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esprit de géométrie, esprit de finesse

realtà e suggestioni tra fotografia, pittura e scultura

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CONTAMINAZIONI,
OSSIA, LA FOTOGRAFIA IN UN IMBUTO

Italo Zannier

 

Questa volta sembra che la fotografia sia addirittura uscita di scena, nel momento stesso in cui è comparsa, e subito sia fuggita, infilandosi in un imbuto di colori e di materiali, che la imprigionano e la coinvolgono appassionatamente, come in un orgasmatico incubo onirico.
Quattro fotografi di Maniago: Gabriele Agosti, Massimo Borin, Aldo Faoro e Fabrizio Magris, si sono messi “in combutta” con quattro altri artisti, per collaborare, sostenere e realizzare un progetto d’immagine, volto a tracciare un complesso itinerario iconico, che si avvia dalla natura reale   ( paesaggi, architetture …), letta e quindi sintetizzata dalla fotografia, e da questa infine trasferita sulla tela o nel corpo di una scultura, in un suggestivo transfert di pigmenti e di materiali.
Un procedimento non nuovo, ma sempre accattivante, oltre che provocatorio e, ovviamente, pericoloso nella sua complessità semantica.
Dire che, la “fotografia è la fotografia”, è ormai uno slogan, però da difendere, anche in questa occasione.
La Fotografia, infatti, ha una sua specifica identità, e quindi offre segni altrimenti sconosciuti e imprevedibili, oppure psicologicamente e fisiologicamente acquisiti attraverso la sua insistente esplorazione – istantanea o riflessiva -, come accade dal tempo di Daguerre a oggi, ossia nell’Era dell’Iconismo, che si è avviata proprio con l’invenzione della fotografia, nel 1839.

E questa Fotografia ha, via via, non solo stimolato a guardare e a scoprire il reale in un modo “nuovo”, ma, istituendosi ormai come fosse la vera realtà, ha coinvolto ogni genere d’espressione, quella visiva innanzitutto, e infine tutta la cultura del nostro tempo, nel passaggio epocale dal “naturale” al “virtuale”, ossia dall’immagine- oggetto all’immagine-luce.
E’ avvenuto uno “scambio tra le arti”, persino in competizione, non soltanto per inquinamento, ma come connessione dei generi, in una evoluzione logica, se si tiene conto delle problematiche relative alla comunicazione e alla informazione “globale”, che proprio la fotografia e i suoi derivati ( cinema, televisione…internet…), ha consentito e promosso, non per il capriccio di un Daguerre o di un Talbot, ma come indispensabile, inevitabile soluzione esistenziale, che si è sviluppata in seguito alla “rivoluzione industriale”, mentre il “mondo tecnologico” stava rapidamente sostituendosi al “mondo contadino”, dove la realtà veniva invece misurata a passi, con il suo profumo, la sua temperatura, la sua tattilità.

Dal tempo di Daguerre ( il pittore Delaroche esclamò : “da oggi la pittura è morta!”), a quello di Bill Gates ( i generi sopravvivono, contaminati !), sono trascorsi centosessantasei anni, sembra una eternità, ma ciononostante si soffre ancora del complesso suscitato dalla differenza tra il “fatto a mano” ( pittura, scultura,ecc.) e il “fatto a macchina” ( fotografia, cinema, televisione, internet…).
La necessità, ma nel migliore dei casi la curiosità – mi sembra prevalere nella operazione dei quattro artisti ( ma quattro più quattro ) di Maniago -, o la necessità culturale di verificare il possibile transfert di immagini, dalla fotografia alla pittura e alla scultura, dove infine la fotografia viene intesa e letta come Realtà; una realtà, però, già filtrata dal fotografo, e si intenda il Fotografo, non l’apparecchio fotografico.
Un gioco che coinvolse fin dall’inizio anche i grandi pittori e scultori dell’Ottocento, da Courbet a Michetti, da Rodin a Medardo Rosso…
La fotografia ha quindi suggerito, spesso efficacemente, a Carlo Fontanella, Ado Furlanetto, Manuela Poggioli e Bruno Vallan, una esplicita configurazione bidimensionale, quindi iconica, che è stata letta e interpretata aldilà della stessa concreta realtà dalla quale proviene la fotografia; scarnificandone la struttura, frammentandola, rileggendola con il pennello o con altri strumenti, concludendo per allusioni, nel tentativo di ritrovare un rapporto con la natura, che mediante questa serie di percezioni, si fa quindi astratta, concettuale.
I fotografi sono usciti di scena, quasi umilmente, ma in questa rassegna essi sono il pungolo ”naturale”, che ha motivato e giustificato il percorso iconico dei colleghi, consacrato nell’unicum del risultato finale.
Come classificare queste opere? Sicuramente non sono fotografie, e quindi è da valutare soltanto il risultato finale, nonostante la contaminazione programmata, ed è un compito che trasferisco ad altri.

I quattro amici di Maniago hanno comunque cercato dalla fotografia, come osservava Paolo Fossati a proposito dell’eclettico Luigi Veronesi, di “ricavare notizie di strutture, di tissularità sfuggenti alla presa naturale dell’occhio, anche se del tutto evidenti in natura; e ricercare una costruzione propria…”.