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Otra Vez
di Lucia ed Elena
Per il mio
secondo pellegrinaggio a Santiago di Compostela avrei voglia di raccontare
tante cose e, assieme a queste, anche qualcosa riferita al primo viaggio
che via via mi è tornata in mente e che ora mi sembra ancora più
viva di un anno fa. Però la voglia di raccontare non trova le parole
adatte: troppo fresca di emozione mi sembra di non dire abbastanza o di
ripetere le stesse cose.
In verità il secondo viaggio è stato come un altro primo
viaggio! Il primo lho fatto con mia sorella Laura quasi coetanea
e il secondo con mia figlia Elena e con tutta la sua diversa energia.
Ho ritrovato alcuni luoghi lì, dove e come li avevo lasciati e
mi stavano aspettando, altri non li ho riconosciuti per quanto mi sia
sforzata di ricordare
allora ho lasciato i ricordi ai ricordi, per
non sciupare niente, per non confondere le emozioni, e il resto lo tengo
per i nuovi ricordi; se poi fra di loro faranno confusione non è
importante: devono sostenere solo il mio esame.
Prima
di partire per il camino ho letto diversi libri di pellegrini con la descrizione
del loro viaggio e soprattutto delle loro emozioni. Questo mi ha spinto
a tenere un diario giornaliero dove ho cercato di trascrivere un po
tutti gli avvenimenti e gli incontri di ogni giornata. Ecco qualche stralcio
del mio diario, inserito qua e là ad integrare il racconto della
mamma.
Sono per lo più descrizioni di brevi momenti. Daltronde il
camino è anche questo: incontri persone che in un attimo ti entrano
nel cuore, ci fanno un giro veloce e poi spariscono lasciando la scia
del loro calore. Il nome non lhai mai saputo, il viso lo stai già
dimenticando, ma quel calore lo senti ancora così forte!
31
maggio 2003
Già
alla stazione di Nizza cominciano le emozioni. Elena ed io siamo in compagnia
di Jef, un ragazzo americano salito a Genova, mentre aspettiamo che arrivi
il treno per Bayonne e per quanto la proiezione del nostro viaggio sia
completa, stiamo parlando di altre cose. Ma Elena vede due persone che
per lo zaino e il bordone sembrano pellegrini. Mi sposto sulla pensilina
e li vedo anchio, e loro mi sorridono. Si, sono pellegrini, marito
e moglie e anche loro come me fanno il camino per la seconda volta, anche
loro erano al raduno ligure a febbraio e anche loro sono al corrente del
viaggio di Vittorio che è partito da Bolsena
Sorridiamo e
allarghiamo le braccia: questa esperienza è ammaliante! Però
loro quest'anno non hanno sufficiente tempo per fare tutto il percorso
e cominceranno da Burgos, quindi non ci incontreremo e allora ci salutiamo,
auguri, incoraggiamenti e
ULTREYA!!!!
1
giugno 2003
Alla stazione
di Bayonne eravamo già un gruppetto di italiani ad aspettare il
treno, poi sul trenino lincontro ed lo scambio di informazioni si
è allargato con tanti pellegrini di varie nazioni. Come inizio
è stato esaltante, ognuno presentava il proprio progetto o vantava
qualcosa di particolare, una bella animazione ed un comune entusiasmo,
ma i percorsi poi sono stati diversi e le possibilità pure, così
che con nessuno di loro ci siamo trovati a Santiago.
Dopo la registrazione allaccoglienza a S.Jean Pied de Port,
prima tappa di 5 km, lo stesso pomeriggio dellarrivo, fino a Huntto,
così si alleggerisce la tappa di domani. Il rifugio è in
fase di ampliamento, come lanno passato, e per di più, l
accoglienza è fredda e quasi diffidente, nonostante siamo arrivati
sotto il temporale che è scoppiato negli ultimi cinquecento metri.
Comunque Elena, io e Giuliano, un pellegrino di Verona, ci sistemiamo,
cominciamo a muoverci da pellegrini. Giuliano trova nello zaino una lettera
delle figlie: è commosso. Arrivano bagnati anche Pietro e Massimo.
Vado con Elena a cena nella pensione che gestisce il rifugio e capisco
che la loro organizzazione preferisce che si prenoti, ma soprattutto che
si ceni lì. Ci sono almeno altre 50 persone, credo tutti francesi,
una pellegrina tedesca è seduta accanto a me. Ho pensato che fossero
persone in gita sui Pirenei, e invece mi dicono che sono tutti pellegrini;
allora quasi alla fine della cena mi alzo e faccio un brindisi: «
A Roncisvalle!». Mi risponde il gelo. Avevo pronunciato male il
nome e dopo la correzione dellunica pellegrina più acuta,
si alzano i bicchieri al nome pronunciato correttamente in francese: a
Roncevaux!
Comunque non sono convinta che quelli fossero pellegrini! La cena è
stata buona e abbondante, tanto che ho portato via le fette di arrosto
che non ho mangiato per Pietro e Massimo, però al momento del conto
cè stata qualche discussione. La pellegrina tedesca dice
che sulla sua guida il prezzo era definito di 15 euro. Ne chiedono 18
e dicono che è solo per la cena e che lalbergue è
gratis. Però Massimo e Pietro che non hanno mangiato vanno a pagare
6 euro a testa.
2
giugno 2003
I Pirenei
non hanno voluto proprio farsi ammirare il mattino dopo, nuvole, nebbia,
minaccia di pioggia. Non abbiamo visto il sorgere del sole, non abbiamo
visto i grandi panorami, le mie descrizioni ed i miei ricordi non erano
sufficienti a togliere la delusione. Ci torneremo, va bene ci torneremo,
ma proprio quando le nebbie sopra gli alberi si diradavano e il nostro
sguardo è stato attratto dal colore intenso della nebbia che era
rimasta in basso fra i tronchi, i Pirenei ci hanno fatto il loro regalo.
Guardando la nebbia densa avevamo leffetto di uno specchio e attorno
alla nostra testa si creava un arcobaleno circolare, come una aureola.
Sorpresi, increduli e affascinati ci siamo spostati più volte per
verificare ma leffetto si ripeteva e non abbiamo potuto far altro
che ammirarlo e gioirne. Se non ci fosse stato Giuliano con noi, forse
Elena ed io avremmo finito per credere che il tutto fosse leffetto
del nostro entusiasmo. Giuliano il testimone!
Costeggiamo i boschi di faggi che scendono ripidi fino a valle. Sono
abbracciati fin dalla base dalla nuvola che ricopre l'intera vallata.
Voltandosi a guardarli, il sole ci picchia sulle spalle e proietta sui
tronchi un fascio d'ombra di forma strana, data la nostra attrezzatura
pellegrina. Ci fermiamo ad osservarla, divertite e scopriamo la vera magia:
tutt'intorno alla sagoma del viso, ecco che appare un'aureola più
chiara. Sembra che luccichi! Invitiamo Giuliano a fermarsi anche lui a
verificare la sua santità. Cerchiamo di condividere la magia anche
con i pellegrini che ci stanno superando, ma forse l'evento è dedicato
solo a noi, perché tutti lanciano uno sguardo fuggitivo senza neanche
fermarsi e ci fanno un sorrisino di convenienza.
Arrivati al Vierge de Biakorre ci dovrebbe essere un bellissimo
panorama. Ahimè la nebbia è proprio fitta. Appoggiamo gli
zaini per terra e ne approfittiamo per sgranocchiare qualche biscottino.
Rimaniamo poco, perché siamo sudati e cominciamo a sentire freddo.
Vediamo dei cavalli al pascolo. Io mi emoziono ma non faccio rumore per
non disturbarli. E infatti non alzano nemmeno il muso per darci un minimo
di considerazione. Troppo intenti a mangiare. Continuiamo a camminare
sulla strada asfaltata. Dopo un po sento una strana presenza alle
nostre spalle. Mi volto spaventata pensando sia un cavallo. E' invece
un francese che ci saluta. Io gli dico "très vite!",
dato che stava andando ad una velocità incredibile e lui risponde
noncurante che è partito alle 6. Rispondiamo "anche noi!".
Sì, però lui da S. Jean! Come non detto! Per finire, mentre
ci supera vedo che si porta alla bocca la sigaretta e dà una bella
aspirata. Resto a bocca aperta per il coraggio! Io ho appena rotto il
fiato e sono passate due ore! Ma sembra che il fumo gli dia ancora più
energia, perché accelera e sparisce.
Roncisvalles
ci accoglie sempre solenne, severa, essenziale. Alla benedizione del pellegrino
Elena si commuove. Veramente la cerimonia dellanno scorso mi era
sembrata più bella perché tutti avevamo cantato Salve
Regina in latino, però il momento è certamente sempre
pieno di carisma. Ci sono lavori di ristrutturazione e per i pellegrini
è stato attrezzato il grande edificio in pietra che è alla
sinistra della Collegiata, forse una vecchia chiesa. Alle 16 apre. Due
hospitaleri grandi e forti e sicuri del proprio mandato organizzano senza
fare il minimo errore cento pellegrini nelle file dei letti al castello.
Ci sono servizi nuovi ed efficienti ricavati nel seminterrato. Nonostante
il grande affollamento tutto si è volto con tranquillità.
Se non avessimo visto intorno a noi la serenità e la pace in tutti
i volti avremmo potuto ravvisare in quellinsieme di persone laspetto
di un carcere o qualcosa di simile. Invece eravamo lì tutti liberi
e di nostra spontanea volontà e contenti di esserci. Mi sono fermata
a guardarmi intorno il mattino dopo prima di ripartire. La foto che Elena
ha fatto non rende limmagine che mi è rimasta dentro!
3
giugno 2003
In
Spagna i bar ed i negozi non aprono prima delle nove e se al mattino si
parte presto è difficile fare una colazione calda. A Biscarrete,
quasi con sorpresa si trova in una piazzetta un piccolo bar. Sembra messo
lì proprio per i pellegrini, non è troppo fornito, giusto
lessenziale; tanto essenziale che un pellegrino spagnolo chiede
pane e olio. Se lo avessi saputo lo avrei chiesto anche io! In seguito,
facendo attenzione, ho visto che in quasi tutti i bar, dietro al banco
cerano delle piccolissime oliere, e allora un giorno l ho
chiesto e me lo hanno portato anche con il pane tostato.
La
giornata è bella, il sole si sta alzando e in mezzo al bosco i
colori sono fantastici. Una cosa carina di questi boschi è che
ogni tanto si incontrano dei cancellini, forse passaggi di proprietà.
Ogni pellegrino apre, passa e chiude accuratamente il cancello, come richiesto
dai cartelli.
Trinidad
de Arre è un luogo per i pellegrini che hanno il privilegio
di camminare tanto e in fretta. Mi riferisco allalbergue che è
bello fuori e da dentro. Ci volevo sostare e ci sono riuscita: abbiamo
superato Zubiri e Larrasoaña ed è stata la
tappa più lunga in chilometri di tutto il cammino. Gli amici italiani
mi hanno ringraziato per il consiglio che avevo dato loro di arrivare
fino lì: abbiamo fatto una cena insieme. Giuliano ha fatto la spesa,
non so chi abbia cucinato. Io ero troppo stanca e anche un po preoccupata
per lo sforzo eccessivo che alla seconda tappa avrebbe potuto essere rischioso.
Peccato che la maggior parte dei pellegrini si perda quel luogo.
Io
ho un gran bruciore agli occhi, per l'allergia e il vento, cominciano
i campi di grano.
4
giugno 2003
Siamo
vicini a Pamplona e quindi al mattino ci arriviamo molto presto
ma troviamo le chiese, il rifugio e la maggior parte dei negozi ancora
chiusi. La città è molto bella anche così, anche
senza laspetto turistico che ho visto lanno scorso; la percorriamo
seguendo le indicazioni del camino. Da molte finestre sono appese bandiere
contro la guerra, sono diverse dalle nostre.
La discesa dallAlto del Perdon è più faticosa dellanno
passato. Stanno rifacendo la strada e il percorso è in fase di
ampliamento, ma per il momento è piena di sassi. Ci fermiamo a
Uterga. Lalbergue è
privato e costa 10 euro. E bello, è nuovo e pulito ma in
fondo per una camerata di letti a castello che fanno rumore al minimo
movimento dobbiamo dire che è caro. Anche la cena è cara.
Con noi cè Giuliano e la coppia di Bergamo mentre Pietro
e Massimo affrontando un bel temporale vanno a Obanos. Li vediamo proseguire
sotto la pioggia ma troveranno unottima accoglienza come possiamo
verificare la mattina successiva quando ci fermiamo a prendere il sello.
Alle
19.30 scendiamo a cena. Insieme a noi cè una signora svizzera
che ieri era con noi a Trinidad de Arre, e due ragazzi spagnoli, una coppia.
Loro dormono da unaltra parte: i ragazzi proprio di fronte a noi,
in una specie di rifugio, mentre la signora dorme in una stanza del Comune,
dove non si paga niente e addirittura erano rimasti due posti (dovevano
essere quelli per Pietro e Massimo!). Il Comune è proprio di fronte
alla fontana, nel centro del paese.
La cena è molto abbondante. Come primo mamma prende linsalata
russa, io linsalata di arròs. Mi arriva uninsalata
di riso con il pesce. Guardo stupita il piatto(mi aspettavo l'arrosto!).
La mamma prende una forchettata di riso e rivolgendosi al ragazzo spagnolo,
gli chiede come si chiama questo?. Arròs!.
Lo mangio comunque con gusto. A fine cena, la signora svizzera ci saluta
perchè vuole andare a letto presto. Guarda il ragazzo spagnolo
e lo chiama Arròs e allora tutti ci mettiamo a ridere.
Lui spiega che si chiama Oscar e che prima la mamma aveva chiesto come
si chiamava il riso in spagnolo e non come ti chiami. Da allora,
decidiamo di chiamare il ragazzo Arròs.
5
giugno 2003
Puente
la Reina, luogo importante del camino e bello, lo passiamo senza fermarci,
ma il ponte ti rimane negli occhi per sempre.
Arriviamo
al paese di Lorca e alla fontana della piazza incontriamo altri
pellegrini. Ci rifocilliamo e dissetiamo e mamma telefona alla Costanza.
In quel momento arrivano Tiziano, Adelaide, Pietro e Massimo. Giuliano
è ancora un po indietro.
Passa un falco bassissimo e siamo tutti con il naso allinsù
e a bocca aperta per la meraviglia delle acrobazie. Due signore locali,
sedute di fronte a noi sul ciglio della loro casa, ci guardano incuriosite,
ignorando il fantastico volo delluccello. Decidiamo di ripartire
senza aspettare gli altri, dato che abbiamo preso un buon ritmo. Passando
davanti alla fontana, vedo Massimo in una posizione strana e gli chiedo
se ci ha messo dentro i piedi. Lui mi risponde: non lo vedi il fumo
che esce? Scatto una foto ai campi di grano pieni di papaveri e
margherite, presa dallentusiasmo della mamma. Sullo sfondo cè
Villatuerta.
Entrando nel paesino, incrociamo due ragazzi davanti ad una Golf. Li saluto,
come dabitudine, e loro rispondono qualcosa sghignazzando. Ci riposiamo
5 minuti nella piazza deserta. Riprendiamo la strada e noto con stupore
che cè un albergue. Entriamo per il sello. Sembra di entrare
in un negozio. Cè un tavolo con alcuni depliant e ai lati
ceste e scaffali con magliette e gadget del camino. Mamma prende una bottiglietta
di aranciata. Chiedo se posso prendere un depliant, dato che quellalbergue
non è segnato sulla guida, ma la ragazza, (che non chiamerei ospitalera)
molto bruscamente mi dice che non ne ha. Uscendo dal paese ci passa accanto
una macchina piena di ragazzi. Nel momento in cui ci sorpassano un ragazzo
fa un gran urlo che ci fa prendere un colpo. Insomma: Villatuerta:
paese antipatico, quasi come il suo nome!
Gli ultimi
chilometri prima di Estella invece
non sono belli. Si trovano campi con odore di concime e anche il panorama
non è gradevole. Lalbergue però riscatta tutto. Ci
sono tanti volontari giovani e molto bravi con una eccellente capacità
organizzativa. Cè una bella cucina e la sera facciamo un'altra
cena assieme. Siamo in sette : Giuliano, Pietro, Massimo, i due bergamaschi
e noi. Cuciniamo un chilo e mezzo di penne condite con panna e prosciutto
cotto, di secondo formaggio e pomodori, ciliegie e vino della zona. Non
è proprio speciale, ed è difficile cucinare fra tanta gente
che prepara cose diverse, però ce labbiamo fatta. Un hospitalero
controlla la situazione e apprezza che noi abbiamo avuto lattenzione
di lasciare qualcosa per la comunità: un chilo di sale e una bottiglia
di olio. Dopo cena facciamo la scelta della tappa successiva, due chiacchiere
per prendere un po di fresco tanto che sento arrivare un bel raffreddore.
Corro a letto ma oramai è fatta.
6
giugno 2003
A Estella e anche in altri rifugi,
al mattino non si può uscire prima delle sei. Per me questo è
un problema perché ho una andatura no rapido e mi piace fare tante
piccole soste, quindi quando è possibile parto molto presto. Anche
a Elena piace fermarsi a guardare lambiente e i panorami.
Da
lontano si vedono due pellegrini che camminano piano dondolandosi entrambi.
Sorrido perché mi ricordano le due oche degli Aristogatti. Sembrano
proprio loro! Ormai la Navarra lascia il posto alla regione della Rioja,
la regione del vino, infatti ai campi di grano si alternano i vigneti.
Ci raggiungono due coppie di spagnoli, fra cui Oscar e Laja. Allungo il
passo e mi volto per far loro una foto. Poi loro proseguono a passo spedito.
Incontriamo tre italiani seduti, che fanno un gran casino. Due sono di
Torino, laltro di Bergamo. Parliamo con questultimo, che è
il più scatenato. Mamma racconta che lanno scorso ha compiuto
gli anni a Santiago e lui dice che li compie il 4 luglio e chiede se ce
la farà ad essere a Santiago per quel giorno. Altroché!
Loro son partiti il giorno prima di noi, da S. Jean e si stupiscono che
li abbiamo ripresi. Cerchiamo un punto per fermarci ma per terra è
pieno di vermi: aspettiamo punti migliori. Il camino devia a sinistra
rispetto alla strada principale. Lo vediamo allultimo momento perché
sul cippo è seduto un tedesco. Vedo da lontano dei pellegrini e
li indico alla mamma facendo la faccia stravolta al pensiero di dover
arrivare fin là e faccio ridere il tedesco seduto per terra. Le
gambe sono un macigno. Entrambe stiamo facendo fatica ma proseguiamo.
Intanto il sole comincia a spuntare e fa veramente caldo. La mamma suda
col mio giaccone e dice che chiamerà questo pezzo la strada
dellaspirina, per la sudata che sta facendo.
Sono
partita da Estella già sconvolta
dagli starnuti e per 20 chilometri mi sembra di essere moribonda, ma sono
riuscita ad arrivare viva a Los Arcos.
Appena entrata nel paese da un altoparlante parte una musica a tutto volume:
va bene che avevo fatto tanta fatica ma come accoglienza mi sembra eccessiva.
Gloria di pochi secondi: si vedono i segni di una festa popolare. Gli
amici di Bergamo ci aspettano per salutarci perché loro, camminatori
veri, proseguono. Allalbergue devo aspettare perché il gruppetto
di italiani alla registrazione fanno una bella confusione, ma poi lhospitalero
vede che sono un po' stordita e ci da i letti in un buon posto. E infatti
con il riposo e le medicine che ho comprato nel pomeriggio la mia salute
migliora. Mentre aspettiamo che la farmacia apra, chiedo a dei ragazzini
che sono nella piazza a cosa servono quelle transenne che sono appoggiate
ai lati delle strade. Il giorno dopo ci sarà per la festa del paese,
la rituale corsa dei tori, sullo stile della festa di S. Firmino di Pamplona.
Faccio un cenno di paura e per fortuna al mattino dopo io vado via. I
ragazzini ridono ma si sentono anche fieri della loro tradizione fuerte.
Ci sono anche Giuliano, Massimo e Pietro, dormono nella ex palestra.
Andiamo a cena con Giuliano in un piccolo ristorante, dove il cameriere
ci elenca i piatti con uno sguardo molto serio. Più che un cameriere
sembra il proprietario, a cui non va molto giù di servire i soliti
menù del dia invece di variare con dei bei piatti raffinati. Ci
elenca i piatti con tono veloce e sbrigativo. Noi intimoriti dallatteggiamento
un po ostile, abbiamo quasi paura a dirgli che non abbiamo capito
niente
Ad un certo punto siamo costretti a chiedere che cosè
il cordero e lui, senza fare la minima piega, con un sottile
risolino sotto il baffo, ci risponde con un bel beeeeeee,
dandoci così il benvenuto alla sua tavola.
7
giugno 2003
La sveglia
suona alle 5, ma ci alziamo con calma e partiamo alle 6.20 insieme a Giuliano.
La giornata è serena. La strada costeggia gli ennesimi campi di
grano. Avanziamo con un buon ritmo. Giuliano si stupisce di star meglio
coi piedi. Ieri non credeva di poter proseguire. Incontriamo un contadino
seguito dalla sua mandria di pecore e in un attimo ci dobbiamo fermare
per cedere loro il passo. La chiesa ottagonale di Torres del Rio
è da vedere ma è chiusa e andiamo a cercare la signora che
ha la chiave. Siamo in tanti ad aspettare, il gruppetto di italiani e
una giovane coppietta di Pamplona che nellattesa fotografa. La ragazza
è molto carina, bionda con lunghi capelli; sembra non abbiano voglia
di socializzare e da lì fino a Santiago ci scambieremo solo dei
cenni di saluto e qualche indicazione essenziale.
Rinunciamo alla visita della chiesa. Io lho già vista ed
Elena ha dedicato il viaggio allaspetto naturalistico.
A Viana sostiamo nel parco che è vicino alla chiesa di S.
Pedro e allalbergue. Mangiamo, riposiamo e lasciamo passare le ore
più calde per proseguire. Due ciclisti si sono fermati e mi sentono
parlare: sono fiorentini; facciamo due chiacchiere fra conterranei...
ma qui siamo tutti e solo pellegrini. Gli ultimi nove km prima di arrivare
a Logroño sono brutti, quasi
tutti su asfalto.
Abbiamo lasciato la bellissima Navarra.
Alle 16 partiamo, preceduti da Raffaele, il chirurgo di Torino, già
conosciuto, col quale facciamo un po di chiacchiere. Il sole è
forte e ci cospargiamo di crema. Usciti dalla città vediamo un
cartello che indica un sentiero locale verso due localiltà, ma
niente freccia gialla. Daltronde non ci sono altri segnali. Andiamo
da quella parte. Si fiancheggia la statale sotto una piccola pineta, ma
il caldo è torrido. Io ho i pantaloni lunghi per le ustioni dietro
al ginocchio. I piedi mi fanno un gran male perché sto usando i
sandali da troppo tempo. In un sottopassaggio cè un bel messaggio:
TRES
COSAS HAY EN LA VIDA GUE PRECISA EL PEREGRINO:
BUENAS PIERNAS, GRAN COMIDA
Y SI HABLAMOS DE BEBIDA POCA AGUA Y MUCHO VINO.
Logroño
è una città grande e bella, ma noi non abbiamo il tempo
di visitarla. Io non vedo lora di andare a letto ed Elena invece
esce con il gruppo di ragazzi spagnoli. Io ho mangiato qualcosa con Giuliano
nella cucina. Lalbergue non è nella sua piena efficienza,
la volontaria è gentile ma sembra un pochino rilassata, forse si
considera ancora in bassa stagione.
Mentre aspettiamo che la lavatrice finisca di lavare i nostri vestiti,
ci mettiamo i piedi a bagno nella fontanella allentrata e ci mettiamo
a chiacchierare con un gruppo di ragazzi spagnoli. Ci sono Oscar (Arròs)
e Laja, conosciuti ad Uterga, e altri ragazzi che ci dicono i loro nomi,
ma ci rimane impresso solo quello di Berto, perché lanno
scorso ha fatto la raccolta delle mele in Trentino e parla bene litaliano.
Berto mi dice che vanno a bere una birra fuori e mi chiede di andare con
loro. Non posso perché devo ritirare i panni dalla lavatrice, ma
mi faccio dire dove vanno (sulla piantina), così posso eventualmente
raggiungerli. Lhospitalera mi chiede i 2 euro per lasciugatrice
e mi dice che ci pensa lei, così io posso uscire coi ragazzi. Vado
in cucina ad avvisare la mamma e li raggiungo nella zona che mi hanno
indicato. Li trovo nel primo bar della strada. Mi accolgono tutti con
un gran sorriso e mi danno in mano un bicchiere di vino. Berto mi allunga
una forchetta e mi dice di assaggiare. Il gusto è strano e la consistenza
sembra quella di un cartoncino. Mi chiede comè ed io per
gentilezza gli rispondo così così, sperando
capisca la verità dalla mia faccia. Chiedo cosè e
mi dice che è orecchio di porco. Qualcuno lo corregge: de cordero.
Orecchia di pecora? Che schifo!
Raccogliamo 5 euro a testa per il giro dei bar e li diamo tutti a Fernando.
Penserà lui a pagare per tutti. Qui si usa girare tutti i bar della
strada, prendendo degli spuntini e bevendo vino o birra. 2° bar: champignon
fritti su uno stecchino. Ottimi ma difficilissimi da mangiare, dato che
laltra mano è occupata dal bicchiere di vino. Lalcool
aiuta la parlantina, ma io ascolto molto e pronuncio solo qualche frase,
per far capire che sto seguendo il discorso. Terzo giro: orecchia di pecora
e bicchiere di vino. Faccio la faccia schifata ma la accetto, anche perché
sono a stomaco vuoto. Mi accorgo che siamo solo io e Fernando a mangiare
e le ragazze mi dicono che se voglio posso buttarla. Mi faccio coraggio
e la mangio lo stesso, cercando di non pensarci. Ci facciamo scattare
una foto con la mia macchina. Quarto giro: panino con wurstel di pollo
e vino. Si comincia a raccontare barzellette e comincio a non capire più
niente. Provo a pensare ad una barzelletta facilmente traducibile, ma
rinuncio dato che il vino sta cominciando a dare i suoi effetti. Si torna
allalbergue traballanti, mentre il centro si sta riempiendo di gente
per festeggiare tutta la notte la festa della Pentecoste.
8
giugno 2003
Partiamo
alle 6, e per almeno un'ora si attraversa la città. La gente in
centro è ancora in giro a far festa. Oggi è la Pentecoste.
La giornata è coperta, ma fa caldo e sono a pezzi. Ieri non mi
sono riposata e non ho recuperato il male ai piedi. In più si aggiunge
tutto il vino che ho bevuto con i ragazzi spagnoli e il non aver dormito
quasi per niente per un ciclista accanto a noi che russava come un trattore.
Facciamo spesso dei riposini e procediamo. Arriviamo al lago e a un bel
parco naturale e vedo anche il culino di un coniglio che scappa via al
nostro arrivo. La strada fa una piccola salita e voltandosi indietro c'è
un bel panorama. Superato il colle si incontra una fabbrica di legno che
viene annunciata da una lunga serie di croci fatte con dei pezzetti di
legno, incastrati nella rete metallica. Anche noi lasciamo il nostro contributo.
Ad un certo punto sento una fitta dolorosissima alla caviglia sinistra.
Mi fermo un attimo per capire di cosa si tratta. Proseguo e la fitta va
e viene. Mi fascio la caviglia con un fazzoletto e proseguiamo anche se
la mamma preoccupata vuole chiedere un passaggio. Le dico di no. Proseguiamo
lentamente, io aiutandomi con entrambi i bastoni. Si arriva in cima all'alto
che poi non è così pesante. Ci sono tanti mucchietti di
sassi fatti dai pellegrini, sono bellissimi. Mamma mi fa una foto. Facciamo
un riposino e ripartiamo. Arriviamo ad una fabbrica enorme, verde e gialla,
con enormi mucchi di sabbia. La strada si divide. Destra o sinistra? La
freccia indica la destra. La mamma, però, è titubante, perché
c'è un paese sulla sinistra che sembra proprio Najera
e questa strada non se la ricorda affatto. Alla fine seguiamo la freccia
e andiamo a destra. Passiamo accanto ad una collinetta dove un gruppo
di ragazzi sta facendo Rally. L'autista in macchina va come un matto e
curvando sgomma sul ciglio della collinetta, proprio sopra le nostre teste.
Momenti di apprensione. Arriviamo su un rettilineo di 2 km, in fondo al
quale c'è il paese. La mamma non ricorda niente, ma andiamo avanti.
Arriviamo al paese di Huércanos. Chiediamo indicazioni per
Najera. Era sulla sinistra!
Il
tratto più difficile del camino è stato quello per arrivare
a Najera. I motivi sono diversi: io
non sono ancora ristabilita dal raffreddore ed Elena accusa problemi ai
piedi e per finire abbiamo anche sbagliato strada.
Abbiamo fatto molte soste e alternando un po di cattivo umore e
un po di pazienza arriviamo in vista della città. Si dovrebbe
trovare il muro con la poesia scritta e invece per una segnalazione sbagliata
arriviamo fino al paese vicino. Proprio non ci volevano cinque chilometri
in più! Allalbergue tutti si chiedono se hanno trovato la
strada giusta: metà si e metà no.
Al ristorante non riesco a mangiare niente perchè ho lo stomaco
scombussolato dalle medicine, ma la cameriera mi aiuta e mi consiglia
della ricotta e della camomilla; inoltre non mi fa pagare niente: la ricotta
passa per il dolce di Elena e la camomilla al posto del vino. Proprio
gentile!
Allalbergue di Najera trovo
questo bel messaggio:
Con el dinero se puede comprar
la cama, pero no el sueno
los libros, pero no la inteligenzia
la comida, pero no el hambre
el sexo, pero no el amor
la diversion, pero no la felicidad
la cruz, pero no la fe
un lugar en el cementerio, pero no en el cielo
9
giugno 2003
Poco dopo
Azofra con un passo calmo e costante vediamo camminare davanti
a noi una signora anziana con lunghi capelli bianchi raccolti. E
in viaggio da non so quanti mesi dalla Svizzera. Non sappiamo come farle
i complimenti ma lei quasi scusandosi dice: "sto bene in salute,
perché non dovrei farlo?". E in compagnia di una ragazza
che è venuta a trovarla per qualche giorno. Il «camino»
è faticoso e pesante perché fa molto caldo e si risente
la faticaccia del giorno prima. In questa situazione è confortante
vedere passare una macchina di servizio del comune di Santo Domingo
della Calzada: si avvicina ai pellegrini, rallenta, apre la portiera
e offre acqua fresca. Noi non ne abbiamo approfittato e neppure Giuliano
al quale, vedendolo un po zoppicare avevano anche offerto anche
di salire.
A Cirueña ci fermiamo per mangiare qualcosa. Cè
solo una piazzetta con una fontana delle panchine e un po di ombra.
Poche case, una chiesetta con una lapide interessante con riferimenti
ad una data prima dellanno mille, non si vede nessuno del paese,
solo passaggio di pellegrini. Ci sono però i cassonetti per la
raccolta differenziata. Arriva anche il medico di Torino con un compagno
di viaggio anchesso italiano. Da dove spunta questo uomo che ci
affligge subito con consigli sugli scarponi (solo i suoi sono tutti assolutamente
di cuoio e i nostri sono di plastica per quello abbiamo la vesciche) e
sul modo di camminare. Purtroppo dopo un po finisco per chiedergli
quale sia il suo segno zodiacale e mi ritrovo con una risposta che riguarda
la quantità di donne che lui deve possedere ogni anno. La mia indignazione
scoppia, gli altri uomini sogghignano, Elena mi invita ad ignorarlo.
Forse non è merito di Santiago, ma qualche altro santo ha aumentato
le nostre forze e diminuite le loro perché non lo abbiamo più
incontrato (il medico comunque camminava già piuttosto male). A
S.Domingo della Calzada ci fermiamo. Elena visita il museo e la chiesa
con Pietro e Massimo. Bella la sosta nella piazza del paese. Siamo in
tanti, una parola qui, un saluto là. Cè il gruppetto
di italiani che continua a fare confusione (si definiscono larmata
Brancaleone), ma noi nel pomeriggio proseguiamo e li lasciamo lì.
Giuliano decide di fermarsi qui per un giorno e riposare, sperando di
recuperare i problemi di vesciche. Ci facciamo scattare una foto tutti
insieme di fronte all'albergue. Sono le 17.30. Ripartiamo insieme a Pietro
e Massimo. Per un po seguiamo Pietro che va ad un ritmo velocissimo
ma io ed Elena ci dobbiamo assolutamente fermare. Siamo distrutte. Non
siamo abituate a quel ritmo così veloce.
A Grañon arriviamo circa allora
di cena. Mettiamo in crisi lhospitalero: aveva preparato la cena
per trentacinque e a tavola siamo quarantadue. Noi abbiamo contribuito
con delle patate che avevamo raccolto per strada e lasceremo una buona
offerta, ma questo non può risolvere il problema dellultimo
momento. Marina ci accoglie con un abbraccio e un bacino per sello.
Dormiremo nel coro della chiesa e ci porta delle coperte perché
teme che possa esserci freddo. Anche lei dormirà con noi. La cena
è stato sufficiente per tutti: miracolo! Dopo cena ci riuniamo
per una orazione. Il parroco non cè ma è sostituito
molto bene. Durante lorazione un ragazzo che parla diverse lingue
viene investito del ruolo di traduttore, ma si intimidisce e non riesce
ad andare avanti in nessun discorso. Comunque tutti riescono a capire
che i nostri nomi che ora vengono registrati lindomani saranno citati
dai nuovi pellegrini, come oggi si citano quelli di ieri, un pensiero
e un augurio a chi sta avanti a noi e dietro a noi.
Grañon è sempre speciale.
10
giugno 2003
A Belorado, mangiamo un panino quando vedo il postino: ecco
loccasione giusta! Mi faccio spiegare dove si trova la posta e dopo
aver svuotato lo zaino di tutte le cose inutili, parto alla ricerca del
correo. Limpiegato mi porta una bellissima scatola per
la spedizione e sistemo il tutto. Quando il postino pesa il pacco e vedo
1,425 kg, i muscoli delle spalle cominciano a rilassarsi: ora sì
che andrò veloce!
Camminiamo
un poannoiate, il percorso è sullasfalto e il panorama
non è interessante. Cadiamo in discorsi banali e così osserviamo
le gambe molto magre di una pellegrina che ci ha superate. Si parla un
po della magrezza, della muscolatura e intanto si cammina e dopo
quasi due ore arriviamo a Tosantos.
Sappiamo di trovare una accoglienza simile a quella di Grañon,
ce ne aveva parlato Marina. Ci accoglie un hospitalero francese con la
moglie, già volontario sul tratto francese di Le Puy e dopo una
settimana lo sarà a Bercianos.
Lambiente è semplice ma confortante, non è richiesto
nessun donativo e alle sette e mezzo viene offerta la cena.
Ci sistemiamo sui materassini con attenzione a non disturbare due persone
che già stavano dormendo. Quando loro si alzano, nel bel mezzo
del nostro sonno, non ci ricambiamo la cortesia e cominciano a parlare
forte. Riconosciamo in una di loro la melasecca. Il rapporto non migliora
quando allora di cena sono le uniche a non essere puntuali anzi
la melasecca si lamenta con me perché non l ho chiamata e
laltra (più rotondella) mi guarda male. Io non so cosa dire.
Avremo modo in seguito di confermare la scarsa qualità del rapporto.
Chissà se anche loro ci hanno messo un soprannome! La piccola orazione
dopo cena si fa nella piccola mansarda che ha le finestrine con i vetri
lavorati (peccato che non li veda il mio amico-maestro Luciano).
11
giugno 2003
Partiamo
verso le 7. Cè una nebbia fittissima ed una umidità
incredibile. Alluscita del paese incontriamo un pellegrino che viene
da Belorado. E uno spagnolo sui 50 anni, sembra molto esperto
del camino. Dice di averlo fatto già quattro volte; anzi cinque,
se si conta anche quella volta che ha interrotto per il male alle gambe.
Sta andando a Burgos. Farà più di 50 km! Facciamo
unespressione incredula ma lui si giustifica dicendo che ha poco
tempo e che comunque con quella nebbia si cammina bene. Ha un buon passo
e senza accorgercene ci adattiamo alla sua andatura e si pedala. A Villambistìa
accelera e noi riprendiamo il nostro ritmo. A Espinosa Del Camino
un piccolo bracco ci accoglie e, terminati i convenevoli,si gira e guardando
le frecce gialle comincia a precederci sulla strada, anche dopo essere
usciti dal paese. Veniamo superate da alcuni pellegrini ed il bracco si
mette davanti a loro. Lo ritroveremo ad aspettarci poco prima di Villafranca.
Poi lo vediamo tornare verso casa, in attesa di fare da guida ad altri
pellegrini.
Villafranca
si passa, i Montes de Oca mi deludono, come possono cambiare in un anno
dei boschi! A S. J. De Ortega facciamo la nostra sosta, il riposo
e la visita alla chiesa ma appena vediamo arrivare il gruppetto italiano
ci rimettiamo in cammino. Il rifugio è sempre molto affollato e
il posto è frequentato molto anche da turisti.
Per arrivare ad Atapuerca attraversiamo
una campagna e ogni tanto ci fermiamo sotto bellissimi alberi per rinfrancarci
della calura. Le soste sono proprio piacevoli ma arriviamo tardi al rifugio
e lo troviamo completo. Ci concediamo di alloggiare allhostal che
è accanto. Un letto normale, infilarsi fra le lenzuola è
un gran piacere, un lusso. Anche a cena ci trattiamo bene, modifichiamo
il menù del dia in prosciutto e melone e un piatto di formaggio
e paghiamo la stessa cifra.
Elena vede un capannone con le caprette appena nate: noncurante dellodore
vorrebbe che rimanessi lì a guardarle; io invece vedo una pecora
sola soletta in cima alla strada che chiama: bee, bee
che sia la
famosa pecorella smarrita
? o forse è un messaggio di identificazione
!
Incontriamo la coppia di pellegrini che erano con noi a Granon, lui il
poliglotta molto timido e lei che invece di una fidanzata sembra più
una istitutrice. Hanno deciso di dormire allaperto nello spiazzo
davanti alla chiesa. Per la verità sono sorpresa della loro scelta,
non credo che la loro disponibilità di denaro sia minore della
nostra, comunque non sarei stata pronta a fare come loro. Sarà
una questione di età! Pensandoci bene forse si dormirebbe meglio
che in certe camerate!
12
giugno 2003
Sveglia
alle 5. Notte bella rilassante. E difficile lasciare le lenzuola.
Partiamo che è ancora buio, ma siamo dotate di pila. Ci sono degli
angolini di cielo sereno, ma tutto intorno a noi è coperto, con
nuvoloni scuri e fasci di pioggia. Dietro di noi, allaltezza di
S. J. de Ortega si vedono lampi. Sono contenta di non essermi fermata
là. Per noi solo qualche goccia. Labbiamo scampata!
Per Burgos
abbiamo progettato spese e commissioni.
Appena arrivate in città, dopo la lunga periferia dove siamo state
sorpassate dalle melesecche, abbiamo preso un autobus che ci ha portato
nei pressi della cattedrale, abbiamo lasciato gli zaini nel deposito della
stazione degli autobus e ci siamo date al turismo. Abbiamo comprato i
cappelli di paglia per le mesetas, un k.way, le pellicole, spedito le
cartoline e gironzolato per il centro storico.
Nella cattedrale ci sono dei lavori di restauro. Mentre osserviamo un
uomo si avvicina per dirci che quella ringhiera non cera, non è
originale e che stanno falsificando tutto: è vero: era necessario
pulirla ma non tingerla. Cerchiamo di consolarlo dicendo che è
così in tutto il mondo. Alla fine ci avviamo a riprendere la nostra
vita di pellegrine. Passando davanti al rifugio vediamo tante persone
che lasceremo indietro, invece Pietro e Massimo vengono con noi.
A Tardajos troviamo le melesecche
già sistemate. E chiaro che non sono contente di vederci
e poiché con Pietro e Massimo e Vittoria, lhospitalera, cè
un bel clima di racconti, il divario aumenta. Ledificio è
piccolo, è una della vecchie scuole che sono state adattate a rifugio
per i pellegrini, sono posti poco frequentati perché la maggior
parte delle persone cercano i luoghi più grandi. Invece a me pare
che qui ci sia un rapporto più personale e si riesca a stabilire
un dialogo con chi ti accoglie e uno scambio con gli altri pellegrini
(le melesecche sono una eccezione).
Vittoria è molto attenta, precisa e corretta nel dare la precedenza
a chi arriva a piedi, controlla quello che avviene nelle due camerate,
sia per aiutare se uno ha bisogno, ma anche per controllare che non si
facciano scorrettezze. E molto religiosa, ha creato il sello con
una intenzione precisa. Pietro è bravo a raccontarle le sue speciali
esperienze spirituali di non so dove e non so quando. Però il chiacchierone
fa contenta anche me quando comincia a parlare dei libri di J.Saramago.
Una digressione letteraria ci voleva!
Dopo
una bella doccia, mi sistemo sul tavolino davanti allalbergue per
scrivere un po di diario. Vittoria si avvicina e mi dice che va
a messa e che tornerà fra mezzora. Se nel frattempo viene
qualche pellegrino devo spiegare che siamo al completo e che a due chilometri
cè un altro albergue. Qui può ospitare ancora 5 pellegrini,
basta che siano a piedi. La nomina temporanea a vice-ospitalera mi distrae
dai ricordi da trascrivere sul diario, perciò accendo una sigaretta
e mi rilasso godendomi il paesaggio. Ma appena alzo lo sguardo, ecco proprio
di fronte un bellissimo arcobaleno, così non posso fare a meno
di salire in camera per prendere la macchina fotografica e far scendere
tutti quanti per condividere lo spettacolo.
13
giugno 2003
Quantè
bella la prima meseta!
In questa stagione il colore dominante è il verde con tante sfumature
diverse e tutte che si intonano benissimo con il rosso dei papaveri. Chissà
se Elena si sarà stancata nel sentirmi dire sempre: guarda là,
hai visto che bello quel prato?.. e la siepe
e vedi laggiù
?
Chissà se il grande piacere che ho provato guardando questi luoghi
mi allungherà la vita o mi salverà da qualche malattia o
almeno possa riscattare una parte dei miei stravizi, comunque sia, io
me ne sono riempita gli occhi e la mente.
Non
avevo mai visto dei campi di grano così rossi! Il papavero in sé
non mi ha mai entusiasmato così tanto fino a oggi. Questo rosso
così acceso ti infonde energia e rende il paesaggio della meseta
ancora più unico. La fresca oasi di Sanbol, poi, ci fa veramente
credere di essere in mezzo ad un deserto di grano. In questo piccolo rifugio,
allietate dal canto gregoriano di un gruppetto di tedeschi, ci siamo rinfrescate
i piedi con lacqua gelata. Non senza un rimprovero dello zelante
hospitalero che ci ha fatto notare che stavamo per immergerci nella fonte
di acqua potabile, dove in effetti erano state immerse le bottiglie di
bibite. Appena in tempo!
Anche se
non avessimo voluto arrivare fino a Castrojeriz,
ce lo ha imposto il fatto che Hontanas non ci attira e così,
dopo la sosta nella piazzetta alla bella fontana, affrontiamo la calura
e speriamo di trovare ogni tanto un pochino dombra. (illusione!).
Ma se avessimo supposto di vedere al rifugio di Castrojeriz per prima
cosa le melesecche
. e pensare che volevamo andare allaltro
rifugio!
A Castrojeriz il caldo accumulato
mi ha completamente rincitrullito. Non riesco a godermi la doccia, la
fame mi è passata e anche la navigazione su internet per leggere
i messaggi degli amici è stata lenta e faticosa. Verso sera si
alza un po di vento, ma è caliente e non dà soddisfazione.
Da lontano si vede un temporale e spero che si avvicini o che ci porti
almeno un po di fresco. Con un po di rabbia vedo il nuvolone
passarci di lato e sparire. La tanto attesa tempesta non ha fatto altro
che spaventare i paesani, che hanno chiuso i bar prima del previsto, negandoci
così anche lultima bibita fresca della giornata. Mìra:
la tormenta! ci urla una vecchina che si sta rifugiando a casa,
stupita del nostro coraggio nel girare in paese con tutto
quel vento. Noi torniamo in albergue deluse e assetate, ma divertite da
questa insolita reazione.
La serata si conclude con un po di chiacchiere con due ragazze di
Siviglia, molto simpatiche, che ci fanno superare anche lorario
del silenzio
14
giugno 2003
Avevamo
anche pensato anzi desiderato di passare la notte a Puente Fitero,
alla nostra bella Ermita de San Nicolas,ma abbiamo sbagliato il
calcolo delle tappe. E pensare che lì ci sono due baldi hospitaleri,
belli e bravi, uno dei quali anche di Bologna. Per loro è lultimo
giorno di volontariato, poi verrà una coppia di Varese e insieme
a loro Diana, compagna di tante tappe del camino dellanno passato.
Le lascio un messaggio, anche lei vorrei vedere ma devo continuare la
mia strada di pellegrina e loro il loro compito di hospitaleri. Sono affettuosi
e gentilissimi, incoraggiano Elena per la sua allergia alle graminacee,
in Galizia gli eucalipti le daranno sollievo. Pietro e Massimo hanno dormito
lì. Mi piacerebbe che qui fossero loro a descrivere laccoglienza
avuta a S.Nicolas, come l hanno raccontata a me.
. ci sono venuti incontro e hanno preso lo zaino
. la lavanda
dei piedi
. la cena
la foglia di basilico che troneggia sul
piatto di pasta
. il caffè con la moka
. la cura delle
vesciche
.
Volevano farmi invidia, invece hanno ottenuto solo di farmi sentire molto
fiera di loro. Più tardi, al termine della nostra tappa incontriamo
di nuovo i nostri hospitaleri a Fromista che facevano la spesa. Sono un
po stordita dai 25 chilometri e non li ho riconosciuti subito, avrei
voluto sfruttare meglio quella occasione per conoscere qualcosa della
loro esperienza.
A Fromista non ci fermiamo ma prendiamo una macchina per fare venti
chilometri fino a Carrion de los Condes.
Non abbiamo abbastanza tempo e decidiamo per questa tappa perchè
il percorso dei pellegrini lo possiamo vedere: è un marciapiede
lungo la strada (andandero de peregrinos) segnato dai pilastrini con la
conchiglia. Perdiamo lesperienza di una tappa che era destinata
a...los soliloquios interiores. Mi rimane però il desiderio di
visitare Villalcasar de Sirga: il tempio romanico S. Maria la Blanca,
sarà per quella volta che farò il camino in forma turistica.
Carrion de los Condes è già
affollato. Nellalbergue del monastero di S.Clara non cè
posto e così siamo costretti a constatare la trascuratezza dellaltro.
Lhospitalera, che è la sorella del parroco della chiesa di
S.Maria del Camino, si lamenta che non hanno aiuti ma per me non è
solo questo il problema. La città presenta tante cose belle, ma
purtroppo anche al ristorante non ci siamo trovate bene. Ma cerchiamo
soprattutto di riposare che domani ci aspetta la seconda meseta!
La
tappa è stata molto pesante, per problemi di allergia e di dolore
al ginocchio. Il caldo è stato sopportabile dato che qui ieri si
è abbattuta una tempesta, ma lumore resta pessimo per tutta
la giornata. Me ne rammarico per non aver fatto le feste agli hospitaleros
italiani, ma le ragioni restano valide: anche la sporcizia di Carrion
de los Condes non aiuta certo a rivalutare la giornata. Anzi, posso constatare
lacidità dellhospitalera, soprannominata La Rottermaier
dalla zia Laura, lanno scorso. Non è così, secondo
me, che si dovrebbero accogliere dei pellegrini!
15
giugno 2003
Ci aspettano
cinque chilometri di strada asfaltata e li percorriamo allalba,
quasi al buio, poi i dodici tutti diritti del camino medievale che ha
utilizzato la precedente Via Aquitania. Il pellegrino che ti sorpassa
veloce lo vedrai piano piano diventare sempre più piccolo fino
a non riuscire più ad individuarlo. Ma non possono essere monotoni
quando ci offrono due arcobaleni, una musica di fondo proveniente da tanti
uccellini che non si vedono, e poi come non lasciare affiorare leffetto
psicologico delle stanchezza e della ripetitività dei passi !
A
Ledigos ci fermiamo a rinfrescarci con una bibita fresca al bar.
Lalbergue è chiuso, ma il barista fa entrare da una porta
laterale una ragazza che sembra distrutta e sembra proprio che abbia bisogno
di un letto. Gli altri pellegrini aspettano fuori lapertura regolare.
Deve essere privato, perché si ferma anche un gruppo di signori
dotati di Caravan. Uno di loro mi spiega che sono stati in vacanza in
Portogallo e che stanno ritornando in Olanda.
Si aggiunge alle chiacchiere un signore anziano che, quando gli dico che
sono italiana, ci tiene a sottolineare che lui è più vecchio
del Papa.
Mi chiede se andiamo a Sahagùn perché quella sera cè
la fiesta! Te gustas los toros?mi chiede ed io rispondo che
mi fanno paura. Forse non capisce la parola paura ed io non
riesco a tradurgliela, allora rivolge la stessa domanda ad un pellegrino
brasiliano, che risponde no puedo opinar, spiegando che in
Brasile non ci sono feste con i tori. Che diplomazia!
Terradillos
De Templarios.
Siamo circa a metà camino!
Non ci dispiace trovare un albergue privato per 7 euro e lenzuola sui
letti e pranzo e cena già fatto e, per noi, forse in simpatia con
lhospitalera, una camera a soli quattro letti che divideremo con
una coppia che poco avevano di pellegrino e molto più di scappatella.
Riposiamo quindi molto e bene e ci vuole perché Elena ha male sotto
la pianta del piede. Quà due Pellegrini tedeschi di mezza età,
i Tontoloni, entrano a far parte del nostro cammino. Linizio non
è proprio carino; ancora ridiamo pensando agli sforzi dellhospitalera
per farsi capire sullorario del pranzo, mentre loro rimangono immobili
senza fare il minimo cenno. Sempre immobili a Sahagùn di
fronte allalbergue quando noi chiediamo se è aperto o chiuso.
Li ritroveremo con qualche piccola variazione in quasi tutte le tappe
e saremo anche nello stesso Hostal a Santiago.
Abbiamo la foto e lindirizzo. Non è che sia nata una amicizia,
ma è stata una presenza che a volte non è mancata di premure,
per quanto ci sia stato sempre limbarazzo di non riuscire a comunicare.
16
giugno 2003
Siamo
partite alle 5.30. Mamma mi ha svegliato alle 5 mentre sognavo. Ieri sera
ho fatto fatica ad addormentarmi per il dolore ai piedi. Partiamo dopo
due pellegrine che spariscono davanti a noi in un lampo. La luna è
ancora alta e il cielo stellato. Laria è freschina. Comincio
a camminare a fatica. Dopo pochi chilometri raggiungiamo Moratinos
ed io sto praticamente rantolando. La strada è buona, costeggia
la statale, ma le fitte ai piedi sono sempre più forti. Allaltezza
di San Nicolàs mi fermo e tolgo i pezzi di cotone che avevo
messo sotto i talloni. E stata una pessima idea. Prendo anche una
pasticca di antistaminico perché comincio ad avere una crisi di
starnuti. Da lì in poi almeno una mezzoretta di rantolamento,
zoppicamento, vittimismo, crisi isterica tipica cancerina. Tutte le sfighe
del mondo in quel momento le ho io. Quando mamma mi chiede se voglio che
troviamo un passaggio, le dico un no! secco e cerco di reagire.
Fanculo il male ai piedi, tanto anche se non cammino fanno male lo stesso.
Tanto vale accelerare. E così, dai e dai, lumore cambia e
arriviamo finalmente a Sahagùn.
Mamma riesce a farsi fare una fotocopia della credenziale dallimpiegato
del Comune. Ne avremo bisogno, dato che lo spazio si sta esaurendo. Io
spero di non usarla, perché vorrei farmene dare una nuova, spagnola.
Magari a Leòn, dove molto pellegrini
cominciano il camino.
Bercianos
ci attende: impossibile non scegliere di fermarsi dopo laccoglienza
avuta a Tosantos. Troviamo un rifugio
di stile parrocchiale e i volontari francesi ci riconoscono.
Il luogo non è ancora del tutto sistemato, ma è accogliente.
Non conosciamo nessuno dei pellegrini a causa del salto che abbiamo fatto
a Fromista, a parte Fernando che a volte cammina di meno per poi far delle
tirate, ma a tavola, dopo un piccolo gesto di benedizione, sembriamo una
grande famiglia. In quel momento entra un uomo e sembra più un
barbone che un pellegrino, ma sopratutto nessuno se lo aspettava e cè
un attimo di perplessità. Non per lhospitalero però
che, sicuro, gli va incontro dicendo: da dove vieni? che lingua parli?
gli dà il suo posto a tavola e tutto va avanti tranquillamente,
come prima.
Nel paese non cè la chiesa perché è crollata
ed è in progetto la ricostruzione, e neanche lalbergue ha
un luogo dove potersi raccogliere un attimo dopo cena per la rituale piccola
orazione; ci riuniamo nel prato dietro la casa rivolti verso occidente,
verso Santiago e il sole sta tramontando. Al mattino dopo facciamo colazione
assieme, poi non sappiamo come salutare i nostri hospitleri.
Loro lo sentono, ogni giorno è così, ogni giorno non si
possono commuovere e si preparano ad accogliere nuovi pellegrini, anche
noi ogni giorno dobbiamo pensare al camino che ci aspetta e a vivere i
nuovi incontri. Ho riflettuto sul mio progetto di fare una esperienza
di hospitalera: non credo di essere in grado di sostenere tutte le cose
che ne fanno parte.
17
giugno 2003
Arriviamo
al El Burgo Ranero dopo otto chilometri. Riusciamo a prendere il
sello perché la porta del dellalbergue è aperta. Siamo
in dubbio se cercare un aiuto per proseguire, un po perché
Elena ha male ad un ginocchio e un po perché vorremmo avere
più tempo da dedicare alla visita della famosa cattedrale a Leòn.
Passiamo dalla stazione per avere unidea e lunico treno per
Leòn passa dopo cinque minuti. Il dubbio è risolto, anzi
lo abbiamo preso come un segno.
Mansilla de las Mulas mi aspetterà fino al prossimo viaggio.
La Visita alla Cattedrale, al suo chiostro, al museo non poteva essere
più gratificante. E un altro segno mi è sembrato quello
di trovare nel museo due dipinti di S. Cosma e S. Damiano, dei quali mio
padre ha sempre avuto grande interesse. Non si possono fare fotografie
nel museo, ma sono stampati sul biglietto dingresso.
Leòn è bellissima
e per fortuna riusciamo a visitarla con calma. Resto affascinata dalle
fantastiche vetrate della cattedrale. Tanti turisti scattano foto, nonostante
il divieto. Io spero di trovare delle cartoline che le rendano onore,
ma invano.
Anche in una città così grande, piena di piccioni, le cicogne
si riservano gli spazi più alti delle chiese per costruire il loro
enorme nido. Nel cortile dellalbergue ne troviamo tante. Invidio
un po un giovane pellegrino che ha una macchina fotografica professionale
con uno zoom enorme. Chissà che belle foto che avrà fatto.
Purtroppo la sera non possiamo partecipare alla messa con la benedizione
del pellegrino. Lhospitalera ce lo comunica dispiaciuta, dicendo
che le monache non le hanno spiegato il motivo. Un vero peccato!
Anche la certezza di una nuova credenziale svanisce quando mi vedo offrire
dallhospitalera dei fogli fotocopiati, come i nostri.
18
giugno 2003
Come decidere
la tappa dopo Leòn? Villar
De Mazarife a sinistra, più lunga ma fra i campi, o Villadangos
del Paramo a destra, a fianco della statale ma il vero tratto del
camino. Decidiamo per la prima ma temiamo di non trovare il punto della
deviazione e chiediamo ad un pellegrino «Mazarife?» Lui risponde
serio «Io, vado a Santiago » !!!!
Abbiamo
sicuramente scelto bene, perché ci ritroviamo su un percorso molto
brullo, un po in salita, ma molto solitario e sicuramente lontano
dal traffico. E poi per nulla al mondo ci saremmo perse il passaggio per
Oncina De La Valdoncina, un paesino dove non cè niente,
ma basta il nome per farti venire il buonumore!
Dopo 20
km, a Mazarife ci riposiamo nellalbergue che troviamo aperto
ma vuoto e dove tutti quelli che arrivano dopo ci prendono per le hospitalere.
E un luogo piuttosto essenziale ma cè tutto quello
che serve e mentre riposo sotto la tettoia mi incanto a guardare i movimenti
dei pellegrini.
Arriva lhospitalero, un ragazzo cordiale e dopo aver organizzato,
torna via. E molto caldo e quasi tutti presto dormono e anche io
mi distendo sul divano sotto la tettoia. Elena scrive i suoi appunti di
viaggio. Il primo ad alzarsi dalla siesta è Nicolàs che
prende una bacinella con dellacqua, la condisce con olio e sale
e poi ci mette i piedi a bagno e intanto spiega, prima ancora di avere
delle domande, che in questo modo i suoi piedi sono perfetti e che cammina
molto e bene.
Alle quattro e mezzo ci rimettiamo in cammino e ci accorgiamo che dobbiamo
fare ben 13 km; partiamo disapprovati dal gruppo. Il sole picchia forte
e sfruttiamo la più piccola ombra.
Mancano
pochi chilometri alla meta e siamo molto stanche ma quando vedo un gruppetto
di mucche al pascolo nel campo a fianco della strada, dico alla mamma
che cè una mucca proprio lì vicino al filo spinato
sdraiata sotto lombra di un albero che mi fissa. La voglio salutare
e comincio a farle i complimenti e lei apprezza sventolando le orecchie
(o forse scaccia le mosche?). Ma da lontano si alza unaltra mucca,
tutta nera, anche lei era in siesta allombra e comincia a fissarmi
con aria minacciosa. Chiedo alla mia amica se è per caso un toro,
perché le corna non le vedo; latteggiamento sembra ostile
e non ricevo risposta, così le dico che si è fatto tardi
e che devo andare. Ci salutiamo con una sventolatina di orecchia.
Raggiungo la mamma che sta attraversando un binario ed io le dico di fermarcisi
sopra, così le faccio una foto. Lei sorride e mi dice Perché
non la faccio io a te?
Penso se non sia il caso di appoggiare lorecchio alla sbarra di
ferro per sentire se arriva un treno, ma la stanchezza vince sul gioco
e così ripartiamo senza perdere ulteriore tempo.
A Hospital de Orbigo non riesco a
godermi il bellissimo ponte e infatti anche la foto che scatto è
proprio brutta. Lhospitalero però ci acccoglie con gran calore
(questo ben accetto) e un regalo che mi fa svanire tutta la stanchezza:
quando vede che la mia credenziale non ha più spazio per il sello,
mi offre una nuova credenziale spagnola. Sono quasi commossa. Mamma ringrazia
da parte mia con una generosa donazione.
19
giugno 2003
Ad Astorga
trovo lo stesso ospitalero dellanno passato. E contento di
sentirmelo dire. Ricordo il suo commento sul pellegrinaggio con una sorella
come una prova interessante. Questo anno sono con mia figlia, ancora meglio,
dice. Prova a dirmi le regole dellalbergue ma poi dice: lei sa già
tutto. Sì, ricordo anche che alle sei del mattino cè
la sveglia con una musichetta. Questo anno si fa alle sei e mezzo.
Purtroppo per me la sveglia non sarà necessaria: un pellegrino
ha tenuto tutta notte alto il registro del suo russare e io e il corteggiatore
di Elena non abbiamo dormito affatto.
Oggi
la tappa è stata corta, solo 17 km, ma abbiamo fatto il tempo a
prenderci un po di caldo lo stesso. Il tragitto è bello,
in mezzo alla campagna. Incontriamo qualche fattoria ed ho così
loccasione di salutare un bellissimo vitellino che ad ogni mio complimento
sventola le piccole orecchie e lecca le sbarre che ci dividono. Sono tentata
di avvicinarmi ed accarezzarlo, ma non sono sicura se i vitellini hanno
già i denti forti. Decido di risparmiarmi i ditini.
Ormai siamo quasi arrivate ad Astorga,
stiamo attraversando la periferia. Il percorso ci risparmia la statale,
ma ci fa passare dietro enormi fabbriche e non è che sia molto
meglio. Sopra un piccolo ponte, però, mi volto ad osservare il
ruscello e vedo laggiù in fondo, davanti ad una casa, una presenza:
Mamma, guarda, cè un leone!, urlo, e decido di
scattare una foto. Il tempo di un click e sento subito labbaiare
cattivo di un cane. Il mio leone resta tranquillo, mentre il suo amico
a fianco è molto arrabbiato. Devo averli svegliati. Per fortuna
sono entrambi legati!
Lalbergue di Astorga apre alle
13, ma alle 11.30 quando arriviamo lhospitalero ci accoglie con
un sorriso: siamo praticamente le prime! Quando vede la mia credenziale
si scurisce in volto e mi chiede chi me lha data. Vorrei mettermi
a piangere. Perché? Non va bene?
Mi spiega che la credenziale spagnola ufficiale ha una diversa intestazione
e che lhospitalero di Hospital de Orbigo
probabilmente non è molto pratico. Ne tira fuori una ufficiale
e me la sostituisce. Io rincomincio a respirare.
Vado a cercare lInternet Point, anzi il Cyber, come lo chiamano
qui. Purtroppo però allalbergue non trovo nessuna piantina
e così mi metto a cercare per il centro. Non devessere lontano
dalla cattedrale. Ad un certo punto vedo venirmi incontro un poliziotto.
Colgo loccasione al volo: lui mi scuserà se non parlo uno
spagnolo corretto. Mi dice di seguirlo e mentre lo rincorro
una signora lo chiama. Lui si ferma e risponde che arriva subito, deve
solo dare unindicazione a questa chica e poi arriva. Sentirmi chiamare
chica da un poliziotto in uniforme mi ha dato la sensazione
come di
facente parte della comunità. Bello! Imbarazzata
e presa alla sprovvista dal suo saluto frettoloso, mi sono confusa e così
per ringraziarlo ho risposto con un bel Gracias Millas !
20
giugno 2003
A
El Ganso troviamo un bar molto particolare, tutto arredato stile
western. Che cosa strana per un locale che si trova lungo il camino di
Santiago! Ci sediamo nei tavolini fuori e facciamo colazione con unottima
tortilla. Ci raggiungono anche gli antipatici di Pamplona.
Mentre ci stiamo preparando per ripartire, arriva un pellegrino tedesco,
già notato nellalbergue di Astorga per i capelli rossi rossi,
il suo sorriso molto gentile e soprattutto per le inseparabili bretelle
(tra un po le teneva anche a letto!). Si avvicina e mi dice tutto
serio una frase in tedesco. Dico che non capisco. Prova a dire qualche
parola in inglese. Nomina Astorga, lalbergue, e indica proprio me!
Che cosa avrò mai fatto ad Astorga? Ho russato? Ma perché
è così preoccupato? Capisce che non ci intendiamo, allora
tira fuori il suo coltellino (oh, oh
) ed estrae delle minuscole
pinzette. Le schiaccia per farmele vedere bene, mi indica e poi fa il
cenno indietro, ripetendo Astorga. Aaaah: ho lasciato le mie pinzette
in albergue!
Ma pensa! Che carino! Lo ringrazio e gli dico che vabbè, le ho
dimenticate, ma non cè problema. Lui alza gli occhi come
per ricordare una parola e mi dice: oro!. Si, è vero,
le mie pinzette erano di colore oro, ma lo rassicuro: no real oro!,
no gold! Comincia a tranquillizzarsi e a quel punto si siede
e ordina una bella birra fresca, finalmente rilassato.
Abbiamo già gli zaini in spalle ed arrivano i Tontoloni: anche
loro un bel discorso in tedesco fitto fitto per dirmi che ho lasciato
le pinzette ad Astorga (il gesto delle dita a mò di pinzetta traduce
chiaramente il loro discorso). Si, si, lo so, no problem, no problem,
muchas gracias!, continuo a ripetere e dico alla mamma di affrettarsi
per non incappare in altri pellegrini preoccupati.
Camminando sorridiamo compiaciute della gentilezza di questi pellegrini
tedeschi. Ma... quanto costeranno un paio di pinzette in Germania?
Lo stile
e l ambiente che si vive allarrivo di un albergue ogni giorno
può essere molto diverso. A Rabanal del
Camino il rifugio El Gaucelmo è tenuto da volontari
della confraternita inglese di S. Giacomo. Qui ci sono due hospitalere
che ti salutano dicendo il loro nome: Maddalena prende i dati, Cristina
accompagna alla camera e assegna il letto: a chi intende partire al mattino
prima delle sei in un settore, gli altri nella parte centrale. A me, sicuramente
valutata la più vecchia di quella giornata, danno la stanza con
soli quattro posti letto e gli altri due non verranno occupati, ed Elena
una volta tanto gode il privilegio di essere con la mamma. Il rifugio
ha aperto solo alle due ma da allora in poi lattenzione e la presenza
di queste due giovani volontarie è perfetta.
Domando loro se conoscono il musical Jesus Christ Superstar e il bellissimo
brano di Maddalena: Maddalena non lo conosce (è giovane) invece
Cristina me lo accenna e canta anche benissimo. Il rifugio è bello,
la cucina ordinata e pulitissima è fornita di tante cose per i
pellegrini.
In
albergue conosciamo due sorelle giapponesi. Sembrano stanche morte, anche
dopo la doccia e girano di qua e di là, controllando i panni stesi
ad asciugare. Cogliamo loccasione per conoscerle, parlando un timido
inglese. Fanno tappe brevi perché camminano lentamente ed evidentemente
non sono molto allenate. Riusciamo a dire loro che abbiamo una giapponese
in famiglia, anche se in realtà ora la grande famiglia ora è
proprio questa: tutti noi pellegrini!
Le poche informazioni scambiate vengono compensate da lunghi e sinceri
sorrisi.
21
giugno 2003
La strada per la Cruz de Hierro si alterna fra sentieri pieni di
ginestre e tratti di asfalto. Nellultimo tratto siamo infastidite
dalle mosche che ci vengono addosso come se fossimo il cruscotto di una
macchina e siccome non rimangono appiccicate, ci ronzano attorno.
E infastidita anche una signora che è avanti e indietro a
noi in una alternanza di tranquilli sorpassi. Lei ha un passo non veloce
ma costante e molto costante direi perché viene da Le Puy.
Alla Cruz de Hierro arrivano i Tontoloni e si fanno fotografare. Arriva
anche un pellegrino, lo conosciamo come quello della Galizia:
desidera fare una foto con le due piccole italiane, allora lo vogliono
anche i Tontoloni.
Mi faccio fare una foto accanto alla Cruz de Hierro e ne approfitto
per lasciare la mia boccetta, ancora mezza piena, di Ribes Nigrum, esprimendo
il desiderio di lasciare lì, come ricordo, la mia allergia alle
graminacee. Speriamo che gradisca il regalo
A Manjarin incontro un gruppetto di mucche al pascolo: ci sono
due vitellini fantastici. Il tempo di fare qualche foto e la mamma mucca
comincia a guardarmi male lanciandomi dei mu minacciosi. Ochei,
ochei, me ne vado.
Mamma entra nel rifugio e ne esce con una piccola zucca come regalo. Che
bello! Adesso mi sento un vera pellegrina anchio.
Nel frattempo la aspetto di fronte alla famosa insegna con lindicazione
delle distanze: Santiago 222 km. Ma come? Nellalbergue di Rabanal
cera scritto Santiago 218 km! Insomma, bisognerà che si mettano
daccordo!
Nel bar
di El Acebo un ciclista-pellegrino mi offre il suo bicchiere e
insiste perché assaggi il sidro. E buono e dice che è
unottima bevanda per chi cammina. Allora mi provoca e finisco per
dire quello che ho sempre pensato sui ciclisti sul camino. E simpatico
e precisa che lui il cammino lo ha fatto più volte e anche in compagnia
di amici italiani. Finiamo per parlare di Berlusconi. Anche per lui mentre
si allontana sentiamo come una piccola perdita, eppure ogni giorno sappiamo
che quelle persone che in quel momento ci sembrano così vicine
nella fatica, nella scelta, non le vedremo più.
Lo vedo con il suo amico fermarsi vicino al cimitero dove è ricordato
un pellegrino ciclista morto per un incidente.
A Riego de Ambros entriamo nellalbergue per riposarci
un attimo e farci mettere il sello. Dentro cè solo un ragazzo
che ci guarda ma non ci considera. Prendiamo qualcosa di fresco nella
macchinetta e solo quando mi avvicino per mettermi il sello, capisco che
è lhospitalero.
Lalbergue è molto bello, ha solo due anni.
Quando usciamo, mi fermo alla fontana per rinfrescarmi il viso. Mi aiuta
il tedesco con le bretelle, che mi tiene schiacciato il pulsante mentre
io tengo le mani a mò di bacinella. Purtroppo il getto è
violento e il risultato è che alla fine siamo entrambi fradici,
mentre il viso è ancora asciutto. Per fortuna il sole picchia.
Scoprirò poi che il mio amico si chiama Rudolph e che ha già
fatto il camino ben 5 volte. In effetti sembra molto esperto e la bretella
ne è una conferma!
A Molinaseca
sosta per aspettare che sia meno caldo. Arrivano le due pellegrine giapponesi.
Ed ecco la sgradita sorpresa: i miei sandali sono rotti. E sabato.
Chiedo al pellegrino della Galizia se è possibile che a Ponferrada
i negozi siano aperti. Sequro que sì. E necessario
prendere un taxì per arrivare prima della chiusura. Appena salita
sul taxi apprendo che i negozi sono chiusi. Cercheremo del mastice in
un supermercato e infatti poi Elena sistemerà i miei preziosi sandali.
Il
saluto con le due sorelle giapponesi sembra laddio di due fidanzati:
arriva il taxi, salutiamo con un cenno della mano e le vediamo sbracciarsi,
seguirci con lo sguardo mentre il taxi si allontana. Non mi perdonerò
mai di non aver scattato loro una foto!
Cosa cè
di particolare a Ponferrada? Nel cortile
dellalbergue, a fianco delledificio cè una scultura
di legno dove lavorano i pellegrini. La traccia del lavoro è fatta
da uno scultore che è presente e che, se necessario, interviene.
Cè poi la chiesetta, il piazzale, le camerate per le comitive
e per i pellegrini piccole stanze di soli sei o otto posti, il luogo non
in vista per stendere i panni e le biciclette si posteggiano dietro il
muretto. Insomma tutto è bello, ordinato e nuovo, non manca niente
per il confort e la cucina è molto frequentata. Cè
anche una volontaria che cura i piedi.
Davanti
a lei cè una lunga fila di pellegrini che si fa sistemare
le vesciche. Lei lancia dei sorrisi smaglianti ma quando prende il piede
fra le mani si trasforma: controlla seria la situazione, apre la sua borsa
medica e con grande professionalità estrae aghi, disinfettante
e cotone. In un attimo il piede è sistemato e sul suo viso ritorna
lo splendido sorriso. Non sempre vedi lo stesso nel pellegrino che si
allontana con un espressione mista tra la riconoscenza e lenorme
sofferenza.
Non so se è il caso di farle vedere la mia piccola vescica. Non
mi da molta noia, ma preferirei curarla in tempo. Consulto il dizionario
tascabile della mamma e cerco come si dice consiglio. Lintenzione
è quella di non andare sotto i ferri, ma di chiedere solamente
cosa devo fare. La sua risposta è rapida: allunga le mani e mi
afferra il piede. Mi guarda sorridente e mi chiede se sono una donna fuerte,
mentre con una mano apre la sua valigetta. Con la voce tremante rispondo
di sì e mi volto come quando vado a fare le analisi del sangue.
Se non guardi, non sai quando arriverà il dolore dellago.
Vale! Il piede è sistemato. Non credevo di essere così
fuerte: non ho sentito proprio niente.
Dispiaciute
per non aver fatto in tempo a dare il nostro contributo alla scultura
di legno, io e la mamma aiutiamo a pulire il terreno dalle scaglie di
legno. Si avvicina un ragazzo per ammirare lopera e la mamma gli
chiede se ha partecipato anche lui al lavoro: la sua risposta è
fantastica: Yo soy andalin!
22
giugno 2003
A Villafranca
del Bierzo ritroviamo Lula, una ragazza irlandese che a Ponferrada
stava nel letto sopra al mio. E un bel personaggio ma parla molto
veloce e con un accento strano e purtroppo io la capisco sempre quando
ormai non serve più.
Facendo
un piccolo tratto insieme le chiedo da dove viene: Irlanda! E pensare
che credevo fosse americana. Non si capisce proprio niente quando parla!
Lei mi chiede se sono francese e io mi stizzisco. E lennesima
volta che mi scambiano per una francese e questa cosa proprio non mi va
giù. Sarà che lungo il cammino di francesi svegli e simpatici
ne abbiamo incontrati proprio pochi!
Ci fermiamo
nel rifugio vicino alla chiesa. E un luogo un po spartano
anche con dei lavori di mantenimento mentre lalbergue municipale
è grande, bello e nuovo. Lula si ferma al primo e dice: è
sufficiente. Anche per lei, nel salutarla, avvertiamo una piccola perdita.
Cè un gruppo di turisti italiani che con la guida ammirano
il portale della chiesa di Santiago. Ricordo e penso alla mia visita dellanno
prima, quando una signora si stacca dal gruppo e viene verso di me. Mi
chiede se sono una pellegrina e perché e come si fa d esserlo,
poi quasi si scusa di essere solo una turista e mi fa i complimenti e
ritorna al suo gruppo che se ne stava andando giù per la discesa.
Proprio per quella discesa e chissà che sia stato per meritarmi
quei complimenti, o forse solo per il caldo e anche potrebbe essere, come
avrebbero detto Pietro e Massimo (chissà dove sono finiti quei
due) che il corpo si ricorda, ho accusato dolori al piede destro e mi
sono trovata a zoppicare proprio come lanno precedente negli stessi
luoghi.
Per arrivare a Pereje devo fermarmi
a riposare ogni chilometro.
E chi troviamo a Pereje? I Tontoloni.
Li vediamo appena entrati nella camera al pian terreno. Anche loro sembrano
sorpresi. Io faccio lultima fatica di fare la scala perché
la camera di sopra è più bella e cè anche un
salotto con tavoli, riviste e televisione. Sono sei euro ben spesi e anche
i sette della cena. Lhospitalera è un po freddina e
seria ma si mostra contenta quando le dico che cero anche un anno
fa.
Nel
giardino cè un bel lavatoio, che però è completamente
vuoto e pieno di api. Spero che non sia pericoloso. Ci metto un po
per capire che per far uscire lacqua dal tubo devo schiacciare un
pulsante che si trova proprio sotto i miei piedi. Che cosa strana! Lavo
i panni alla bellè meglio, un po per non sprecare acqua,
un po perché ho paura di disturbare le api che per ora si
lasciano innaffiare tranquille.
Ad un certo punto arrivano tre ciclisti e si fermano lungo la strada,
davanti allentrata dellalbergue. Uno di loro mi urla qualcosa.
Mi hanno scambiata per lhospitalera e mi chiedono se possono prendere
da bere. Rispondo che non sono lhospitalera e che non so se sia
potabile lacqua del lavatoio. Intanto si avvicinano. Sento il signore
spagnolo che risponde, come fra sé e sé, sì,
sì, potabile!. Vengono a riempire le borracce e intanto mi
chiedono se sono inglese? Francese? spagnola? Quando rispondo italiana,
mi fanno delle gran feste. Chiedo loro se stanno andando a O Cebreiro.
Stanno tornando indietro da Santiago. Tornano in Germania. Si rimettono
sulla statale, passando direttamente dal giardino, con la bici in spalla
(comodo!). Salutandoli mi viene in mente che la mamma racconta che lanno
scorso al ritorno da Santiago dal pulman aveva visto i pellegrini al lavatoio
e si era commossa. E vero: devessere stata proprio un
emozione.
23
giugno 2003
Il
primo tratto è ancora lungo la statale. Lunica consolazione
è che, come ieri, il nostro percorso è protetto da una continua
fila di divisori in cemento. La coppia di spagnoli delle Canarie ci precede,
ma ad ogni incrocio li vediamo aspettarci. Non credo sia per gentilezza,
quanto più per essere sicuri di prendere la strada giusta.
A Vega
de Valcarce facciamo una sostanziosa colazione, con pane formaggio
e prosciutto. Non so come, ma ho una fame da lupi. Meglio così,
dato che ci aspetta una bella sfacchinata. Mamma per fortuna ha deciso
di farsi portare lo zaino in macchina fino a O Cebreiro, così può
camminare sforzando meno la caviglia. Anche Carmen, la spagnola delle
Canarie ha fatto la stessa scelta: anni fa si è rotta una caviglia
e sul camino ora si fa sentire.
Cerchiamo sollievo al caldo alla fontana di La Faba ma arrivano
le pecore a rubarci il posto. Elena può finalmente divertirsi a
fotografarle da vicino.
Ma quanto manca e dovè questo O Cebreiro?! In lontananza
si vede una figura vicino ad una nuvola bianca, vuoi vedere che è
un pellegrino! Infatti dopo poco anche noi passiamo dal bagno di sudore
al bagno di nebbia. Peccato, non ci potranno vedere da casa!
Il
paesaggio si fa sempre più montano. La guida dice che O Cebreiro
non si vede, ma si intuisce. Finalmente si intravede lultimo
paese. Ci rinfreschiamo alla fonte ma veniamo circondate da un branco
di pecore che prendono il nostro posto e ci costringono ad allontanarci.
Però scatto loro una bella foto. I due pellegrini che erano con
noi alla fonte proseguono e spariscono allorizzonte. Riprendiamo
la strada, che va proprio verso la nuvola. Scatto una foto per i bellissimi
giochi di luce e ombra. Sarà difficile che renda lidea
Entriamo nella nuvola:cè un gran vento e forte umidità.
La strada gira tuttintorno al monte. Il vento umido ci ghiaccia
addosso la maglietta ancora bagnata di sudore: si muore dal freddo. Chi
lavrebbe mai detto?
A O Cebreiro il nuvolone è fitto fitto. Non si vede proprio
niente. Tantomeno mi possono vedere gli amici che sono su internet sulla
web-cam. Provo a descrivere il mio abbigliamento e mi metto a mo' di statuina
con le braccia alzate, ma immagino che sia un vero problema riuscire a
distinguermi.
In più ci si mette anche la cima di un albero a coprire in parte
la visuale. Per fortuna sono la sola lì davanti. In effetti i pellegrini
che passano stravolti per entrare in albergue mi guardano increduli.
Pranziamo
e ci riposiamo. Vado allalbergue a prendere il sello e trovo Carmen,
Nicolàs e tanti altri tutti stanchi e infreddoliti. Faccio una
gran figura dicendo che proseguo anche se è solo per pochi chilometri
fino a Hospital de la Contesa Speriamo
di uscire dalla nuvola. Invece di trovare il tempo migliore troviamo lalbergue
allagato. Bisogna aspettare fuori mentre che gli idraulici riparano il
guasto. I Tontoloni sono bloccati nella camerata.
Ma cè anche un altro problema, non ci sono né bar
ne negozi e anche i contadini non hanno niente da venderci. Alla fine
vediamo partire tre baldi giovani (di nazionalità diverse) verso
O Cebreiro a fare la spesa, e poi preparano la cena per tutti.
Cè un po di imbarazzo perché non cera
stata una comunicazione chiara; comunque si mangia e dopo il clima è
più disteso. Un ragazzo francese mentre riordiniamo la cucina mi
canta le canzoni di J.Brel. e poi: O when the saints, to Santiago.
I Tontoloni hanno cenato per conto loro. Hanno un contenitore misterioso.
Hanno provato a insegnarmi i giorni della settimana in tedesco solo per
dirmi in quale giorno pensano di arrivare a Santiago. Uno di loro mi ha
detto di essere in pensione, mentre la moglie è a casa che lavora
(e fa una gran risata). E la terza volta che fa il camino ma una
parola di spagnolo non la dice.
24
giugno 2003
Siamo arrivate
a Calvor con le nostre gambe, nonostante
il mio piede a volte dolorante a volte no e soprattutto nonostante le
previsioni che avevamo fatto al mattino. Durante la notte avevamo sentito
fischiare un vento forte, al mattino cera una nebbia fitta e sembrava
dovesse arrivare da un momento allaltro una tempesta.
I Tontoloni mettendosi in cammino dicono di aspettarci a Sarria,
ma noi siamo titubanti ... magari cammineremo sulla strada asfaltata invece
di avventurarci nei sentieri con quella nebbia anche se così si
allunga di cinque chilometri
invece la giornata piano piano si
rimette. Durante il percorso ricordo dei particolari molto precisi vissuti
lanno passato. Rivedo il prato in cui era seduto il pellegrino australiano.
Riconosco un bar e mi ricordo i discorsi fatti il quel momento, ho addirittura
nostalgia di quelle persone.
A Triacastela facciamo un po di spesa perché a Calvor
non cè niente e poi prima di rimetterci in cammino Elena
beve una birra e io mi concedo un Martini. !Por camminar!
mi dice la barista. Riprendiamo la strada e assistiamo ad un rientro dal
pascolo delle mucche vigilato da un cane. Una mucca un po distratta
e non seguiva correttamente il gruppo e il cane prima ha abbaiato, poi
l ha inseguita e infine ha cercato di morderla nella zampe. La mucca
cercava di scansare il morso ma provava anche a calciare: la lotta è
stata rapida ma buffa e la mucca è rientrata nella stalla sconfitta.
E finalmente nel pomeriggio arriviamo a Calvor.
Dopo aver fatto la doccia, ho proprio bisogno di riposare ma vedo un ragazzo
fare un esercizio yoga, e la voce del sangue si fa sentire. Cominciamo
a parlare delle nostre esperienze (Elena non cè a farmi da
calmiere), altri intorno si interessano. Vorrei accennare qualche posizione
che io preferisco, ma il corpo è troppo rigido dalla stanchezza.
Pochi giorni dopo siamo gli stessi a Melide,
in fila per utilizzare la lavatrice. Per ingannare lattesa accenno
scherzando ad una posizione yoga e poiché tutti si fanno molto
attenti, mi concentro e la faccio: mi viene perfetta! Tutti apprezzano
la dimostrazione e sono contenta di essermi un po riscattata, con
quel piede zoppicante, con il modo di camminare poco veloce e, perché
no, anche perché sono la più vecchia.
25
giugno 2003
Poco
prima di arrivare a Brea, dove cè il famoso cippo
dei 100 km, mi fermo a salutare una mucca al pascolo che si trova proprio
vicino al sentiero. Mi passa accanto Nicolàs, come un fulmine e
mi dice una vaca de leche! ed io, col mio spagnolo ormai sicuro,
rispondo Se nota!.
La vaca de leche si avvicina ad un piccolo stagno dove una ranocchia sta
gracchiando a squarciagola. Avvicina il muso verso lacqua ed io
grido No!. La mucca mi guarda per un breve istante, giusto
in tempo per far scappare la malcapitata ranocchia. Posso riprendere a
camminare tranquilla
A Brea rinunciamo alla foto col famoso paletto degli ultimi 100 km, perché
è pieno di scritte e scarabocchi. E un vero peccato. Ci consoliamo
con una colazione a base di pane tostato e olio e una bottiglietta di
sidro, che scopro non piacermi.
A Portomarìn
non mi volevo fermare. E infatti ci siamo solo riposati poi alle cinque
io ho preso un taxi fino a Gonzar
e Elena si è fatto quel tratto da sola. A Gonzar
appena scesa dalla macchina uno dei Tontoloni mi viene incontro dicendo:
« Komplet !» e invitandomi ad andare cercare alloggio al posto
successivo. Ma io devo aspettare Elena e poi è tardi e quindi cerco
di risolvere li. Nel privato non cè niente, lhospitalera
non collabora, anzi sa benissimo che un gruppo di persone hanno la macchina
al seguito.
Nicolàs mi trova mentre mi ritaglio un angolino sul pavimento della
camerata e mi propone di spostarmi in una specie di garage dove è
andato lui. Intanto ceniamo allaria aperta e scrutiamo il cielo:
potrebbe piovere. Andando in cucina per gettare i rifiuti la troviamo
vuota. Le persone che prima vi avevano preso posto sono andate via. Ci
sistemiamo in terra in un angolo, un altro pellegrino sui due tavoli riuniti.
La notte passa, per me non è tanto più brutta di molte altre.
Al mattino ci alziamo presto. Arriva dal piano di sopra una pellegrina
che ha dormito in un letto normale a farci fretta di sgomberare perché
lei deve fare colazione. Si siede, assieme al suo compagno, in un angolo
e mangiano la tortina facendo delle piccole fettine. Ci asteniamo dal
discutere, ma il nostro compagno è molto teso. Dallaltra
stanza un italiano brontola a voce alta: è meglio che lo chiudano
questo cammino piuttosto che gestirlo così.
26
giugno 2003
In questo
tratto abbiamo incontrato due ragazze di Padova, con le quali abbiamo
fatto un po di strada. E così anche loro hanno potuto vedere
la scena damore fra Elena e un asinello che era vicino al nostro
sentiero. Elena lo chiama, lasinello si avvicina e poi lei prende
un ramo per poterlo accarezzare e poi gli scaccia le mosche che aveva
sotto locchio destro e poi si accorge che lì aveva una ferita
. le faccio una foto ricordo e poi ... si devono lasciare.
Il suo pellegrinaggio è stato un vero incontro con la natura. Le
mucche, i vitellini, le pecore, i cavalli, i muli (prima di O Cebreiro),
le cicogne, gli uccellini (soprattutto quelli nelle mesetas) le papere
che ha fotografato per la Costanza, e se poi passiamo al mondo vegetale
lelenco diventa lunghissimo.
A Melide ancora abbiamo la sensazione
di un albergue trascurato. Lambiente sarebbe grande e ben attrezzato
ma manca proprio la presenza di una organizzazione efficace. Come non
notare la differenza con altri posti tenuti da volontari che sono stati
a loro volta pellegrini!
E lalba e il cielo sta diventando più luminoso. Nei
pressi di una fontana ci sorpassano due pellegrini uno con una maglietta
grigia a righine che nel pomeriggio vedo sempre stesa ad asciugare. Salutano
molto corretti, un po freddi, molto presi dal loro andare preciso
e veloce.
Li vediamo andare avanti mentre noi per guardare la fontana ci accorgiamo
che dietro di noi sta spuntando il sole e cè un gioco di
luci e colori bellissimo. Allora li chiamo e insisto perché non
sentono. Alla fine si voltano. Lo spettacolo è proprio di fronte
a loro, ma non lo vedono e mi guardano con aria interrogativa. Io indico,
parlo in italiano, gesticolo e loro girano lo sguardo sulla fontana, sul
viottolo da dove eravamo arrivati poi
vedono
allora manifestano
compiacimento, scattano una foto e ripartono con quei passi forti e sicuri.
Un facile commento!
Il giorno dopo a Pedrouzo al mattino
presto, allultima colazione prima di arrivare a Santiago,
la maglietta a righine con il suo compagno vengono a salutarmi. Facciamo
gesti, sorrisi, poi uno di loro mi dice lentamente in inglese: «Ci
rivedremo in unaltra vita! » e sono partiti. Erano ambedue
commossi, e più di me. Non avevo più commenti facili da
fare.
27
giugno 2003
Usciamo
da Melide che è ancora buio.
Ci facciamo luce con le pile ma ogni ombra sembra un ostacolo. Vedo sulla
nostra sinistra un mucchietto di pelo. Sento una presenza animale. Faccio
finta di niente: magari è un topo. Meglio non spaventare né
la mamma nè lui. La curiosità però non frena la mia
mano, che dopo pochi passi rivolge la pila sullanimale: era un piccolo
riccio impaurito. Che carino! Speriamo di non averlo spaventato troppo
con le nostre enormi ombre.
Non bastano
i boschi di eucalipto per distogliere Elena dalla delusione della Galizia.
A cominciare dai selli che sono tutti uguali per finire alla mancanza
di pulizia dei rifugi ugualmente presente. Ma a Pedrouzo
cè stato un conforto: è arrivato nel tardo pomeriggio,
dopo quarantacinque chilometri Fernando, uno del gruppo bevitori di Logroño.
Lultima volta che era stato con noi risaliva a Bercianos.
Sono emozioni speciali, abbraccia commosso anche me.
28
giugno 2003
Naturalmente
lultima tappa sembra eterna. La guida dice che il desiderio di arrivare
a Santiago cancella lultima
fatica. Io invece vorrei che il camino non finisse mai perché la
vita da 'pellegrina' è una esperienza unica, e lidea di lasciare
il camino mi rende triste e col passo pesante.
Ma a Santiago e con larrivo alla Cattedrale si apre tutta unaltra
atmosfera e tante emozioni: la piazza, la chiesa, il portico della gloria,
la navata, laltare e sopra la statua di Santiago, la consegna della
Compostela, poi... allHostal
e il camino è finito.
Finito, finito, lo zaino sta due giorni in un angolo. Diventiamo turiste:
una bella dormita, acquisti, prenotazione del viaggio di ritorno.
Il giorno dopo, domenica, alla messa del Pellegrino ancora emozioni. Vediamo
tanti compagni di viaggio: Nicolàs ci viene incontro e non nasconde
il groppo alla gola. La Messa è cantata da un coro di Siviglia.
Lofficiante parla lentamente e sembra proprio che voglia farsi capire
da tutti. La chiesa è piena, ci sono tanti turisti ma i pellegrini
sentono una appartenenza diversa.
Il Botafumeiro con grande effetto benedice tutti
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