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BODEN-CORTEVECCHIO  

Percorso

Da "Multisport" n°11 Luglio-Agosto 1989 (non vi spaventate, la descrizione del  percorso è aggiornata!)

"In Val d’Ossola su due ruote" di Antonio Savoini.

Seguiva una didascalia non completamente esatta compilata frettolosamente dai giornalisti professionisti della testata:

Circa quattro ore, tre per la salita e una per la discesa, per andare da Ornavasso a Corte Vecchio, 23 chilometri in totale e 1000 metri di dislivello. Un appuntamento con la natura e la storia germanica.

Ornavasso, comune di circa 3000 abitanti in provincia di Novara (ora di Verbania N.d.A.), si trova all’inizio della Valle Ossola sulle prime propaggini delle Alpi Pennine. E’ un insediamento di origine Walser. Ai non addetti ai lavori questo dirà ben poco. I Walser sono una popolazione di origine germanica che intorno ai secoli XII-XIII, per vari motivi, si sparse per le Alpi sovrapponendosi ai primi abitanti di stirpe italica. Ornavasso è una di queste colonie che conserva, ormai, il ricordo dei progenitori solo in alcuni termini dialettali e nei toponomastici.

A lato foresta "incantata" nella Val Buna regno dei Twergi, sorta di coboldi o gnomi, creature del bosco di chiara ascendenza germanica, rimasti nel folklore ornavassese.   

La nostra gita inizia dal Santuario della Madonna del Boden a circa 3,5 Km dal paese: vi si giunge seguendo le indicazioni che, dapprima, vi faranno costeggiare il torrente che divide il borgo nei due rioni del Dorf e del Roll (termini di origine Walser), poi, risalendo per ampi tornanti la valle scavata dallo stesso, ci condurranno, dopo che avremo incontrato la Parrocchiale del ‘500 e la Chiesa secentesca della Madonna della Guardia in procinto di essere finalmente restaurata,[1]al già nominato Santuario del Boden.

Lasciata l’auto nell’ampio parcheggio, inforchiamo la fida MTB e ritorniamo per circa 300 metri sui nostri passi, prendiamo sulla sinistra la strada sterrata (ora asfaltata) che sale verso i suggestivi alpeggi. La salita non particolarmente impegnativa ci conduce, attraverso un fitto bosco di castagni ed ontani a Casaleccio e poi al Ronch, tra le bellissime fronde possiamo ammirare scorci del vicino lago di Mergozzo. Davanti a noi, dall’altro versante della Valle Ossola, incombono i Corni di Nibbio, aspre montagne scure e minacciose, dalle cui viscere si estrae il pregiato marmo di Candoglia che è servito e serve tuttora alla costruzione del Duomo di Milano.

 

  

 

Un grosso masso erratico a circa 1/2 percorso

Siamo arrivati ora alla parte più impegnativa del nostro percorso: dalla località Ca’ d’Arola la salita per circa due km non ci permetterà più di ammirare con calma il magnifico panorama ma ci costringerà, forse, ad abbandonare la sella ed a proseguire a piedi (non è un disonore per nessuno spingere la propria MTB per qualche tratto!). All’Alpe Scirombei ormai ritemprati prendiamo la strada di destra che in circa 500 m ci porterà alla Capanna Legnano da dove potremo godere di una magnifica prospettiva sui laghi limitrofi e sulle prealpi. Possiamo anche rifocillarci presso il vicino rifugio.[2]  

Siamo quasi arrivati: in bici continuiamo però per l'altra strada

Ci aspettano ora gli ultimi km impegnativi solo nella parte finale che, attraverso gli alpeggi del Pogalti e del Corte Mezzo, ci conducono alla meta della nostra passeggiata: l’Alpe Corte Vecchio. Il bosco ha ormai lasciato spazio all’ampio pascolo dove nella bella stagione vagano alla ricerca delle migliori essenze alpine alcuni capi di bovini di razza Bruno Alpina.

Consiglio vivamente di pranzare presso il locale rifugio CAI[3]dove il lauto pasto e l’atmosfera rilassata ed allegra ci ripagheranno della fatica che abbiamo profuso per giungervi.  

Finalmente la bandiera del Corte Vecchio!

Concludeva l’articolo un riquadro con alcune notizie sulla tecnica, l’assistenza, come arrivarci, la gastronomia, cultura: sono notizie ormai superate.  

Avvertenze

Questo è uno dei primi itinerari che ho compiuto nel 1985, per i mezzi, le condizioni della strada e la preparazione dell’epoca era abbastanza impegnativo; ora lo è molto meno, comunque ci sono affezionato e perciò lo propongo ancora.

Ho tratto il testo da una mia vecchia collaborazione a "Multi­sport" Luglio-Agosto 1989 e alcune cose sono cambiate:

La strada è, purtroppo, quasi tutta asfaltata.

Il rifugio alla Capanna Legnano, al momento, non è più funzionante.

Al CAI del Corte Vecchio è cambiata più volte la gestione, e i piacevoli ed abbondanti pranzi, conditi anche da spiritosi proverbi popolari ("la boca l’è mea straca se la sà mea da vaca"[4]in occasione della presentazione del formaggio) non sono, per forza di cose, gli stessi.

Capirete il motivo per il quale sono affezionato a questo percorso leggendo il seguente racconto.

Nei primi anni sessanta ero un ragazzino e con alcuni miei coetanei eravamo andati, come facevamo spesso, in gita al Massone, al ritorno passando per il Corte Vecchio abbiamo trovato, in una baita diroccata che a quei tempi era di proprietà di mia madre, una bicicletta da donna che, come venimmo a sapere poi, era stata portata fin lassù a dorso di mulo (allora si raggiungeva l’Alpe solo con mezzi "naturali") dal gestore del vicino rifugio CAI che, come avrete capito da quanto vi ho già detto, era una sagoma, per fare una specie di scenetta comica alla veglia di Capodanno.

A questa bici mancavano sia i freni sia i copertoni, ma forse eravamo senza saperlo degli emuli di James Dean in Gioventù Bruciata, e detto fatto l’abbiamo inforcata e giù per la discesa. Per rallentare uno di noi doveva correre dietro a chi era in bici e infilare un ramo nei raggi, a volte rompendoli, per bloccare le ruote: se non si riusciva a raggiungerlo, chi era in sella doveva gioco forza buttarsi a terra a suo rischio e pericolo.

Rotolon rotoloni, tallonati dal gestore con il mulo che nel frattempo si era accorto del "furto" e c’inseguiva, siamo arrivati quasi al Boden 10 km più in basso, dove, temendo le conseguenze, abbiamo abbandonato la bici e siamo fuggiti a piedi.

Una lavata di capo alcuni giorni dopo, eravamo, infatti, stati riconosciuti, ha concluso la nostra avventura. 

Siamo stati rimproverati non tanto perché avevamo preso la bici, che era un rottame senza valore, ma per il rischio che abbiamo corso nell’affrontare la pericolosa discesa.

Molti anni dopo mi sono reso conto che con 15 anni di anticipo rispetto ai patriarchi americani Fisher, Ritchey, Botranger e gli altri avevamo inventato la Down Hill!  

Qualche tempo prima, del resto, avevo avuto analoghe esperienze a Verona, dove ho abitato per qualche anno, usando le magnifiche bici Schwinn delle mie vicine di casa, figlie di un capitano dell’esercito americano.[5]

Queste ragazzine erano molto felici di fare cambio con la mia bici che, rispetto alle loro, pesava la metà ed era molto più maneggevole, a me, invece, piacevano le grosse ruote, il largo manubrio e la robustezza delle loro. Un "do ut des" vantaggioso per tutti anche se ricordo di essermi fatto dare, in sovrappiù, delle "candy" (caramelle) o delle "ciunghe" (come venivano chiamati allora a Verona i chewing-gum o gomme americane[6]).  

Un altro motivo per il quale sono affezionato a questa passeggiata è che nel 1985, la prima volta che vi sono salito in MTB, nessuno ancora era arrivato fino là in bici e le "prime" sono motivo di orgoglio, forse troppo, ma erano altri tempi, poiché questa escursione, ora alla portata di tutti, ripetuta poi per qualche anno con buon successo, veniva denominata "Uomini veri"! [7]

Integrazioni e variazioni

Per renderla più interessante proporrei alcune integrazioni.

Per esempio al ritorno, presso la località "Ca' d'Arola", andando a destra si può passare per la vecchia mulattiera un po' dissestata che attraverso la Frasmatta e la Grobo porta al Boden (recentemente ho costatato che la strada in questione è diventata pressoché impercorribile nel primo tratto, dopo l'Alpe Grobo si può fare!).

Oppure, sempre nei pressi della stessa località, piegare a sinistra presso una condotta forzata di una centrale idroelettrica verso il Barumboda, alpe Magigè, galleria delle trincee e poi al forte di Bara e alla Punta di Migiandone.  

Dal Cortevecchio, ritornando sui propri passi per qualche centinaio di metri, si può raggiungere, salendo a sinistra, la Rosombolmo e il punto panoramico (Ossola e Verbano) della Cappelletta del Buon Pastore presso la punta Fenore dove si possono osservare i resti delle trincee che iniziano alla Punta di Migiandone e finiscono nelle vicinanze del Massone.

Leggenda alpina

Per completezza del discorso cito una "quasi" leggenda metropolitana riguardante questi alpeggi.

All’inizio degli anni sessanta il Bialetti di Crusinallo, il celebre "omino con i baffi" delle omonime caffettiere, aveva intenzione di costruire una stazione sciistica dalle parti del Massone; aveva già acquisito i terreni per la stazione di partenza ed i posteggi che dovevano sorgere nella piana tra Ornavasso e Migiandone.   

I lavori di costruzione della strada di accesso erano effettivamente iniziati, poi tutto improvvisamente finì nel nulla.

Niente di strano, poco dopo egli vendette la fabbrica e si ritirò in Svizzera dove vive tuttora: ogni tanto ritorna per affari e per diletto dalle nostre parti con la sua ROLLS ROYCE sulla quale non passa inosservato.

Il punto della storia che sfiora la leggenda metropolitana è che l'albergo che sarebbe dovuto sorgere in vetta doveva avere la forma di una caffettiera come quelle che la sua ditta produceva! C'è chi dice di avere visto il progetto! Sarà vero? 

Difficoltà

Abbastanza lungo, poche le difficoltà tecniche eccetto le digressioni che consiglierei ad esperti.

1] Ora che siamo nel 3° millennio il cantiere è in completo abbandono e non è stato restaurato un bel niente N.d.G. (nota del Gabibbo)- Ultimamente qualcosa si sta ancora facendo: siamo comunque ancora lontani dall'inaugurazione!

[2] Aperto in estate e durante i week-end nelle stagioni intermedie. (Ora non più N.d.A.)  

[3] Vedi avvertenze.

[4] La bocca non è stanca se non sa di vacca: la traduzione fa perdere la rima. Altro detto, letto su un cartello nel cesso dello stesso rifugio: "Se non al centro, almeno dentro!" In italiano perché sia comprensibile a tutti.

[5]All’epoca, in città, c’era una base militare USA (SETAF se non ricordo male).

[6] Pensandoci bene avevo già "in nuce" gli stessi interessi di oggi: le ?!donne?!, le biciclette ed il commercio!

[7] Per molti anni vennero portate con orgoglio dai partecipanti le felpe con la scritta "UOMINI VERI" preparate, quasi per scherzo, per un raduno della fine degli anni ’80.

continua con: Da Crodo a Cimalmotto e ritorno

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