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Articolo
scritto da mia mamma Lucia e pubblicato sulla rivista Giovane Montagna
(aprile-giugno 2004) sulla sua esperienza del camino francese fatto per
la prima volta nel 2002:

Il Camino
di Santiago è in Spagna, è vero, ma principalmente esso
è un luogo simbolico, inoltre, essendo stato dichiarato patrimonio
dell'umanità rende tutti coloro che lo fanno appartenenti ad una
stessa nazionalità.
Sul camino si parla una lingua unica fatta soprattutto di sguardi, di
passi, di sola presenza e qualche volta di sera, si incontrano conversazioni
più fortunate fra migliori conoscitori di lingue e improvvisati
traduttori simultanei. Siamo tutti pellegrini e gli argomenti che trattiamo
sono elementari ma al tempo stesso importanti.
Alla accoglienza pellegrini dell'albergue di Leon, verso sera arriva una
coppia italiana con un figlio adolescente: hanno il progetto di fare una
parte del camino.
Sono contenta di conoscerli, di raccontare il mio percorso, di rispondere
alle loro domande e incoraggiarli perché all'inizio di un pellegrinaggio
si ha bisogno di unire all'emozione anche delle notizie pratiche, ma soprattutto
parlo con il ragazzo.
Io ho sessanta anni, e sono appena andata in pensione dopo una lunga professione
di insegnante. Sono felice e mi ritengo fortunata di avere la possibilità
e le condizioni di fare questa esperienza. Si rende conto lui di che grande
opportunità ha ad una così giovane età, e poi, che
significato ha per lui questo camino?
Il padre mi risponde sorridendo che la mia domanda è proprio legittima
dato che suo figlio ha anche appena fatto un viaggio a Parigi con un gruppo
di amici.
Mentre i complimenti continuano arriva all'albergue Carine, una deliziosa
ragazza francese già incontrata in tappe precedenti. E' stanca
e accaldata, ha fatto una lunga tappa camminando anche nel pomeriggio.
Questo incontro basta a creare quell'effetto che fa scomparire tutta la
fatica.Ci raccontiamo sempre nella lingua che sfrutta tutte le conoscenze
comuni oltre alla sempre eloquente mimica le ultime impressioni e commenti
sul percorso, poi cerchiamo notizie di altri pellegrini e intanto andiamo
a mangiare nella piccola osteria più vicina .
Non è era questa una situazione particolare: in ogni incontro sul
camino si crea un clima di vicinanza e al tempo stesso di riservatezza
e con persone che quasi sicuramente non incontreremo più si vivono
momenti di profonda unione.
Comunque con Carine a tavola, fra il conforto della cena e i progetti
del futuro, ci scambiamo gli indirizzi, le e-mail, i telefoni, gli inviti.
Mi lascio andare alla fantasia di accogliere il suo invito a Parigi e
al desiderio di tornare a visitare di nuovo il museo dell'università.
Ricordo gli arazzi fiamminghi rappresentanti i cinque sensi e confesso
che mi sono tanto rimasti negli occhi che vorrei avere il piacere di ammirarli
di nuovo.
- Si, quelli con la dama dell'unicorno! - interviene il giovane ragazzo
italiano.
La famiglia italiana stava mangiando nel tavolo accanto al nostro cosi
faccio le presentazioni. Lui racconta di aver visto il museo qualche giorno
prima e che comprende il mio desiderio perché gli arazzi sono piaciuti
tanto anche a lui.
In un primo momento mi lascio prendere, aiutata dal ragazzo e da Carine,
dalla descrizione di queste opere.
Ognuno ha messo la sua idea interpretativa ma soprattutto emozionale e
così tutti quelli che ci stavano ascoltando, i genitori del ragazzo
e altri pellegrini dai tavoli vicini, sono stati presi dal nostro entusiasmo.
Ho anche raccontato che a Firenze avevo visto delle riproduzioni in negozi
specializzati in tappezzeria, ho citato un autore famoso che li ha inseriti
in un suo racconto e così la conversazione ha raggiunto un livello
sempre più ampio.
E' stato poi un improvviso stato di consapevolezza che mi ha fatto, mentre
altri parlavano, isolare in una mia riflessione .
Ho ricordato un viaggio di istruzione a Parigi con i miei studenti, li
ho rivisti attraversare quella sala a passi veloci, distratti e parlottando
fra loro e aspettarmi impazienti nel giardinetto mentre io avrei voluto
trattenermi a lungo di fronte a quei capolavori; ho sentito ancor vivo
il dubbio se fare la predica o meno sul loro comportamento, ripensando
agli atteggiamenti a mia volta distaccati quando avevo la loro età
.
Chi era questo giovane ragazzo incontrato sul pellegrinaggio?
L'alunno che sempre vorrei aver avuto? Una eccezione? Un simbolo?
Era sorridente semplice, non certo della tipologia del saputello, noncurante
della mia provocazione quando lo definivo un privilegiato, contento di
essere lì, e mi parlava come una sua pari, non senza educazione,
ma come a una pellegrina come lui .
Avevo sempre pensato che il pellegrinaggio fosse una esperienza propria
dell'inizio della vecchiaia, comunque lontano dalla vivacità giovanile
e dagli impegni della maturità.

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