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Il Carnevale Festa dei Bambini |

per tutti i ragazzi e genitori della Comunità
con giochi e rinfresco
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STORIA DEL CARNEVALE |
Carnevale
La parola Carnevale significa "togliere la carne"
e in origine si riferiva al solo giorno prima dell'inizio della Quaresima,
periodo di penitenza, digiuno e rinuncia.
Prima dell'inizio del periodo quaresimale era quindi tradizione
preparare banchetti con libagioni a base di carne (valeva per chi se lo poteva
permettere naturalmente), per poi affrontare un periodo di astinenza e
preghiera.
Ma le origini del carnevale vanno ricercate in antichi riti legati
al rapporto tra uomo e terra, nel periodo in cui i lavori della terra
subivano un arresto la vita sociale si intensificava.
Chi era uso a lavorar la terra nel periodo che andava dai primi dell'anno
all'inizio della primavera aveva tempo per frequentare il vicinato e per
celebrare riti propiziatori per il ritorno della luce e per la fertilità dei
campi.
L'uso della maschera che ride
era legato alla credenza che la risata, anche se non reale, allontanasse gli
spiriti maligni e che con il volto coperto l'uomo, non più legato alla propria
umanità, potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente inusuali
o mal tollerati.
L'abbandonarsi ad estreme licenze sessuali potrebbe essere riportato agli
antichi riti propiziatori che prevedevano l'unione dei corpi sulla nuda terra
come omaggio alla Madre Terra, riti radicati soprattutto tra i popoli Celti.
Successivamente, con la diffusione della religione cristiana,
prima, e cattolica, poi, il Carnevale ha assunto il significato di inizio
ufficiale delle celebrazioni quaresimali.
Di qui la ricerca del divertimento, col periodo di Carnevale,
che segue immediatamente il periodo di Natale. Il culmine delle celebrazioni
carnevalesche viene raggiunto il martedì che precede l'inizio della
Quaresima (Martedì Grasso), fanno eccezione le zone ove si segue il
cosiddetto Rito Ambrosiano, introdotto da S. Ambrogio, dove il carnevale
si conclude il sabato che precede la prima domenica di Quaresima (in particolare
Milano e alcune zone limitrofe).
Alla fine del carnevale è tradizione consumare libagioni a base di carne di
maiale, sanguinaccio, frittelle dolci e altri cibi tipici.
Al carnevale segue un periodo
sacro di quaranta giorni, in preparazione della solennità della Pasqua, che
nella liturgia prende il nome di Quaresima ed inizia con il Mercoledì delle
Ceneri. La Quaresima dura 40 giorni e la tradizione popolare antica
voleva austerità e privazione da ogni divertimento.
Origine
e Significato della festa
Il carnevale, festa popolare saccense tra le più espressive e
rappresentative,
è una festa di derivazione pagana che si contrapponeva, all'origine, nettamente
a quella cattolica. Il popolo, prima di mortificarsi nel digiuno della
quaresima, voleva concedere uno sfogo alle passioni più istintive dell'animo
umano.
L'etimologia del termine carnevale è incerta: oggi dai più viene tenuto
in considerazione "carnem levare" (da cui il siciliano "carnalivari"),
prescrizione che fa divieto di mangiare carne durante la quaresima.
Questa festa prende le
mosse da un'altra ben più antica, quella dei
Saturnali,
tipica festa dell'antica Roma, di origine pagana: durante i festeggiamenti in
onore di Saturno era necessario darsi alla pazza gioia onde favorire un raccolto
abbondante ed un periodo di benessere e felicità.
In questo periodo di
sette giorni si conducevano per la città carri festosi tirati da animali
bizzarramente bardati ed il popolo si riuniva in grandi tavolate, cui
partecipavano persone di diverse condizioni sociali e si abbuffava tra lazzi,
danze ed oscenità.
L'antica
figura del re dei Saturnali ha continuato a vivere nella burlesca figura
del re del carnevale: inizialmente impersonato da un uomo che veniva sacrificato
per il bene della collettività, successivamente sostituito con un fantoccio di
paglia. A quest'ultimo, in Sicilia, venne dato il nome di "Nannu"
e la sera del martedì grasso veniva arso in segno di purificazione e di
rinnovamento.
Origine
e significato della maschera
La maschera è l'elemento che ha
caratterizzato il carnevale ed essa aveva un preciso significato simbolico. Il
termine maschera, derivante dal longobardo "mascka",
significava larva, strega, demonio: rappresentava le anime dei trapassati che,
evocati attraverso riti propiziatori, salivano sulla terra per auspicare un
abbondante raccolto.
Gli antichi usavano la maschera anche nei trionfi, nelle pompe pubbliche, nei
banchetti ed i pagani celebravano il fiorire della primavera, mascherati, con la
libertà di rappresentare chiunque avessero voluto. Più tardi l'uso di
mascherarsi divenne molto in voga presso i cristiani. Nel Medioevo le maschere
comparvero per lo più come raffigurazione del buffonesco, impersonando nelle
loro precipue caratteristiche lo spirito popolare e certi aspetti
sociali tipici delle diverse regioni italiane.
Le maschere del periodo rinascimentale assunsero solo carattere artistico e
soltanto nei secoli successivi divennero facile mezzo per coprire scandali ed
intrighi. L' uomo mascherato divenne l'essere che egli stesso voleva
rappresentare e tale egli appariva agli spettatori.
Con la commedia d'arte, che dalla metà del Cinquecento fino al Settecento
rappresentò il più singolare fenomeno della storia teatrale, nacquero le
famose maschere del teatro italiano, introducendo in scena ciò che poteva
divertire il pubblico. Il carnevale conobbe il periodo di maggior splendore, in
tutta la Sicilia, verso la fine dell'Ottocento: era il tempo in cui la nobiltà
divertiva se stessa e di riflesso il popolo che veniva estasiato dai festoni e
decori che adornavano i carri nobiliari, simbolo di ricchezza ed abbondanza.
Il
Carnevale attraverso i proverbi siciliani
Il desiderio di eliminare ogni minima
traccia di tutto ciò che nell'anno precedente aveva offuscato l'esistenza ed
auspicare un anno ricco e sereno, emerge da tutta una serie di proverbi che
ancora oggi si ricordano:
Era in voga il detto "cannalivari tutti li festi fa turnari".
Il primo proverbio era quello che sanciva l'inizio ufficiale della festa: "doppu
li tri re, tutti olè", dopo l'epifania era già carnevale e la festa
durava fino al mercoledì delle Ceneri.
I
quattro giovedì precedenti la festa vera e propria erano detti:
"lu joviri di li cummari cu 'un avi dinari s'impigna lu falari",
era il giorno in cui non si poteva fare a meno di invitare la comare (la madrina
di battesimo o cresima).
Il secondo giovedì di festa era dedicato invece agli inviti tra i congiunti,
era infatti diffuso il detto: "lu joviri di li parenti cu 'un avi dinari
si summa li denti", cioè si ripulisce i denti non avendo nulla da
spendere e quindi mangiare.
"Lu joviri di lu zuppiddu cu' 'un si cammarra è peggiu pi iddu"
era il terzo giovedì precedente la festa vera e propria: lo "zoppetto"
era una delle tante personificazioni del diavolo, che aveva il compito di
pervertire gli uomini mediante la voluttà, l'allegria e la spensieratezza, il
termine "cammarsi" equivaleva a significare mangiare grasso con
l'obbligo di darsi alle grandi abbuffate.
L'esigenza di trascorrere il carnevale con tutta la famiglia è testimoniata
anche dal proverbio "Natali e Pasqua ccu cu voi ma li sdirri falli ccu
li toi". Il termine "sdirri" corrispondeva all'ultimo giorno
di carnevale.
Il
carnevale antico
Il
primo a testimoniare la presenza del carnevale a Sciacca è stato il Canonico
Mario Ciaccio, illustre storico, nella sua opera "Sciacca, notizie
storiche e documenti". In realtà il carnevale è antico quanto il
mondo: l'uomo ha sempre sentito il desiderio ineluttabile di divertirsi, ogni
popolo ha avuto feste confacenti ai propri costumi, alla propria cultura e nelle
quali si rispecchiava.
"Campieri,
mandriani e fattori" si vedevano girare nelle piazze, tra di loro si
scambiavano frizzi, parole ingiuriose e a doppio senso e coloro che venivano
presi di mira non dovevano sentirsi mortificati ma dovevano riderne divertiti.
In ciò consisteva "lu gabbu", ossia la beffa di carnevale. Ad
esso si accompagnavano i giochi carnevaleschi, che di rado erano semplici ed
innocui scherzi, e le "le parti di carnilivari". Quest'ultime
caratterizzate ed unite alle "mascherate", con le quali i contadini
dipingendosi ed imbrattandosi il viso, infilandosi al rovescio la giacca ed
indossando un berretto o "cappellaccio", giravano per le vie, da soli
o in comitiva, suonando ballando e cantando.
Tre speciali usanze contadinesche
tipiche degli ultimi giorni di carnevale erano "lu sonu, la tavulata e
lu ripetu": nelle case private, dove si teneva "lu sonu",
la padrona di casa soleva suonare il tamburello davanti alla propria abitazione
per dare segnale che aveva inizio la festa alla quale partecipavano tutto il
vicinato. La sera del martedì grasso era poi la volta del sontuoso banchetto
della famiglia, "la tavulata".
Negli
ultimi giorni di festa il popolo siciliano identificava il carnevale nella
figura di un fantoccio chiamato "lu nannu":
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Era un vecchio fantoccio, imbottito di paglia, abbigliato da capo a
piedi da stimato notabile. L'inizio della festa a Sciacca, nei primi
anni del secolo, era caratterizzata, la domenica, dal suo arrivo: una
grande folla si concentrava al porto o alla stazione per applaudirlo ed
accoglierlo con tanta felicità e spensieratezza, in seguito veniva
portato in giro dal popolino urlando e fischiando. La sera del martedì
grasso veniva bruciato come una specie di vittima designata che morendo
purificava la comunità, di modo che si potesse intraprendere un nuovo
anno sotto diversi auspici. |
Negli
anni '50
Gli anni '50 sono stati molto
importanti per il Carnevale di Sciacca, in quanto ne anno segnato una svolta
decisiva. Dopo gli anni bui della guerra, il Senatore Giuseppe Molinari, volendo
dare un nuovo volto alla manifestazione, ha avuto l'idea di creare un maschera
simbolo che rappresentasse la festa saccense decidendo di scegliere, tra le
varie maschere tradizionali italiane, quella di Beppe Nappa - Peppe
Nappa per i saccensi.
Da quel giorno il corteo mascherato è stato così aperto da questa figura,
assurto a tipica maschera locale, preceduto da un vecchio asino con una grossa
chiave a tracollo, simbolo dell'apertura del Carnevale di Sciacca.
Il carro che più di
altri ha suscitato, in quel periodo, il plauso sincero e appassionato della
popolazione, è stato "Monteciborio cusi e scusi", noto con la
denominazione di "lu scecu":l'allegoria di questo carro era un
condensato di satira pungente, al limite della censura, nei confronti della vita
politica; l'inno composto in versi da Emilio Paladini e musicato dal maestro
Giuseppe La Rosa. Sono stati questi gli anni in cui i copioni recitativi hanno
assunto un aspetto marcatamente cabarettistico.
Il
Carnevale odierno
Se
il carnevale di Sciacca ha potuto assurgere ad un'importanza tale da divenire
una manifestazione di primaria importanza per la nostra città, il merito deve
essere attribuito ai carristi, poeti, musicisti, coreografi e tutte le
maestranze impegnate. Abilità, spirito di sacrificio e voglia di divertirsi
sono gli elementi necessari per la realizzazione di questo evento
La
struttura di una carro allegorico oggi è molto più elaborata rispetto al
passato: le fragili strutture in legno sono state sostituite dal ferro e le
moderne tecnologie hanno permesso la completa mobilità delle figure ed una
maggiore resistenza alle intemperie. Ogni carro è legato ad un inno, ad un gruppo a terra e ad un
copione: quest'ultimo, messo in scena al pari di un'opera teatrale da attori e
dilettanti, sul palco di Piazza Angelo Scandaliato, rappresenta il momento più
suggestivo e spettacolare della festa.
In Ogni strada ed angolo si respira aria di festa in un continuo brulicare di
maschere, in un variegato spettacolo di colori, in un incessante sovrapporsi di
musiche e in un travolgente vortice di balli. Il Carnevale di Sciacca è
una festa contagiosa e basta poco per sentirsi integrati: senza transenne tutto
è permesso e concesso grazie alla complicità delle maschere e del turbinio
sfrenato delle danze.
Queste sono le caratteristiche peculiari del Carnevale di Sciacca: ciò ha
permesso di renderlo unico e speciale, differenziandosi nettamente da quelle
manifestazioni ben più famose e conosciute in Italia (Viareggio, Putignano e
Venezia).
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Burlamacco
– Viareggio
Il Burlamacco fu dipinto sul manifesto del
Carnevale 1931. Senza il nome. Prima di ottenerlo passeranno otto anni.
1939: L'ideatore della maschera e del nome, Uberto Bonetti, ha riferito che fu
il Comitato Carnevale a chiedergli, nel 1930, di preparare il manifesto del 1931
e che, prova che ti riprova, si ritrovò sul tavolo da disegno un pagliaccio con
un "puzzIe" d'indumenti sottratti alle maschere italiane della
Commedia dell'Arte: una tuta a scacchi biancorossi suggerita dal vestito a pezzi
di Arlecchino, un ponpon da cipria rubato dal camicione di Pierrot, una gorgiera
bianca e ampia alla Capitan Spaventa, un copricapo rosso a imitazione di quello
in testa a Rugantino, un mantello nero svolazzante, tipico di Balanzone. Al
fianco di Burlamacco, Bonetti disegnò una figurina di bagnante, con costume
castigato come d'uso negli Anni Trenta, per comunicare che Viareggio era la città
del Carnevale e dell'Estate. Fu sempre il Comitato -nella versione dello stesso
Bonetti - a sollecitarlo a dare un nome e al pagliaccio e alla bagnante. Bonetti
che perseguiva il progetto di un giornale umoristico al quale avrebbe fornito le
vignette, firmandole Burlamacco, trasferì lo pseudonimo alla maschera; per la
bagnante inventò il nome di Ondina.
Il
nome Burlamacco fu suggerito a Bonetti da Buffalmacco, pittore fiorentino e
personaggio del Decamerone. Bonetti sostituì la radice "buffa" con
"burla"; ma un contributo gli dovette arrivare anche dal cognome
lucchese Burlamacchi, già utilizzato per il canale del porto, il Burlamacca.
1939: Il nome Burlamacco piacque subito, non solo al Comitato, ma anche alla
città e fu assegnato alla maschera durante un veglione in casa Speziali, in via
Mazzini, con tanto di battesimo a champagne. La cerimonia ebbe come testimoni
gl'invitati alla festa da ballo. All'avvenimento fu data l'ufficialità di un
atto trascritto su una pergamena, firmata dal Bonetti e controfirmata dai
rappresentanti del Comitato dell'Azienda Turismo e del Dopolavoro. Nella stessa
occasione fu dato il nome di Ondina alla bagnante. Sul manifesto di quell'anno
non figurò tuttavia Burlamacco, ma un pagliaccio a mezzo busto, non proprio
dissimile da lui, vestito di bianco come Pierrot.
1946: Fin dal primo corso del dopoguerra Burlamacco tornò sul manifesto. Da
solo. Ondina non la si vedrà più sui manifesti di Bonetti, fino al 1980, tolta
la parentesi del biennio 1961-62 quando sarà riproposto il manifesto del 1931.
1967: Bonetti apportò alcune modifiche stilistiche alla maschera. Rappresentò
Burlamacco a mezzo busto e fece ricorso alla tecnica del finto collage,
alternando i colori bianco e rosso ai colori bianco e nero. In testa alla
maschera pose un copricapo color cremisi.1973: Burlamacco ebbe dal suo disegnat
una seconda modifica di rilievo: indossò costume a scacchi quadrati.
1980: Ondina riapparve a fianco di Burlamacco con indosso un bikini bianco; a
Burlamacco Bonetti riservò un vestito a fondo bianco crema, macchiato da
trapezi e triangoli vermigli.
1990: Burlamacco nel manifesto di Bonetti assunse un atteggiamento più
disinvolto, dinamico, decisamente innovativo, rispetto all'iniziale concezione a
forma di croce d Sant'Andrea.
Il 21 dicembre 1988 Burlamacco entrò, come maschera ufficiale del Carnevale di
Viareggio, al Museo delle Arti e delle Tradizioni popolari di Roma. Il
manichino, fedele al disegno originale di Uberto Bonetti, indossa un costume
realizzato dalla Casa di Mode Cerratelli di Firenze. La testa, ovviamente, è di
carta a calco, ed è stata prodotta dai costruttori dei carri. Una figura
monumentale in carta a calco di Burlamacco è esposta al Museo dell'Uomo di
Parigi. Ai piedi della "statua" è stata collocata una didascalia,
corredata dalla foto di un mascherone sul litorale viareggino.