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IL GIALLO DEL POZZO

 

 

 

 

 

 

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LA SCOMPARSA

IL RITROVAMENTO

ECCO I COLPEVOLI

ANCORA UN CADAVERE

2003

PERSONAGGI

 

I processi.

L’8 Marzo si apre il primo processo in Assise sull’omicidio di Gisella. È una lunga sfilata di amici, parenti, indiziati e forze dell’ordine. I colpi di scena non si fanno certo attendere. Il primo viene da Salvatore Pirosu: il super pentito ritratta in parte la propria deposizione. Dice di non aver visto il momento esatto in cui la giovane sarebbe stata uccisa, ma di aver solo sentito un urlo: troppo poco per una ragazza tramortita da quindici sassate, secondo gli accertamenti forniti dalla scientifica. A questa contestazione il Giuda risponde trincerandosi tra i non so e i non ricordo. Sembra recitare un copione scritto da qualcun altro. Ripete le stesse battute, come inconsapevole, quando gli viene chiesto dove la vittima abbia mangiato carne e patate prima di morire. Esatto: dove. Perché la sabbia trovata sul corpo di Gisella è quella che stava in fondo al pozzo, non quella di una spiaggia vicina.

Per gli altri accusati si prospettano destini diversi: Floris rimane indiziato mentre la Pau e Pintus vengono prosciolti in quanto dispongono di un alibi attendibile per la sera dell’omicidio. Ma il reato risale davvero al 28 Giugno 1989? Questa certezza viene a mancare con la deposizione del Professor Sergio Montaldo: la sua perizia necroscopica afferma che Gisella potrebbe avere un giorno in più.

Giunge il turno di Gisello: da parte della famiglia c’è la ferma convinzione sull’estraneità della vittima al mondo della prostituzione, e la triste consapevolezza del fatto che la verità sia molto lontana dai racconti di Pirosu. Gisello dovrà difendersi dalle accuse di cui è stato vittima: un’intervista rilasciata a Tele Gamma poco dopo il ritrovamento lo vede troppo sereno, questo sembra fare da detonatore alle voci sul rapporto tra lui e la figlia. Si tratta di una figlia presunta (Gisello affermerà sempre: “era nata in casa”), e in molti hanno parlato di rapporti incestuosi. Questo nuovo indiziato, la cui vita è senza dubbio abbastanza devastata dal dolore, dice di essere a conoscenza di quanto dicono le persone sul suo conto ma di non curarsene affatto: che scorresse o meno il suo stesso sangue nelle vene di quella ragazza, lui la aveva cresciuta come un padre vero. Sbigottite assistono al processo Tiziana (la sorella), Giulia Richera (la madre) e Gina Vacca (la nonna paGiulia Richera, madre della vittimaterna). Tre modi diversi di affrontare il dolore. Tiziana ora ha l’età di sua sorella al momento della morte, è schiva e timida. Giulia non si da pace, la sua bambina infatti stava per trasferirsi ad Iglesias da lei e avrebbero potuto recuperare i quattordici anni in cui le era stata lontana. Nonna Gina, il Generale (così com’era soprannominata), è affranta dal dolore ed ha un solo nemico: Salvatore Pirosu.

Passano per il banco dei testimoni gli amici di Gisella. Natascia Miraglia, Walter Alois e Massimo Coronas, i quali confermano la propria versione sulla sera della scomparsa: hanno accompagnato la ragazza fino alla fine di via Napoli e qui la l’hanno salutata per l'ultima volta. Durante il corso delle indagini Natascia è stata interrogata diverse volte, in quanto migliore amica di Gisella, ma ha sempre dichiarato di non conoscerne tutti i segreti: non si dicevano tutto. Vi è un'altra amica pronta a testimoniare, è Sabrina Cannas: aveva tentato il suicidio pochi giorni dopo la scoperta del cadavere di Gisella. Dalla sua deposizione emerge un particolare in grado di riportare al coinvolgimento della vittima in un ambiente perlomeno poco raccomandabile: Sabrina dichiara infatti di avere visto Gisella passeggiare con due pregiudicati. Lo aveva già detto durante un interrogatorio arrivato al tavolo del sostituto procuratore Alessandro Pili con una postilla: "le dichiarazioni della teste non sono da considerarsi attendibili". Eppure la testimonianza era molto precisa, non dava spazio ad alcun dubbio, come Paolo Matteo Chessa riferisce nel proprio libro.

Intanto anche sul lavoro fatto dalle forze dell’ordine emergono diverse inefficienze: manca il verbale del primo interrogatorio fatto a Floris e dalla caserma dei carabinieri sono spariti i nastri delle telefonate che avrebbero poi portato ad incarcerare i colpevoli. Sono scomparsi pure dei residui di stracci trovati nel camino di Pirosu: si suppone fossero i vestiti della vittima. Il capitano Roberto Fioravanti, responsabile del caso fino alle dimissioni nel Febbraio 1990, è allibito: lui aveva lasciato i nastri in caserma; forse erano stati cancellati. Si trattava degli elementi che avevano fatto da filo conduttore e prova nel corso delle indagini. In questi vi era impressa la stessa verità raccontata da Salvatore Pirosu, solo anticipata di qualche giorno. Come la misteriosa telefonista sapesse che l'assassino fosse Licurgo Floris resta un mistero. Anzi, sembrerebbe quasi che non sia stata la telefonista a raccontare quanto sia successo, ma Pirosu a ripetere quanto aveva detto la telefonista.

Le mancanze nell’indagine non si riducono a questo: Ignazio Pirosu, il fratello di Salvatore, possiede una casa nelle vicinanze del pozzo degli orrori. Questo personaggio ha già avuto diversi problemi con la legge, tuttavia la sua abitazione è stata trascurata nel corso delle indagini, e solo a distanza di diverso tempo ha subito una veloce perquisizione.

Floris continua imperterrito a dichiararsi innocente. La sua auto non presenta tracce della vittima, a parte dei capelli sporchi di sangue rinvenuti nel bagagliaio: su questi la scientifica afferma che potrebbero essere di Gisella, ma anche di tante altre persone. Di sicuro non si tratta di una prova schiacciante. Un altro capo d'accusa sarebbe costituito da un'affermazione fatta dall’'imputato il giorno del ritrovamento del cadavere, quando ancora l'identità della vittima costituiva un punto interrogativo: "hanno trovato Gisella"- avrebbe detto leggendo il giornale. L'unica a poterlo sollevare da ogni accusa sarebbe Gianna Pau: la sera della scomparsa sarebbe stato con lei a Cagliari. L'11 Marzo la donna si presenta al processo, ma si rifiuta di testimoniare: vuole prendere le distanze da questa vicenda.

Al momento dell'arringa conclusiva il PM Alessandro Pili si dichiara d'accordo sulla colpevolezza di Floris: considera l'indagine condotta nel migliore dei modi e vede nei capelli trovati nell'auto dell'imputato una prova schiacciante, confermata dalla testimonianza secondo cui avrebbe conosciuto l'identità del cadavere prima che fosse resa pubblica. Gli avvocati di parte civile che rappresentano la madre, la sorella e la nonna di Gisella, ed il difensore di Pirosu sono dello stesso parere: è Floris l’assassino della ragazza. L'unico a non fare il nome di Licurgo è l'avvocato di parte civile di Gisello, oltre a chi è incaricato della sua difesa ovviamente.

Il 24 Marzo arriva la sentenza: Floris innocente, Pirosu colpevole e condannato a trent'anni di carcere. E' una chiara conferma sul coinvolgimento di diversi personaggi rimasti nell'ombra. 

Ciò non impedirà tuttavia che le porte della Corte d'Assise si riaprano con un ricorso l'8 dicembre 1991, in cui l'accusato numero uno rimane Licurgo Floris. Sono passati diversi mesi dal primo processo eppure il caso di Gisella è difficile da dimenticare. Tanto difficile che un gruppo di privati cittadini ha istituito un telefono anonimo a cui chiunque sappia qualcosa possa rivolgersi: qualora fornisse degli elementi determinanti alla risoluzione delle indagini avrebbe una lauta ricompensa in denaro; la consegna di questa arriverebbe per mano di un parroco. Un'iniziativa singolare dall'esito fallimentare: come può, chi ha taciuto per paura, decidersi a parlare quando resta all’oscuro dell’identità del proprio interlocutore all’altro capo del filo?

Torniamo al processo. Il nostro super-pentito ha una nuova sfolgorante verità: riduce il proprio ruolo nella vicenda dicendo di aver solo accompagnato Gisella fino alla macchina di Licurgo, e d’ignorare cosa sia accaduto in seguito. Infatti, sostiene di aver concluso la serata a Cagliari con una prostituta. Ora che la Pau e Pintus sono usciti definitivamente dalle indagini afferma anche di avere sì visto delle persone all'interno dell'auto di Floris, ma di ignorarne l'identità. Alle domande sul perchè abbia dato in precedenza una versione differente dichiara di essere stato in un certo senso pilotato dai carabinieri durante gli interrogatori. Anzi non pilotato, dichiara di avere ricevuto diverse botte alla testa. La cosa suscita scalpore al punto tale da portare Pirosu il giorno seguente a correggere la suddetta dichiarazione: si era espresso male, più che botte alla testa erano scappellotti.

Le novità di questo appello per quanto riguarda le testimonianze si riducono esclusivamente a questa inversione di rotta, il cui unico risultato dovrebbe essere confermare l'inattendibilità delle dichiarazioni di Pirosu. Tuttavia la sentenza lascerà in molti diverse perplessità: Salvatore Pirosu ottiene la riduzione della pena a 24 anni e Licurgo Floris viene condannato a 30 anni di carcere. Il caso è chiuso. Il verdetto sarà confermato dalla Cassazione e per quattordici lunghi anni la vicenda finirà in archivio.

Nel 2003 un pentito farà delle nuove dichiarazioni e di nuovo questi protagonisti si troveranno sui giornali: è il lamento da quel pozzo maledetto in fondo al quale viene reclamata la verità.

 
 

 

 

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Se avete commenti o notizie sul caso inviate una mail a giallo.pozzo@yahoo.it