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Daniel Goleman
Intelligenza emotiva
1995
      



Parte prima - L'intelligenza emotiva

1 - A cosa servono le emozioni
Tutte le emozioni sono, essenzialmente, impulsi ad agire; in altre parole, piani d'azione dei quali ci ha dotato l'evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita. La radice stessa della parola emozione è il verbo latino MOVEO, "muovere", con l'aggiunta del prefisso "e" (movimento da), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.

A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l'altra che sente.
Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale. La mente razionale è la modalità di comprensione della quale siamo solitamente coscienti: dominante nella consapevolezza e nella riflessione, capace di ponderare e di riflettere. Ma accanto ad essa c'è un altro sistema di conoscenza - impulsiva e potente, anche se a volte illogica, c'è la mente emozionale. La dicotomia emozionale/razionale è simile alla popolare distinzione fra "cuore" e "mente"; quando sappiamo che qualcosa è giusto "con il cuore" la nostra convinzione è di un ordine diverso - in qualche modo è una certezza più profonda - di quando pensiamo la stessa cosa con la mente razionale. Il rapporto fra razionale ed emozionale nel controllo della mente varia lungo un gradiente continuo; quanto più intenso è il sentimento, tanto più dominante è la mente emozionale - e più inefficace quella razionale.

Di solito c'è un equilibrio fra mente razionale ed emozionale; l'emozione alimenta e informa le operazioni della mente razionale, mentre questa rifinisce e a volte oppone il veto agli input delle emozioni. Tuttavia, la mente emozionale e quella razionale sono facoltà semiindipendenti: ciascuna di esse, come vedremo, riflette il funzionamento di circuiti cerebrali distinti sebbene interconnessi.

2 - Anatomia di un "sequestro" emozionale
LeDoux scoprì che l'architettura del cervello conferisce all'amigdala una posizione privilegiata in qualità di sentinella delle emozioni capace, all'occorrenza, di "sequestrare" il cervello. La sua ricerca ha dimostrato che nel cervello gli input sensoriale provenienti dall'occhio e dall'orecchio viaggiano dapprima diretti al talamo e poi - servendosi di un circuito monosinaptico - all'amigdala; un secondo segnale viene poi inviato dal talamo alla neocorteccia - il cervello pensante. Questa ramificazione permette all'amigdala di cominciare a rispondere prima della neocorteccia; quest'ultima, infatti, elabora le informazioni attraverso vari livelli di circuiti cerebrali prima di poterle percepire in modo davvero completo e di iniziare infine la sua risposta, che risulta quindi molto più raffinata rispetto a quella dell'amigdala.

I segnali che prendono la via diretta passante per l'amigdala corrispondono ai sentimenti più primitivi e potenti; la conoscenza di questo circuito è di grande aiuto per spiegare la capacità dell'emozione di soffocare la razionalità.

L'amigdala può spingerci all'azione mentre la neocorteccia, leggermente più lenta - ma in possesso di informazioni più complete - prepara il suo piano di reazione più raffinato.

Altre ricerche hanno dimostrato che nei primi millisecondi della percezione non solo comprendiamo in modo inconscio quale sia l'oggetto percepito, ma decidiamo anche se esso ci piace o no; l'"inconscio cognitivo" presenta poi alla nostra consapevolezza non solo l'identità di ciò che vediamo, ma anche un vero e proprio giudizio su di esso. Le nostre emozioni hanno una mente che si occupa di loro e che può avere opinioni del tutto indipendenti da quelle della mente razionale.

Quanto più intenso è il risveglio dell'amigdala, tanto più forte è l'impressione del ricordo; le esperienze della vita che più ci feriscono o ci spaventano sono destinate a diventare i nostri ricordi più indelebili. Ciò significa che il cervello ha effettivamente due sistemi mnemonici, uno per i fatti ordinari e l'altro per quelli che hanno una valenza emozionale.

Le connessioni fra l'amigdala (e le strutture limbiche affini) e la neocorteccia sono al centro di quelle che possiamo definire come le battaglie o gli accordi di cooperazione fra mente e cuore - fra pensiero e sentimento. Questi circuiti spiegano come mai l'emozione è tanto importante ai fini del pensiero, sia quando si debbano prendere sagge decisioni, sia quando si tratti di pensare lucidamente.

Le emozioni, allora, hanno un ruolo importante ai fini della razionalità. Nel complesso rapporto fra sentimenti e pensiero, la facoltà emozionale guida le nostre decisioni, momento per momento, in stretta collaborazione con la mente razionale, consentendo il pensiero logico o rendendolo impossibile.

In un certo senso abbiamo due cervelli, due menti - e due diversi tipi di intelligenza: quella razionale e quella emotiva. Il nostro modo di comportarci bella vita è determinato da entrambe: non dipende solo dal Qi, ma anche dall'intelligenza emotiva, in assenza della quale, l'intelletto non può funzionare al meglio.

Parte Seconda - La natura dell'intelligenza emotiva

3 - Quando intelligente è uguale a ottuso

… intelligenza emotiva: si tratta della capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d'animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare.

L'attitudine emozionale è una meta-abilità, in quanto determina quanto bene riusciamo a servirci delle nostre altre capacità - ivi incluse quelle puramente intellettuali.

Incoraggiando i bambini a sviluppare la gamma completa delle abilità dalle quali effettivamente attingeranno per avere successo - o semplicemente per essere soddisfatti di ciò che faranno - la scuola diventa davvero educazione alla vita.

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4 - Conosci te stesso
… fondamentale la differenza fra l'essere schiavi di un'emozione e il divenire consapevoli del fatto che essa ci sta travolgendo. Il consiglio di Socrate, "conosci te stesso", fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell'intelligenza emotiva; la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano.

L'autoconsapevolezza non è una forma di attenzione che - reagendo eccessivamente alle percezioni e amplificandole - venga spazzata via dalle emozioni. Piuttosto, è una modalità neutrale della mente che sostiene l'introspezione anche in mezzo a emozioni turbolente.

E' la differenza che passa fra l'essere travolti da una furia omicida verso qualcuno e il pensare introspettivamente "Ecco, quella che sto provando è collera", anche nel momento stesso in cui ne siamo pervasi. In termini di meccanica neurale, presumibilmente questo sottile spostamento nell'attività mentale segnala che i circuiti neocorticali stanno monitorando attivamente l'emozione, compiendo così un primo passo nell'acquisizione di un certo controllo su di essa. Questa consapevolezza è la competenza emozionale fondamentale sulla quale si basano tutte le altre, ad esempio, l'autocontrollo.

La vacuità emozionale di Gary esemplifica quella che gli psichiatri definiscono alessitimia, dal greco a per "mancanza", lexis per "parola", e thymos per "emozione". Queste persone non hanno parole per descrivere i propri sentimenti. In effetti, esse sembrano mancare anche dei sentimenti stessi, sebbene quest'impressione possa essere causata dalla loro incapacità di esprimere l'emozione, e non dalla totale assenza dell'emozione in quanto tale.

Questo è proprio il nocciolo del problema. Non è che gli alessitimici non provino assolutamente sentimenti: il fatto è che non riescono a sapere di che sentimento si tratti, e soprattutto sono incapaci di esprimerlo a parole. Essi mancano completamente di quella abilità fondamentale dell'intelligenza emotiva che è l'autoconsapevolezza - ossia mancano della capacità di sapere che emozione stanno provando nel momento stesso in cui ne sono pervasi.

Come osservò Henry Roth nel suo romanzo Chiamalo sonno parlando di questo potere del linguaggio: "Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene".

Sebbene i sentimenti forti possano disturbare il ragionamento creandovi il caos, la mancanza di consapevolezza sui sentimenti può anch'essa rivelarsi disastrosa, soprattutto quando si devono soppesare decisioni dalle quali dipende in larga misura il nostro destino.

Queste decisioni non possono essere prese servendosi della sola razionalità, nuda e cruda; esse richiedono anche il contributo che ci viene dai sentimenti viscerali e quella saggezza emozionale che scaturisce dalle esperienze del passato.

L'autoconsapevolezza delle proprie emozioni è l'elemento costruttivo essenziale di un altro importantissimo aspetto dell'intelligenza emotiva, ossia la capacità di liberarsi di uno stato d'animo negativo.

5 - Schiavi delle passioni

Proprio come nella mente esiste un costante mormorio di fondo di pensieri, c'è anche un incessante rumore emozionale.

"La collera non è mai senza ragione, ma raramente ne ha una buona". (Benjamin Franklin)

Fra tutte le emozioni negative, la collera è la più seduttiva; l'ipocrita monologo interiore che le fa da propellente, satura la mente sommergendola con le argomentazioni più convincenti per indurci a dare sfogo all'impulso. A differenza della tristezza, la collera è energizzante e a volte perfino tonificante; il suo potere seduttivo e persuasivo può di per se stesso spiegare come mai, su di essa, persistano idee tanto comuni: mi riferisco alla convinzione che la collera sia incontrollabile o che, comunque, non dovrebbe essere controllata, e che la soluzione migliore sia quella di sfogarla in una sorta di "catarsi".

La sequenza di pensieri risentiti che alimentano la collera è anche, potenzialmente, un efficace meccanismo per disinnescarla, in primo luogo facendo vacillare le convinzioni che la fomentano.

Tice constatò che uno dei metodi più potenti per sedare la collera era quello di reinquadrare la situazione in termini più positivi.

Il segnale di pericolo può venire non solo da una vera e propria minaccia fisica, ma anche, anzi più spesso, da una minaccia simbolica all'autostima o alla dignità della persona, ad esempio quando essa è trattata in modo ingiusto o sgarbato, insultata o umiliata o, ancora, quando vede frustrati i suoi tentativi di raggiungere uno scopo importante.

Data questa analisi della collera, Zillmann vede due possibili modalità di intervento. Un primo modo per disinnescarla è quello di fermarsi sui pensieri che la alimentano mettendoli in discussione.

….. secondo sistema per disinnescare la collera: raffreddarsi fisiologicamente, aspettando che l'ondata di adrenalina si estingua, in un ambiente nel quale ci siano scarse probabilità di imbattersi in altri fattori che possano stimolare l'ira.

La distrazione è un meccanismo molto potente per alterare gli stati d'animo, e questo per una ragione semplicissima: è difficile restare in collera quando stiamo passando dei momenti piacevoli. Lo stratagemma, ovviamente, sta nel raffreddare la collera fino al punto in cui si possano effettivamente passare momenti piacevoli.

La catarsi, ossia questo dare sfogo alla rabbia, viene a volte magnificata come un sistema per controllare l'emozione. La teoria, molto diffusa, sostiene che dopo "ci si sente meglio".

Tice scoprì che il dare libero sfogo alla collera è uno dei modi peggiori per raffreddarla: di solito gli scoppi di collera alimentano l'attivazione del cervello emozionale, lasciando l'individuo ancora più adirato, di certo non più calmo.

La reazione fisiologica che sta alla base della preoccupazione è la vigilanza nei confronti del potenziale pericolo.

Quando la paura mette il cervello emozionale in uno stato d'agitazione, parte dell'ansia che ne risulta serve a fissare l'attenzione sulla minaccia contingente, costringendo al mente a escogitare un modo per controllarla, ignorando temporaneamente qualunque altra cosa.

Il problema sorge nel caso in cui le preoccupazioni diventino croniche e ripetitive.

Quando questo ciclo di preoccupazione persiste e si intensifica, esso sfuma in veri e propri "sequestri" emozionali, ossia nei disturbi ansiosi: fobie, ossessioni e compulsioni, attacchi di panico.

In tutte queste condizioni, il comune denominatore è rappresentato dal fatto che la preoccupazione finisce per sfuggire ad ogni controllo.

Di solito le preoccupazioni seguono questo schema; si tratta cioè di un racconto narrato a se stessi, nel quale si salta da una preoccupazione all'altra e che molto spesso comprende pensieri catastrofici e la visione di qualche terribile tragedia. Quasi sempre le preoccupazioni sono espresse parlando all'orecchio della mente, e non agli occhi - in parole, non immagini- un fatto, questo, che è significativo ai fini del controllo della preoccupazione.
Come un amuleto che scongiuri il presagio di un male, la tendenza psicologica è quella di attribuire alla preoccupazione il merito di allontanare il pericolo oggetto dell'ossessione.

Quando si permette che un pensiero molesto si ripeta all'infinito senza metterlo in discussione, a poco a poco il suo potere persuasivo aumenta; quando invece lo si mette in discussione, contemplando tutta una gamma di punti di vista ugualmente plausibili, ci si vieta di considerarlo vero e di accettarlo ingenuamente.

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