|
di Fabio Fattore
ROMA (7 febbraio) - L’Italia, dicevano gli
strateghi americani al premier britannico Winston Churchill
ricordandogli la massima di Napoleone, è uno stivale: s’infila
dall’alto. Risalire la penisola da Sud, al contrario, poteva costare
caro. Gli alleati, tra l’estate del 1943 e la primavera del ’45, quel
conto salato lo pagarono tutto, in una delle campagne più sanguinose e
controverse della
Seconda guerra mondiale: 312mila tra morti e feriti, pari al 40 per
cento delle perdite che ebbero dallo sbarco in Normandia fino a Berlino.
Per di più senza ottenere risultati decisivi: quando la Germania
collassò, i tedeschi erano ancora attestati sulla linea Gotica e
tenevano il Nord Italia.
Alla campagna d’Italia Rick Atkinson, già vicedirettore del Washington
Post e vincitore di due Pulitzer, ha dedicato Il giorno della
battaglia (Le Scie Mondadori, 906 pagine): secondo della trilogia
sulla liberazione cominciata nel 2004 con Un esercito all’alba
sul Nordafrica e che terminerà con lo sbarco in Normandia. E’ un libro
avvincente, un affresco dove c’è spazio per i grandi generali e i
singoli soldati, le strategie e gli episodi. C’è spazio addirittura per
gli italiani, che la guerra in casa la subirono: disprezzati,
bombardati, violentati, nel migliore dei casi non capiti.
Comincia il generale Patton in Sicilia: i soldati italiani che si
arrendono in massa, i casi - ben documentati - di prigionieri massacrati
dagli americani. «Razza strana questi italiani», scrive un tenente alla
madre, «si direbbe che siamo i loro liberatori anzichè i catturatori».
Gli alleati ci mettono del tempo prima di adattarsi al nuovo ruolo,
quello di liberatori e non di conquistatori: la mancata difesa di Roma e
la tragica farsa dell’8 settembre ne sono un esempio. Badoglio cerca di
ottenere un rinvio rimangiandosi la resa già firmata, Churchill esplode:
«Che altro ci si poteva aspettare da quei “dago”?» con quel
dispregiativo “dago” usato nei paesi anglosassoni per bollare gli
emigrati italiani e latini in genere. Alla fine re Vittorio Emanuele
fugge, con il figlio Umberto che si tiene la testa tra le mani e
mormora: «Dio mio, che figura». E al disprezzo alleato si aggiunge
quello tedesco. Il feldmaresciallo Kesserling, italofilo fino al giorno
prima, non può che dire degli italiani: «Io li amavo, ora posso soltanto
odiarli».
L’autore, invece, gli italiani si sforza di capirli. A volte ci riesce,
a volte forse meno. Libero in ogni caso da tabù, miti e pregiudizi di
casa nostra. Racconta la Napoli degli scugnizzi che prendono le armi
contro i tedeschi e quella che poi si svende agli alleati; l’attentato
di via Rasella, le torture di via Tasso e le Fosse Ardeatine. Incontra
anche, come semplice comparsa però, il ricostituito Regio Esercito, che
a Monte Lungo avanza per la prima volta contro i tedeschi: «Per pochi,
gloriosi minuti tutto andò bene», poi «i granatieri tedeschi si
gettarono con pugni e mazze sulle scompigliate file degli italiani. I
superstiti, così si disse, furono quelli che sapevano correre più
veloci».
Atkinson guida il lettore dalla Sicilia a Salerno, ai mattatoi di
Cassino e Anzio, fino alla liberazione di Roma, in una campagna che si
fa sempre più piena di errori: tra paracadutisti decimati dal fuoco
amico, la “testa di ponte” che resta intrappolata tra Anzio e Nettuno,
gli attacchi frontali e la distruzione del monastero di Montecassino, le
rivalità tra generali smaniosi di entrare nella Città eterna. L’azione
rallenta, la Normandia le ruba la scena (Roma cade il 4 giugno del ’44,
due giorni dopo c’è il D-Day), la campagna d’Italia finisce in un vicolo
cieco: ma il libro di Atkinson termina prima, del resto le battaglie
lungo la linea Gotica e la guerra civile nelle retrovie non interessano
più di tanto la storiografia statunitense.
Termina qui: cercando di capire se e quanto sia valsa la pena, la
campagna d’Italia, se e quanto sia stata una scelta inevitabile.
Un libro serio, schietto e ricco: di fatti e riflessioni. Unica nota
stonata, forse, la traduzione: ottima la lingua italiana, ma una
revisione tecnico-militare non avrebbe guastato. Reggimenti che
diventano divisioni, mezzi da sbarco scambiati per carri armati, metri
confusi con iarde, toponomastica un po’ tradotta un po’ no (il quartiere
Colosseo di Cassino che resta “Coliseum”...) e altre “stecche” del
genere. Peccato. |
|