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Giovanni Renzo

pianista e compositore


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"LA DISTANZA DELLA LUNA"

Opera in un prologo e cinque scene - libretto di Giovanni Moschella - musica di Giovanni Renzo - prod. Ente Autonomo Regionale Teatro di Messina - prima esecuzione assoluta 17 Gennaio 1997


Note di presentazione all’edizione del 1997

 La distanza della Luna

Opera in un prologo e cinque scene

Libretto di Giovanni Moschella

Musica di Giovanni Renzo

un omaggio a Italo Calvino

Ogni uomo insegue, di tanto in tanto, un miraggio mentale, un'associazione di immagini, in poche parole, un ricordo. L'importanza di questo momento ci è testimoniata dalla quantità di volte con la quale lo stesso scenario si ripresenta alla nostra mente. E tanto più forte è l'impressione, tanto più determinante è stato l'avvenimento che ha provocato quella rappresentazione. E quella del ricordo è un'attività che si dipana. La mente sviluppa l'immagine che muta incessantemente. Ora: è possibile restare prigionieri di un ricordo? Prigionieri, prima mentalmente, e poi fisicamente? Assolutamente sì. Questi sono effetti patologici nella realtà, ma per paradosso, creativi in letteratura. Ed è proprio questa caratteristica del racconto di Calvino che ci ha attratti. La possibilità che il dipanarsi di un ricordo possa servire a rivivere l'evento che ce ne ha fatto rimanere prigionieri, fino a purificarsi e dare eternità al nostro desiderio appagato. Da questa considerazione iniziale si è generato lo spunto del lavoro. E' chiaro che il mezzo artistico per la narrazione non poteva essere altro se non quello teatrale. Rappresentazione che potesse divenire congiunta, nella rifrazione narrativa, dalla mediazione collettiva. Così il ricordo di "uno" diventa "viaggio" per gli altri. E proprio di "viaggio", non a caso, ci parla Calvino. Descrivendo un gruppo di uomini che si muove periodicamente a raggiungere quel punto in cui la Luna sembra avvicinarsi maggiormente alla linea dell'orizzonte. Ed è proprio lì che i nostri "eroi" ci conducono. Dove hanno trovato il mezzo di saltare sul satellite, di amarlo e di nutrirsene, addirittura. Amore, viaggio, fantasia, nostalgia, dramma: componenti della memoria. Indicazioni, suggerimenti universali. Il metodo di lavoro non riusciva a non diventare omnicomprensivo, così da costituire un complesso comporsi di necessità. Così come per il ricordo si fa uso non solo di attività della testa, ma anche di quelle molteplici del cuore, così la trasposizione teatrale ci imponeva, sempre di più, l'uso di più "arti". Come se questo ricordo vissuto e rappresentato avesse bisogno di una voce, di un fisico esausto, di un'anima danzante e di un testimone. Così accade, ad esempio, al protagonista (Rigel) che, in scena, vediamo rifratto in quattro rappresentazioni della stessa realtà.

Il risultato definitivo ha finito così per essere una opera, anche se non nel senso tradizionale del termine. Piuttosto l'espressione opera viene utilizzata rifacendosi al significato originario della parola, vale a dire, semplicemente, "un lavoro". Lavoro, cioè, frutto della confluenza di diversi mezzi espressivi che tendono, nello specifico teatrale, a dare modo di assistere ad uno spettacolo di emozioni, e forse, più specificatamente, di sensazioni. Di grosse atmosfere, di grandi innamoramenti. Per raggiungere questi intenti è stata di grande aiuto la prosa di Calvino, grazie al suo tipico equilibrio tra grande fantasia di magie e un dovuto pragmatismo lessicale.

La musica è sempre presente e deve essere necessariamente eseguita dal vivo da un'orchestra posta in buca. Infatti la principale caratteristica strutturale della composizione è il continuo passaggio dal livello esterno al livello interno della narrazione. Le parti vocali, sia corali che solistiche, saranno eseguite da voci femminili posizionate anch'esse in buca, dove prenderà posto anche il narratore.

I dialoghi degli attori in scena e la voce del narratore hanno un legame molto stretto con la musica, dovendo rispettare degli attacchi molto precisi indicati in partitura.

Dal punto di vista più strettamente musicale, la composizione risente delle svariate influenze che hanno inciso sulla formazione musicale dell'autore: dal minimalismo di Glass, Reich e Nyman, alla raffinatezza armonica e ritmica del jazz  contemporaneo, alla reminiscenza della musica occidentale sia colta che popolare. Tutto ciò viene sintetizzato in un linguaggio originale caratterizzato dallo spiccato senso melodico del compositore, in cui si ritrovano lontani echi della tradizione del belcanto italiano.

L'orchestra è costituita da un complesso di archi di medie dimensioni e da alcuni strumenti solisti, ognuno dei quali assolve ad una funzione ben precisa: il vibrafono e la marimba creano una complessa trama ritmica su cui si appoggiano le sortite melodiche del clarinetto e del sax soprano, il pianoforte ed il sintetizzatore provvedono a creare il colore armonico, mentre l'arpa ha un ruolo fondamentale, essendo legata al personaggio centrale dell'opera. Sarà inoltre necessario un impianto di amplificazione che unifichi i livelli dei vari strumenti, dei cantanti e degli attori.

Questo progetto nasce, inoltre, da una collaborazione tra due persone che, oltre ad essere accomunate per elezione, hanno affrontato insieme altre esperienze, tra le quali ricordiamo l'allestimento del "Miles Gloriosus" di Plauto per conto dell'Università degli Studi di Messina, e de "Le facezie ridicole", tratto da canovacci della Commedia dell'Arte, prodotto dal C.E.I.S.

Proprio per la caratteristica dello slancio come origine del progetto, basato su una volontà comune e sulla passione, si conta per la realizzazione dello spettacolo, di collaborare con artisti cresciuti nella zona del nostro capoluogo. Quindi, elementi selezionati e conosciuti sia per il tasso di professionalità che per la voglia di realizzare insieme un progetto che hanno visto nascere passo dopo passo, scena dopo scena, emozione dopo emozione.


 

 

Note di presentazione alla versione del 2001

“…anche ora che la Luna è diventata quel cerchietto piatto e lontano, sempre con lo sguardo vado cercando lei appena nel cielo si mostra il primo spicchio, e più cresce più m’immagino di vederla, lei o qualcosa di lei ma nient’altro che lei, in cento in mille viste diverse, lei che rende Luna la Luna e che ogni plenilunio spinge i cani tutta la notte a ululare e io con loro.”

Italo Calvino – “La distanza della Luna” da “Le Cosmicomiche”

            Sono passati poco più di quattro anni da quando, nel Gennaio del 1997, al Teatro Vittorio Emanuele andò in scena in prima assoluta la mia opera “La distanza della Luna” su libretto di Giovanni Moschella tratto da un omonimo racconto di Italo Calvino. Ciò che fin dalla prima lettura colpì la mia immaginazione e che stimolò il mio lavoro compositivo fu la forte presenza di elementi musicali nel racconto: i canti che accompagnano le notturne navigazioni verso gli scogli che faranno da punto d’appoggio per i viaggi verso la Luna, la melanconica canzone “Ogni pesce lucente è a galla è a galla, ed ogni pesce oscuro è in fondo è in fondo…”, l’arpa che la protagonista femminile porta sempre con sé e che l’accompagnerà fin nel suo volontario esilio sulla Luna per sempre irraggiungibile, lo straziante ululato dei cani nel finale. Come resistere alla tentazione di trasformare in suoni udibili le suggestioni di una scrittura così fortemente intrisa di suoni non-uditi? E così, dopo due anni di lavoro venne fuori un’opera teatrale ricca di cantanti, attori, danzatori, musicisti, scene, costumi, regia, direzione, ed eventi di contorno, come la produzione di un CD e la trasmissione dello spettacolo in diretta su Internet, con regia interattiva.

            Sì, ma allora che senso ha una ripresa ad anni di distanza per di più in una versione solo musicale?

Primo: il mio desiderio di riascoltare una musica che, chissà poi perché, non avevo più suonato, e che era rimasta nascosta in un angolo della mia anima, rincantucciata ad aspettare il momento giusto per venire di nuovo fuori.

Secondo: una maggiore maturità nell’affrontare il rapporto tra musica e letteratura, che mi ha indotto a pensare che una scrittura come quella di Calvino probabilmente può non aver bisogno di una rappresentazione scenica, sia essa realistica o no. Ho sentito il desiderio di riconquistare il senso dell’immaginazione, di suggerire piuttosto che descrivere, di far venire fuori quella “leggerezza” che Calvino ha così bene descritto, leggerezza che proprio la musica può riuscire meglio a trasmettere, in quanto linguaggio senza parole.

Terzo: inscrivere questa musica nel disegno complessivo della mia ricerca, che adesso comincia a diventare più chiara di quanto non lo fosse quattro anni fa. Il mio lavoro, infatti, sempre più spesso si intreccia con percorsi diversi dalla musica: letteratura, astronomia, suoni della natura, nuove tecnologie. Ora, dopo aver esplorato il cosmo alla ricerca della musica delle stelle (in “Atlas Coelestis”), dopo aver ascoltato le voci delle balene e le cangianti tonalità dei mari (ne “Il Mare”), mi rendo conto che proprio “La distanza della Luna” è stato il primo passo del mio cammino, di questa esplorazione dei rapporti tra Terra e Cosmo, tra arte e scienza, tra immaginazione e rigore scientifico, che spero di continuare ed arricchire di nuove riflessioni. Ma le strade della ricerca, si sa, sono lunghe e faticose.


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