CONCLUSIONI

Il metodo LCA, pur presentando alcuni limiti, connessi con la soggettività dei criteri di caratterizzazione e valutazione utilizzati, con i dovuti accorgimenti preventivi e tramite un utilizzo critico1, può essere ritenuto efficace al fine di ottenere una quantificazione attendibile del danno ambientale arrecato dalle attività umane e della ripartizione di tale danno tra i diversi processi nei quali ogni attività può essere scomposta.

Considerando quanto esposto nel corso delle analisi di confronto svolte con il Metodo Eco-Indicator 99:

☼ Le fasi maggiormente impattanti per entrambe le tecniche di produzione risultano essere: l’imbottigliamento (in entrambe al primo posto per percentuale di incidenza sul danno), il trasporto, la coltivazione l’allestimento, e la fermentazione (che in relazione alle altre fasi citate ha un peso molto inferiore sul totale). Notevole il fatto che la fase di coltivazione, quella distintiva a livello normativo, incida nel processo biologico soltanto per il 17%, rispetto al danno complessivamente generato, collocandosi al terzo posto, mentre nell’impresa convenzionale questa fase ha un peso del 27% ed è la seconda per rilevanza.

☼ Aggregando i processi nei tre momenti principali che contraddistinguono la produzione dell’impresa vitivinicola: fase agricola (allestimento del vigneto e coltivazione annua), fase di vinificazione (dalla raccolta delle uve all’invecchiamento del vino in barriques) e fase di confezionamento e trasporto (imbottigliamento, packaging, trasporto), si deduce che:
   
   
Nella fase agricola della produzione l’impresa biologica mostra uno spiccato vantaggio in termini ambientali. Questo vantaggio è dovuto in via principale alla categoria “salute umana”(Human Health) dove la tecnica convenzionale di produzione genera un maggiore danno imputabile soprattutto: alle emissioni aeree di ossidi di azoto dovute all’impiego di fertilizzante di sintesi, alla persistenza nel suolo dei principi contenuti nel fitofarmaco impiegato, alle polveri relative all’impiego di un numero triplo di pali di sostegno in cemento, infine al reimpiego di una quantità molto inferiore di legno da potatura come fertilizzante, con conseguente combustione dei sarmenti non riutilizzati, dannosa soprattutto per la CO2 rilasciata in aria; per la categoria Resources il danno maggiore provocato dalla coltivazione convenzionale è dovuto al maggior utilizzo delle macchine agricole ed in particolare al conseguente impiego di combustibile fossile, e, come sopra, all’utilizzo dei fertilizzanti chimici, alla cui produzione il metodo attribuisce un discreto consumo energetico; per la categoria Ecosistem Quality si è ottenuto un risultato controverso: la coltivazione biologica risulta infatti più impattante. Approfondendo il livello dell’analisi è risultato che questo maggior danno è dovuto essenzialmente al Land use (uso del territorio), pur considerando un uso meno intensivo per la coltivazione biologica (è stato considerato un fattore di caratterizzazione dal valore inferiore, come esposto nel par.5.2.1.2). Il danno relativo a questa categoria di impatto, infatti è ripartito su un numero inferiore di quintali prodotti di uva, assumendo quindi in proporzione un peso maggiore. Non possiamo che prendere atto di quale sia la causa di questo maggior danno, constatando che comunque questo risultato non è imputabile ad altro tipo di emissione.
   
   
Nella fase di vinificazione il risultato è ancora più interessante: il biologico impatta più del convenzionale. La causa di questo effetto è duplice: da un lato vengono utilizzati, nell’impresa biologica, maggiori accorgimenti qualitativi (filtraggio in cartoni, utilizzo del nastro elevatore, pompa peristaltica) assenti nell’impresa convenzionale, considerando però che le fasi in cui essi si inseriscono non sono quelle maggiormente determinanti per questo risultato, che invece è dovuto principalmente alla fermentazione, possiamo risolvere che la causa sia piuttosto da ricercarsi nella minore produttività del vigneto biologico. La refrigerazione in particolare implica un consumo energetico, relativo al tempo di fermentazione, che è fisso, cioè non proporzionale al quantitativo di mosto raffreddato, come invece accade per le altre lavorazioni delle uve. Il refrigeratore, inoltre, proprio per lo stesso motivo non è sottoposto ad usura dovuta alla quantità refrigerata, come accade per gli altri macchinari, bensì al tempo di funzionamento, che è di circa un mese per entrambe le imprese. Ciò fa sì che, in tutte e tre le categorie di danno, la vinificazione, per il biologico, crei maggiori svantaggi rispetto al convenzionale. Bisogna però ragionare su due ordini di considerazioni: innanzitutto la fase distintiva per la produzione biologica è quella di coltivazione, il regolamento europeo riguardo la trasformazione delle uve, infatti, si limita a richiedere la lavorazione in linee o in momenti separati (con accurata pulizia preventiva), per le uve biologiche e quelle convenzionali, nel caso in cui un’impresa produca entrambi i prodotti, pertanto non esistono indicazioni precise che un’impresa, volenterosa di diminuire il proprio impatto ambientale, possa seguire in cantina, a parte la generica esortazione ad un risparmio di risorse energetiche; in secondo luogo dobbiamo considerare che, come rintracciabile nelle figure 6.3-6.4, le fasi di vinificazione sono di gran lunga le meno dannose di tutto il processo. Per dare una misura dell’importanza minima del danno relativo a queste fasi possiamo considerare quanto segue: nelle fasi agricole il vino convenzionale provoca un danno pari a 0.127 eco-punti per kg d’uva prodotto, il biologico 0.0897 pt; durante l’intero processo di vinificazione, per litro di vino ottenuto, il danno ammonta per il convenzionale a 0.0112 pt, per il vino biologico a 0.0173pt.
   
   
Per quel che riguarda la fase di commercializzazione (confezionamento e trasporto) si è concluso già nel par.6.4.4 che non sussistono differenze tra le due imprese, che non siano dovute al diverso numero di bottiglie prodotte o alla distanza di trasporto, abbiamo, relativamente a quest’ultima fase, un danno pressoché identico, che sarebbe riducibile solo tramite l’adozione di tecniche di trasporto meno agevoli e maggiormente costose, non adatte ad una piccola impresa. Riguardo l’imbottigliamento il danno maggiore è dato dall’impiego di vetro (costituente la macchina imbottigliatrice, e, soprattutto, le bottiglie) ma, poiché il vetro è il miglior materiale al fine della conservazione asettica delle proprietà organolettiche della bevanda, possiamo concludere che non esiste alternativa alla classica bottiglia, in una vinificazione di qualità. Si potrebbero, al massimo, utilizzare bottiglie dalla capienza maggiore, per ridurre l’impiego del materiale.

☼ Relativamente alla produzione di una bottiglia (aggregando perciò i processi fin’ora elencati), la produzione di vino biologico, comporta una convenienza in termini di salute umana del 54.12% e di sfruttamento delle risorse del 16.51%, per la qualità dell’ecosistema il metodo biologico appare maggiormente dannoso, del 5.5%, ciò è dovuto essenzialmente all’occupazione del territorio nella fase di coltivazione, con riduzione della biodiversità, ed alla penetrazione di alcuni elementi fertilizzanti nelle acque di falda, le minori emissioni di fosforo ed azoto si ripartiscono infatti su un minor quantitativo di frutto prodotto per ettaro, secondo quanto già esposto per il danno relativo all’uso del territorio, determinando in proporzione un danno leggermente superiore in questa categoria (tra l’altro questo effetto si delinea come irrisolvibile poiché connesso alle intrinseche caratteristiche della coltivazione di tipo biologico che, sempre, comporta una minore produttività).

Il danno relativo alla produzione di una singola bottiglia da 0.75l vale, in definitiva, 0.175 eco-punti per il vino biologico e 0.215 eco-punti per il vino convenzionale. Il costo sociale relativo a tale esternalità ambientale è, secondo i criteri di quantificazione economica adottati (par.7.3), di 0.13€ per il vino convenzionale, 0.08€ per il biologico. Possiamo pertanto affermare che dal punto di vista del danno ambientale prodotto la produzione biologica risulta preferibile.

Il costo di produzione di una bottiglia di vino per l’impresa convenzionale è di 1.45€, il prezzo cui il vino è venduto 4.00€, l’impresa biologica ha un più alto costo di produzione unitario pari a 2.01€2 a fronte di un prezzo di vendita di 7.00€. La performance economica dell’impresa biologica è quindi migliore in termini di mark-up imponibile al mercato, si può perciò affermare anche che una produzione biologica di qualità genera ritorni superiori rispetto ad una produzione analoga in termini qualitativi, ma di tipo convenzionale.

Volendo confrontare in termini di efficienza economico-ambientale i risultati ottenuti dalle due imprese possiamo calcolare il seguente indice3, spesso utilizzato da imprese importanti, per valutare il livello del proprio management ambientale e confrontarsi con altre imprese, o determinare l’evoluzione delle proprie prestazioni nel tempo:

        Valore aggiunto
E = —————————
        Impatto ambientale

Misurando l’impatto ambientale in termine di eco-punti abbiamo che:

EB = 4.99/0.175= 28.5 EC =2.55/0.215=11.9

    L’impresa biologica risulta molto più efficiente, determina infatti un minor impatto ambientale e ottiene al contempo profitti superiori. Questo risultato diviene ancor più marcato se si considera che nella performance economica della produzione biologica non è stata inclusa la sovvenzione ricevuta annualmente, sull’opportunità della quale si è discusso nel paragrafo 6.4.6.

    Volendo infine tracciare delle linee di miglioramento, si deve considerare che l’unica fase in cui tale miglioramento risulta, ad uno sguardo superficiale, implementabile è quella di vinificazione. Bisogna però considerare che il maggiore danno prodotto dall’impresa biologica in questa fase è dovuto, come già ripetuto più volte, alle inferiori rese, difficilmente modificabili ed alle ridotte estensioni, tramite le quali la coltivazione biologica, che necessita di maggiori cure, è meglio gestibile. L’unica strada di miglioramento risulta perciò essere l’adozione di impianti a basso consumo energetico4 o, ancor meglio, l’approvvigionamento tramite fonti energetiche alternative, il cui utilizzo in paesi parecchi stati esteri5 sta aumentando a tassi superiori a quello italiano. A tale proposito si evidenzia la necessità di regolamenti delle associazioni di agricoltura biologica e/o norme delle autorità al fine di prospettare metodi di riduzione dell’impatto anche nelle fasi diverse da quella di coltivazione, così da ottenere un danno ambientale inferiore lungo l’intero ciclo di produzione e non soltanto relativamente a quelle fasi che, determinando anche una miglior salubrità per il consumatore, rendono il prodotto maggiormente appetibile in un’ottica di mercato.

Note:

1) Proprio per questo motivo si ritiene necessario la realizzazione di LCA dettagliati, che permettano di comprendere le logiche presenti nei metodi di valutazione, così da poterli modificare plasmandoli sulla realtà che effettivamente si intende analizzare.

2) Superiore a causa, principalmente, della minor produttività per ettaro del vigneto e della maggior cura prestata in alcune fasi.

3) Eco-ecomanagement, Akira Koudate, Giampiero Samaritani, FrancoAngeli 2004.

4) Soluzione che determinerebbe anche una riduzione dei alti costi di produzione.

5) Negli Stati Uniti, addirittura, persino le stesse imprese erogatrici di energia elettrica offrono la possibilità di rifornirsi di energia ottenuta da fonti rinnovabili diverse dall’idroelettrica. Il servizio, attivabile su richiesta, ha un prezzo maggiore (dal 3% al 15%), ma sorprendentemente un buon livello di domanda. Ciò è sintomo di una crescente sensibilità di imprese e consumatori verso la causa ambientale.