IL DIAMANTE AFRICANO MINORE

SPOROPIPES SQUAMIFRONS

Testo di Ivo Ginevra sull'esperienza riproduttiva di Tonino Piccinini

Pubblicato su Alcedo al n. 19 Gennaio 2005

 

Coppia di Diamante africano minore: affascina, di quest'uccellino, l'orlatura delle penne di remianti e timoniere, fatta apposta per far risaltare un delicato disegno che arricchisce il fascino del soggetto. Purtroppo, questa peculiare caratteristica può diventare un handicap nella presentazione dei soggetti alle mostre ornitologiche, perchè la mancanza di una singola penna scompone il disegno facendogli perdere, in fase di giudizio, una delle sue tipicità fondamentali

 

IL DIAMANTE AFRICANO IN NATURA

Principali specie del genere Sporopipes sono: la frontalis, conosciuta per Diamante Africano Maggione e la Squamifrons, chiamata nella sinonimia volgare Diamante Africano minore o Tessitore fronte squamosa. Quest'ultima ha tre sottospecie, e precisamente la pallidus, la pallidior e la cinerascen, che si differenziano tra di loro soltanto per colore e disegno leggermente più pallido o più marcato. Il Diamante africano minore ha il suo habitat nelle zone desertiche a sud dell'Africa equatoriale e predilige il clima secco dei luoghi aridi. Vive anche nelle savane da fitti arbusti spiosi ed in natura si nutre di semi, germogli ed insetti. Essendo un tessitore, costruisce il suo complesso nido, dalla forma rotonda ed "a pera" tra cespugli od arbusti, preferendo senza dubbio quelli spinosi di rovo a poca altezza dal suolo. La femmina depone dale tre alle sei uova in due covate l'anno, alimentando la prole con una dieta a base d'insetti e semi immaturi.

DESCRIZIONE

Dall'analisi della sinonimia latina "squalifrons" intuiamo subito che la peculiarità della specie sta tutta nelle piume nere orlate di argento chiaro del tutto simili a piccole squame, poste a decorazione della fronte e del capi. Dalla base inferiore del becco partono due strisce nere, che discendono simmetricamente fino ai lati del collo. Dello stesso colore sono anche le redini (le strisce che uniscono l'occhio al becco) ed i piccoli mustacchi. La tinta del dorso è grigiastra , proclive al bruno argento, mentre le parti inferiori risultano essere di un bianco sporco. Ali e coda sono piuttosto scure, quasi nere e tutte caratteristicamente orlate di bianco, come a voler lontanamente riprendere il disegno squamiforme della testa, specialmente nelle piccole copritrici secondarie e primarie delle ali. Il becco e le zampe sono carnicine. L'uccellino è lungo 10 - 11 cm e nell'insieme delle sue forme, colori e disegni si presenta armonioso e piuttosto accattivante. Il dimorfismo è poco evidente e soltanto un occhio veramente esperto può distinguere i sessi, pertanto avremo mustacchi e le redini della femmina leggermente più corti e stretti rispetto al maschio, nonchè una colorazioni di questi ultimi appena, appena più schiarita.

La zona pallida compresa fra le due strisce della gola è di poco più stretta nella femmina, mentre queste striature sembrerebbero nel maschio leggermente più larghe. La femmina, al secondo anno di vita presenta l'orlatura delle penne del capo allungata rispetto a quella del maschio e, quest'ultimo, anch'esso dal secondo anno di vita, ha un disegno decisamente marcato con la colorazione più carica, in particolare sulla testa. Per essere sicuri del sessaggio nell'allestimento della coppia, si consiglia comunque di affidarsi alla tradizionale osservazione dei soggetti, sperando che il maschio emetta il suo verso, simile ad un fischio dalla tonalità medio bassa. Se si dispone di più soggetti, durante il periodo riproduttivo, il riconoscimento dei sessi avverrà facilmente perchè nell'epoca degli amori, il mschio diventa nervoso ed aggressivo nei confronti del proprio conspecifico e degli eventuali altri ospiti della voliera, manifestando un forte istinto territoriale.

RIPRODUZIONE IN CATTIVITA'

Come si vede confrontando la coppia, il dimorfismo sessuale è poco evidente ed il piumaggio rovinato dalla cova indubbiamente rende ancor più difficile l'identificazione delle differenze ma, al contrario, possiamo notare una tipica differenza caratteriale, e cioè: l'atteggiamento guardingo del maschio espresso dal soggetto a destra nella foto

 

Soltanto un mito dell'ornitologia italiana come Tonino Piccinini poteva tentare, riuscendoci, la riproduzione del Diamante africano minore, e tutto quello che modestamente si trascrive appresso è il frutto della sua abilità commista all'esperienza ed all'attenta osservazione dei soggetti. Fin dal 1994, e precisamente in occasione del mondiale d'ornitologia svoltosi ad Udine, dove erano esposti a cura di un allevatore francese dei Diamanti africani, Tonino tentò di entrare in possesso di questa specie per tentarne la riproduzione. Dopo parecchi anni e molteplici tentativi, finalmente riuscì a procurarsi alcuni esemplari ed iniziarne così lo studio e la riproduzione. Nonostante era da preferire la voliera alla gabbia per avere qualche possibilità in più di riuscita Tonino, da temerario, alloggiò le coppie in comuni contenitori da 60 cm., somministrando loro il classico misto per esotici, tranquillamente consumato dalla specie, che non appariva schizzinosa nella scelta dei semi di cui cibarsi. Dopo un breve periodo d'acclimatazione, la coppia cominciò a manifestare l'istinto riproduttivo. Il maschio, infatti, emetteva continuamente il suo verso ed alzava le piume della testina, evidenziando così il disegno squamiforme sulla cresta. Il rituale del corteggiamento continuava da parte del maschio tenendo le ali e la coda ben larghe ed abbassate, nell'atto di mostrare il disegno creato dalle orlature bianche delle penne che venivano agitate con deboli tremolìi. A volte, teneva un filo di juta per la punta del becco, dando in tal modo inizio alla danza inseguendo la femmina su per i posatoi; questa, dapprima sfuggente, alla fine cedeva all'assiduo corteggiamento, accoppiandosi. Il nido preferito dalla coppia fu quello comune a cassettina per esotici, ma con il foro d'ingresso rotondo. La scelta el sito di nidificazione l'effettuò il solo maschio, cominciando ad imbottirlo grossolanamente con della juta, per poi lasciare la rifinitura dello stesso alla femmina, che avvenne riducendo gli sfilacci in soffici e vaporosi cuscini. All'interno, il nido presentava ad un angolo una piccola conchetta atta ad accogliere le uova, ed era preceduta da una grezza anticamera, alta fino a coprire il foro d'ingresso nel tentativo di proteggerlo e mimetizzarlo. Quest'accorgimento dava alla femmina, unica ad attendere alla voca, un senso di sicurezza tale da restare immobile all'interno durante le operazioni di rigovernemento della gabbia; questa abbandonava il sito soltanto dopo che l'allevatore le aveva ripetutamente bussato sulle pareti del nido. L'attaccamento tenuto dalla femmina durante la cova era tale da uscirne soltanto per alimentarsi. In questi casi il maschio entrava per ispezionare e ne usciva subito dopo, riprendendo le operazioni di sorveglianza. Alla srea, dormivano insieme dentro il nido.

Uova di diamante africano. Si noti in questo nido il materiale utilizzato per la sua costruzione è la semplice juta, finemente lavorata nella sua parte centrale, ed il caratteristico colore delle uova abbondantemente sporco da macchie brune

 

Le uova, generalmente 5-6, erano di un colore verde molto carico, con punteggiature scure e non fu mai rilevata alcuna anomalia o difficoltà nell'effettuare la deposizione; la femmina, in ogni modo, fece largo uso di gritt, ossi di seppia ed integratori vari, favorendo in tal modo la formazione delle uova che generalmente furono quasi tutte piene. Dopo la deposizione del terzo uovo la femmina iniziò l'incubazione, pertanto si consiglia agli allevatori che ne tentano la riproduzione di procedere alla sostituzione delle uova con quelle di plastica, proprio come si fa con i canarini, al fine di consentire una schiusa contemporanea dei piccoli, con conseguente crescita regolare ed omogenea degli stessi. Le nascite si ebbero dopo dodici - tredici giorni e soltanto per i primi 4-5 giorni l'imbecco fu opera esclusiva della femmina. Il maschio, nel frattempo, aveva intensificato le sue operazioi di vigilanza, ma dopo una settimana cominciò anch'esso a dedicarsi all'allevamento in tutta tranquillità e confidenza con l'allevatore. L'imbecco era anomalo rispetto alle altre specie, e Tonino si accorse che il Diamante africano minore non provvedeva nè con assisuità nè con abbondanza, ma intensificava queste operazioni soltanto verso il tramonto. Alla nascita, i pullus si presentarono ricoperti da un folto piumino grigio e piuttosto pigri nel reclamare l'imbeccata, ma nel giro di una quindicina di giorni furono già fuori dal nido ed addirittura indipendenti verso i quaranta. L'alimentazione dei piccoli, per i primi giorni, necessitò di una forte integrazione proteica a vase di tarme della farina e camole della crusca.

Giovane Diamante africano che esprime un'ottima marcatura nera del disegno, composte dalle strisce ai lati del collo che scendono verso il petto, ben simmetrice e marcate. Si noti anche la zona bianca compresa fra le due strisce ed il tipico disegno a scaglie della testa ancora in fase di formazione

Tonino Piccinini, nella sua esperienza, abituò preventivamente la coppia di genitori a cibarsi di un pastoncino morbido integrato con quello per insettivori, che fu abbastanza appetitoso specialmente nei primi giorni. Graminacee immature e pastoncino secco rinvenuto in acqua furono pure ben graditi; dopo il trentesimo giorno, l'alimentazione divenne soltanto a base di grani. I giovani, di un piumaggio bianco sporco con disegni tenui ma ben presenti, erano perfettamente identici nel sesso ed il piumaggio da adulti venne a completarsi dopo circa cento giorni, fattori climatici a parte. In questo frattempo, la femmina aveva ricominciato a frequentare lo stesso nido, e con cura lo ripulì dagli escrementi, rifoderandolo con della nuova juta, in modo tale da adattarlo per un'altra deposizione. Una volta completata l'opera di ristrutturazione del nido, la femmina non permise ai piccoli di rientrare nel nido e qualche giorno dopo anche il maschio iniziò a cacciarli dal sito di nidificazione. Lo svezzamento, nell'ultimo periodo, fu a totale carico del maschio, il quale per due o tre giorni continuativi riuniva la nidiata sul fondo della gabbia, specialmente verso il tramonto, cominciando un chiaccherio fatto di versi e richiami...L'impressione era quella di un genitore che volesse trasmettere alla prole una quantità di nozioni indispensabili al patrimonio istintivo -genetico degli uccelli. Trascorsi questi giorni d'apprendimento, il maschio cominciò a spiumare i piccoli, divenendo aggressivo; pertanto, il consiglio di Piccinini sta nel togliere immediatamente dalla gabbia i giovani una volta finito il periodo di "apprendimento", al fine di evitare danni anche gravissimi, visto che l'irruenza del padre continua ad aumentare. La coppia portò a termine tranquillamente tre covate e, cosa inverosimile, le giovani femmine che ancora non avevano completato la muta deposero le uova a partire dal terzo mese, essendo in tal modo pronte per la riproduzione. Questa l'esperienza di Tonino con il Diamante africano minore. Narrata in questo modo sembra quanto di più semplice possa riprodursi in cattività, ma io voglio invitare il lettore a non dimenticare che ci troviamo dinanzi ad un uccello difficile; basta semplicemente ricordare che lo sporopipes è un tessitore, così come il Napoleone, l'Ignicoltore, il Granatiere, ecc...tutte specie quasi impossibili da riprodurre in gabbie da 60 cm....Inoltre, il freddo clima emiliano indubbiamente mal si coniuga con le aride temperature dei luoghi d'origine del Diamante Africano; pertanto, riconosciamo ampio merito alle capacità di Tonino Piccinini, il quale ha voluto anche esagerare, riuscendo a riprodurre pure il Diamante africano maggiore. Ma questa è un'altra storia, che avrò il piacere di narrare quanto prima. Voglio concludere questo articolo con le sue parole rivolte ad un collega transalpino: "..e pensare che dicono a noi italiano di non saper fare certe cose...difficili!"

Ivo Tiberio Ginevra

 

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