Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 



esprit de géométrie, esprit de finesse

realtà e suggestioni tra fotografia, pittura e scultura

Home

Pascal

Introduzione

Presentazione

Opere Artisti Mostre Album Stampa

Contatto

 

PRESENTAZIONE

Enzo Santese




L'idea di Blaise Pascal, contenuta nell'assunto "L'esprit de geometrie", è impiegata a dar nome a un evento pienamente immerso nella contemporaneità e a cogliere il nesso fondante della realtà che corre tra due poli, antagonisti finché il pensiero dell'uomo non cerca la loro conciliazione nell'armonia: l'esprit de geometrie è il senso pieno dell'esistente, la consapevolezza di poter quantificare l'universo sottoposto al vaglio dei sensi; ad esso si oppone l'esprit de finesse, vale a dire la capacità di entrare nella sostanza del mondo fisico, fissandone le varie fibre costitutive attraverso l'intuizione immediata e spontanea; in un'estensione logica l'uno vale per la ragione, l'altro per il cuore. E proprio nel cuore risiede lo slancio a far vibrare le corde dei sentimenti, il complesso di qualità che "definiscono" la persona, le sue modulazioni emotive, le sue articolazioni intellettuali.

Il lavoro di quattro fotografi (Gabriele Agosti, Massimo Borin, Aldo Faoro, Fabrizio Magris) si combina con quello di altrettanti artisti (Carlo Fontanella, Ado Furlanetto, Manuela Poggioli, Bruno Vallan), che, in forma problematica, toccano il dilemma "geometria o finezza"; il tutto in un progetto pensato e realizzato quale analisi critica che nella sua globalità, avvolgente per tutto il gruppo, si è distinta in una serie di interventi a coppie.

La fotografia assume una valenza motrice nel processo costruttivo di una mostra dove i protagonisti, provenienti da diversi generi creativi e da differenti convinzioni poetiche, a due a due, propongono il loro contributo a una sintesi, in cui la fotografia stessa non ha perduto i connotati originari, anzi li riafferma nel contesto di un'opera che li sviluppa fondendoli in un unicum. Ognuno dei fotografi avvia il processo creativo offrendo una gamma di esiti alquanto variegati: Gabriele Agosti isola pochi elementi fisici, generosi di spunti e richiami a segni e rilievi, adottati poi come nuclei generatori di metamorfosi, assonanti col territorio dell'astrazione; Massimo Borin amplifica nella sua opera la suggestione di tracce cromatiche ricavate dal lavoro dei graffiti e, in tal modo, predispone una ricca griglia di potenzialità espressive ulteriori. Aldo Faoro scarnifica il mondo circostante estraendone l'essenzialità di una nervatura lineare geometrica, affidata a stampe a colori oppure in bianco e nero con esaltazione dei contrasti; Fabrizio Magris cattura porzioni d'esistente, che diventano finestre mobili di un itinerario oltre i limiti dell'immagine stampata.

La rassegna è la fase finale di un complesso di incontri, confronti, dibattiti accesi sull'urgenza di dare dignità a lavori che risultano prodotti a quattro mani, anche se in tempi successivi di un autore rispetto all'altro. In tal modo l'istantanea, in un arbitrio creativo che è anche il dato caratterizzante dell'evento, protende il concetto di hic et nunc (qui e ora) in quello di ubicumque et semper (dovunque e sempre), disponendo pittura e scultura a accorpare in sé ed elaborare opere che la macchina ha fermato sulla pellicola: gli scatti fotografici hanno fissato in un attimo lo scorrere della cronaca, offrendo agli artisti il materiale per uscire dallo specifico del soggetto ritratto e inquadrare una ragione del proprio sentire.

Gabriele Agosti e Ado Furlanetto pervengono ad una fusione e simbiosi delle rispettive espressioni in lavori, dove il contributo dell'uno si innesta su quello dell'altro, in senso letterale: il pittore interviene infatti sulle foto preventivamente stampate sulla tela, estendendo la dimensione significante dell'immagine; questa si dirama in molteplici tensioni proprio nel tragitto temporale tra foto e pittura. La superficie diviene così una sorta di rappresentazione concettuale, punto d'incontro tra realtà e coscienza, e offre l'occasione alla nascita di una potenzialità formale. Minimi elementi vegetali estrapolati da un ambito paesaggistico, quale può essere un albero ridotto al fusto o un riquadro di terreno argilloso essiccato dal sole, collocati al centro dell'opera, si fanno pretesto per un viaggio oltre i limiti della figura, nella libertà di uno spazio percorso dai fremiti di un'astrazione, giocata sulla dominanza di impronte che scandiscono una sorta di scenario dell'anima.

Massimo Borin e Bruno Vallan rilevano nella casualità dei segni impressi sui muri il tratto di un'armonia da sviluppare sul piano. Il primo coglie nell'obiettivo del proprio scatto poetico segmenti e traiettorie cromatiche, estrapolate da contesti di pitture occasionali, accentuando nella stampa i rapporti di estensione e struttura del colore. Vallan poi, sui suggerimenti di quelle coordinate, avvista dei punti di riferimento da cui fa partire il suo processo creativo in superfici che diventano luoghi di linee-forza e aree contrapposte, tra le quali si origina una differenza di potenziale in termini di effetti visivi. La logica compositiva evidenzia il senso di leggerezza di una forma che si precisa all'occhio del fruitore sfuggendo al tempo stesso a una precisa definizione di corrispondenza con il reale, ma prestandosi a un cumulo dilatato di opzioni interpretative. L'artista, quasi in filigrana, adotta delicate geometrie, che poi sigla con tocchi di colore di vellutata intensità.

Aldo Faoro e Carlo Fontanella lavorano a una sintesi che, ad opera finita, mantiene integra la fisionomia d'origine pur risultando letteralmente scomposta la forma derivata. Il primo fissa nella realtà naturale (fili d'erba, elementi vegetali, architetture spontanee) la scrittura dello spazio, così come appare a un occhio ben attento ai particolari. Fontanella la assume a pretesto per un calco in gesso, opportunamente sezionato e scomposto in porzioni che poi, assemblate, formano bassorilievi di grande equilibrio, dove i tratti curvi (memoria degli steli erbosi) creano fastelli fitti in formelle di grandi dimensioni. Lo scultore, riprendendo la nitidezza dell'impianto iconico della foto, la coniuga con armoniche vibrazioni lineari che nel punto dell'interruzione lasciano un varco concettuale alla fantasia di chi guarda. Si presentano come architetture virtuali, capaci di imprigionare per un attimo il respiro degli elementi che le compongono; quasi memorie riaffioranti di una storia sepolta e riportata a illuminare la propria interna struttura.

Nel lavoro di Fabrizio Magris e Manuela Poggioli le foto della vecchia, cara Polaroid (in cui il tempo reale dello scatto collima in pratica con quello della fruizione), innestate nell'opera, appaiono creature animate di una superficie, che è anche teatro di una dinamica scatenata da un misterioso campo magnetico in movimento. Minime evidenze figurali sintonizzano la pittura su un contrasto dialettico con le foto medesime e, insieme, danno l'idea di una nuova espansione dell'essere, reso leggibile da fenomeni di luce sottopelle che mettono in rilievo allusioni alla realtà, ridotte spesso a fraseggi lineari, a piccoli corpi geometrici fluttuanti in un magma di trasparenze. Mentre il filo è elemento narrativo di congiunzione tra il contenuto della tela, percorsa da segni e incandescenze, e il cumulo di spilli mobili che mimano il brulichio vitale di natura.