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Lorenzo Bianchi
LITURGIA
Memoria o istruzioni per l'uso?
(Edizioni Piemme)

Capitolo VI

Dal latino a Pelagio
(pubblicato in 30Giorni, XIV, 7/8, luglio/agosto 1996, pp. 80-97)

Nelle traduzioni delle preghiere della messa
dal latino in italiano si muta anche il soggetto
e la dinamica dell'azione: non più Dio ma l'uomo;
non più rimanere e aderire ma cercare e diventare.
L'illusione distruttiva di chi credeva che cambiando le parole
(per esempio amore invece di grazia) si rendesse più attraente
il cristianesimo per l'uomo di oggi

 

Premessa

Chi apre oggi il messale comunemente utilizzato in una qualsiasi chiesa cattolica in Italia per la celebrazione della messa trova unicamente testi in lingua italiana. Nel corso del decennio 1964-1973 si è passati dal Messale Romano di san Pio V, in latino, a quello riformato da Paolo VI, promulgato anch'esso in latino, ma da subito sostituito dalle traduzioni nelle varie lingue nazionali. La lingua latina è praticamente scomparsa, oltre che dalla celebrazione della liturgia, anche dal messale d'uso comune. Eppure, lo stesso Paolo VI aveva chiesto che fosse mantenuto, accanto al testo tradotto, l'originale latino. Era ed è evidente, infatti, che una traduzione, sia pure accuratissima e rispettosa alla lettera, di un simile originale, non avrebbe potuto mai renderlo appieno in tutte le sue sfumature. Sarebbe stato dunque logico offrire la possibilità di una immediata comparazione; ma così non avvenne e tuttora non avviene. Perché allora così non sia avvenuto, è una domanda alla quale non può sicuramente bastare la risposta - che appare quantomeno sorprendente alla comune ragione - addotta a giustificazione da chi ritenne di eliminare il testo latino: difficoltà tecniche nella stampa. Nel ripercorrere le vicende di quegli anni (si veda più oltre), si resta colpiti dal modo in cui l'insistenza di Paolo VI fu prima sopportata, poi elusa con motivazioni pretestuose, infine ignorata. Alla fine, una dichiarazione della sacra Congregazione per la dottrina della fede, nel 1974, dovette affermare che i testi liturgici devono essere intesi, «nella mente della Chiesa», unicamente nel significato espresso dall'originale latino. E questo fu tutto - anche se non è poco -, poiché il latino, cioè l'originale, scomparve definitivamente.

Come sarà dunque possibile che il celebrante ed i fedeli possano intendere l'autentico significato del testo che stanno leggendo o ascoltando? Chi volesse leggere il testo latino, dovrà infatti andarlo a cercare altrove.

A ridurre ulteriormente la possibilità di una piena percezione del senso autentico originale, si aggiunge la qualità del testo tradotto. L'analisi delle varie traduzioni che via via furono approntate, e che hanno dato origine a quella oggi comunemente in uso, dimostra che essa è di fatto divenuta, in molti casi, un «altro» testo. «Altro» nell'esatto significato non di «mal tradotto», ma proprio di «diverso».

Di questo si è già parlato, a proposito di alcuni casi particolari, sulle pagine di questo giornale nel corso dell'anno 1992. E già l'anno prima era stato pubblicato un volume (1) che, presentando una nuova traduzione di tutte le orazioni del Messale Romano, riconosceva di fatto la scarsa fedeltà della traduzione ufficiale e auspicava la stampa anche del testo latino («È un vero peccato, infatti, che il testo latino oggi non venga più stampato né nei messalini per il popolo né nei messali ad uso dei presidenti delle assemblee liturgiche. Raffrontare la versione all'originale potrebbe, in realtà, costituire un validissimo aiuto per la comprensione delle orazioni che si proclamano e si ascoltano, sia per i sacerdoti che per non pochi fedeli in grado di accedere al latino»: dall'introduzione della curatrice) (2). Il volume è preceduto da una prefazione totalmente discordante di Giuseppe Dossetti, il quale si lamenta che «scorrendo le pagine del nuovo messale [riformato da Paolo VI], appariva subito evidente che si erano fatti solo i primi e timidi passi nel tener conto della nuova cultura, dei bisogni oggettivi del nostro tempo, dei mutati gusti soggettivi e soprattutto dell'interessamento sempre più doveroso e vivo alle esigenze e alle espressioni planetarie» (3).

La recentissima pubblicazione (1995) di un'altra traduzione delle orazioni, questa volta limitata alle collette festive (4), originata dall'«insoddisfazione per l'esistente», cioè l'attuale traduzione italiana, che risulta «deludente, e rivela, quando la si confronta con il latino, aggiunte, eliminazioni, riscritture del testo che non rispettano sempre quella trama delicata fatta di parole chiave e di rapporti strutturali» (5), è un'occasione per valutare criticamente ancora una volta, mediante l'analisi comparativa di questi testi, l'operato dei traduttori che hanno preparato la versione ufficiale.

Premettiamo in sintesi ai testi commentati una sequenza cronologicamente ordinata di fatti, interventi e documenti significativi, per una migliore comprensione storica di come si sia giunti alla situazione attuale.

La redazione del nuovo testo latino delle orazioni del Messale Romano

La revisione dei testi liturgici, secondo quanto aveva stabilito il Concilio Vaticano II con la Costituzione Sacrosanctum Concilium, fu svolta dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia (6). Una attenzione particolare fu data alle orazioni, che il gruppo di studio 18 bis (diretto da padre Placido Bruylants, benedettino di Mont-César [Lovanio], con segretario Giovanni Lucchesi; i membri erano André Rose, Walter Durig, Henry Ashworth, Juan A. Gracias, Antoine Dumas) revisionò tutte in una adunanza tenuta a Lovanio dal 5 all'11 aprile 1965, quando il Consilium non si era ancora pronunciato sui criteri da adottare, cosa che fece solo nella sua settima adunanza generale (6-14 ottobre 1966, in particolare l'ultimo giorno), stabilendo i seguenti principi: «La revisione sarà fatta in base al criterio di aumentare il numero dei testi, in modo da evitare le numerose e non necessarie ripetizioni che si riscontrano oggi; di rivedere i testi sugli originali, restituendo la pienezza di significato, anche teologico, qualche volta alterato; di sostituire opportunamente espressioni che oggi hanno perso gran parte del loro significato (ad esempio il solo accenno al digiuno corporale nelle orazioni della quaresima) con altre più consentanee alle condizioni di oggi. Il numero delle orazioni potrà essere aumentato non soltanto riprendendo testi dei sacramentari ma anche componendone di nuovi attraverso una oculata centonizzazione, che utilizzi e congiunga opportunamente tra loro elementi di orazioni diverse, esistenti negli stessi sacramentari».

Il 18 ottobre padre Bruylants, appena ritornato nella sua abbazia di Mont-César, fu stroncato da collasso cardiaco; gli successe come relatore del gruppo di studio presso il Consilium Dumas. Il gruppo di studio lavorò con ampia autonomia per altri due anni, tanto che il Consilium ritornò ad esaminare le ultime questioni relative ai testi delle orazioni l'8 ottobre 1968, nella sua undicesima adunanza, quando ormai i libri liturgici erano praticamente pronti e già cominciavano ad essere approntate le prime traduzioni. Un'ultima e definitiva revisione del lavoro relativo alle orazioni della messa fu compiuto con la collaborazione di padre Braga e in collegamento con la Congregazione per la dottrina della fede.

Con la Costituzione apostolica Missale Romanum Paolo VI promulgò, il 3 aprile 1969, il nuovo Messale.

Dal latino all'italiano

Mentre si andava preparando il nuovo testo latino del Messale Romano, una serie di successivi passaggi con sempre più estese concessioni rendeva prima possibile, poi comune e generalizzato l'uso, nella liturgia, della lingua italiana.

Il dettato del Concilio Vaticano II, pur concedendo per alcuni casi la possibilità della lingua volgare, raccomandava esplicitamente l'uso del latino: «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini» (costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 36); «Si abbia (...) cura che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'Ordinario della Messa che spettano ad essi» (ibidem, n. 54). Le cose cambiarono abbastanza rapidamente. Già l'Istruzione Inter Oecumenici della sacra Congregazione dei riti del 26 settembre 1964 (n. 40 b) parlava di traduzione, stabilendo che: «La preparazione delle traduzioni dei testi liturgici sia demandata, di preferenza, alla commissione liturgica, della quale all'art. 44 della costituzione e al n. 44 di questa Istruzione, con l'aiuto, per quanto è possibile, dell'istituto di liturgia pastorale. Se tale commissione non esiste, si affidi il compito della traduzione a due o tre vescovi, i quali si scelgano delle persone, laici compresi, che siano esperti in sacra scrittura, liturgia, lingue bibliche, latino, lingua volgare e musica. Infatti una perfetta traduzione dei testi liturgici deve soddisfare simultaneamente a parecchie esigenze».

Tra il 1965 e il 1968 si giunse, attraverso vari momenti, alla concessione del volgare per tutto il Messale Romano (nel 1974 la concessione fu estesa anche per la liturgia delle ore).

La preparazione delle traduzioni: l'isolamento di Paolo VI nella difesa della tradizione

Sui rischi insiti nel procedimento di traduzione in lingua volgare dei testi liturgici così scriveva nel 1965 Jacques Maritain a papa Montini: «In realtà il primo dovere di un traduttore, che non sia un traditore, è sempre, anche se l'autore è un autore profano, ma soprattutto quando si tratta di un testo ispirato o di un testo liturgico, di rispettare la parola che è stata impiegata dall'autore (e che questi, o lo Spirito che l'ha ispirato, ha avuto le sue ragioni per scegliere al posto di ogni altra) e di cercarne un equivalente esatto, fosse anche a prezzo dell'oscurità: oscurità inevitabile, oscurità benedetta, perché essa è l'ombra portata, sul nostro linguaggio umano, dalla grandezza delle cose divine. (...) La questione, per me, non verte dunque assolutamente sul principio. Verte sull'applicazione e sul modo con cui, di fatto, il testo sacro è tradotto. (...) Il pericolo più grande al quale ogni traduttore è esposto deriva dal fatto che in generale il traduttore stima suo dovere rendere chiaro al lettore il testo da tradurre. Di conseguenza egli si sforzerà, traducendo, di pensare alla sua maniera - e più chiaramente che l'autore non abbia fatto quando ha scritto - ciò che l'autore ha detto. Da ciò molti contro-sensi e molte insulsaggini. (...) In breve, si assisterà ad una terrestralizzazione progressiva del cristianesimo, favorita dal linguaggio stesso nel quale esso si esprime, senza parlare del rinforzo dato da certi pseudo-teologi o pseudo-esegeti, e dal primato decisamente dato all'azione, alla praxis».

È comprensibile dunque l'accorata preoccupazione che l'anno seguente Paolo VI così esprimeva a proposito della richiesta di utilizzare la lingua volgare per la liturgia delle ore, nella lettera del 15 agosto 1966 ai Moderatores generales religionum clericalium chori obligatione adstrictarum (il testo originale è in latino): «Per il bene che vi vogliamo e per la stima che abbiamo di tutti voi, non vogliamo permettere quello che può causare una caduta più in basso, recarvi danno e, certamente, sarebbe di dolore e di afflizione per tutta la Chiesa. Lasciate che noi difendiamo i vostri interessi anche contro la vostra stessa volontà. Da quella stessa Chiesa, che per utilità pastorale, cioè per il bene dei fedeli che non conoscono il latino, ha permesso la liturgia in volgare, voi avete ricevuto il mandato di conservare dignità, bellezza, gravità all'ufficio corale, sia per la lingua che per il canto. Perciò, accettate di buon grado e sinceramente il richiamo, suggerito vi non da un amore eccessivo per le antiche usanze, ma da paterna carità nei vostri confronti, e consigliato da amorevole attenzione per il culto divino».

L'anno ancora seguente, 1967, una lettera circolare del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia ai presidenti delle conferenze episcopali, del 21 giugno, a firma del cardinale Giacomo Lercaro, fissava i criteri da seguire per l'approntamento delle traduzioni dei testi liturgici: «Si deve preparare una traduzione nuova, accurata, degna. Inoltre la traduzione deve essere letterale e integrale (il corsivo è originale, N.d.A.). Si devono prendere i testi come sono, senza mutilazioni o semplificazioni di alcun genere. L'adattamento all'indole della lingua parlata deve essere sobrio e discreto. I periti accettino di buon grado questa norma, la cui applicazione è necessaria attualmente»; e però aggiungeva: «Non è opportuno bruciare le tappe. Quando verrà il momento di nuove creazioni, allora non sarà più necessario sottostare alle strettezze della traduzione letterale. Ma, per ora, siamo ancora al punto in cui si deve scoprire meglio tutta la ricchezza del patrimonio liturgico e viverne».

Si era dunque già aperto un pericoloso varco a favore di «nuove creazioni». Per salvaguardare la fedeltà ai testi originali, il 13 luglio di quell'anno Paolo VI fece richiedere dalla segreteria di stato al Consilium, di cui era allora segretario monsignor Annibale Bugnini. un nuovo documento che fissasse la seguente norma: «I messali sia quotidiani sia festivi abbiano sempre, benché con carattere più piccolo, il testo latino accanto alla traduzione in lingua volgare».

Dunque, anche se nel 1967 la «traduzione letterale» era qualcosa che i responsabili dell'attuazione della riforma dei testi liturgici (Lercaro e Bugnini) ritenevano di dovere, in un futuro, superare, il mantenimento, nel testo a stampa, dell'originale latino avrebbe consentito a sufficienza il rispetto dell'autentico significato dei testi, dando a tutti la possibilità del confronto. Il successivo 10 agosto 1967 fu pubblicata, in seguito alla richiesta di Paolo VI, questa significativa comunicazione del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia ai presidenti delle conferenze episcopali, approvata dallo stesso Paolo VI il 4 agosto precedente, a firma di Bugnini, a proposito della traduzione in volgare del Canone romano (il testo originale è in francese): «1. La versione da preparare, unica se si tratta di lingua parlata in vari paesi, renda fedelmente il testo del canone romano, senza variazioni, né omissioni, né aggiunte che la rendano difforme dal testo latino. 2. La lingua sia quella normalmente in uso nei testi liturgici, evitando le forme troppo classiche o troppo moderne. (...) 5. È desiderio del Santo Padre che i messali, sia quotidiani che festivi, in edizione integrale o parziale, portino sempre a lato della versione in lingua volgare il testo latino, su doppia colonna, o a pagine rispondenti, e non in fascicoli o libri separati, a norma della Istruzione «Inter Oecumenici del 26 settembre 1964, n. 57 del Decreto della sacra Congregazione dei riti "de Editionibus librorum liturgicorum , del 27 gennaio 1966, n. 5». È però già intuibile, dal distacco che traspare in quest'ultima frase («È desiderio del Santo Padre...»), come fosse mal sopportato l'intervento di Paolo VI, la cui richiesta verrà poi di fatto disattesa, a causa di presunti «motivi tecnici».

Il 25 gennaio 1969, poco prima della promulgazione del testo, in lingua latina, del nuovo Messale Romano riformato (costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969), apparve un importante ed esteso documento ufficiale sulla traduzione dei testi liturgici per la celebrazione con il popolo, l'istruzione del Consilium intitolata Comme le prévoit (il testo originale è in francese), che in 43 paragrafi dettava le norme che i traduttori avrebbero dovuto seguire. Il testo, molto dettagliato ed apparentemente chiarificatore (è ricco di esemplificazioni) lascia invece spazio ad interpretazioni incredibilmente discordanti: se da una parte si richiedono i più avanzati metodi scientifici e un accurato studio filologico, sottolineandosi la necessità di una fedeltà totale al testo latino (nn. 9, 32, 33), dall'altra si introduce un parallelo concetto di traduzione «libera»; ad esempio sulle orazioni si dice in particolare (n. 34): «Le "orazioni" (colletta, preghiera sopra le offerte, dopo la comunione, orazione sul popolo) dell'antico patrimonio romano, molto concise e piene di idee, potranno essere tradotte più liberamente: ne siano conservate le idee, ma ampliandone con moderazione - se ve n'è bisogno - la formulazione, per meglio "attualizzarne" il contenuto alla celebrazione e alle esigenze di oggi. Si eviti, in ogni caso, il superfluo e ogni forma ampollosa». L'ultimo paragrafo dell'istruzione (n. 43) ribadisce la «necessità di nuove creazioni»; e si trovano anche, in altre parti del testo, alcune affermazioni che schiudono sorprendentemente le porte all'arbitrio interpretativo: «Talvolta, è la concezione stessa delle realtà espresse che è difficile a comprendere, sia perché è uno choc al senso cristiano attuale (per esempio "terrena despicere", oppure "ut inimicos sanctae Ecclesiae humiliare digneris"), sia perché non tocca più i nostri contemporanei (per esempio certe espressioni antiariane), sia perché non si presta alla preghiera attuale (per esempio certe allusioni a forme penitenziali non più praticate). In questi casi, non basta sopprimere ciò che non va, bisogna trovare come esprimere nel linguaggio attuale realtà evangeliche equivalenti» (n. 24 c). Come si vede, Maritain era stato facile profeta nell'indicare i rischi che avrebbero corso i testi liturgici.

Intervenne allora ancora Paolo VI, che il 7 febbraio di quell'anno, nel discorso (pubblicato il giorno successivo su L'Osservatore Romano) ai partecipanti al convegno organizzato dalla Commissione liturgica nazionale italiana disse: «Lavorare bene vorrà dire elaborare alla perfezione - sottolineiamo alla perfezione (il corsivo è originale, N.d.A.) - le traduzioni dei testi liturgici, tanto più ora che ci si addentra nell'augusto, austero, sacro, venerando, tremendo recinto delle Preci eucaristiche, che anticamente la "Disciplina dell'Arcano" volle protette per lungo tempo dall'indiscretezza e dalla profanità, e che meritano perciò tutta la più sensibile attenzione della pietà, della dottrina, dell'espressione letteraria in lingua volgare. A questo riguardo, sarà opportuno procedere con pazienza, senza fretta, e soprattutto con qualche umiltà, chiedendo la collaborazione di molti, non solo di teologi e liturgisti, ma anche di letterati e di stilisti, affinché le traduzioni siano documenti di riconosciuta e spoglia bellezza, che possano sfidare l'usura impietosa del tempo con la proprietà, l'armoniosità, l'eleganza, la ricchezza dell'espressione e della lingua, in piena corrispondenza con l'interiore ricchezza del contenuto».

Ma l'intervento di Paolo VI - che appare, a chi analizza tutto lo svolgersi di queste vicende, di una drammatica impotenza - non servì ad arrestare il processo di abbandono del testo latino, avviato dai riformatori; il 10 novembre di quello stesso anno, la sacra Corigregazione per il culto divino fissò le facoltà delle conferenze episcopali per le versioni in volgare dei nuovi testi liturgici, permettendo l'inserimento di nuove formule, e regolamentando la questione della stampa del testo latino in maniera limitativa rispetto a quanto chiesto due anni prima da Paolo VI: «ln editionibus Missalis Romani usui liturgico destinatis, quae textum popularem exhibent, textus latinus non erit necessario imprimendus» («Nelle edizioni del Messale Romano destinate all'uso liturgico, che presentano il testo tradotto, non dovrà essere necessariamente stampato il testo latino»). Così il testo latino scomparirà normalmente dai messali, anche in appendice.

Intanto, verso la fine di quello stesso anno 1969, venne pubblicata la prima traduzione «tipica» e ufficiale in lingua italiana, limitata al solo rito della messa, obbligatoria dal 30 novembre 1969. Nove mesi dopo (5 settembre 1970), nella Terza Istruzione per la esatta applicazione della Costituzione sulla sacra Liturgia Liturgicae Instaurationes della sacra Congregazione dei riti (prefetto cardinale Benno Gut, segretario Annibale Bugnini) non si parla ormai più della traduzione «letterale» richiesta tre anni prima: «La comprensione della riforma liturgica esige ancora che sia compiuto un grande sforzo per la dignitosa traduzione in lingua volgare e pubblicazione dei libri liturgici rinnovati. Essi devono essere tradotti integralmente e sostituire altri libri rituali particolari precedentemente in uso. Se la conferenza episcopale ritiene necessario od opportuno aggiungere altre formule, o apportare alcuni adattamenti, questi siano introdotti dopo l'approvazione della Santa Sede e vengano contraddistinti dal testo tipico latino con un particolare segno a stampa. A questo riguardo sarà opportuno procedere senza fretta, chiedendo la collaborazione di più persone, non solo teologi e liturgisti, ma anche letterati e stilisti, affinché le traduzioni siano documenti di riconosciuta bellezza, che possano sfidare l'usura del tempo con la proprietà, l'armonia, l'eleganza, la ricchezza dell'espressione e della lingua, in piena corrispondenza con l'interiore ricchezza del contenuto» (n. 11). Ciò che Paolo VI aveva chiesto è dunque dimenticato; non però le sue parole, trafugate, con una vera e propria azione di tradimento filologico, per dire il contrario del suo pensiero: viene infatti riproposta alla lettera la stessa frase da lui pronunciata l'anno precedente (vedi sopra), sopprimendovi l'accenno all'umiltà richiesta ai traduttori.

Le traduzioni italiane ufficiali

Il testo italiano potrà dunque (specie nelle «orazioni», come previsto nelle disposizioni del 1969), discostarsi dalla lettera di quello latino. E ciò che accade nei fatti: meno di due mesi più tardi esce la prima traduzione italiana completa, approvata dalla sacra Congregazione per il culto divino come traduzione ad interim e di uso facoltativo (28 ottobre 1970), largamente discordante - anche ad una sommaria analisi - dal testo latino. Sulle 68 orazioni collette considerate, si possono contare sulle dita di una mano quelle che non hanno subito variazioni sostanziali rispetto all'originale. Tecnicamente si possono indicare, in questo vasto campione, quattro tipi di modifiche operate dai traduttori, riscontrabili anche più volte nella medesima orazione:

1) l'aggiunta di termini non presenti nell'originale;

2) l'omissione di termini in esso presenti;

3) una traduzione "interpretativa" di singoli vocaboli o di espressioni;

4) lo stravolgimento della struttura della frase, con la trasformazione di frasi passive in attive e viceversa, oppure con la variazione del soggetto dell'azione.

Sostanzialmente, si nota un frequente appiattimento dei significati, con l'esclusione di vocaboli specifici (ad esempio «grazia») e la loro sostituzione con altri più generici (in questo caso «amore»). Sono anche notevoli alcune trasformazioni di prospettiva (ad esempio «cercare» invece di «aderire») o di tempo (azioni compiute che diventano intenzioni più o meno future).

Talvolta - e questo è ancor più sconcertante - l'infedeltà al testo originale non si giustifica nemmeno con una presunta difficoltà di rendere pienamente il senso del termine latino, ma appare causata da un gusto letterario o progetto ideologico per la variatio. In questa traduzione si percepisce chiaramente il tributo versato ad un certo clima culturale dell'epoca, e l'illusoria pretesa di volersi adattare a presunti criteri di modernità. Secondo quell'illusione distruttiva che cioè bastasse cambiare parole per attirare gli uomini di oggi al cristianesimo. Se non è possibile dire se ci sia stata volontaria coscienza di quanto si veniva operando, certamente è evidente che la mancanza di quella umiltà che aveva richiesto e implorato Paolo VI rese non intelligenti di cosa fosse realmente l'inimmaginabile scristianizzazione moderna.

Quanto detto per la traduzione del 1970 è ancor più evidente nella traduzione preparata per la prima edizione «tipica» ufficiale del Messale Romano in lingua italiana, approvata dalla sacra Congregazione per il culto divino il 29 novembre 1972 e pubblicata il 10 giugno 1973. Questa traduzione, che ha come base di partenza quella del 1970, in qualche caso sembra migliorarla (ad esempio nella domenica II di Pasqua, nella XVI e XXVI del tempo ordinario viene reintegrata la parola «grazia»; nella festa di Maria Madre di Dio scompare la locuzione «Vergine Madre»; nella domenica VI di Pasqua e in quelle IV, XXIX e XXXIII del tempo ordinario scompaiono termini senza rispondenza in latino quali «atteggiamento», «stile di vita», «impegno cristiano»), ma più spesso la peggiora, inserendo concetti astratti («il Cristo» al posto di «Cristo», nella domenica I di Avvento, domenica delle Palme, domeniche IV e VI di Pasqua; «sentiamo in noi» invece di «sperimentiamo», nella festa del Corpus Domini) o sostituendo l'impegno umano all'intervento gratuito di Dio («attuare propositi nella nostra vita» nella domenica X del tempo ordinario; «continua ricerca» nella domenica XVII del tempo ordinario).

Non resta che salvaguardare l'essenziale perché i sacramenti siano validi

Il danno procurato da queste traduzioni è, come si è detto, accentuato dalla pratica impossibilità di poterle confrontare con il testo latino, che alla fine non comparirà a stampa né accanto, né in appendice al testo italiano.

In una lettera circolare della sacra Congregazione per il culto divino ai presidenti delle conferenze episcopali sulle traduzioni delle formule sacramentali (Dum toto terrarum), datata 25 ottobre 1973, si sente infatti addirittura il bisogno di prevedere una esplicita normativa per casi in cui si è giunti a modificare le parole essenziali dei sacramenti: «Se le formule che toccano l'essenza dei sacramenti non sono tradotte alla lettera, si devono portare le ragioni in base alle quali si son fatti dei cambiamenti rispetto al testo latino». Anzi, di fronte a tale licenza sarà necessaria una dichiarazione della sacra Congregazione per la dottrina della fede (Instauratio liturgica, del 25 gennaio 1974, a firma del prefetto cardinale Franjo Seper e del segretario Jean Jéròme Hamer), che affermerà, così che almeno l'essenziale venga salvato: «La Sede Apostolica (...) approva e conferma [le versioni in lingua volgare delle formule sacramentali] stabilendo, nello stesso tempo, che il significato da intendersi per esse è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall'originale testo latino».

Da allora, almeno per quel che riguarda la traduzione italiana, nulla o quasi è cambiato. La seconda edizione del Messale Romano riformato, in italiano, del 1983 (quella attualmente utilizzata), apporta solo poche e secondarie varianti, la maggiore delle quali è l'insistenza sul termine «Padre», che spesso sostituisce - non conformemente al testo latino - «Dio» o «Signore» (per esempio: domeniche IV e V di Quaresima; Ascensione; festa di Pentecoste; domenica XVIII del tempo ordinario).

Le due nuove traduzioni italiane

Le traduzioni italiane preparate nel 1991 da Maria Teresa Francesca Lovato e nel 1995 da Domenico Pezzini si possono invece definire «letterali»; sia per il rispetto della valenza delle singole espressioni, sia per l'aderenza alla struttura della frase latina.

Queste due traduzioni (pur con evidenti limiti: per esempio, nella traduzione del 1995, colletta dell'Epifania, «revelasti» è tradotto con «hai condotto alla visione») sono la dimostrazione che nelle versioni ufficiali del 1970, 1973 e 1983, se il criterio fosse stato quello dell'assoluta fedeltà al testo latino, si sarebbe ottenuto un risultato migliore.

Traduzioni a confronto

DOMENICA II DOPO NATALE

Testo latino
Omnipotens sempiterne Deus, fidelium splendor animarum, dignare mundum gloria tua implere benignus, et cunctis populis appare per tui luminis claritatem.

Traduzione italiana 1970
Dio, luce dei credenti, riempi della tua gloria il mondo intero, e rivèlati a tutti i popoli nello splendore della tua verità.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
O Dio onnipotente ed eterno, luce dei credenti, riempi della tua gloria il mondo intero, e rivèlati a tutti i popoli nello splendore della tua verità.

Traduzione italiana 1991
Dio onnipotente ed eterno, splendore delle anime fedeli, degnati benigno di riempire il mondo della tua gloria, e mostrati a tutti i popoli con il fulgore della tua luce.

Traduzione italiana 1995
Dio onnipotente ed eterno, splendore delle anime fedeli, dégnati nella tua bontà di riempire il mondo con la tua gloria, e rivèlati a tutti i popoli nella chiarità della tua luce.

- Sia l'espressione fidelium splendor animarum che quella tui luminis non sono rese letteralmente nelle traduzioni del 1970, 1973 e 1983 (che riportano «luce dei credenti» e «della tua verità»).

EPIFANIA

Testo latino
Deus, qui hodierna die Unigenitum tuum gentibus stella duce revelasti, concede propitius, ut qui iam te ex fide cognovimus, usque ad contemplandam speciem tuae celsitudinis perducamur.

Traduzione italiana 1970
O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai manifestato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti conosciamo per la fede, a contemplare la tua gloria.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria.

Traduzione italiana 1991
Dio, che in questo giorno, mediante la guida di una stella, hai rivelato alle genti il tuo Unigenito, concedi propizio, che, avendoti già conosciuto per la fede, siamo condotti fino a contemplare la bellezza della tua sublimità.

Traduzione italiana 1995
O Dio, che in questo giorno hai condotto le genti, sotto la guida della stella, alla visione del tuo Figlio unigenito, ti preghiamo: conduci anche noi, che ti abbiamo conosciuto nella fede, fino alla contemplazione della tua eccelsa bellezza.

- L'espressione speciem tuae celsitudinis è resa non letteralmente dalla traduzione del 1970 con «la tua gloria» da quelle del 1973 e 1983 con «la grandezza della tua gloria».


ASCENSIONE

Testo latino
Fac nos, omnipotens Deus, sanctis exsultare gaudiis, et pia gratiarum actione laetari, quia Christi Filii tui ascensio est nostra provectio, et quo processit gloria capitis, eo spes vocatur et corporis.

Traduzione italiana 1970
Dio onnipotente, guarda la tua Chiesa che esulta e ti rende grazie in questa liturgia di lode, poiché in Cristo che ascende al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te: concedi a noi, membra del suo corpo, di vivere la speranza che ci chiama a seguire il nostro capo nella gloria.

Traduzione italiana 1973
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, Signore, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché in Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro Capo nella gloria.

Traduzione italiana 1983
Esulti di santa gioia la tua Chiesa. o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria.

Traduzione italiana 1991
Fa', Dio onnipotente, che esultiamo di santa gioia e ci rallegriamo con devota azione di grazie. perché l'ascensione di Cristo tuo Figlio è nostra esaltazione, e là dove è giunta la gloria del capo è chiamata anche la speranza del corpo.

Traduzione italiana 1995
Fa', o Dio onnipotente, che esultiamo di gioia santa e ci rallegriamo in un devoto rendimento di grazie, perché l'ascensione di Cristo tuo Figlio è anche la nostra elevazione, e là dove è arrivata la gloria del capo è pure chiamata la speranza del corpo.

- La frase fac nos exsultare, che ha come soggetto agente Dio, viene resa diversamente nelle traduzioni del 1970, 1973 e 1983, dove si riferisce l'azione alla Chiesa; la frase chiaramente affermativa et quo processit gloria capitis, eo spes vocatur et corporis viene resa, oltre che non letteralmente, anche con un diverso senso rivolto al futuro. La traduzione del 1983 rende omnipotens Deus con «Padre».


VIGILIA DI PENTECOSTE

Testo latino
Omnipotens sempiterne Deus, qui paschale sacramentum quinquaginta dierum voluisti mysterio contineri, praesta, ut, gentium facta dispersione, divisiones linguarum ad unam confessionem tui nominis caelesti munere congregentur.

Traduzione italiana 1970
O Dio onnipotente ed eterno, che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua nel tempo sacro dei cinquanta giorni, rinnova il prodigio della Pentecoste: fa' che i popoli dispersi si riuniscano insieme e le diverse lingue proclamino con una sola fede la gloria del tuo nome.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
O Dio onnipotente ed eterno, che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua nel tempo sacro dei cinquanta giorni, rinnova il prodigio della Pentecoste: fa' che i popoli dispersi si riuniscano insieme e le diverse lingue si uniscano a proclamare la gloria del tuo nome.

Traduzione italiana 1991
Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto che il mistero pasquale fosse racchiuso nel sacramento di cinquanta giorni, fa' che le lingue divise in seguito alla dispersione dei popoli, per dono celeste, si raccolgano nell'unica confessione del tuo nome.

Traduzione italiana 1995
Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto racchiudere il sacramento della Pasqua nel mistero dei cinquanta giorni, effondi sulle genti disperse il dono del cielo, così che le lingue divise si radunino a celebrare insieme il tuo nome.

- Nelle traduzioni del 1970, 1973 e 1983 non viene resa la parola sacramentum, che diventa "celebrazione"; viene omesso il verbo voluisti; viene omessa la frase caelesti munere, sostituita da "rinnova il prodigio della Pentecoste".


CORPUS DOMINI

Testo latino
Deus, qui nobis, sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribue, quaesumus, ita nos Corporis et Sanguinis tui sacra mysteria venerari, ut redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus.

Traduzione italiana 1970
Signore Gesù Cristo, che nell'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, concedi a noi di partecipare con fede al santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, e di sperimentare sempre in noi i benefici della tua redenzione.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa' che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.

Traduzione italiana 1991
Dio, che in questo mirabile sacramento ci hai lasciato la memoria della tua passione, concedici, ti preghiamo, di venerare i santi misteri del tuo corpo e del tuo sangue così da sperimentare incessantemente in noi il frutto della tua redenzione.

Traduzione italiana 1995
Dio, che in un mirabile sacramento ci hai lasciato la memoria della tua passione, concedici di venerare il sacro mistero del tuo corpo e del tuo sangue così da sperimentare in ogni istante il frutto della tua redenzione.

- La frase latina sub sacramento mirabili passionis tuae non viene resa letteralmente nelle traduzioni del 1970, 1973 e 1983; in particolare è omessa la parola "passione". La traduzione del 1970 trasforma venerari in "partecipare con fede". Le traduzioni del 1973 e 1983 rendono il concreto latino sentiamus ( «sperimentiamo») con un astratto e intimistico "sentire in noi", ed omettono di tradurre l'aggettivo tuae (di Cristo) riferito a "redenzione".

DOMENICA VI DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Deus, qui te in rectis et sinceris manere pectoribus asseris, da nobis tua gratia tales exsistere, in quibus habitare digneris.

Traduzione italiana 1970
Dio, che hai promesso di essere presente in quelli che ti amano e custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora.

Traduzione italiana 1991
Dio, che dichiari di rimanere nei cuori retti e sinceri, donaci di divenire tali per tua grazia, che tu ti degni di abitare in noi.

Traduzione italiana 1995
Dio, che affermi di abitare nei cuori retti e sinceri, concedi a noi, per tua grazia, di poter vivere in modo da essere per te una degna dimora.

- La frase "quelli che ti amano e custodiscono la tua parola", che si trova nelle traduzioni del 1970, 1973 e 1983, non esiste nel testo latino. Le stesse traduzioni omettono l'espressione latina tua gratia, e trasferiscono l'azione del degnarsi di Dio, nella relativa finale, in quella dell'esser reso degno dell'uomo (in altra forma, la stessa modificazione appare anche nella traduzione del 1995).


DOMENICA VII DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Praesta, quaesumus, omnipotens Deus, ut, semper rationabilia meditantes, quae tibi sunt placita, et dictis exsequamur et factis.

Traduzione italiana 1970
Concedi, o Dio onnipotente, che, sempre intenti alla meditazione delle realtà spirituali, possiamo attuare, nelle parole e nelle opere, ciò che a te piace.

Traduzione italiana 1973
Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo attuare nelle parole e nelle opere ciò che è conforme alla tua volontà.

Traduzione italiana 1983
Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere.

Traduzione italiana 1991
Fa', ti preghiamo, Dio onnipotente, che meditando sempre ciò che è retto, compiamo con le parole e con le opere ciò che ti è gradito.

Traduzione italiana 1995
Dio onnipotente, ti preghiamo di concederci che, meditando continuamente ciò che è giusto, riusciamo poi a compiere, con le parole e con i fatti, ciò che ti è gradito.

- L'espressione rationabilia meditantes viene interpratata nella traduzione del 1970 con "intenti alla meditazione delle realtà spirituali"; da quelle del 1973 e 1983 con un altrettanto non corrispondente «attenti alla voce dello Spirito» . La traduzione del 1983 trasforma inoltre il verbo exsequamur ("compiere", "attuare", "seguire") nel molto diverso «conoscere».


DOMENICA VIII DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Da nobis, quaesumus, Domine, ut et mundi cursus pacifico nobis tuo ordine dirigatur, et Ecclesia tua tranquilla devotione laetetur.

Traduzione italiana 1970
Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo i tuoi disegni, nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa possa dedicarsi serenamente al tuo servizio.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio.

Traduzione italiana 1991
Fa', ti preghiamo, Signore che il cammino del mondo proceda per noi nel tuo ordine di pace, e la tua Chiesa gioisca non turbata nella sua pietà.

Traduzione italiana 1995
Concedi, ti preghiamo, Signore, che il mondo segua per noi il suo corso secondo il tuo ordine di pace, e che la tua Chiesa possa gioire nel dedicarsi in tranquillità al tuo servizio.

- Le traduzioni del 1970, 1973 e 1983 trasformano l'espressione pacifico nobis tuo ordine non correttamente in «secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace», omettendo anche il pronome nobis, così che il senso della frase ne risulta cambiato; l'espressione tranquilla devotione laetetur ("gioisca in tranquilla ubbidienza") viene invece resa erroneamente da tutte le traduzioni (il fatto che nelle traduzioni del 1970, 1973 e 1983 il fine non è più la gioia ma la dedizione può suggerire come ipotesi di lettura di tanta parte della riforma liturgica il passaggio dalla prospettiva agostiniana a quella pelagiana).


DOMENICA IX DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Deus, cuius providentia in sui dispositione non fallitur, te supplices exoramus, ut noxia cuncta submoveas, et omnia nobis profutura concedas.

Traduzione italiana 1970
O Dio, che nella tua provvidenza operi sempre secondo un disegno di amore: allontana da noi ogni male, e donaci ogni bene.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male, e dona ciò che giova al nostro vero bene.

Traduzione italiana 1991
Dio, la cui provvidenza non fallisce in ciò che dispone, ti supplichiamo di allontanare da noi tutto ciò che è dannoso e di concederci tutto ciò che è utile.

Traduzione italiana 1995
Dio, la cui provvidenza non fallisce mai nei suoi disegni, ti supplichiamo con forza: rimuovi da noi tutto ciò che ci nuoce, e concedici tutto quanto ci è di giovamento.

- Le traduzioni del 1970, 1973 e 1983 non riportano fedelmente al testo latino la frase cuius providentia in sui dispositione non fallitur, ed omettono l'altra te supplice exoramus.


DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Deus, in te sperantium fortitudo, invocationibus nostris adesto propitius, et, quia sine te nihil potest mortalis infirmitas, gratiae tuae praesta semper auxilium, ut, in exsequendis mandatis tuis, et voluntate tibi et actione placeamus.

Traduzione italiana 1970
Dio, fortezza di quelli che sperano in te, ascolta il grido dell'umanità oppressa da una debolezza mortale: nulla possiamo senza il tuo aiuto; soccorrici con la tua grazia: affinché, sulla via dei tuoi precetti, possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni, e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.

Traduzione italiana 1991
Dio, fortezza di quelli che in fe sperano, sii propizio alle nostre invocazioni, e poiché nulla può senza te la mortale debolezza, dona sempre l'aiuto della tua grazia, perché nel mettere in pratica i tuoi comandamenti possiamo piacerti nel volere e nell'agire.

Traduzione italiana 1995
Dio, che sei la forza di chi spera in te, rispondi con favore alle nostre invocazioni; poiché senza di te noi siamo solo fragilità che muore, continua a offrirci il soccorso della tua grazia, così che nel praticare la tua legge ti diamo gioia nelle intenzioni e nelle azioni.

- La frase latina quia sine te nihil potest mortalis infirmitas non viene resa alla lettera dalle traduzioni del 1970, 1973 e 1983; in particolare le ultime due omettono l'aggettivo mortalis. Anche la frase in exsequendis mandatis tuis viene resa liberamente dalle tre traduzioni, non rendendo l'idea del "seguire". Infine, il termine italiano "intenzioni" non corrisponde esattamente al latino voluntate.


DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Deus, qui, per adoptionem gratiae, lucis nos esse filios voluisti, praesta, quaesumus, ut errorum non involvamur tenebris, sed in splendore veritatis semper maneamus conspicui.

Traduzione italiana 1970
Dio, che con il tuo Spirito di adozione ci hai reso figli della luce, fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore, ma restiamo sempre luminosi per lo splendore della verità.

Traduzione italiana 1973
O Dio, che con il tuo Spirito di adozione ci hai reso figli della luce, fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità.

Traduzione italiana 1983
O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo spirito di adozione, fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità.

Traduzione italiana 1991
Dio, che mediante l'adozione per grazia hai voluto che fossimo figli della luce, fa', ti preghiamo, che non veniamo avvolti dalle tenebre dell'errore, ma rimaniamo sempre manifesti nello splendore della verità.

Traduzione italiana 1995
Dio, donandoci la grazia della tua adozione hai voluto che fossimo figli della luce: concedi, ti preghiamo, che non veniamo avvolti dalle tenebre dell'errore, ma fa' che possiamo sempre irradiare, rimanendovi immersi, lo splendore della verità.

- L'espressione latina per adoptionem gratiae ("mediante l'adozione per grazia") viene resa dalle traduzioni del 1970, 1973 e 1983 senza la parola "grazia".


DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Deus, qui in Filii tui humilitate iacentem mundum erexisti, fidelibus tuis sanctam concede laetitiam, ut, quos eripuisti a servitute peccati, gaudiis facias perfrui sempiternis.

Traduzione italiana 1970
O Dio, che per l'umiliazione del tuo Figlio hai risollevato il mondo, donaci la tua gioia: affinché, liberi dall'oppressione della colpa, possiamo godere la felicità senza fine.

Traduzione italiana 1973
O Dio, che con l'umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l'umanità dalla sua caduta, concedi a noi tuoi fedeli una rinnovata gioia pasquale, perché, liberati dall'oppressione della colpa, possiamo partecipare alla felicità eterna.

Traduzione italiana 1983
O Dio, che nell'umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l'umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall'oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna.

Traduzione italiana 1991
Dio, che nell'abbassamento del tuo Figlio hai sollevato il mondo che giaceva prostrato, concedi ai tuoi fedeli una letizia santa, e fa' che quanti hai strappato dalla schiavitù del peccato godano le gioie eterne.

Traduzione ha liana 1995
Dio, che nell'umiltà del tuo Figlio hai fatto sorgere il mondo che giaceva prostrato, dona ai tuoi fedeli una santa letizia, così che dopo averci strappato alla schiavitù del peccato, tu ci faccia godere delle gioie eterne.

- La traduzione del 1970 omette le parole iacentem, sanctam e fidelibus tuis; il latino laetitiam viene espanso dalle traduzioni del 1973 e 1983 in "una rinnovata gioia pasquale"; tutte e tre le traduzioni rendono il latino peccatum con "colpa". Infine l'azione dinamica significata dal latino eripuisti ("hai strappato") viene resa dalla traduzione del 1970 con lo statico e passivo "liberi"; la traduzione del 1973 fa un passo verso il significato latino traducendo con "liberati"; quella del 1983 ritorna invece a "liberi".


DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Propitiare, Domine, famulis tuis, et clementer gratiae tuae super eos dona multiplica, ut, spe, fide et caritate ferventes, semper in mandatis tuis vigili custodia perseverent.

Traduzione italiana 1970
Mostraci, o Dio, la tua misericordia, e riversa su di noi le ricchezze del tuo amore: perché, animati da fede, speranza e carità, restiamo sempre fedeli alla tua legge.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di fede, speranza e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.

Traduzione italiana 1991
Sii propizio, Signore, ai tuoi servi, e clemente moltiplica su di loro i doni della tua grazia, perché ferventi di speranza, fede e carità perseverino sempre, custodendoli con vigilanza, nei tuoi comandamenti.

Traduzione italiana 1995
Sii propizio, o Signore, con chi si è messo al tuo servizio, e nella tua clemenza moltiplica su noi i doni della tua grazia, così che infiammati di speranza, fede e carità, possiamo perseverare, con vigile attenzione, nel praticare i tuoi comandamenti.

- La traduzione del 1970 trasforma il latino gratiae tuae in "del tuo amore"; le traduzioni del 1970, 1973 e 1983 omettono l'espressione latina vigili custodia.


DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO

Testo latino
Protector in te sperantium, Deus, sine quo nihil est validum, nihil sanctum, multiplica super nos misenicordiam tuam, ut, te rectore, te duce, sic bonis transeuntibus nunc utamur, ut iam possimus inhaerere mansuris.

Traduzione italiana 1970
O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo: effondi su di noi la tua misericordia, affinché, da te sorretti e guidati, usiamo dei beni di questo mondo che passa, aderendo saldamente alle realtà perenni.

Traduzione italiana 1973 = Traduzione italiana 1983
O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo, effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.

Traduzione italiana 1991
Dio, protettore di chi spera in te, senza il quale nulla è saldo, nulla santo, moltiplica su di noi la tua misericordia, perché con il tuo governo e la tua guida usiamo qui dei beni che passano in modo tale da potere già ora aderire a quelli eterni.

Traduzione italiana 1995
Dio, che proteggi chi spera in te, senza dite nulla è valido, nulla è santo: moltiplica su noi la tua misericordia, perché sotto la tua direzione e la tua guida sappiamo usare dei beni che passano così da rimanere già ora attaccati a quelli che restano.

- Sia la traduzione del 1970 che quelle del 1973 e 1983 modificano notevolmente il testo latino. Il verbo multiplica viene reso, non nel suo pieno significato, con "effondi", la traduzione del 1970 espande il participio transeuntibus nella frase "di questo mondo che passa", mentre le traduzioni del 1973 e 1983 lo ignorano; sempre la traduzione del 1970 rende bonis mansuris con un poco chiaro "le realtà perenni". Infine varia di significato, nella traduzione, la frase latina ut iam possimus inhaerere mansuris: le traduzione del 1970 ne elimina il carattere di conseguenza della domanda rendendola con un semplice participio ("aderendo saldamente"); le traduzioni del 1973 e 1983 la fraintendono del tutto rendendola con la frase «nella continua ricerca di», concettualmente diversa.

________

Note

1. M.F.T. Lovato, Orazionale Romano, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 1991.

2. Ibidem, p. 27.

3. Ibidem, p. V.

4. D. PEZZINI, Oremus. Le collette delle domeniche e delle feste. Spunti per la meditazione, Edizioni Dehoniane, Bologna 1995.

5. Ibidem, p. 5.

6 Per una migliore comprensione delle vicende si riprende qui quanto già descritto nel quarto articolo di questa raccolta (Via il concreto, dentro l'astratto), Altri brani, più oltre, riprendono quanto già pubblicato nel secondo articolo (Tradotti e traditi).

 

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