano i loro genitori, giudicando un piccolo paese tra le montagne dell'Abruzzo (30 km da Pescara) un posto tranquillo, lontano dalla guerra, dove aspettare la fine degli eventi.

Purtroppo la loro scelta si dimostrò sbagliata. Trasferitisi lì fin dall'estate del 1943, la vita trascorreva tranquilla, c'era abbastanza cibo per tutti e vivendo assieme con i nonni ed i numerosi cugini ci si aiutava, perché la guerra era lontana, al di là del massiccio della Maiella sul fronte del Sangro e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo. In ottobre però in paese cominciarono ad arrivare le truppe Tedesche,  Bavaresi ed Austriaci delle truppe Alpine. Requisirono alcune case nel centro del paese ed il palazzo del Conte. In una fu installato il Comando, in una la prigione ed infine anche un tribunale, oltre a magazzini ed officine di riparazione meccanica nei dintorni. All'inizio, grazie anche alla mediazione del Podestà del paese, che era rimasto al suo posto, i rapporti fra Tedeschi e cittadini erano cordiali e di reciproco aiuto; ben presto però i Tedeschi cominciarono a rastrellare tutti gli uomini validi per lavori di scopo bellico e a requisire indiscriminatamente cibo, animali e vetture private. Inoltre una sera si verificarono degli incidenti tra alcuni paesani, che cercavano di difendere le loro donne, e soldati Tedeschi ubriachi, che erano in cerca di compagnia. Subito, alle rimostranze del Podestà, il Comandante Tedesco, punì in modo esemplare i responsabili della bravata, spedendoli immediatamente al fronte... e ricordo benissimo che questi giovani soldati, la mattina dopo, in attesa di essere caricati sul camion che li avrebbe portati al fronte... piangevano! Alcuni di loro, nell'avvicendamento delle truppe al fronte, non tornarono più...

Per far sì che tali spiacevoli episodi non si verificassero più, il Podestà con l'aiuto della locale sezione del rinato P.F. della R.S.I., si prodigò per installare un punto di ristoro ed intrattenimento a spese dei cittadini del paese, per i numerosi e focosi giovani soldati della Wehrmacht di passaggio o di ritorno dal fronte, che ricordo rimase fermo per circa nove mesi, fino al 9 giugno1944, giorno della ritirata dei Tedeschi. Questo atteggiamento di solidarietà e forzata collaborazione, dettata ovviamente dalla contingenza degli eventi bellici, fu probabilmente la causa della “punizione”, che il Comando Alleato della M.A.A.F.(Mediterranean Allied Air Force, come era chiamata la forza aerea mista Inglese, Americana, Sudafricana, Neozelandese e Canadese, che proveniva dal teatro Africano) intese dare al paese di Civitaquana, ritenuto collaborazionista. Nella zona erano presenti numerosi ex prigionieri di guerra, fuggiti dai campi di detenzione, ormai incustoditi, che si erano messi in contatto con i partigiani Italiani del luogo. Ricordo che una sera di novembre sentimmo bussare alla porta della casa paterna, quella che guarda dalla parte scoscesa verso la campagna: erano tre Inglesi avvolti in grosse mantelle nere, che chiedevano pane. Ricordo che mio padre diede loro molto di più e nell'atto di metterselo sotto il mantello, notai che erano armati di mitra e pistole. Ringraziarono e andarono via. Certo l'atmosfera di “collaborazione” forzata dei paesani non era sfuggita alle bande miste di partigiani Italiani e ex prigionieri Alleati, che in contatto radio con i Comandi Alleati decisero, così si tramanda nel ricordo dei compaesani, il tentativo di trovare, una giustificazione del punire il paese e la cittadinanza il 5 dicembre del 1943.

Era il primo pomeriggio, intorno alle 15 di domenica 5 dicembre 1943, dopo pranzo il paese si era rianimato e sopratutto eravamo noi bambini e ragazzi a popolare il paese in tutta la sua lunghezza, nella piazza e nelle piazzette e spiazzi dietro la Chiesa. C'era chi giocava alle bocce e chi si intratteneva con le ragazze. Era anche in corso una festa organizzata dal partito per i soldati Tedeschi, che affollavano il suddetto circolo ricreativo. Quel giorno, a differenza dei precedenti dove la tramontana spazzava il paese e la purezza cristallina dell'aria metteva in mostra il panorama bellissimo delle montagne circostanti, le nuvole basse ed umide cariche di pioggia opprimevano il paese e le montagne non si vedevano. All'improvviso, sbucarono delle basse nubi tre aerei (probabilmente Douglas A20 Boston, bombardieri medi, provenienti delle basi intorno a Foggia), che armati di micidiali spezzoni (tubi di ferro lunghi 50 cm, pieni di palle di ferro, bulloni e quant'altro... buoni per colpire essenzialmente gli uomini), sganciarono centinaia di ordigni e contemporaneamente mitragliarono il paese in tutta la sua lunghezza, sorprendendo l'inerme popolazione allo scoperto, sopratutto ragazzi e bambini, e compiendo un'autentica strage. L'intera faccenda era durata tre minuti, e dopo aver vigliaccamente colpito l'inerme e pacifica comunità, scomparirono nelle nuvole impassibili, così come erano venuti.

Io mi salvai solo perchè, ricordando i cinegiornali di guerra, riconobbi il classico rumore degli aerei in picchiata, ed avvertiti i compagni di gettarsi a terra, mi tuffai nei cespugli di spini, che allora ornavano lo spiazzo dietro la Chiesa, dove stavamo giocando a bocce. Ricordo, inoltre, le schegge degli spezzoni, che sibilando sopra la mia testa, si stamparono sulla facciata della casa di fronte. Anche la Chiesa venne colpita e una campana fu distrutta.

Mio fratello Ezio, che stava giocando con un amichetto in una piazzetta dietro il corso del paese, invece, curioso di veder passare gli aerei, insieme ad un amico, si affacciò su un belvedere e insieme furono investiti in pieno dagli ordigni.

Nella confusione e nel terrore della gente, e fra le urla strazianti dei feriti e dei genitori che erano in cerca dei figli, io e mio padre, anch'esso ferito alla testa e alle mani, ci mettemmo alla ricerca del piccolo Ezio, trovandolo addossato al muro di una casa... si era trascinato fin lì sanguinante, senza più reggersi in piedi... infatti aveva tutte e due le gambe tranciate quasi di netto e vaste ferite al viso e alla testa. Il suo amichetto era morto sul colpo, sbattuto contro il muro di una casa dall'esplosione e trafitto da una sola scheggia al cuore. Mio padre lo prese in braccio e correndo lo portò in piazza alla farmacia del paese, che ancora era vivo. Lì il farmacista ed un medico Tedesco stavano prestando le prime cure ai feriti e, sistematolo su una sedia, fu bendato e ricomposto nelle ferite, ma fin da subito il medico Tedesco disse a mio padre “ bambino.. kaputt” e infatti mio fratello Ezio morì, da lì a pochi minuti, con un sospiro... reclinando la testa... dopo aver chiamato con un filo di voce... la mamma. In tasca aveva ancora un mazzo di carte, tutte bucate dalle schegge!

La scena che appariva nel paese era terrificante: oltre cento persone nel paese giacevano ferite e urlanti dal dolore... alla fine i morti furono trenta ed ottanta i feriti e mutilati, sopratutto colpiti alle gambe ed alle braccia. Devo dire che se non fosse stato per alcuni cittadini, che si prestarono oltremodo nell'assistere i feriti, e per i soldati Tedeschi, che allestirono un ospedale provvisorio e che successivamente misero a disposizione i loro autocarri, per trasportare i feriti all'Ospedale di Penne, i morti sarebbero stati molti di più.

 

Questo e' il racconto, fedele, fattomi da Giovanni Di Gregorio, che proprio per la sua drammaticità si e' stampato nella sua memoria, fin nei minimi particolari.

Per completezza, bisogna dire fatti tragici come questo sono accaduti numerosi in quel periodo; basta vedere ciò che accadde, sempre in Abruzzo, nella cittadina di Sulmona, il 27 agosto del 1943, dove a seguito di bombardamento a bassa quota, fu devastato il centro cittadino e morirono 99 persone, oltre a centinaia di feriti.

Questo mio scritto vuole essere un piccolo contributo ed un monito per tutti, affinché la divulgazione di episodi di “storia dimenticata”, come questo, non vengano cancellati, con la inevitabile scomparsa dei loro involontari testimoni, che sono la nostra memoria storica, il racconto vero, la certezza del nostro passato.

 


Massimo Castelli

 

 

Luogo dove fu rinvenuto ferito il piccolo Ezio dal sig. Giovanni e dal padre.

 

Il sig. Giovanni indica il nome del fratello sulla lapide.

 

Spiazzo dove stava giocando il sig. Giovanni e dove si tuffò nei cespugli.

 

Farmacia dove furono prestati i primi soccorsi dal dottore e dai soldati tedeschi. La finestra è il punto dove su una sedia morì Ezio di Gregorio.

 

Piazza del paese e sulla sinistra lo spaccio e ritrovo fatto dal Podestà e dal Partito per confortare le truppe tedesche.

 

Un Martin Baltimore, velivolo dello stesso tipo di quelli che operarono l'incursione su Civitaquana.

 

Ezio di Gregorio, morto all'età di appena 15 anni nel bombardamento del 5 dicembre 1943.

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