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 2aparte

Ferdinand Joseph La Menthe Morton
(detto "Jelly Roll")
(1885 - 1941)

di Jellyroll

JELLY ROLL MORTON   (3a parte)

E’ sicuramente un’ardua impresa voler parlare dell’arte e della poetica di Jellyroll, in particolare facendo riferimento al periodo di grandi trasformazioni musicali in cui egli visse.
I continui cambiamenti e le profonde mutazioni strutturali che sconvolsero radicalmente il ragtime fino a modificarlo profondamente, ci impediscono di valutare con precisione la portata del suo lavoro, soprattutto considerando che non ci sono testimonianze discografiche risalenti ai suoi primi anni di attività. Da quello che riportarono i suoi contemporanei, dobbiamo comunque credere che la sua influenza fu fondamentale nello sviluppo di questa forma d'arte e d’altra parte, anche se ci riferissimo soltanto alle sue prime incisioni, dobbiamo convenire che la sua poetica e le sue forme espressive erano così avanzate da farci ritenere che tutto ciò che è stato scritto su di lui corrisponda a verità.

Morton fu sicuramente un compositore, forse il primo di temi di Jazz, e sicuramente un grande arrangiatore con una spiccata sensibilità orchestrale. Molte sue composizioni hanno il taglio e la successione tematica più adatta alla grande orchestra jazz che non al solista. Ciò non toglie che possiamo ricordare assoluti capolavori come il "Wild man Blues" appunto di Morton ed eseguito da Armstrong nel 1928, in cui la parte solistica e quella più propriamente arrangiata si compendiano perfettamente.

La sua mania di grandezza gli fece molti nemici e detrattori tra i quali Ellington che non volle mai considerarlo né un grande Jazzista e nemmeno tra i suoi maestri, nonostante l’influenza, sia pure inconscia, che Morton ebbe su tutti i leader orchestrali della sua epoca, che non poterono prescindere dalla sua lezione.

Se dobbiamo credere alle sue affermazioni, Morton scrisse i suoi primi brani, "King Porter Stomp", "New Orleans Blues", "Jelly Roll Blues" già nel 1902 o 1903 e "Wolverine" nel 1906. Sempre secondo Jelly, il suo arrangiamento di Jelly Roll Blues fu pubblicato a Chicago nel 1915 che, se fosse vero, ne farebbe la prima musica Jazzistica scritta appositamente per orchestra.

Man mano che si approfondisce la figura musicale di Morton separandola dal personaggio, il quadro della sua arte si svela con chiarezza ed abbondanza di dettagli. Come abbiamo già visto, disprezzava i musicisti neri e la qualità delle sue incisioni con i Red Hot Peppers deriva sicuramente anche dal ferreo controllo cui sottopose quelli che ebbero la ventura di suonare con lui.

Già dal primo decennio del secolo Jelly era sicuramente in grado di fare nette distinzioni tra Ragtime e Jazz. Alcuni critici attribuiscono questo suo cercare una strada diversa, al fatto che egli pur essendo un ottimo pianista, non eccelse mai tecnicamente, e talvolta poteva essere messo in difficoltà dalle straordinarie doti tecniche necessarie per suonare un buon Ragtime. In realtà Morton fu più affascinato dal lato armonico e compositivo vero e proprio che non dal puro e semplice virtuosismo fine a se stesso. Cioè la sua tecnica raffinata non era basata sulla velocità pura delle dita sulla tastiera, o da altre difficoltà di diteggiatura , quanto sulle eleganze ritmiche dalle pause sempre sapientemente dosate che creavano attesa nell’ascoltatore e su una sofisticata ricerca armonica che lo portava ad impiegare accordi inconsueti per l’epoca e linee melodiche assolutamente imprevedibili che si staccano dalla tradizione.

" Il Ragtime", egli dice, " è un certo tipo di sincopazione e solo certi motivi si possono suonare secondo quell’idea. Ma il Jazz è uno stile che si può applicare a qualsiasi motivo".
Egli afferma che iniziò a chiamare la sua musica Jazz, intorno al 1902, proprio per far capire alla gente la differenza tra ilo suo stile e il ragtime e infatti trascrisse per arrangiamento Jazz ogni sorta di musica, persino brani tratti dal Trovatore, il celebre motivo Messicano, La Paloma e quadriglie Francesi.

Per Morton Blues, Ragtime e Jazz erano tre realtà distinte e separate. Per lui, Ragtime e blues non erano solo stili diversi ma forme musicali diverse: la prima con struttura multitematica, la seconda con struttura monotematica di dodici o sedici battute con progressione armonica prefissata.
Possiamo quindi, fare una analogia con certe forme classiche come la sonata pianistica o l’ouverture orchestrale che hanno una loro struttura rigida.

Egli adattò a una svariata quantità di materiale musicale uno swing più brillante una libertà di improvvisazione che era quasi inconcepibile per l’epoca e produsse una trasformazione nella rigida forma sia del blues vocale di quegli anni, che del Ragtime. Basta ascoltare i blues di Bessie Smith e paragonarli ai suoi anche di date precedenti, per rendersene conto.
Analoga trasformazione impose al Ragtime di cui cambiò l’accentazione ritmica (dal battere al levare) e una certa rigidità interpretativa anche per ciò che riguarda i tempi, assimilandone invece la multitemalità e le aperture ariose.
Come egli stesso afferma a proposito della sua interpretazione della Paloma, "La differenza sta tutta nella mano destra, nella sincopazione che cambia il colore dal rosso al blue." A questo punto la rivendicazione di Morton di aver inventato il Jazz non sembra più tanto temeraria.

Alcuni musicisti creoli forse proprio per la loro cultura (e Morton è certamente uno dei maggiori rappresentanti) riuscirono ad amalgamare lo stile hot emotivamente disinibito dei negri a quello "di testa", cerebrale tipico loro, realizzando una sintesi musicalmente molto evoluta e moderna senza perdere le loro caratteristiche fondamentali di raffinatezza e abilità improvvisativa. Uno degli esempi più calzanti di questo connubio è senza dubbio Sidney Bechet , oltre allo stesso Morton ed altri. Alcuni musicisti suoi contemporanei ammettevano questo e infatti George W. Smith, dice nel 1912 che Morton "a quei tempi, poteva fare a pezzi chiunque" intendendo non solo per il suo pianismo ma principalmente per la sua maniera di suonare il blues. Altra importante testimonianza è quella di J.P. Johnson che afferma che già nel 1911 Jellyroll suonava il Jazz differentemente da tutti gli altri ancora legati alla tradizione.

Nelle rare occasioni in cui ci è capitato di dover affrontare l’argomento Jazz in pubblico, per far comprendere agli ascoltatori cosa noi intendiamo per Jazz in maniera esaustiva senza ricorrere a giri di parole, avevamo l’abitudine di fare ascoltare tre esecuzioni in fila dello stesso brano e precisamente la prima di Scott Joplin, successivamente quella di James P. Johnson e in fine quella di Jelly Roll Morton . Benchè la prima esecuzione quella di Scott Joplin fosse gravemente penalizzata dal fatto di essere ricavata da un rullo di pianola (Joplin non riuscì ad incidere mai un disco), si riesce con estrema facilità a capire la differenza tra le diverse concezioni e gli svolgimenti diametralmente opposti del tema sia come ritmo sia come scansione sia come interpretazione musicale. Per inciso, il brano adoperato è "Original Rags" di Scott Joplin. .....cercare i 3 pezzi

Morton aveva una concezione del Jazz straordinariamente avanzata che trascendeva i dettagli esteriori dello stile. Se una musica si faceva chiassosa e fragorosa, lui la considerava cattiva musica e jazz mediocre indipendentemente da quanto fosse moderna. Chiaramente un atteggiamento di questo tipo non poteva far altro che aumentare la schiera dei suoi detrattori; egli non se ne curava , ma spesso chi gli era ostile non capiva nemmeno di che cosa parlasse .

Anche all’ascoltatore più superficiale che però abbia un’infarinatura intorno al Jazz, appare evidente che Morton si stacca dalla concezione "classica" dell’uso della mano destra contrapponendola alla sinistra evitando l’impronta della "marcia" del pianismo Rag. Egli ottenne questo risultato facendo dell’improvvisazione specie della mano destra, la chiave di volta del suo stile, al contrario del Ragtime , musica quasi tutta scritta. Cioè riuscì ad evitare quella preminenza che le altre forme musicali assegnano all’armonia intesa in senso "verticale" sviluppando nuove linee armoniche non più fissate in rigidi schemi ma al contrario libere di espandersi verso forme nuove e più consone alla improvvisazione.

Morton inoltre impiega molti abbellimenti, con gioiosa dovizia. I suoi deliziosi trilli a fine frase le appoggiature e i gruppetti di note sono una sua costante caratteristica, copiata da pianisti successivi, ma mai più adoperata con tanto gusto. Con questi ingredienti e l’uso sapiente della mano destra, riusciva a conferire alle sue linee melodiche un andamento sciolto e libero e un senso della continuità completamente nuovo, avulso dalle ripetizioni testuali del Ragtime, con variazioni disposte su schemi simili a chorus e a diverse sezioni in maniera da esprimere idee più vaste.
Era una innovazione talmente radicale e rivoluzionaria che non solo i primi strumentisti, ma anche nomi di livello ben più alto come lo stesso Armstrong, faticarono non poco ad accettarla compiutamente. Per dirla in termini più generali, Morton riuscì a combinare la sintesi tra ragtime e blues, il primo bianco e rigidamente canonico, il secondo prettamente negro e improvvisato, per quanto spesso monocorde e in certo qual modo ripetitivo, cioè la sintesi tra un certo tipo di cultura bianca e in certa maniera ortodossa e "classica" e quella più spontanea ma anche più rozza e primitiva del blues negro.
Parlando in termini più tecnici, egli applicò ad un materiale fondamentalmente diatonico, la libertà espressiva e di intonazione delle note blu. Quindi tentò, riuscendovi, di pensare alla sua musica entro un linguaggio melodico-armonico inesistente nella musica occidentale, un linguaggio nel quale le note blu conferissero alla musica una sua capacità espressiva, parallelamente tenendo in vigore certe regole relativamente rigorose di condotta delle parti.

Il giovane Ferdinand è probabile che fosse affascinato dalla musica classica contemporanea; d’altra parte quasi sicuramente ascoltò i compositori classici della sua epoca, e come Strawinsky fu colpito dal ritmo del Ragtime, così Morton fu affascinato dalle arditezze armoniche e melodiche della musica bianca. Alcune sue celebri composizioni recano tracce di questo tipo di cultura ; stupendi brani come "Froggie More" oppure "The Pearl" rispecchiano quanto più sopra asserito, per non parlare dei successivi "Freakish" e " Pep" dove per la prima volta nella storia del Jazz un compositore usa gli accordi di "nona diminuita". Questi brani sono di incredibile modernità e sembrano suonati in uno stile di gran lunga posteriore a causa delle dissonanze prodotte proprio da tali accordi.
L’unico altro musicista suo contemporaneo capace di avere pari libertà armonica è Beiderbecke però nelle sue composizioni pianistiche.

Altra peculiarità nello stile del nostro è l’uso quasi di principio che fa del "Break". Ricordiamo qui che il break è un’improvvisa sospensione della musica per un tempo rigorosamente esatto che ha la funzione di sottintendere frasi che non vengono eseguite ma che sono come sospese in aria . O anche note tenute per più battute, in genere due o quattro, note che generalmente sono comuni a tutti gli accordi delle stesse battute. Jellyroll, del break ne fece un’arte, dato che seppe ingegnosamente impiegarlo in funzione di momento culminante dell’esecuzione e non come semplice espediente per dare vivacità al pezzo. Anzi fu così raffinato ed esigente da scrivere brani in funzione dei breaks che contenevano, in maniera che non fosse possibile eluderli o eseguirli diversamente.

Forse però il tratto più caratteristico della poetica di Jellyroll è la sua continua esplorazione della forma e il suo innato desiderio di ottenere la massima varietà di contenuto musicale. Moltissimi suoi brani sono caratterizzati da numerosi temi che si rincorrono e si sovrappongono in una complessità inimmaginabile e con una freschezza difficilmente eguagliata; la ricchezza di idee del compositore ci fa rimpiangere la breve durata di tre minuti delle incisioni, dato che l’ascoltatore comprende facilmente che il brano avrebbe potuto continuare senza perdere lucidità e arricchendosi di nuovi argomenti.

Bisogna tenere presente anche il particolare momento di profonde trasformazioni in cui Morton visse ed operò. Non solo il dopoguerra Americano con tutti i problemi legati ai reduci ma anche la complessa fase evolutiva con cambiamenti rapidissimi che il Jazz attraversava. In quegli anni infatti si sviluppò evolvendosi in forme distinte e si divise in almeno due filoni, produsse numerosi grandi artisti e coinvolse due o tre grandi città come Chicago , New York e Kansas City. In brevissimo tempo stili e mode invecchiavano e non era semplice tenersi al passo dei tempi. Come abbiamo visto nella prima parte nemmeno Morton ci riuscì.

Infine vorremmo parlare della poetica di Jellyroll. Non è semplice.
La sua musica riflette il suo carattere istrionico , ma addolcito da una sublime e delicatissima vena poetica e da un incredibile senso del blues. Le sue composizioni su schema blues sono certamente tra gli standard più belli della storia del Jazz, per la ricchezza dei temi e per la originalità dei medesimi. Ad esempio il suo "Original Jelly Roll Blues " nella versione orchestrale del 1926 contiene almeno sei temi diversi, tutti pensati e scritti in funzione orchestrale con riff, temi incrociati, incastri sonori, impasti sonori e fusioni timbriche tra i vari strumenti , degni dell’Ellington nel suo massimo splendore e decisamente molto avanzato rispetto al Fletcher Henderson degli stessi anni che pur poteva contare oltre che su un grande arrangiatore, sui migliori musicisti del momento, da Armstrong a Coleman Hawkins, tanto per fare due nomi.

La sua è una musica colta, a tratti difficile. Anche dal punto di vista melodico si distacca nettamente dalle più elementari melodie del suo tempo. Le linee melodiche sono complesse e non sempre facili da seguire. Molti suoi motivi non sono orecchiabili e ci vuole un ascolto piuttosto lungo per impadronirsene . Dopo ci si rende conto della musicalità e della bellezza di quelle note. Talvolta si nota in lui un certo contrasto che comunque si può far risalire al carattere del personaggio: musica gioiosa , vigorosa, a tratti maschia ma con una vena malinconica sempre presente, con un accenno di accorata consapevolezza della precarietà di certe vicende umane e di un successo a lungo agognato ma effimero e di breve durata. Alcuni suoi blues sono di una struggente bellezza e intensità. Come il "Mamie’s Blues" eseguito nel ’39 al solo piano dove con pochissime note Morton riesce a costruire una atmosfera densa di pathos nel più puro rispetto della tradizione.

Tutto sommato si può affermare che Morton fu ed è un musicista sottovalutato e abbastanza sconosciuto; pochissimi seppero comprendere le sottili qualità che aveva e ancora oggi gli vengono preferiti , in particolare dal grosso pubblico, jazzisti di livello ben più basso e di espressione grossolana e rozza.
Perché Morton fu il primo teorico, il primo intellettuale che il Jazz abbia avuto. E il Jazz non ha mai avuto molta simpatia per gli intellettuali. (j.r.)

Questa volta mi firmo "Giuseppe"

P.S. Per ciò che riguarda i dischi, potete stare tranquilli: tutto ciò che trovate in commercio è ottimo. Credo che non ci sia un disco suo brutto. A me piacciono di meno soltanto le ultime incisioni del 1940 dove il suo gruppo non è più guidato con la mano sicura di prima e la sua musica pur non essendo brutta non ha però quella pulizia, quel nitore che contraddistingue quella dei Red Hot Peppers.

Come libri questa volta vi consiglio : "Il Jazz Classico" di Gunther Schuller vera fonte di notizie su Jelly e in generale il famoso testo di André Hodeir " Uomini e Problemi del Jazz".

 2aparte

Su gentile concessione di Jellyroll
Chiacchierando fra amici in: http://groups.msn.com/Archiviodelgiornale/musica.msnw
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