DIVICU

Prima di delineare i caratteri distintivi, inconfondibili e irripetibili della personalitÓ di Divicu, si rende necessario precisare che ci accostiamo all'uomo con il massimo rispetto, dovuto ai nobili sentimenti che sapeva manifestare nel rapporto con gli altri e che ne hanno permeato l'intera esistenza. Fu a suo modo un personaggio che fa parte, a pieno titolo, della storia del nostro paese, in un periodo caratterizzato da profonda miseria e da disagiate condizioni economiche. In molte famiglie mancava persino il pane, ma a lui, disponibile con tutti, non veniva mai negato. "Divi, oije, cchi ta mangiatu?" Con il volto sempre sorridente rispondeva: "A grazia e Diu". Eppure la natura, nei suoi confronti, non era stata certo benigna, si trascinava a stento con una gamba anchilosata, con il fido bastone poggiato sul braccio sinistro che usava, di solito, in salita e in discesa. La casa di tutti era la sua casa e, durante la giornata, de Mpedichiati, aru Timpune, du Ponte ara Bariniceddra, ara Funtaneddra, andava a chiedere se qualcuno avesse bisogno dei suoi li, servizi "ppe fare ancuna mmasciata". Anche durante il periodo invernale, con la neve alta parecchi centimetri, (allora nevicava di frequente) era sempre in giro e quando  passava davanti alle case la gente,  affacciandosi "de menze porte" faceva a gara  a chiamarlo: "Divi, trasa, veni dintra, scarfate ca te mangi puui ancuna cosa". Non era misericordia, sentimento pietoso, ma stima per "un mezzo uomo" e per l'esempio della grande forza morale che un'umanitÓ sofferente sapeva dare. Noi bambini che trascorrevamo tutto il tempo libero in giro per le vie del paese (per nostra fortuna non c'era ancora la televisione) a giocare a "vattamuru, a fossa fridda, aru tirri, are magliareddre etc." quando lo incontravamo non ci balenava mai l'idea, fatto strano in quanto le persone anziane, i diversi erano il nostro bersaglio preferito, di deriderlo, di schernirlo, anzi, quando portava qualche fagotto pesante gli chiedevamo se avesse bisogno di aiuto. E lui: "ijati a ijucare, figliuleddri, ca Ŕ tempu u vostru".
P. Antonio Guerriero Da "Grimaldi 2000 Febbraio 2000