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Informazioni e Recensioni

Giuseppe De Santis - IL SEGRETO

Il segreto all'insegna del ‘guazzabuglio’ come metafora della condizione umana.
di Walter Moretti (Docente di Letteratura Italiana – Università di Ferrara).

1. Il romanzo di De Santis sembra collocarsi, inizialmente, nel genere letterario che affida la sua trama narrativa (la sua ‘fabula’) alla ricerca del responsabile di un oscuro delitto, condotta  da un personaggio che nella sua funzione giudiziaria associa le capacità professionali alle qualità umane, alla sensibile partecipazione alla sofferenza dovunque essa si manifesti in modi autentici, anche sul versante della devianza dalle leggi sociali. In effetti, gli ingredienti per un ‘giallo’ sembrano esserci nelle prime pagine; la vittima è un personaggio che si era imposto all’attenzione della gente con una accesa passionalità e una violenza verbale volta a sovvertire l’ordine costituito; intorno a lui si muove una realtà sociale le cui istituzioni appaiono compromesse con chi detiene il potere e lo esercita per ottenere il proprio interesse e quello del suo gruppo. Si crea, così, una trama vischiosa di relazioni nella quale diviene difficile la ricerca della verità e, alla fine, gli equilibri sconvolti dalla vicenda delittuosa vengono rappresentati nella luce di un ironico e amaro lieto fine, all’insegna di un apparente cambiamento che è in realtà conservazione dello stato preesistente.

Ma il contesto narrativo nel quale si colloca il racconto di De Santis ha uno spessore storico e sociale che travalica gli ambiti del ‘giallo’ ed esige,dopo i primi capitoli, un’altra chiave di lettura: le inquietanti rivelazioni che costellano il percorso del giudice inquisitore determinano un’angosciosa riflessione sulla storia e sul ruolo che la giustizia vi dovrebbe avere. Allora il modello letterario che emerge dall’analisi intertestuale de Il segreto è il romanzo manzoniano, soprattutto quella parte che concerne la sofferta inchiesta dell’autore dei Promessi sposi sulla giustizia e sulla sua precaria presenza nei processi della storia (si pensi alle esperienze che Renzo è costretto a compiere, sradicato dal suo paese natio, negli spazi delle realtà quotidiane – strade, piazze, osterie, ecc. – e agli interrogativi che la sua ingenua coscienza si pone davanti alla manifestazione dell’ingiustizia). Considerato sotto questo profilo, il romanzo manzoniano è stato visto come una ‘ricerca incompiuta’ della giustizia, la quale è sentita dall’autore non tanto come una realtà realizzabile all’insegna del ‘lieto fine’, quanto una speranza proiettata in un indeterminato futuro, una ‘utopia’. Non sembra aver esercitato altrettanta influenza sul De Santis l’altro grande asse narrativo dei Promessi sposi: quello legato al personaggio di Lucia e agli spazi interiori delle sue vicende, alle prese con le oscure, abissali profondità delle anime che si sono perse o sono state travolte dal male. Il Manzoni, che nel suo intrepido moralismo associa Pascal a Shakespeare, e conduce una lucida (‘crudele’ fu definita da Moravia) analisi dell’animo umano, non interessa il nostro scrittore, per il quale il ‘guazzabuglio’ è da rilevare nei comportamenti degli uomini nell’ambito della realtà sociale, all’interno della storia.

Ne Il segreto, infatti, il corso delle vicende è segnato dall’idea di un oscuro e doloroso “guazzabuglio”, dove si può perdere il significato da dare agli eventi; dove a volte si oscurano le nozioni che – come quella della giustizia - dovrebbero sempre brillare di limpida luce sulla condizione umana.

2. Anche l’opera di De Santis può, dunque, definirsi come quella manzoniana romanzo storico, in cui l’autore si interroga sul significato da dare alla Storia. Siamo nel maggio del 1860, in una località del Regno borbonico, alla vigilia dell’arrivo di Garibaldi e della successiva annessione al regno sabaudo. Vi si fronteggiano, come nei Promessi sposi, i ‘cafoni’ e i ‘galantuomini’. Come nel romanzo manzoniano, c’è una rivolta popolare dei ‘cafoni’, con l’assalto agli alimentari (vedi la “memoria sui fatti…”, cap. XXI).

Ma proprio qui, sul versante caotico degli eventi e dei loro significati, De Santis evoca un altro modello narrativo: la novecentesca storia poliziesca che Gadda ha affidato a Quer pasticciaccio brutto di via Merulana (1957). Da questo scrittore De Santis ha tratto non solo la nozione di un’esistenza confusamente aggrovigliata, definibile come un “pasticciaccio”: egli ha anche derivato l’amarezza della disposizione sentimentale e l’inventività linguistica, perseguita attraverso audaci associazioni verbali; per cui la narrativa di De Santis assume spesso l’intonazione di un testo poetico. - ordinandosi le frasi e le parole secondo le costellazioni verbali rette dalle assonanze e dalle corrispondenze analogiche.

Il commissario che conduce l’inchiesta nel racconto di Gadda, il dr. Ingravallo, con le sue battute ironiche e con le sue riflessioni moralistiche, viene riproposto da De Santis nel personaggio del suo giudice, ma con una accentuazione di quella dolente percezione delle umane sofferenze, di quella solidale pietà che è, poi, il motivo profondamente autobiografico di quest’opera.

3. Questo aspetto del romanzo (ossia la commossa pietà dell’autore che accompagna con le sue riflessioni morali lo svolgersi delle vicende narrative) è stato posto in ombra da Nando Dalla Chiesa nella sua Presentazione, a favore del “virtuosismo” stilistico attivato dall’autore in quei luoghi dove le parole e le espressioni verbali degli scrittori che lo hanno preceduto, sono riproposte in un testo personale: consentendo, così, al “lettore colto” di provare “il piacere raffinato e felicemente ozioso di misurare le capacità di un autore di giocare con le parole…” (pag. 10).

Questo punto di vista interpretativo può trovare, certo, una sua conferma nella compagine linguistica e stilistica del testo desantisiano. Basterà soffermarci su alcuni casi esemplari:

lo starnuto del giudice (“Eeeetchììì!”), con la sua frequente ricorrenza e con la sua funzione fonosimbolica (nell’ultimo capitolo, il XXXV, sarà rivelato il senso che l’autore vuole attribuire alla sua espressione sonora,, con un richiamo ad Aristotele: “il filosofo reputava lo starnuto una sorta di divinità, un atto di libertà, l’anima nuda innanzi alla sorte, per questo a chi lo fa si augura buona salute, felicità” pag. 115);

la scoperta, voluta intratestualità (ossia, l’esibita memoria di parole e versi di altri scrittori, nel proprio contesto espressivo): da Dante, Inf.:  “Non dico come è duro calle cadere in questa valle di lacrime , in compagnia sì malvagia e scempia” (con intento ironico da parte dell’autore, che qui sta riportando la relazione scritta di un “galantuomo” sui disordini sociali del 29 e 30 aprile 1860; e, poco dopo, “Pergite anomo forti, Lacedemonii, hodie apud inferos fortasse cenabimus!”;

le rime interne, ottenute con la duplicazione o triplicazione di parole (spesso aggettivi), aventi lo stesso significato e con simili terminazioni. Esempio, il ritratto del dr. de Martiis: “Il dr. de Martiis, nella sua imperturbabile, ostinata, ostentata severità, pareva antipatico…”; “Gli occhi scuri, sicuri, severi a squadrare dai piedi ai capelli…”; “E giovanissimo, un giorno d’inverno, a memoria d’uomo, freddissimo, smilzo, scalzo, magrissimo, approdò in paese e vi prese dimora…”; “E le cure del dr. de Martiis… erano rigorosamente, ostentatamente rispettose delle leggi e del buon senso…”. E si veda ancora: “… è ancora giovane e carina… una volpina…” (pag. 44); “… a quelle ciglia folte e nere, alle iridi sincere…” (pag. 46); “Quella fucilata, sparata a mezz’aria, urlata, voluta…” (pag. 46).

4. Certo, la memoria di altri testi letterari, quando comporta l’inserzione delle loro tonalità in contesti orientati diversamente sul piano stilistico, è in funzione di un gioco ironico, come ironica è l’attenzione particolare che l’autore dedica alla “cura” dei suoi personaggi, mettendone in evidenza ora il registro “acuto”, ora quello “grave”, in funzione fonosimbolica.

Si veda, ad esempio, la visita che don Luigi Gamberale, responsabile della morte del figlio dell’Arciprete, fa al giudice recandosi a casa sua:

“È permesso…”, si udì una voce secca, sicura, baritonale… Ma non ancora seduti a dovere che un acuto in la bemolle fece sobbalzare il giudice.

“È una questione d’onore, signor giudice”, e lo disse in tanto ardore che, senza profferire parola, per meglio rasserenarsi, s’imbatté in una fetta di pandispagna che assaporò voracemente.

“È una questione d’onore, signor Gamberale?”, ripeté il giudice che non credeva ai suoi occhi.

“È una questione d’onore!”, ribadì il galantuomo con un tono che mutò decisamente d’acuto a grave quasi a salmodiare un giudizio ben meditato, non affrettato, una pausa di riflessione (pag. 34).

Per dichiarazione dello stesso De Santis, si tratta di una dimensione melodrammatica, che rinvia alle recite dell’opera buffa in musica, al San Carlo di Napoli:

“E che…!”, sbottò il galantuomo col timbro più acuto dell’opera al San Carlo. “ Non sarò mica indagato…?” (pag. 43).

5. Tuttavia l’accento, più che sull’ironia e sugli effetti comico-melodrammatici, ci sembra cade su altri valori espressivi: là dove il personaggio del giudice (il protagonista del racconto), nel suo viaggio-inchiesta compie una sorta di discesa agli inferi, nel mondo dell’oscura violenza che s’annida nel fondo delle umane sofferenze.

Nel suo viaggio nella capitale il giudice vede nel “guazzabuglio” della vita cittadina una metafora dell’umana esistenza:

“Le case sono unite alle case, le vie alle vie, in un guazzabuglio di destini che si legano, si sciolgono e s’intrecciano…”.

E al termine del colloquio con Gamberale il giudice dichiara:

“Gli uomini non si giudicano per l’abito che indossano e per il ruolo che la sorte ha assegnato loro, ma per quello che sono, vivono e soffrono.” (pag.42).

Similmente, davanti al corpo dell’Arciprete suicida, il giudice ha una epifania che travalica la realtà contingente per investire le ragioni ultime dell’esistenza:

“Penava oltremodo, ma non per la morte dell’arciprete che conosceva appena, ma per l’amarezza, l’angoscia, di non poter nulla contro ogni accadimento, per l’impressione di un viso cianotico in un corpo penzoloni come metafora della condizione umana. E poi che diavolo significavano quei vestimenti ben piegati in quel disordine generale, se non che l’arciprete con la morte volesse dar ordine al disordine della sua vita?” (pag. 45).

Similmente, l’io lirico dello scrittore si era inserito superbamente nel racconto in terza persona, assumendo il ruolo di mitografo nei confronti della terra natia, sollecitato dalla bellezza di Rosa Marcantonio:

“Era davvero giovane e carina Rosa Marcantonio, ancor più bella della luna nel maggio odoroso, mentre si portava alla bocca il fazzoletto listato di lutto. Gli occhioni neri scintillavano nel viso pallido, smunto, ancor più cinereo per le vesti campagnole a lutto…” (pag. 45).

“In questa nostra terra ingrata, ma piena d’amore e poesia, anche nella malinconia, nella tragedia, vive un che d’arcano, d’antico, una memoria calda dei morti che fa sì che tutto ciò che han toccato e vissuto diventi sacro, d’amare. Più che piangere i morti, si discute con le loro ombre in fuga verso l’ignoto, come se fossero vive, come se nulla fosse accaduto, come se il tempo si fosse fermato, ignare della loro sorte. In morte vivono per sempre.” (pp. 45-46).

Recensioni estratte dalla quarta di copertina del volume.

Antonia Arslan (docente di letteratura italiana moderna e contemporanea – Università di Padova) - "Puntuto e agile, disinvolto e insieme austero, il racconto di Beppe De Santis si snoda in brevi capitoletti che mettono a fuoco con precisione i personaggi e lo svolgersi della vicenda, stimolando il lettore a un ascolto interessato e partecipe. Il linguaggio è affascinante e vivace, costruito con un impasto linguistico di indubbia originalità, in cui echi di parlata popolare si mescolano con disinvoltura a registri più alti, a voci antiche, che determinano il timbro complessivo dell’opera, ambientata in un passato dai colori suggestivamente sfumati, eppure molto efficaci".

Giuseppe Marchetti (critico letterario del “Giorno” e della “Gazzetta di Parma”) - "La narrativa di Beppe De Santis procede sopra un piano di grande persuasività descrittiva, ora contratta in metafore, ora espansa invece in vasti giri d’orizzonte che comprendono, secondo la migliore lezione dei narratori meridionali (Alvaro, Carlo Levi, Seminara, La Cava) un tanto di romanzesco e un tanto di morale. Ma questo strato doppio e triplo di emozioni e di sentimenti è, in queste pagine, abilmente accompagnato da una sottile lievitazione ironica che, sia pur da lontano, mastica ancora la grande lezione pirandelliana".

Prefazione di Nando Dalla Chiesa

Un virtuosismo. Un affascinante virtuosismo. Questo è Il segreto  di Giuseppe De Santis. Sicché il racconto si colloca in una dimensione atipica e perfino inospitale per la critica letteraria. Il virtuosismo, come si sa, è un genere a sé. In poesia, in musica, in retorica, in fotografia, nello sport. Ma anche nella dialettica dei contrari e dei paradossi. Anche nella metodologia quantitativa. Il virtuosismo – l’assolo del jazzista, l’arringa del principe del foro, l’ardita correlazione statistica, il numero del campione – ha infatti un valore che trascende la finalità generale dell’agire. Esprime e trasuda uno specifico sapere, una specifica abilità del protagonista, che va apprezzata non per un risultato che consegue o per la sua coerenza con il contesto, con le attese fondamentali di chi ascolta o legge o guarda. Il virtuosismo è un esercizio a sé. Compiuto d’improvviso dentro una trama ordinata e prevedibile, senz’altro scopo che di rimarcare la diversità dell’attore. Oppure inventato proprio per sfidare l’ambiente ostile e diffidente. O ancora trasformato in spettacolo autonomo perché quello si intende proporre, nella sua interezza, come distillato di storia, di bravura e di estro.

Leggere Il segreto come fosse un’altra cosa equivarrebbe dunque a precludersi la possibilità del suo godimento estetico e letterario. Perché nella narrazione, nell’accostamento dei suoni, nella scelta raffinata delle parole, nel rimescolio incessante delle ascendenze nobili della moderna letteratura italiana, si muovono le informazioni apprese e delibate con il palato dell’intenditore da un professore di italiano aduso a navigare con animo critico e contemplativo nell’oceano della parola, della parola plasmata dentro le altre e alle altre riannodata in miliardi di combinazioni.

L’Autore è d’altronde esplicito: Manzoni e Gadda soprattutto, spremuti con delicatezza incuriosita sopra una trama di inumane ingiustizie e di eterne disuguaglianze sociali. Una trama che non appare affatto estranea alle sensibilità e alle intuizioni che egli ha potuto elaborare attraverso la sua più diretta tradizione di vita. Sicché il virtuosismo prende talora il volo verso l’esperimento letterario, quello del matrimonio tra il timbro del grande romanzo del nord lombardo e la vita sociale del sud raccontato da Verga o da Silone, lo stesso sud che l’Autore trasporta da decenni con orgoglio nella sua quotidianità padana.

Ha ragione De Santis a dire che il proprio racconto esce dai filoni e dagli stilemi della narrativa odierna. Come non vederlo, come non capirlo dopo solo due righe ? Né si fa fatica a capire come mai lo stesso racconto non abbia propriamente suscitato l’entusiasmo di editori e critici letterari. Questi ultimi cercano prodotti per un mercato definito; sul quale non c’è, sembra almeno non esserci spazio per il virtuosismo di un’opera prima, per il pezzo di bravura di un autore sconosciuto. Essi hanno dunque alcune buone ragioni. Ma per quale ragione il lettore colto dovrebbe a sua volta vietarsi il piacere raffinato e felicemente ozioso di misurare la capacità di un autore di giocare con le parole, di ammaestrarle al cambiamento di epoca e di ambiente, di stenderle su trame a loro estranee ?

Anche perché sotto il gioco prezioso si muovono e baluginano, come serpentelli inquieti e fosforescenti, i concetti veri, realissimi, rielaborati dall’Autore nella sua generosa esperienza di impegno sociale, culturale e politico. De Santis professore di italiano e giocoliere di vocaboli è infatti anche De Santis animatore instancabile di scuole e circoli, inventore inesauribile di luoghi e strumenti espressivi, trascinatore appassionato di cittadini con l’uzzolo monello della civiltà e della democrazia. Lo sperimentatore del linguaggio fa tutt’uno con l’uomo che impara la corposità e le sfumature della vita sociale e che, imparandole, continua ad aggiustare – con pazienza, con duttilità – le sue categorie intellettuali. Tanto che, alla fine, è forse questa la maggiore ragione di interesse del libro. Di essere scritto da un Autore continuamente proteso verso il futuro, che si avvicina alla dimensione narrativa sprigionando con naturalezza dalla mente modernissima il linguaggio del romanzo preunitario. Basta capirlo, basta saperlo, perché la curiosità diventi spinta piacevole e invasiva.

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