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Seminario di studio:

HANDICAP e SESSUALITA'

Torino 22 novembre 1997 - Galleria d'Arte Moderna

"Diritto alla sessualità come diritto alla qualità della vita

tra esperienza e progetto"

di Giancarlo Posati

 

 

SECONDO ME IL SESSO…, OVVERO IL RUOLO DELLA SESSUALITA' PER LO SVILUPPO PSICO-FISICO E SOCIALE DELL'ESSERE UMANO.

MIRACOLO: ANCHE I DISABILI SONO MASCHI E FEMMINE!

DAL DIRITTO ALLA SESSUALITA' ALLA POSSIBILITA' DI AMARE ED ESSERE AMATI

DAL RUOLO DI HANDICAPPATO AD UNA VITA NORMALMENTE FELICE: UN'ESPERIENZA PERSONALE AL MASCHILE.

DALLA DISABILITA' COME ESCLUSIONE E LIMITE ALLA DISABILITA' COME POSSIBILITA' DI ARRICCHIMENTO CREATIVO: ASSUMERSI LA RESPONSABILITA' E IL PROGETTO DALLA PROPRIA REALIZZAZIONE.

 

 

SECONDO ME IL SESSO…, OVVERO IL RUOLO DELLA SESSUALITA' PER LO SVILUPPO PSICO-FISICO E SOCIALE DELL'ESSERE UMANO.

Dal titolo di questa relazione non si evidenzia volutamente alcun collegamento della sessualità con la disabilità e l'handicap; ritengo infatti che il diritto all'espressione della propria sessualità sia un diritto inalienabile di ogni uomo e/o donna, di ogni persona di questo pianeta, per una vita che possa veramente chiamarsi ed essere integralmente "umana" nella sua accezione qualitativamente più vasta.

Per sessualità in questo contesto s'intende la possibilità e la capacità di una presa di coscienza della propria ed altrui identità, di sentire, sperimentare e farsi protagonisti di processi di percezione, comunicazione, scambio, coinvolgimento, sviluppo, auto ed etero diretti.

Il percepirsi come essere sessuato, con tutte le sue implicazioni psicologiche, fisiche, sociali, l'esprimersi come essere sessuale, dallo sguardo ammiccante e seducente che esprime interesse e disponibilità ai mille messaggi che il corpo inventa per capire e farsi capire, dal più furtivo degli sfioramenti fino al più coinvolgente degli amplessi, dalla cenestesi di base al piacere artistico e mistico: tutto questo ed anche questo è sessualità.

Sessualità non è quindi solo genitalità, ma anche e imprescindibilmente genitalità, corporeità, eros, forza vitale positiva, solare, espansiva, che da vita alla vita e colori all'infinito dipinto dell'universo che ci circonda.

Io non saprei concepire la mia vita senza questa sua intrinseca dimensione, e sfido chiunque a farlo, a credersi "angelo", essere asessuato, a non tenere conto di questa forza potente e imperiosa che nasce dal più profondo del nostro essere.

E' vero, noi umani, al contrario degli altri animali più in basso nella scala evolutiva, siamo sganciati dalla fissità istintuale, possiamo variamente modulare questa forza, possiamo sublimarla, farle assumere i mille volti della fertile creatività umana, ma essa rimane sostanzialmente integra nella sua prepotente funzione di determinatrice e propagatrice di vita, di essenza stessa della vita.

Proprio perché negli esseri umani la sessualità è relativamente libera da rigidi paradigmi ed è co-determinata da un'insieme di fattori, di variabili, di influssi (non solo biologici ma anche sociali, culturali, ecc.) essa è particolarmente esposta ad incidenti di percorso, a blocchi involutivi, a diventare "problema" invece che "risorsa", limitante condizionamento invece che gioioso, prorompente esercizio di libertà.

La sessualità rischia così di diventare "handicappata", monca, deforme, e di rendere in-valido, in-felice, l'essere umano che in quel determinato contesto sperimenta in se queste limitazioni o distorsioni. Questo non tanto perché quella persona "è fatta così" e quindi presenta suoi caratteri specifici caratteristici astoricamente determinati, ma bensì perché si trova a vivere un limitante contesto (che può essere fisiologico, psicologico, sociale e così via) che ne condiziona pesantemente l'esistenza, il suo essere al mondo.

Non c'è quindi la "sessualità degli handicappati" (con tutti i bei dissezionamenti tra fisici, psichici, psichiatrici, sensoriali, congeniti, acquisiti, ecc., ecc., che fanno la gioia e la fortuna di "esperti", "ricercatori" e speculatori vari, pronti a predicare come dovrebbe "necessariamente" andare il mondo), ma c'è la sessualità, tale e quale, che in quel caso e per quelle condizioni registra un deficit, un problema, una deviazione.

Ciò presuppone, ovviamente, la definizione di ciò che è o dovrebbe essere una "sessualità normale": ma cos'è, anche in questo caso, la "normalità"!?! La frequenza statisticamente significativa? La condivisione di modelli espressivi e comportamentali? Uno schema aprioristicamente imposto dai gruppi dominanti? Un "dover essere" moralmente determinato? Il risultato di inconfutabili ed immodificabili ricerche "scientifiche"?

Le domande sottendono complicati e mai conclusi dibattiti su ciò che è natura e ciò che è cultura, nonché i rapporti tra questi concetti e le determinanti sociali che li influenzano o costituiscono, e così via, in un intreccio infinito di significati e significanti.

La cultura cinese, per es., ha dato scarsa importanza al sesso, tanto che la sua presenza nella pittura e nella letteratura è davvero scarsa, mentre la cultura ebraico cristiana lo ha enfatizzato fino a momenti di autentica ossessione. La maggior parte di noi sa, per esempio, quanto è stato pesante il condizionamento di una certa cultura cattolica nella percezione di se e della sessualità in generale.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli sintetizza così un'esperienza che non è solo sua: "Durante gli anni della mia formazione giovanile, nell'ambito del cattolicesimo veneto", scrive Andreoli, "ho appreso la distinzione delle zone erogene. Nel corpo ci sono delle aree la cui stimolazione o attività è di natura sessuale e, di conseguenza, zone a rischio di peccato. Quelle di primo grado (come il pene e il corrispondente organo femminile) erano considerate zone erotiche primarie o esclusive: osservarle, toccarle, in una parola usarle, era di per sé peccato, con la sola eccezione di quando l'uso era finalizzato alla procreazione.

Le zone di secondo grado (come il seno, la bocca) diventavano peccaminose solo in funzione del tempo: toccare un seno a lungo trasformava una zona di secondo grado in una di primo.

Le zone di terzo grado non avevano, per propria natura, nulla di erotico, ma potevano acquisire una tale valenza in funzione di particolari manipolazioni, e tra queste entravano le perversioni.

Il sesso, dunque, era confinato in certe zone del corpo, vissute come campi minati, pericolosi poiché potevano condurre al vizio.

Vi era allora una pedagogia che aiutava a difendersi da questi rischi. Ricordo, per esempio, che facevo la doccia con le mutande e che esisteva una precettistica sul come tenere le mani, in funzione sempre del possibile loro contatto con quella tremenda zona pubica. La pedagogia dell'evitare giungeva persino al controllo dei pensieri, di quei pensieri "cattivi" che, poi, finivano col muovere le mani.

Si scatenava così una conflittualità tra desiderio e inibizione del desiderio (che voleva dire paralisi transitoria delle mani), con il risultato che spesso si otteneva polluzione o piacere "mentali"."

Non è forse questo, mi domando, un ottimo metodo, socialmente condiviso e consigliato, di educare ad una sessualità handicappata?! E siccome la sessualità è espressione di "tutto" il corpo e della "intera" persona, non è forse questa una fabbrica di uomini e donne handicappati fin nel più profondo del proprio essere, che anche quando non sfoceranno in comportamenti apertamente nevrotici e psicotici, avranno tuttavia il rischio di una vita a metà, da riempire continuamente di "cose", oggetti, modelli, alla disperata ricerca di un'identità perduta o forse mai trovata?!

Che sia preferibile parlare di "sessualità handicappata" piuttosto che di sessualità degli handicappati, a qualcuno era già chiaro vent'anni fa.

Ad un convegno sul tema svoltosi a Milano nel 1977, il neurologo Antonio Guidi, coordinatore dei Centri di igiene mentale della Prov. di Ascoli Piceno, parlando del termine "sessualità", faceva notare "… che due meccanismi sono intervenuti a stravolgerlo e mistificarlo, uno recente ed uno molto più antico: il primo è il consumismo che ci ha imposto un modello di sesso legato alla fruizione e non alla comunicazione, per cui per essere sessualmente validi occorre essere una donna di grande avvenenza e se non si è tali occorre fare di tutto per esserlo, migliorando artificialmente l’estetica, conformandosi sempre più ai modelli che ci vengono imposti dai mass media. L’uomo invece deve essere forte, e, se non lo è, lo può diventare vestendo in un certo modo, o se possiede (possedendo!) un rombante motore; (il possesso) è davvero la nuova corazza o il nuovo cavallo da guerra di chi più consuma più vince, specie sessualmente.

L’altro meccanismo è quello confessionale, col quale una certa chiesa ha per secoli accoppiato alla parola sessualità quella di peccato e di dannazione e per cui la donna è ridotta al ruolo di "fattrice".

(Tutto ciò ha) cercato di impedire che una sessualità completa e naturale potesse svilupparsi ed affermarsi. Perché quando la sessualità non è mistificata, è gioia, è rapporto con gli altri; ma essa, per poter affermarsi, ha bisogno che le persone non siano nevrotizzate da un lavoro ossessivo e caratterizzato dallo sfruttamento; ha bisogno che venga superato il dualismo oppressivo uomo-donna. Ma questo superamento mette in crisi tutto l’attuale assetto economico… (basato sull'assunto che) occorre produrre, essere diversi e magari opprimersi reciprocamente.

(La sessualità), quella vera, se provata, fa sentire liberi, ci fa sentire "bene" e per stare bene dobbiamo avere un lavoro, e soddisfacente, non essere sfruttati e oppressi; e se tale sensazione viene provata, magari per poco, in un momento particolarmente felice, è troppo pericoloso: al contadino non fare saper quanto è buono il formaggio con le pere!

Occorre invece smascherare quei mostri; la sessualità è gioia o quanto meno serenità, è comunicare agli altri sentimenti, desideri, ed affetti, è stare assieme. E si può fare molto lottando per abbattere quei mostri: infatti si deve allargare (questa presa di coscienza positiva) in tutti gli spazi di partecipazione offertici (dal) dibattito sulla sessualità, occorre dire a chiare lettere che sessualità è libertà e non licenziosità, ma (che) è anche lotta per emanciparci da una situazione subalterna, è lotta per un lavoro migliore, è la lotta per non essere "NON GARANTITI".

In questa lotta, cercando di risolvere, almeno parzialmente, la problematica della sessualità dell’handicappato, occorre tenere ben chiaro nella mente e nei contenuti che se la sessualità dell’handicappato è spesso carica di problemi, essa è solo la punta di un iceberg che, se intesa correttamente, può aiutare a far comprendere che sotto di essa, magari più nascostamente, è la sessualità di tutti a essere handicappata."

  

MIRACOLO: ANCHE I DISABILI SONO MASCHI E FEMMINE!

Se però da un lato è la sessualità che rischia di essere handicappata, spesso ai cosiddetti "handicappati" (quelli seri, che nell'immaginario collettivo diventano "minorati", "storpi", "invalidi", etichettati più con categorie sociali e morali che fisiche, etichette efficaci che sanciscono la loro "diversità", "marginalità", "inadeguatezza", il loro dover essere "fuori" dal contesto), agli "handicappati veri" non viene riconosciuta una sessualità, spesso nemmeno un sesso.

Quanti genitori, educatori, volontari vedono e considerano il loro "assistito" semplicemente, drammaticamente solo come un handicappato e non piuttosto come Marco, Maria, Andrea, Lucia … come maschio e femmina insomma, con un sesso che non vuole essere seppellito nel dolore e nella vergogna, ma che prepotentemente chiede di essere vissuto come espressione della vitalità che è in ogni essere umano!

Alcune mie amiche, donne, e disabili, qualche tempo fa scrivevano: " Come donne ci siamo poste una serie di interrogativi sul nostro ruolo e sulla nostra storia passata, presente e futura, in particolare sulla nostra sessualità.

L’elemento intorno a cui tutta la nostra condizione di donne handicappate fa perno ci sembra la negazione totale della nostra sessualità.

Mentre per le altre donne la lotta è contro la repressione costante e profonda al vivere liberamente e spontaneamente la sessualità, finalizzata al matrimonio, per noi, essendoci negazione assoluta, il punto di partenza è la riappropriazione della nostra identità di donne e non di esseri neutri.

Cominciano i genitori a dirti da sempre che noi vivremo tutti e tre insieme, perché i tuoi fratelli e sorelle si sposeranno e tu naturalmente no; comincia tuo padre a preoccuparsi dei rapporti di tua sorella con i ragazzi e di te no; comincia tua madre a fare le spese, per le tue sorelle il corredo matrimoniale e a te singolo, quando te lo fa. Continuano la TV, i giornali, la pubblicità, i discorsi della gente a presentarti un tipo di donna che tu sai benissimo, perché non sei stupida, che non potrai mai essere, e a questo punto butti la spugna e abdichi al tuo essere donna.

L’elemento comune alla condizione generale di donna, che su noi pesa maggiormente, è il confronto con il modello standard di bellezza che è essenziale alla nostra accettazione da parte degli uomini, i quali vivono profonde contraddizioni a proposito del corpo femminile: necessariamente attraente, seducente, sexy in un certo modo. Quando, come spesso nel nostro caso, il confronto con il modello è perdente, oppure crea delle forti insicurezze in noi, ecco che subentra un meccanismo di compensazione e ci specializziamo in quelle che vengono comunemente giudicate le altre qualità femminili importanti, cioè la dolcezza, la comprensione, la sensibilità.

A questo punto, il lavoro svolto tanto dalla famiglia quanto dalla società tutta, ha riportato un ottimo successo, perché anche noi ora non sappiamo più di avere, oltre a tali qualità, anche un corpo che ha esigenze sue e le possibilità di esprimersi in modo sessuale. Non proponendoci sessualmente diventiamo così le migliori amiche degli uomini che ci interessano ed è molto difficile scalzare poi tale ruolo.

Vivremo così come donne angeliche e asessuate."

Questa loro sensazione fortunatamente non si è poi mantenuta nel tempo, ed oggi, infatti, tutte loro hanno un compagno ed alcune anche dei figli, ma per riuscire ad essere "normalmente evidente" a livello sessuale, per un disabile occorre essere "eccezionale", eroico, straordinario, tanto eccezionale da essere incorniciato, da farci sopra un film!

La sessualità non è un suo diritto naturale, inalienabile, come la vità, la libertà, ma diventa un optional, una concessione condizionata, magari un regalo solidaristico di gente particolarmente sensibile.

Lo psichiatra Camillo Valgimigli e Rosanna Benzi (la famosa ragazza nel polmone d'acciaio) già vent'anni fa scandalizzarono i perbenisti presentando sul Corriere della Sera alcune storie vere che erano soltanto la vetta di una drammatica situazione ben più diffusa e condivisa, e non solo allora.

Scrivevano: "Peppino… un ragazzo di un intelligenza vivace ma decisamente brutto e gravemente handicappato, senza minimi movimenti delle mani, neppure le prostitute ci vanno. Ha avuto un unico rapporto sessuale con un travestito.

La mamma di Gianni, esasperata dalle continue richieste del figlio di portarlo ad avere un rapporto "fisico sessuale", ha deciso di soddisfarlo lei stessa. Non c'è da scandalizzarsi … perché succede più frequentemente di quanto si possa pensare.

Laura, affetta da paresi spastica congenita agli arti inferiori, ha vissuto la proibizione del sesso e dell'amore in modo così nevrotico da finire … al reparto urologico dell'ospedale, dove le è stata diagnosticata una "vescica urologica", conseguenza soprattutto di una sofferta e soffocata emotività e masturbazione…

Albertina … ragazza poliomielitica di 17 anni, che è riuscita a camminare dopo ben venticinque interventi chirurgici, le cui vicende più amare iniziano proprio quando decide di infrangere la regola sociale e di crearsi una famiglia. Quando infatti Albertina ha deciso di fidanzarsi, è stata dapprima trattata come una pervertita; del marito, quando ha deciso di sposarsi, fu subito detto che era "uno che avrebbe vissuto a carico di una handicappata", e poi, quando attendevano un bambino: "soltanto un disgraziato poteva mettere incinta quella poveretta!".

 

 DAL DIRITTO ALLA SESSUALITA' ALLA POSSIBILITA' DI AMARE ED ESSERE AMATI

Qualcosa in questi anni è cambiato, forse oggi qualcuno in più ce la fa ad emergere dal silenzio dei sensi, ma per gli altri, per la maggior parte dei disabili-tipo, è ancora tabù il poter esprimere serenamente una qualche sessualità.

Proprio questa estate, in un centro riabilitativo in provincia di Rimini, ho incontrato Liliana, una ragazza del Sud, con esiti di polio, che mi diceva le stesse identiche cose espresse qualche anno fa dalle mie amiche disabili sopra citate.

Lei in fondo era lì, più che per fare terapie, per cercare un desiderato compagno; chissà, forse tra gli handicappati le pretese sono minori, forse in un ambiente "protetto" le possibilità sono maggiori … chissà?!?

Ma aveva così tanto paura di essere donna che, pur essendo carinissima, soltanto un paio di volte l'ho vista in un castigato costume da bagno. Aveva imparato alla perfezione la lezione: se sei disabile devi vergognarti d'avere un sesso e una sessualità, forse persino d'avere un corpo!

Il corredo (perché lei vuole sposarsi a tutti i costi!) se lo sta' facendo pian piano da sola, visto che la mamma a lei non la considera una figlia da maritare, anzi, forse non la considera nemmeno una donna.

Non so se la sua straordinaria voglia di vivere riuscirà mai a cancellarle questo marchio di fuoco che la sua famiglia, la sua gente, la società tutta ha impresso nel suo corpo e nella sua mente. Forse, se avrà fortuna, attraverso chissà quali umiliazioni, se saprà essere eccezionale, forse un giorno riuscirà a "conquistarsi" un marito che "la faccia sentire donna", visto che a lei non è stato permesso di costruirsela da sola la sua femminilità.

Forse incontrerà il sesso ma chissà se potrà mai scoprire l'amore!

Stabilire un autentico rapporto di amore con un "altro", con gli altri, è infatti quasi impossibile quando non si riesce a sentire, a provare, a sperimentare amore per se stessi, quando non hai potuto accettarti, condividerti, piacerti perché agli altri non sei piaciuto, non ti hanno condiviso, non ti hanno accettato.

Soprattutto da quegli altri che sono fondamentali per la vita, psichica non meno che fisica, rappresentati dai propri genitori (o loro facenti funzione), anche se spesso il loro rifiuto non ha altra colpa che l'aver ceduto al ricatto di una società spietata che emargina e distrugge chi non le è funzionale. Una violenza, la loro, frutto di mille altre violenze subite, trasmesse da padre in figlio, da generazione a generazione, eredità determinante quanto e forse più di geni e cromosomi.

Ed è come nelle storie di mafia, come nelle faide, assurde ma vere, che riempiono la cronaca nera: per uscirne occorre che qualcuno spezzi il cerchio, che dica no e si ribelli, che rischi la propria vita, il proprio presente per reinventarsi un futuro.

Occorre allora che la persona (disabile, nevrotica o semplicemente e comunemente colpita "dal male di vivere"), si riprenda in mano, si riprogrammi, si "faccia da mamma da sola" come scriveva Erica Jong in "Paura di volare".

Una mamma che questa volta sia più "materna", che ci ami per quello che siamo, per come siamo, dandoci così una vera possibilità di crescere, svilupparci, migliorarci. Una maternità che si dà dei valori, degli scopi, che cerca o s'inventa un senso per la propria vita e lo comunica, lo propone senza violenza, che metta le basi per costruire dentro di se un mondo bello, felice e sempre migliore come presupposto e metafora per un'inevitabile azione sociale e politica che esporti nella realtà esterna questo tipo di mondo.

Forse allora, guardandoci allo specchio e nel profondo dell'animo, potremo scorgere non più uno sconosciuto o un nemico, ma uno splendido essere umano a cui riconoscere il diritto ad una vita piena e felice, che si merita tutta la nostra tenerezza, complicità, stima.

Potremo forse allora riconoscerci degni d'amore e capaci d'amare, nonostante tutto, malgrado tutto.

"Ogni scarafone è bello a mamma sua" canta una vecchia canzone, e sicuramente anche noi riusciremo pian piano ha scoprire la nostra bellezza, l'armonia che ogni essere vivente reca intrinsecamente in sé, e piacendoci, accettandoci per quello che siamo, per come siamo, riusciremo forse a prendere coscienza della bellezza dell'universo intero, ed a goderne, in un rapporto sensuale col reale, che parta dalle piccole cose (un fiore, un tramonto, una carezza) fino a sfiorare l'Assoluto, ma passando attraverso tutti i mille, contraddittori, limitati, precari, ma bellissimi, amori umani.

Quando infatti una persona ha, quando possiede una ricchezza e vitalità interiore, naturalmente riesce anche a dare, attivando un interscambio virtuoso che la rende protagonista di quell'aura positiva che finisce col circondarla.

Quando si sperimenta in se stessi sicurezza, equilibrio, gioia, amore, li si riconosce anche negli altri (quando ci sono!) e li si comunica, li si dona inevitabilmente agli altri, innescando un intrigante interscambio virtuoso. Cos'altro sono, in fondo, le dicotomie "io-tu", "sé-gli altri", "mondo interiore-mondo esterno" se non le due facce della stessa medaglia, i due aspetti della stessa Realtà, la dicotomica presa di coscienza dell'unità del reale?!

Questo "ben di dio" interiore, questa positività concettuale o, se si preferisce, questa presa di coscienza esistenziale, come tutte le cose sublimi, non possono comunque delinearsi nell'individuo se alcuni bisogni primari non hanno avuto in lui un'adeguata soddisfazione: è ben difficile per colui che ogni istante è costretto a lottare per la sopravvivenza fisica (e psichica!) riuscire a sperimentare appaganti esperienze erotiche, sentimenti elevati o intriganti speculazioni filosofiche. Chi ha fame, sete, chi è oppresso, violato, sottomesso, per riuscire a pensare ha prima bisogno di cibo, acqua, autonomia, indipendenza, libertà. Ed anche se è vero che "basta poco per essere felici", quel "poco" però ci vuole ed è indispensabile.

Molte persone disabili si trovano proprio in una situazione di deprivazione di questo genere, anche se e anche quando sono immersi in un contesto che trasuda abbondanza e opulenza.

Non è forse paragonabile a chi lotta ogni giorno per il cibo colui che comunque autonomamente al cibo non ci può arrivare, prepararselo, portarselo alla bocca e così via?! E che non sa se anche oggi troverà il supporto, l'assistenza, la disponibilità di qualcuno che gli darà la possibilità di sopravvivere? E che deve umiliarsi sempre a chiedere, chiedere e poi ancora chiedere, con la segreta paura di incrociare nell'altro uno sguardo disgustato e scocciato che gli faccia sentire tutto il peso della sua dipendenza? Costretto suo malgrado, nonostante l'infinita voglia di autonomia, a sperare di continuare ad averla tutti i giorni questa avvilente dipendenza, questo "qualcuno" a cui chiedere!

Ed è così per cento altre cose che compongono e qualificano la concreta vita quotidiana di ogni persona: dal lavarsi al fare pipì, dalla possibilità di entrare ed uscire liberamente da casa all'uso dei mezzi di trasporto (pubblici o privati che siano), dal fare la spesa alla possibilità di lavorare per mantenersi.

E' terribilmente difficile per chiunque riuscire, non dico a godere, ma anche semplicemente ad essere sereno, con una tale continua paura (giustificatissima!) sulla propria possibilità di sopravvivenza, sulla precarietà della propria sopravvivenza; è come avere continuamente un coltello puntato alla gola, ed è difficile pensare ad altro fino a che questo sta lì, pronto a squarciarti le vene.

Ed allora per liberare la sessualità dagli handicaps e farla esprimere serenamente, occorre liberare la vita dagli handicaps, occorre liberare le disabilità dagli handicaps, garantendo il più possibile a tutti ed a ciascuno una qualità di vita dignitosa, rispettando la sua diversità.

Liberare ed esprimere la sessualità diventa allora un progetto sociale, politico, culturale, economico, un progetto per creare nella realtà quelle condizioni affinché ciò possa "diventare vero".

Poi ognuno, avendo gli strumenti e le possibilità di base per auto svilupparsi, inventerà la propria sessualità come meglio crede, perché potrà finalmente inventarsi davvero la vita, tutta la sua vita.

  

DAL RUOLO DI HANDICAPPATO AD UNA VITA NORMALMENTE FELICE: UN'ESPERIENZA PERSONALE AL MASCHILE.

Intuivo tutto questo quando a vent'anni, o poco più, ho deciso di rifiutare il ruolo di "figlio handicappato di mia madre" per correre il rischio di un sogno d'autonomia e di libertà, ed ho abbandonato le soffici sabbie mobili della mia famiglia e della mia casa per avventurarmi nelle scoscese, ma attraenti, vie del mondo.

"Paese mio che stai sulla collina…" canta una vecchia canzone: non fanno dunque così tutti quei cuccioli d'uomo che vogliono realizzare un proprio futuro, un proprio modo di vivere e trasformare il mondo, di costruirsi una propria famiglia!? "…E l'uomo lascerà suo padre e sua madre…", è scritto nella Bibbia! Non capivo perché io, proprio io, avrei dovuto fare altrimenti, "semplicemente" perché disabile, anche se con una malattia progressiva che già allora mi consentiva una scarsissima autonomia.

E mi sono buttato, ho cercato e trovato un gruppo, una comunità che mi consentisse di fare esperienze, di crescere, di acquisire quegli strumenti che mi mancavano, ed ho iniziato un'avventura di cui l'unica cosa certa era l'incognito.

Ma non ero un pazzo ne un eroe: semplicemente era successo che le lotte dei miei per farmi andare alla scuola di tutti, la loro sofferta volontà di accettarmi comunque e quindi il non avermi scaricato in uno squallido istituto (ogni istituto è squallido, soprattutto per un bambino!), la mia timida ma tenace volontà di esserci, di partecipare, di dire a tutti che lì, in paese, ebbene si c'ero anch'io, tutto questo aveva mantenuto alta in me la voglia di vivere, era il carburante per alimentare quei sogni che un giovane, qualsiasi giovane di provincia, anche se disabile, aveva.

Ed oggi eccomi qua, nel mezzo del cammin di nostra vita, ad abitare in una città che mi piace, a più di 600 chilometri dal paese natio, con un lavoro che mi appassiona e che ho contribuito non poco ad inventare, condividendo la vita con una donna, "bella e dolcissima", mia moglie, in una casa "nostra", che rispecchia il nostro stile di vita, le nostre personalità, nel bene e nel male, come tutte le altre cose che facciamo, dallo stare con gli amici all'impegno sociale, dal curare le piante al fare l'amore.

Ma questa che assai probabilmente sarà la mia ultima avventura sentimentale (sono tendenzialmente monogamo!) non è stata certamente la prima. Contrariamente a quanto si potrebbe perbenisticamente pensare, la mia vita affettiva e sessuale è stata ricca, poliedrica ed intensa; ripercorrendola in una rapida carrellata, io stesso mi stupisco di come ciò sia stato e sia possibile.

Rivedo così la bella studentessa di medicina, con gli occhi e i capelli neri come la notte, che per prima mi ha sorpreso dichiarandomi amore, un amore intenso, testardo e passionale come la cultura sicula da cui proveniva, un amore che non è riuscito comunque a vincere i ricatti e l'assoluto diniego di quella pia donna di sua madre.

Rivivo la tenera, sincera, trasparente indecisione della giovane boy scout, eternamente oscillante tra la voglia e la paura di accettare il mio bene, troppo normale per essere vera, con la quale conservo ancora una complice amicizia.

E la piccola, sensualissima bambolina (perché così lei voleva essere) che mi ha fatto condividere assieme alla sua anima anche il suo corpo, regalandomi quella pienezza dell'amore che mi era ancora sconosciuta. Di lei mi colpì quella prorompente voglia di esserci e di contare che alla fine mi contagiò e quella sincerità, anche spietata, di rapportarsi a me che un giorno la portò a confessarmi: "Ho paura di amarti perché ho paura di sentirmi in colpa quando non ti amerò più!" Ma credo di averle restituito la sua libertà ancora più grande di prima.

Ricordo quell'amicizia che non è mai diventata amore, perché forse le era perfino più grande, con "la ragazza dagli occhi verdi", piena di una vitalità incontenibile, come il suo insoddisfatto bisogno d'affetto, con la quale ho condiviso momenti, bellissimi e terribili, che mi hanno fatto assaporare la mela della vita fin nei suoi semini più nascosti. Insegnandomi, però, che il sesso non può diventare l'arma del riscatto dal peso degli handicaps, non solo fisici, che minano l'esistenza.

E i tre meravigliosi anni trascorsi insieme alla "liceale", con la quale ho inventato l'assurdo sogno di un amore totale, condividendo l'estasi e la disperazione di quel sentimento giurato "per sempre!". Con lei ho sperimentato la vertiginosa solitudine di "un essere totale" di fronte all'infinito dell'universo, tanto avevamo approfondito il divenire insieme "una sola carne e un solo spirito". E quando l'amore "che strappa i capelli" finì, come già malinconicamente cantava De Andrè, portandosi via non solo un'esperienza ma un'intera identità, ho dovuto ancora una volta ricominciare da capo una vita tutta da ri-giustificare.

Anche se oggi so che ciascuno di noi due porta indelebilmente con se il ricordo di quei momenti belli vissuti insieme come l'archetipo stesso della felicità.

E che dire della passione quasi morbosa condivisa con l"adolescente", un'adolescenza troppo precocemente sbocciata, che mi ha fatto scandalosamente godere una stagione della vita per me troppo in fretta archiviata, donandomi con folle generosità le sue energie migliori e facendomi comprendere come il sesso e la tenerezza non siano comunque tutto l'amore.

Fino a mia moglie, un affetto cresciuto all'ombra di un'amicizia qualunque che ha fatto sbocciare un amore maturo di sentimento e di volontà, come un agognato approdo dopo la tempesta. E la necessità di re-imparare tutto della vita, sotto la dettatura di una convivenza che ti ripropone l'amore come una continua, infinita novità, dall'inedita bellezza.

  

DALLA DISABILITA' COME ESCLUSIONE E LIMITE ALLA DISABILITA' COME POSSIBILITA' DI ARRICCHIMENTO CREATIVO: ASSUMERSI LA RESPONSABILITA' E IL PROGETTO DALLA PROPRIA REALIZZAZIONE.

Riflettendoci, credo di aver vissuto la mia sessualità, e di viverla, come mio padre e mia madre forse non hanno mai potuto nemmeno sognare, con un intensità e una bellezza tali che forse non a tutti gli esseri umani è concesso sperimentare, nonostante la mia evidente disabilità, anzi, forse tanto più intensamente e liberamente quanto più essa diventa grande e condizionante.

Nonostante la mia disabilità, dicevo, oppure, ora mi chiedo, non piuttosto grazie anche ad essa?!

Sembrerà infatti assurdo, eppure mi sembra d'intuire che, come essa è stata la causa di tante separazioni, frustrazioni, disperazioni, così pure essa rappresenti la chiave di tanti incontri, di tanti estatici abbracci, di questo "sentire" così lieve e sconfinato, di questo "com-prendere" (prendere con se, in se) l'universo intero.

Fino all'aver capito che essere felici è "cosa buona e giusta", che essere felici è possibile, e non "nonostante" le contraddizioni, ma proprio "dentro" le contraddizioni, non nonostante noi ma dentro noi, dentro questa nostra vita.

Che essere felici non deve soltanto essere una pia aspirazione o rimanere uno dei più saggi obiettivi sanciti dalla Costituzione americana, magari un'evenienza futura relegata a qualche possibile paradiso extramondano, ma può divenire una semplice realtà che la vita, qui e adesso, può regalare a ciascuno di noi, bello o brutto che sia, bianco o nero, disabile o normodotato, giovane o vecchio, maschio o femmina.

E la sessualità rappresenta i colori e la melodia di questa "felicità".

Essere felici, realizzati come esseri umani, può essere non solo auspicabile ma veramente fattibile se lo progettiamo, se ce lo rendiamo possibile, individualmente e socialmente, accettando la responsabilità e il rischio di ascoltare la vita nell'infinita varietà delle sue espressioni, se rispettiamo umilmente queste diversità facendole diventare fattori di sviluppo e coesione, se non smettiamo mai di cercare, di capire, di sperimentare, di amare, di "essere", in una progressiva presa di coscienza esistenziale che ci renda partecipi dell'Assoluto.

Fino a credere che anche la Morte, in fondo, non possa altro che essere un ennesimo, totale, definitivo amplesso con la Vita.

Dal limite estremo, all'estrema pienezza.

Tanto che mi viene da pensare come abbia proprio un grosso handicap chi definisce alcuni esseri umani semplicemente come "handicappati"!

Temo che costui abbia qualche serio problema a vivere serenamente la propria sessualità!!!