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Il Segreto

SOMMARIO

I - II - III - IV - V - VI - VII - VIII - IX - X - XI - XII - XIII - XIV - XV - XVI - XVII - XVIII - XIX - XX - XXI - XXII - XXIII - XXIV - XXV - XXVI - XXVII - XXVIII - XXIX - XXX - XXXI - XXXII - XXXIII - XXXIV - XXXV
Conchiusione a guisa di dialogo.
Nota dell'autore.

I

Il giudice sognava ancora che sentì fracasso alla porta. Sprofondò sotto le lenzuola, incerto del rumore vero o sognato che lo aveva svegliato, ma il bussio si fece più insistente, più fastidioso. Tocca, picchia, ritocca, mentre che 'l busso cresce ed una serpe n'esce. Chi diavolo poteva essere a quell'ora, in quel far del giorno?
Il giudice aveva appena messo mano agli occhialetti, smessi su un libricciuolo la sera prima, che il batacchio tuonò più forte. Anche se mezzo insonnito, non gli era difficile intuire che qualcosa di grave era accaduto. D'un tratto, come un barbaglio, si ricordò di aver sognato una fanciulla dal volto pallido e canuto che danzava e piroettava su di un palcoscenico vuoto, poco illuminato e senza addobbi.
"Chi è che bussa?", s'affrettò a rispondere come chi sapeva che la giornata era iniziata male.
"Sono il capitano della Gendarmeria Reale…", urlò concitata, atticciata, una voce in uso a comandar plotoni in corsa.
"Presto, presto…, signor giudice. È successo una cosa terribile!"
"Eeetchì…! Eeetchì…!" Una serie di starnuti secchi e stizzosi accolse il capitano che non riusciva a dar di mano per l'agitazione, e non vedeva l'ora di raccontare tutto.
"Salute, signor giudice!", disse mentre ripassava a mente la partitura.
"Grazie, capitano…", bofonchiò il giudice nell'atto di inforcarsi gli occhiali "eee…, eeetchìì!", starnutì di nuovo.
"È successo una cosa terribile!", ripeté il capitano.
"Uuhm!", mugugnò il giudice.
"Giuseppe Nicola Orlando… si è ucciso cadendo dalle scale."
"Giuseppe Nicola…, chi?", si schermì il giudice. "Eeee… tchììì!", starnutì ancora più forte.
"Giuseppe Nicola Orlando…! Quel tale del fu Pasquale…!", insisté il capitano.
"Ah! Giuseppe Nicola… Orlando! Ma come è possibile?", chiese il giudice da sopra gli occhialini.
"Finalmente ha capito!", pensò il capitano. Poteva tirare un respiro di sollievo.
"E…, come è accaduto?", chiese ancora il giudice, questa volta da sotto gli occhialini.
"Ci risiamo!", ripensò il capitano. Mano che avanza, pena che cresce: forse non ha capito. "Dicono un contrattempo…"
"Giustappunto…, è caduto dalle scale… E chi lo dice?"
"I presenti al fatto…"
"Uuhmm…!", grugnì il giudice. "Se ho ben capito, i presenti al fatto dicono che il Giuseppe Nicola… Orlando si è ucciso cadendo dalle scale…"
"Giustappunto, signor giudice…, con un colpo di fucile."
"Eeetchììì!", ristarnutì il giudice.
"Salute!", rispose il capitano.
"È forse il caso… di un caffè ben caldo." Troncò di netto il giudice come chi rabbrividendo, infreddito, si ricorda di indossare una maglietta sottile.
Il capitano annuì come chi, prima di recarsi al patibolo, vuole bere un caffè.

II

I due, in silenzio, mossero a piccoli passi nel cortile poco distante, che portava in una stanza buia ad uso di ricevere gente, studio e quant'altro. Il giudice scostò appena il drappo che velava la finestra, che la sala si accese di un lume rossastro, opaco. Un mazzo di margherite, semiappassite, sbrindellate, sfogliate, su di un tavolinetto antico, ricondusse il giudice al sogno di poco prima.
"Come può accadere una cosa simile?", si disse ad alta voce, con alla mente la metamorfosi della ballerina.
Il viso di lei gli piaceva, gli piaceva il suo profumo ch'era di rose e mandorle amare. Com'era bella vederla piroettare al lume di candela…! E poi all'improvviso…, ispida, vecchia, cadente, senza denti… "Che diavolo significava?", si chiese ancora il giudice ad alta voce.
"È impossibile a dire", rispose greve, malinconico il capitano. "Oggi si è qua che si travaglia a vivere e domani chissà…"
"Che maraviglia!", osservò ancora il giudice che aveva appena intuito il significato più recondito del sogno: in ogni fiore come in ogni uomo vi è sempre il lato oscuro, l'anello che non tiene, che viene fuori in meno che non si dica, quando meno lo si aspetta.
"Eh già!", ribatté il capitano. "Che meraviglia che è la vita con la sua imprevedibilità!" E nel silenzio della stanza si sentì cantare un cuculo lontananza.
"Meraviglia…! Imprevedibile…! Un corno, capitano…! Mi sveglia di primo mattino, mi dà questa bella notizia e poi… pretende che la vita sia una meraviglia?", sbottò di netto il giudice adirato. Il capitano non sapeva che pesci pigliare.
"E poi, quel tale…", riprese il giudice.
"Giuseppe Nicola Orlando…", suggerì il capitano.
"Giuseppe Nicola Orlando…", ribadì il giudice. "Non bastavano i grattacapi di questi giorni… Quella fucilata se l'è proprio cercata… Si dice la provvidenza divina… Ma che vo blaterando…", si disse poi come a rinsavirsi. "Mi dica piuttosto com'è morto?"
"Per un colpo di fucile, signor giudice."
"Ricominciamo, capitano?"
"Mi scusi, signor giudice."
Due chicchere bollenti e fumanti di caffè soavizzarono la stanza di profumo gradito.
"Stando a quanto dicono i volontari della guardia urbana presenti al fatto…", riprese il capitano, "nell'atto di arrestare il Giuseppe Nicola per i fatti noti, è accaduto l'incidente." E qui il capitano sorbì un sorso di caffè con un fruscio prolungato. "Stavasi il reo nel piano superiore della sua casa, come uom che fugge armato di fucile. D'un tratto si udì almanaccare come uom che cade e rotola per le scale. Uno sparo preceduto dalla fiammella, come tuono dal lampo, fece il resto: Orlando stramazzò in terra in una pozza di sangue."
"Eeee…, e che è!", risbottò il giudice schivo. "A messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle!"
"Prego…? Non so di latino." Ci tenette a precisare il capitano.
"No nulla…, mi scusi capitano… Dicevo… che ne vedremo delle belle in questo caso…"
"Ma se tutto è così chiaro!", si lasciò sfuggire il capitano.
"Certo, certo…: è così chiaro…!", non stette il giudice a obiettare. Ma era ora di andare.

III

Uno stridolio di stivali, unito ad uno strofinio di gambali ed a uno scampanellio di giberne, si udì per la via nel silenzio ridente del mattino. Dopo la tempesta del giorno prima, un cuculo ripeteva il suo verso, i merli schioccolavano in un lieto saliscendi di viuzze acciottolate, l'aria profumava di pioggia e d'amore.
"Sarà una bella giornata!" Osservò il giudice, scrutando l'orizzonte. Poi, rapito dalla bellezza del mattino, sospirò di frescura e malinconia.
"Pure poeta…!", si lasciò sfuggire il capitano con un sorriso che stava lì lì per dire: attento a non fare la fine dei matti! Il giudice lo guardò benevolmente con occhi bieci.
"Se ho ben capito…", poi riprese, "Giuseppe Nicola Orlando, per sfuggire all'arresto della guardia urbana, s'è inciampato, è rotolato per le scale e… accidentalmente s'è ucciso…" 
"Così riferiscono i testimoni", confermò il capitano.
"Ma… può essere che non avesse sospetto? Che…, invece di cercare un pertugio, se ne stesse in casa, deduco, a dormire in santa pace? O era rimbecillito…?" Ruminava intanto il giudice a voce alta. Ma non fece in tempo a chiudere discorso che il capitano lo interruppe.
"Giuseppe Nicola era un facinoroso e…, come dicono, molto coraggioso. Non temeva niente e nessuno."
"Uhm!", arricciò il naso il giudice poco convinto.
Fecero ancora un tratto di strada in silenzio e…: "In tutta sincerità, crede che vi siano delle responsabilità in questa morte?", chiese ancora il giudice.
Ora era il capitano a levare le spalle come a dire non saprei, ma per aggiungere quasi subito: "Mi pare poco probabile, poco credibile… A guidare il manipolo di guardie urbane era quel valentuomo di don Luigi Gamberale."
"Eeetchìì!", starnutì il giudice.
"Salute!", ribadì il capitano.
"Si riferisce per caso a don Luigi Gamberale, pezzo grosso del decurionato? E che ci faceva a quell'ora, in quel luogo?" Osò chiedersi perplesso il giudice.
Il capitano non rispose.

IV

"Ecco la casa", indicò il capitano.
La dimora, una bicocca a due piani, col sole che nasceva, luceva in lontananza. Dalla stanza del piano di sopra, tra le imposte semichiuse, il lume di una lucerna accesa traluceva appena tra i vasi di gerani e di rose. Casupola di gente umile pareva a prima vista, senza fronzoli e ornamenti, sobria e austera, ma con quel sentore di morte tra gli ulivi curvi e stanchi, appariva più desolata.
Il giudice si ricordò di qualche anno prima, di quella casa, di Gioacchino Cammarata. Era appeso ad una trave come un fico secco. Ci restò davvero male il giudice a vederlo così penzolare, credette di aver sbagliato mestiere. Nessuno più volle quella casa, per una miseria se la prese Giuseppe Nicola che rideva dei presagi e non credeva nei sortilegi. Ma non vi era di che stare allegri, sola e abbandonata, portava male la casa di Gioacchino Cammarata, era maledetta quell'abitazione. Il giudice ricordava a perfezione quel che si disse in quell'occasione: "Farà una brutta fine!"
"Ha fatto proprio una brutta fine!", esclamò il capitano un po' contrariato, sconsolato. "Ad appena… ventinove anni! L'abbiamo trovato carponi, con la testa in giù, tra il nono e il decimo gradino." E già il capitano indicava il luogo ormai vicino. "Vestiva camicia e braghe non ancora abbottonate, una sola scarpa calzava, l'altra giaceva abbandonata sul pianerottolo balaustrato che riusciva alla porta d'entrata."
"E il fucile?" ,chiese il giudice, "dov'era il fucile?"
"Quale fucile?", rispose candidamente il capitano a cadere dalle nuvole.
"Quale fucile? Il focile d'Acate…! Come si è sparato Giuseppe Nicola Orlando? Insomma il fucile dell'incidente…?"
"Eh già! Il fucile dell'incidente…, e dov'era?", si chiese il capitano. "Non c'era…, non c'era… Chiederò alla guardia urbana…" Disse ormai senza più regola, preoccupato, agitato.
"Come non c'era…! Eeee… tchììì!", starnutì ancora più stizzito il giudice.
"Non c'era, non c'era…", ribadì il capitano.
"Ora sì che ci siamo…!", pensò il giudice. "Mai una volta che inizi bene!"

V

Una cantilena leggera, di solfa, accolse il giudice, il capitano e i gendarmi di scorta. Le spoglie del morto, ormai, erano già state composte e sul ripiano d'entrata una folla si accalcava da ogni parte. Alcune prefiche, vestite di neri manti, scarmigliate, guidavano i piagnistei coi fazzoletti in mano ad asciugarsi le lacrime. Il giudice e il capitano, in quel luogo, a quell'ora, si sentivano fuori posto, giramondo senza fissa dimora, in grave imbarazzo.
Ma se la pietà riteneva, il dovere voleva, anzi doveva. Cos'è infatti il dovere se non un sentimento di libertà, quand'è connaturato all'idea di diritto? Non vi è volontà di sorta fuori dal dovere a cui si offre ogni pudore, ogni ritegno. Il giudice per primo ruppe gli indugi, ogni timore, seguito a ruota dal capitano, e pian piano si portarono innanzi alla vedova che in disparte seguiva le lamentazioni.
"Mi dispiace…, signora…", biascicò il giudice, stringendole la mano appena appena. "Le mie più sentite condoglianze… Capisco il suo dolore…, ma il dovere…, gli accertamenti…, m'impongono…, mi… chiamano…"
Ma ogni parola gli pareva vana, inadeguata; ogni movenza innaturale. Quando all'improvviso, "Eeee…etchìì…!", uno starnuto secco, sonoro, per un attimo interruppe il pianto delle piagnone. Nel silenzio irreale, nell'impaccio del giudice, la donna annuì in segno di comprensione.
La litania intanto riprese lamentosa. La voce sempre più angosciosa delle prefiche immalinconiva l'aria di storie antiche, miti ed eroi, a cui nulla ormai, in morte, vietava di far parte della vita di Orlando. Una pareva far la recita, il suo dire assottigliava il fumo e cresceva l'aria. Un'altra si dimenava, in tono più grave raccontava l'eterna storia del bene e del male. Il coro, come porgeva il caso, s'attristava o sorrideva, ripeteva o commentava, recitando arie di avi, bisavoli e trisavoli, in una lingua remota, in cui batteva il cuore di una terra antica.
La madre sola, coi capelli sciolti in lutto, tendeva la mano incredula sul nero capo del figlio, timorosa quasi di accarezzarlo.
"In questi casi…", riprese il giudice soffiandosi il naso, "le spoglie…, il corpo del defunto…, sono…, restano a disposizione dell'autorità giudiziaria…"
Ma non gli riuscì di concludere che la vedova lo interruppe. Ella parlava piano, sottovoce, come fosse ispirata, come fosse spiritata. Ma né l'un sentimento né l'altro ella sentiva, era in quei casi in cui nulla sembrava accadere perché tutto era accaduto, tutto pareva così chiaro perché nulla vi era di più vago.
"Piangere fa bene, signor giudice…", bisbigliò appena, serena, strana, stralunata. "Le lacrime fanno scemare il dolore…, così come le storie delle prefiche fanno rinascere i morti…"
La donna poi si fermò un attimo, prese fiato, deglutì, si soffiò il naso e riprese a parlare: anche lei pareva recitare una litania di un tempo antico.
"Le sente queste voci…? Sembrano portate dal vento… Hanno tutta l'aria di una nenia leggera… Sembrano cullare il dolore che per un attimo si tace, si cheta, per avvivarsi più forte… A me neanche il pianto è dato! Il mio uomo è morto e la sua anima vaga nel nulla, senza requie…, senza riposo, finché giustizia non sarà fatta. Giustizia dunque faccia il suo corso… Un favore le chiedo: pietà, rispetto per quella madre che non sa più cos'è il dolore."
Il giudice fece cenno di sì col capo.

VI

Per quanto cercasse, il giudice non riusciva a togliersi dalla mente le parole della vedova e, più delle parole, quegli occhioni neri, cerchiati, malinconici, lucenti per il dolore. Un po' si dispiaceva vergognando muto con gli occhi a terra, per aver fissato, indagato quel volto fiero, ma la donna era molto bella nel suo pallore cinereo.
"E della vedova, che si dice in paese?", chiese a bruciapelo come se destasse da un sogno.
"Gran brava figliola Rosa di Giovanni Marcantonio…", si premurò il capitano di riferire. "Buona famiglia la sua, gente onesta e laboriosa. Lei forse un po' orgogliosa e sola, ma sa leggere e far di conto. Gran brava figliola, signor giudice, e di buona educazione."
"E com'è che si è maritata ad uno spiantato a volte disoccupato…?", incalzò ancora il giudice.
"Che vuole, signor giudice… Si dice che amore e signoria non soffrono compagnia… Si sa come van qui le cose… Lei era molto carina…, poco più di una bambina… Una fuina di innamoratielli e…", il capitano cincischiò qualcosa di impercettibile, incomprensibile.
"Per Dio, capitano! e mica… giochiamo!", sbottò il giudice. "Dica quel che deve dire, se ha qualcosa da dire, oppure taccia, no!"
"E che un po' mi vergogno a dire, signor giudice…, voce di popolo…", bisbigliò appena il capitano.
"Dica, dica…, dica pure…", insisté il giudice ormai scosso nella nervatura.
Suadente di voce come una comare che sussurra una confidenza, ma in realtà confida una maldicenza, il capitano riferì che Giuseppe Nicola Orlando, nell'occasione, poteva essere anche un buon partito, si diceva fosse il figlio del peccato dell'arciprete don Alessandro Gamberale.
"Eee…, eeet…, eeeet…", ambasciator non porta pena…, ma perenne rovina altrui: al giudice questa volta non riuscì di starnutire. Sentì l'insano desiderio di saltare addosso al capitano e tirargli il collo. Riuscì soltanto a farfugliare un ordine stizzito, perentorio: "Raccolga le deposizioni, voglio al più presto un rapporto completo dei fatti; e, come che sia, faccia disporre l'autopsia: incarichi il dottor de Martiis. A presto capitano!", si accomiatò il giudice.

VII

Il dottor de Martiis, nella sua imperturbabile, ostinata, ostentata, severità, pareva antipatico. Mal vestito, spettinato, burbero, stizzoso e sdegnoso, gli occhialetti appena sospesi sulla punta del naso, gli occhi scuri, sicuri, severi a squadrare dai piedi ai capelli. Appena un grugnito di saluto: "Non vedi che hai la tiroide ingrossata? Sei più panzuto di una donna ingravidata!" Non sbagliava mai quelle che diconsi cause prossime o remote della malattia, ad alimentare la fama che lo voleva medico di cristiani chi a vent'anni e chi fin prima che nascesse, insomma giovanissimo.
E giovanissimo, un giorno d'inverno, a memoria d'uomo freddissimo, smilzo, scalzo, magrissimo, approdò in paese e vi prese dimora. E di buon'ora, con l'ausilio di un sensale, prese anche moglie: un buon partito, figlia unica di Giò Battista Marini, farmacista rincoglionito e possidente terriero. In breve tempo, il dottor de Martiis, dal nulla, si trovò una villa lussuosa, una moglie in casa, qualche passitello di terra buona, una farmacia e, come suocero, uno speziale, il quale, tra una mistura e l'altra, nei ricordi dei bei tempi andati, frugava tra le gonne delle giovani donne in età da marito. E cosa credete che fosse soddisfatto il dottor de Martiis? Ma neanche per sogno! Non mancava che il piccolo posto di perito sanitario, medico condotto e quant'altro, povero diavolo…! Qualche anno di politica e di decurionato e chi per un verso e chi da un lato dovette imbrigliarsi nelle sue cure. E le cure del dottor de Martiis, per una sorta di attenzione nonché di gratitudine verso la sorte, oltre a valere il giusto, erano rigorosamente, ostentatamente, rispettose delle leggi e del buon senso. Nella ferma convinzione di occupare ciò che gli spettava e nell'esercizio della sua professione, cosa alquanto rara nel suo tempo, il dottor de Martiis era onesto, un novello sognatore. La qual cosa lo portava a curare cristiani non per toghe, meriti o ricchezze, ma per quella nobile disposizione che suole fregiarsi nome di pietà, apparecchiata per dare e ricevere amore: pretesto questo di inimicizie e dicerie che lo tenevano in quarantena, come se foss'egli l'ammorbato e non loro gli untori, la cricca di quelli che contano per ordire rovina ai danni altrui.
In quel secolo, più dell'essere, contava il parere, quel gusto cinico di farsi ognuno per ciò che non era: se non la prima delle villanie al genere nostro, di certo la peggiore delle ipocrisie.
Ed è proprio alla responsabilità della sua professione, così leggeva la disposizione, che si appellò il giudice, quando gli affidò l'esecuzione dell'autopsia sul corpo, perinde ac cadaver, di Orlando. Frugare tra le interiora, cuore fegato e budella, o nelle cervella, non era mai piaciuto al dottor de Martiis: tra le tante mansioni, questa era la più triste e amara. Giuseppe Nicola poi lo aveva visto nascere e crescere, forte, agre, robusto, con la sua superbia. Cinque chili: sua madre nel metterlo al mondo aveva ansimato, urlato, imprecato, come una puledra al primo parto. Le veniva di morire. Ceruleo, violaceo, paonazzo, più nero di un camino, Giuseppe Nicola aveva guaito così forte da suscitare ilarità perfino nel dottor de Martiis. Vedere ora quella quercia percossa, recisa, caduta, inaridita, su un tavolo di pietra, nel fiore della vita, gli veniva d'infuocare il mondo per la furia. 
"Come è morto?", gli chiese il giudice, quasi a fargli torto, appena terminata l'autopsia.
Il dottor de Martiis piangeva di quelle lacrime del cuore e non degli occhi che nessuno vede e sente, e ogni tanto deglutiva. Si tolse lentamente gli occhialetti dal naso, li inumidì col fiato e lentamente li strofinò con una pezzuola di lino. Gli occhi apparvero piccini, stanchi, spenti, velati di tristezza. Con voce flebile, non d'uomo, disse che, conficcato nelle cervella, aveva un pallino a forma circolare, schiacciato, quanto un tornese, e dal peso di circa un'oncia.
"Ma se vuole…", e fece cenno di avviarsi per reperire il reperto.
"No, no…! Lasci pur stare…", si premurò di tranquillarlo il giudice.
Il pallino era penetrato dal lobulo nasale, in direzione obliqua, laterale, dal basso in alto, dal frontale all'occipitale, fermandosi all'osso.
"Può dire a che distanza sia partito il colpo?", osò ancora chiedere il giudice con gentilezza.
"Eh…! A che distanza…! E quale distanza…! E mica sono un agrimensore…!", rispose burbero il dottor de Martiis. "Quindici… venti passitelli…, e chi lo sa! Di certo non a bruciapelo… Il pallino non ha forato la scatola cranica e non vi sono segni di bruciature nei pressi del foro."
"Ha riscontrato altro, dottore?", chiese ancora il giudice con cortesia, ma ricevette una di quelle occhiate da gelare ogni entusiasmo, ogni sia pur confidenza.
"Ci sono escoriazioni e tumefazioni in molte parti del corpo dovute alla caduta. Più preciso sarò nel rapporto. Ed ora se non le dispiace, vorrei tornare a casa. Sono molto stanco e…, si curi piuttosto la sua sinusite: sbuffa come un toro in amore." Disse ancor più cupo il dottor de Martiis.

VIII

Il rapporto, come l'acqua di fonte che prende le qualità per dove passa, non smentiva affatto la fama che si portava appresso il dottor de Martiis. Era preciso e rigoroso, e supponeva appieno la realtà che il colpo fosse partito nell'andito di sotto le scale o poco più in là, ad una distanza probabile, prevedibile, presumibile, di circa venti o trenta metri. Quel che il rapporto non diceva, e non poteva dire, era come fosse stato possibile al Giuseppe Nicola Orlando accidentarsi in quel modo, a quella distanza. Oppure bisognava supporre che allo sventurato, mentre cadeva dalle scale, fosse caduto il fucile, dal quale fosse partito, sbattendo sull'andito, un colpo accidentalmente, uccidendolo all'istante. Cosa alquanto improbabile, ma a quanto pare possibile se si dovesse dar fede ai volontari della guardia urbana, i quali d'amore e d'accordo riferivano che, "dopo un rumore di calpestio come chi cominciasse a scendere dalla gradinata, e dopo un rumore più forte come d'alcuno che precipitasse per la scalinata, si udì lo scoppio di una fucilata". Quanto tempo sia poi passato tra la caduta dalla gradinata e lo scoppio della fucilata, a nessuno è dato d'intendere. Alla domanda del giudice, i testimoni risposero: "Subito, quasi subito, simultaneamente, quasi immediatamente, di sicuro accidentalmente".
Per fermo che anche nei casi più semplici della vita non vi sia verità manifesta senza congetture, per il giudice, ancora meglio, non esistono certezze. E chi falsa tale opinione somiglia a quel venditore di almanacchi che per osservazione di stelle predice le cose future. Anche per chi fa ipotesi, è facile ingannarsi, ma ne procede almeno che viene da dubitare, interrogare, cercare, che sono il sale della vita. E se le certezze invecchiano e muoiono, i dubbi restano intatti a mantenere il loro fascino primigenio di freschezza inalterabile.
Vi sono poi accidenti, la cui soluzione in apparenza è nota fin prima che accadono. Sia arte o caso, avviene come per quei bricconi che con lingua bara spacciano lucciole per lanterne: le parole s'imbandiscono al palato dei semplici, ma sono furbe e truffaldine. Oh, non vi è opera che più s'apprezza, mosaico intricato di cui si compone, che non sia l'apparenza come menzogna: è facile da cogliere e illude il volgo.
Per farla breve, quel che al giudice sfuggiva, in questo caso che appariva di facile soluzione, era come Giuseppe Nicola Orlando si fosse accidentato e perché i volontari della guardia urbana si ostinassero a raccontare approssimativamente, ma concordemente e con dovizia di particolari, la successione degli avvenimenti. Se mai c'era un mistero, s'infittiva.

IX

La mattina del tre di maggio, per latore di messaggio, la Gran Corte Criminale convocò il giudice per il giorno a venire. Era una noterella in calce, in bella pagina, con tanto di intestazione, protocollo, sigillo e annotazione a margine, in cui s'informava che il procuratore capo, "avendo preso informazione de' tristi eventi del ventinove e trenta aprile, consigliava scrupolo e attaccamento al dovere, di modo che nulla fosse trascurato onde far luce al caso, e alla bisogna fagocitasse ogni disordine fra i più malintenzionati".
"Alla bisogna fagocitasse…", si ripeté il giudice dopo aver letto per la seconda volta la noterella e meditato a lungo. E, come se non bastasse, rilesse la nota una terza volta, ripetendo ancora: "Fagocitasse…"
Che diavolo significava? La dicitura era spesso usata in Gran Corte Criminale tra cavillisti e legulei, a lume di naso intuiva, ma il significato gli sfuggiva. Per l'ennesima volta, il giudice si ripeté la dicitura, con l'ironia compiaciuta di chi s'atteggia a persona austera, tutta d'un pezzo, e iniziò a consultare un pesante vocabolario col dorso poggiato sul listello del tavolo.
Era il libro una rara edizione della Crusca del milleseicentonovantuno, stampato a Firenze, in tre volumi in folio.
"Facilitare…, fallare…, fagliare…, fago…, fagocitare: ah…!, realizzare la fagocitosi, ingerire, divorare, assorbire…" Ecco nell'uso del procuratore capo, fagocitare significava ingerire, divorare, assorbire ogni disordine, insomma garantire l'ordine pubblico.
"Facile a dirsi!", si disse il giudice ancora più austero e mimando la vocina del procuratore capo. "Difficile… è… a farsi!"
Alcuni malnati, i più scalmanati, erano stati arrestati per i tristi eventi. Ma chi poteva sapere cosa frullasse per il cervello di quei bricconi che s'usano a improvvisare capipopolo come fossero generali di corpo d'armata? La morte di Orlando poi, a dir poco strana, accresceva la pena. Il popolo vociava, in paese si sussurrava e dal poco si forma una trave, tutto poteva accadere. L'indomani, tuttavia, suo malgrado, irretito, irritato e svogliato, il giudice si sarebbe recato dal procuratore capo.

X

Il giudice non fece in tempo a riporre in uno stipetto impolverato la noterella del procuratore capo, che la governante, una vecchia matrona, grassoccia e brontolona, contrariata, annunciò don Luigi Gamberale, galantuomo e proprietario terriero, nonché pezzo grosso del decurionato.
"Don Luigi Gamberale…? Ah…, don Luigi Gamberale!". Nella fretta degli eventi, con alla mente ancora il procuratore capo, il giudice si era quasi dimenticato di aver citato il galantuomo per il mattino.
"Fallo entrare, fallo entrare!", comandò, mentre cercava di dare ordine a quel po' di tutto: fogli di carta schiccherati, chicchere da caffè usate e su di un vassoio si era pure scordato di due fette di pandispagna profumate per la colazione.
"L'anno mille… ottocentosessanta, il giorno tre di maggio, innanzi a noi, giudice del Regio circondario…, è comparso…"
"È permesso…", si udì una voce secca, sicura, baritonale.
"Prego, prego…, avanti…, si accomodi pure…, signor Gamberale… Mi scusi se non le sono venuto incontro…, ma che vuole…", il giudice appena si sollevò per la consueta stretta di mano, "…lo stato della giustizia è tale nel nostro Contado che mi permette appena il mio mestiere…, neppure un cancelliere…, tutto a mano e di mio…, penna, inchiostro e calamaio…, comunque siamo qua a fare il nostro dovere… Ma prego, prego…, si accomodi pure."
Ma non ancora seduti a dovere che un acuto in labemolle fece sobbalzare il giudice.
"È una questione d'onore, signor giudice…", e lo disse in tanto ardore che, senza profferire parola, per meglio rasserenarsi, s'imbatté in una fetta di pandispagna che assaporò voracemente.
"È una questione d'onore, signor Gamberale?", ripeté il giudice che non credeva ai suoi occhi.
"È una questione d'onore!", ribadì il galantuomo con un tono che mutò decisamente d'acuto a grave quasi a salmodiare un giudizio ben meditato, non affrettato, una pausa di riflessione.
"L'onore di un uomo, signor giudice…, non ha nulla a che vedere con ciò che l'uomo è o potrebbe essere, e non sussiste nemmeno nell'opinione altrui del nostro valore. L'onore vero… è solo quello che traspare nei nostri atti, nei nostri giudizi e nella nostra condizione nel mondo… Che poi sia reale non importa granché: Chi tiene li denari fabbrica, e chi ha vento naviga… Eh, eh, eh… E chi non tiene denari, lo prende il malanno."
Vi sono dei modi che, in particolare negli uomini di mondo, rendono giustizia. Sia un fremito o un battere di ciglia, tradiscono la loro baldanza. Come un bastione che scende su di un pendio irregolare e poggia appena sulla roccia, appare superbo, possente, ma in realtà una piccola crepa è spia della sua fragilità. Sono questi i segnali che si dovrebbero cogliere al volo, sono altre le fogge che splendono ad un occhio poco attento.
Il galantuomo parlava con spedita e chiarissima favella, pareva recitare il rosario. Ghignava, non si capiva bene se per scherno o per sdegno, e a tempo strizzava l'occhio in segno d'intesa. Fece un'altra breve pausa e… "Per la roba, signor giudice, questo è ancora più vero…!"
"Più vero…?", ripeté ancora il giudice, sollevando appena il viso di sopra gli occhialini: due occhi scuri, curiosi, si mostrarono pronti ad ascoltare col pennino sospeso a mezz'aria tra il verbale e il calamaio.
"Gli uomini stimano più la roba della moglie in casa. Certo chi non l'ha, l'ha in pessima reputazione. A parole la ritiene indegna di considerazione. Ma fin tanto che si vocifera a voce bassa, è una goccia d'acqua in un campo secco, è un fiocco di neve che si scioglie al sole, è polvere nel vento. Eh, eh, eh…: la roba non ne risente. Viceversa…", e qui l'umore del galantuomo mutò, gli occhi si fecero di fuoco, cattivi, inviperiti, la voce tradiva una sorta d'imbarazzo stizzito. "Viceversa…", ripeté, "la roba può essere difesa dalla forza di mille fucili, ma basta che uno solo…, dico uno solo, fosse anche il più imbecille, urli in piazza il suo disprezzo e… le gocce d'acqua diventan tante…, un fiume in piena, come neve che fiocchi sulla campagna e copra ogni cosa…, la polvere una montagna…: la stabilità della proprietà è perduta per sempre, se l'ostacolo non viene rimosso."
Il giudice ascoltava attentamente, ora sfilando e ora inforcando gli occhiali, come poneva il caso se verbalizzava o si rivolgeva al galantuomo. "Fagocitando ogni disordine!", gli uscì di dire come conclusione della prolusione.
"Prego?", disse il galantuomo che non aveva capito e non poteva capire il motto scherzoso del magistrato.
"No, niente, dicevo…, reprimendo ogni disordine…, salvo poi rimuovere ogni impedimento, e… in che modo, mi scusi?", chiese ancora il giudice sfilando gli occhiali.
"Nel modo più sbrigativo possibile, signor giudice! Come per le offese tra diversi in grado…", e al giudice che non capiva e lo guardava curioso, "…la legge del taglione: Chi di punteruolo ferisce, di coltellaccio perisce!", precisò il galantuomo.
"Eh già…! Chi di punteruolo ferisce, di coltellaccio…", ripeté il giudice mentre verbalizzava. "E… si dia il caso che la verità, il diritto, la ragione siano, per così dire, dalla parte di chi… ha offeso la proprietà…?"
"Ora mi stupisce, signor giudice!", lo interruppe bruscamente il galantuomo. "Una persona istruita e di giudizio che fa di queste domande! La questione non si pone se non nelle idee di qualche giacobbino. Dacché il mondo è mondo, il diritto, la ragione, la verità, l'onore…, e l'onore è l'onore…, stanno dalla parte del più forte… E cioè dalla mia e dalla sua… Eh, eh, eh…: Il pesce grande, signor giudice…, si mangia quello piccolo!"

XI

A questo punto del dialogo, noi non sappiamo cosa il giudice pensasse del galantuomo. Immaginiamo non si trovasse a suo agio, pensiamo fosse sul punto di replicare per recargli offesa. "Guardi…! Io sono qui che faccio fatica per disbrigare le mie pratiche, per render credibile il mio ufficio e…, al men che non si dica, sono giacobino. Che colpa ne ho se il mondo va rovescio, a sghimbescio, a catafascio; se le vostre arguzie sono villanie contro il genere umano; se i vostri lazzi fanno ridere i polli; se i vostri frizzi sono poco arguti; se la vostra voce è irritante, arrogante? Insomma non mi piacete!"
O forse, accade come per quel genitore che, triste e stanco della vita, affida al figlio le sue speranze, le sue illusioni, per restarvi deluso quando poi non l'intende. A non piacere al suo autore è forse il Gamberale. Per dir così col galantuomo: non tutte le ciambelle nascono col buco. O forse, ancora, nutriamo il sospetto che l'autore sia tanto preso dalla sua storia da non riuscire a contenersi. Suvvia, un po' di contegno, mica è un lettore! Non è poi un gran danno essere uomini di mondo! Del Gamberale possiamo affermare che abbia un gusto un po' spiccato per la roba, un senso diciamo così particolare dell'onore, che sia un po' princisbecco, ma non vi sono prove che sia un manigoldo, se non per il giudizio severo del suo autore. Ma torniamo ai nostri casi.
Il giudice, bontà sua, lasciava dire tranquillamente al galantuomo. Anzi, spingeva a che il dialogo continuasse, e non solo per il fatto che ogni umana cognizione, ogni informazione potessero essere utili per risolvere il caso; dacché era giunto alla conclusione che un bene per l'umanità fosse il rispetto di ogni convinzione.
"Signor Gamberale…", riprese con molta calma, "mi par di udire le stesse parole che uno sparviero rivolgeva ad un usignolo dal collo variopinto, stretto nelle sue grinfie, in una favola antica… Ma stia un attimo…, mi scusi…"
Il giudice cercò e procacciò un libro da una cassapanca ingiallita che pareva un chiostro. Si tolse gli occhialini dal naso che quasi toccava il foglio. Sfogliò alcune pagine. "Ah! ecco…", mormorò e iniziò a leggere: "Disgraziato a che strilli? Ti tiene uno molto più forte; tu andrai là dove io ti porterò, anche se sei un cantore; di te farò un sol boccone, se voglio, oppure ti lascerò andare. Stolto chi vuole contrapporsi ai più forti! Egli resta senza vittoria, ed oltre all'arte soffre dolori".
"Per l'appunto, signor giudice, che vi dicevo? Eh…, la saggezza di un tempo…! Chissà dov'è finita!", sentenziò il galantuomo e a mo' di conclusione aggiunse: "Guardati dal cantore traviato, dal miserabile disperato e… dal giudice interessato!"
Il giudice non colse quella che pareva una provocazione e tirò dritto a verbalizzare come se nulla avesse udito. Poi a sua volta rintuzzò: "La paura, signor Gamberale, non protegge dalla rivolta. Lasciam alla giustizia i casi suoi… E poi non vi è molto onore nella superbia dello sparviero che impone il suo volere all'usignolo."
A cogliere nel segno questa volta fu il giudice. Il galantuomo, impettito, la testa in addietro, gonfio, tronfio, come chi si dispone all'acuto finale e cerca l'applauso, quasi insorse. "Signor giudice…", scandì col fiato che s'impigliava nella lingua, "…se difendere la propria roba da qualsiasi Pingo Pallino vuol dire essere superbi e senza onore… Ebbene Luigi Gamberale è superbo e senza onore… Ma… lei…, lei…", ribadì più volte, "non lo è da meno… Mi sembra un poco giacobbino… Il suo dovere è di far osservare la legge contro coloro che hanno violato la proprietà."
"Ci siamo…!", disse tra sé il giudice, per poi precisare: "Fatalità, signor Gamberale, fatalità… A causa dell'incidente…, come lei sa…, non siamo ancora in grado di accertare i fatti e le responsabilità dei rivoltosi. Ma non si curi… Vedrà che alla fine tutto andrà a posto…, e chi deve pagare…, pagherà… Non vi saranno sconti per nessuno."

XII

Il galantuomo sbiancò che pareva un lenzuolo appena di bucato, un osso di seppia arsicciato dalla canicola. Le vene enfie in fronte, azzurrognole, a malapena si notavano nel viso incrudito, toccato, un poco intimorito. E come colui che, pur infermo, non ne vuol sapere d'inghiottire una medicina amara, se non vi è obbligato dalle circostanze, "Ma no…, guardi…, ha capito male…", riprese con voce blanda il Gamberale. "Io… non volevo affatto alludere… È la mia indole…, mi scaldo per un nonnulla. Il mio voleva essere solo un consiglio… Il consiglio di uno che ha qualche anno in più e sa come va il mondo… Uno si sente sicuro e poi…, chi l'avrebbe mai detto…, l'invidia, le malelingue… e si ritrova con niente in mano…, senza amici…, senza protezioni…
"Lei è ancora giovine…", continuò il galantuomo col timbro ora più grave di chi racconta un'epopea. "Nel ventuno, non era ancora nato, è accaduto tutto d'un fiato! Le case dei galantuomini assaltate…, bruciate… Tutto a ferro e a fuoco… E nel novantanove? Ancora peggio! mi raccontava mio padre. La stessa cosa è accaduta nel quarantotto e qualche giorno fa! Con quale risultato poi? Che ad avere la peggio son sempre gli stessi…, poveri illusi!, coloro che si nutrono dell'invidia a proprio castigo. Fame…, carcere duro…, forca…
"La vita, signor giudice, è fatta per essere sopportata… Bisogna farsi una ragione. La sorte più felice non tocca di già a chi ha avuto in dono la gioia più viva o la ricchezza, ma a chi soffre e sa soffrire. Chi voglia misurare la felicità di un uomo e di una vita sulla base della ricchezza, si sbaglia di grosso, chiunque sa che chi non può avere la polpa s'attacca all'osso… E chi non ha la botte piena cerca di asciuttarla a chi l'ha… Lasciamo decidere alla sorte i casi umani, signor giudice…"

XIII

Il giudice non capiva cosa frullasse per il cervello del galantuomo e s'era il caso di battere ancora per quella via. Gli accadeva come in quei casi di conversazione appassionata in cui ciascuno esprime la sua opinione e tutti hanno ugualmente ragione, senza venire mai a capo di nulla. Certo, a suo modo, il discorso del galantuomo filava. Il mestiere era di chi aveva esperienza delle cose e amava far proseliti alla sua causa, ma doveva pur essersi accorto che nel mondo non vi erano solo galantuomini o uomini che facevano per i galantuomini.
"Sa che lei ha una bella idea sulla sorte?", venne da obiettare al giudice, come a invitarlo a continuare per vedere dove andava a parare.
Il galantuomo non si lasciò pregare. Anzi, invitato a nozze, sfoderò tutto il suo armamentario, fin la voce divenne più pacata, suadente, paterna.
"La sorte, signor giudice, come la fortuna e la gramigna, è cieca, cinica…, è maligna. Non vede toghe, ricchezze o povertà; non scorge arte o ingegno, sapienti e potenti. Dà a chi dà e non vede a chi dà; toglie a chi toglie e non vede a chi toglie, e così come dà così toglie, ma non per questo è ingiusta o iniqua…"
"Insomma una cabala…?", lo interruppe il giudice.
"Per l'appunto, signor giudice…, ordita, per così dire, a governare il mondo…"
"E gli uomini…?", chiese sempre più curioso il giudice, "qual compito hanno in questa cabala?
"Come dire…", riprese il galantuomo, "ha presente il gioco del lotto? Ecco…, immagini il padreterno che si diverte con gli uomini e la sorte rinchiusi nelle pance di due urne separate, e il bambino Gesù che ad ogni uomo sorteggia una sorte: così da piccirillo, zì prete, buon'anima, mi contava la dottrina." Il galantuomo trasse un profondo respiro.
"Ebbene…, in questa lotteria non vi sono differenze, ingiustizie, iniquità: Chi l'ha buona, buon per lui, e chi l'ha male, male per lui. Quando sorgono le differenze, le ingiustizie, le iniquità…, sorgono quando gli uomini si guardano attorno e fanno comparazioni: quello è ricco…; quello ha la terra…; quello è fortunato… Siamo noi che facciamo le differenze, le ingiustizie, le iniquità e non ci curiamo del fatto che non tutti i terreni rendono allo stesso modo: c'è quello che va bene per la vite e quello che va bene per l'ulivo; qua le messi verdeggiano là gli oleandri profumano; e c'è anche la terra che non rende per quel che deve. Solo chi ha giudizio sa coltivare ogni terreno… Questa è la verità, signor giudice, e tutto il resto è fumo, e come le nuvole, se lo porta il vento." E nel frattempo, nella solennità del momento, non si scordò neppure dell'altra fetta di pandispagna che voracemente ingurgitò.

XIV

Il giudice ora iniziava a diffidare e aveva fretta. Il galantuomo era scaltro assai e il tempo era volato via. Non di quattro chiacchiere in osteria si trattava, ma di un'inchiesta delicata. Vi era un giudice che indagava e una morte un po' sospetta: era tempo di giungere a conclusione. Ma, non sia pure per un attimo, il giudice voleva dare l'impressione di essere conciliante, accomodante, con chicchessia. A volte una risposta non data, una parola non detta valgono più di una promessa.
"Lei ha immaginato una lotteria, signor Gamberale…", rintuzzò il giudice, "ed io immagino un palcoscenico provvisorio con tante maschere colorate che interpretano tanti personaggi quanti sono i casi della vita. In questa scena, dove si recita non so bene se una commedia o una tragedia, non vale più una maschera di un'altra, ma si considera solamente chi la porta e recita meglio. Gli uomini non si giudicano per l'abito che indossano o per il ruolo che la sorte ha assegnato loro, ma per quello che sono, vivono e soffrono."
"Ma io e lei, signor giudice, non siamo maschere e la vita non è un palcoscenico: Bella zita 'n chiazza se marita… Eh, eh, eh…" Rispose compiaciuto il galantuomo con una risata.
"E se la vita non è un palcoscenico", ribatté il giudice per tagliar corto, "non è neppure una lotteria, e ogni uomo per la giustizia vale quanto un altro. A questo proposito, signor Gamberale, in paese…, corrono voci che la morte di Giuseppe Nicola Orlando non sia dovuta al caso… Ripeto voci…, ma anche l'autopsia lascia molti dubbi aperti…" 
"È stata quella donna vero…? La vedovella…? La parola di una donna, signor giudice…! Che può valere la parola di una donna che non ha saputo neanche dare un figlio al marito! È per questo che Giuseppe Nicola era sempre agitato. Non aveva nulla da perdere. Quella fucilata se l'è cercata col lanternino…"
"Come sa che di un colpo di fucile sia morto Orlando? Lei ha visto l'arma del delitto?", incalzò il giudice.
"Eh…, mo'…, del delitto…! Vuol dire… dell'incidente?", precisò il galantuomo.
"Eh, dell'incidente…", si corresse il giudice.
"E come so…, se ero lì! E certo che l'ho vista!"
"Potrebbe descrivermela?"
"E come potrei, signor giudice…, era buio… E poi avevo ben altro per la testa che osservare l'arma."
"E cosa le passava per la testa, signor Gamberale?"
"E che…!", sbottò il galantuomo col timbro più acuto dell'opera al San Carlo. "Non sarò mica indagato? Guardi… che in quel luogo mi son trovato per servire la giustizia… Non se lo scordi… E cosa mi passava per la testa… C'era un morto!"
"Ha visto a che distanza si trovava il fucile dal corpo di Orlando?"
"Si sarà trovato a due o tre gradini più in basso…"
"Il dottor de Martiis sostiene che il colpo sia partito a più di venti passi."
"Vuol dire che i gradini erano forse più."
"Certo…, certo… Saprà anche che l'arma non è stata mai trovata?"
"Così ho sentito dire…"
"Secondo lei che era presente ai fatti…"
"E lo so… ch'ero presente ai fatti…", sbottò ancora il galantuomo ormai scosso nella nervatura. "E che me lo ricorda a fare! Chi più di me potrebbe saperlo?"
Il giudice fece finta di nulla e, come se nulla fosse accaduto, continuò: "Secondo lei che era presente ai fatti, che fine può aver fatto l'arma che ha ucciso Orlando? Il suo fucile era ancora appeso nella sua casa di fianco al letto… Risulta non aver sparato da tempo…"
"Di fucili Orlando ne aveva più d'uno, era un cacciatore accanito…, viveva di caccia… Sarà stata lei…, quella donna…, a far sparire il fucile per poi far cadere i sospetti sui galantuomini come me che agivano in nome e per conto della giustizia."
"E a che pro?", osservò il giudice perplesso in cerca di un movente.
"Suvvia, signor giudice! Si sa che sono abbastanza facoltoso e… l'occasione…"
"Fa l'uomo ladro!", lo interruppe il giudice.
"Per l'appunto…", confermò il galantuomo.
Il giudice fece leggere e firmare il verbale. Ringraziò il galantuomo per la collaborazione. Si alzò appena per la consueta stretta di mano e, sul punto di congedarlo, "Ah! mi scusi signor Gamberale…", mimò una dimenticanza portandosi la mano sulla fronte. "Un'ultima cosa… Capisco che è una questione delicata…, d'onore…, ma il dovere m'impone…, sono sicuro che capirà… Sempre voci…, dicono che Giuseppe Nicola Orlando fosse figlio di suo fratello…" E, al galantuomo che sbiancava e cercava di darsi un contegno meno imbarazzato, aggiunse: "L'arciprete…, don Alessandro…!"
"Un santo…, mio fratello è un santo!", intonò l'acuto finale don Luigi Gamberale e poi in tono più grave sproloquiò: "Neanche la devozione lasciano in pace, signor giudice! Calunnie…, sporche, infamanti calunnie! Non mi stupirei se dietro queste voci ci fosse ancora lei…, la vedovella…, e doveva vedere come sculettava… col marito ancora carne fresca…, come si mangiava gli uomini con gli occhi… Dopotutto è ancora giovane e carina…, una volpina…"

XV

Era davvero giovane e carina Rosa Marcantonio, ancor più bella della luna nel maggio odoroso, mentre si portava alla bocca il fazzoletto listato di lutto. Gli occhioni neri scintillavano nel viso pallido, smunto, ancor più cinereo per le vesti campagnole a lutto. Magra, scarmigliata, ma non trasandata, ad appena venticinque anni, pareva una donna vissuta, nella sua umiltà.
Erano le cinque del mattino. La strada s'inerpicava stanca, poi scendeva lentamente, poi risaliva ancora. Era buio, ma già il chiarore dell'alba dissipava le ombre tra la rena e i sassi, in strade poco battute.
Peppino, il carrettiere, ogni tanto dava un colpo di redini per smuovere l'animale, e tossiva e scatarrava di continuo. Il giudice, avvoltolato nella mantella, col bavero rialzato per la frescura del mattino, contemplava la meraviglia che nasceva intorno.
"Chissà come deve essere parsa al primo uomo!", si chiedeva, ma non riusciva a togliersi di dosso il volto pallido di Rosa Marcantonio, citata per il vespero del giorno prima. Un po' si affliggeva, si arrovellava, ma per tornare sempre allo stesso luogo: a quella tristezza, a quella bocca vermiglia e malinconica, a quella tenerezza, a quelle ciglia folte e nere, alle iridi sincere, ai capelli inanellati che umilmente le scendevano sulla fronte superba, al profumo di terra bagnata che aveva gradito. Anche il dialogo gli era parso onesto, sincero, come del resto gli occhi, la voce di lei. Non una lacrima a rigarle le gote, a bagnarle il viso, come se il dolore non sapesse uscire, non conoscesse la via.
In questa nostra terra ingrata, ma piena d'amore e poesia, anche nella malinconia, nella tragedia, vive un che d'arcano, d'antico, una memoria calda dei morti che fa sì che tutto ciò che han toccato e vissuto diventi sacro, d'amare. Più che piangere i morti, si discute con le loro ombre in fuga verso l'ignoto, come se fossero vive, come se nulla fosse accaduto, come se il tempo si fosse fermato, ignare della loro sorte. In morte vivono per sempre.
La donna stringeva in mano un pupazzetto di Giuseppe Nicola bambino, un soldatino di pezza pitturato di rosso e nero, che sarebbe divenuto di quel figlio che non era venuto. Ella lo guardava come se fosse vivo e avesse un'anima, e parlava, parlava, non si capiva bene se al balocco o al giudice.
"Me lo hanno ucciso, signor giudice! Quella fucilata, sparata a mezz'aria, urlata, voluta… Ma come si può uccidere un uomo? Mi hanno offerto del denaro…, signor giudice…, il denaro di Giuda… per comprare il mio silenzio… Ma come si può comprare il sangue di un uomo? Iddio con la sua pietà perdona… Io non so perdonare, non voglio dimenticare… Giustizia…, signor giudice…, voglio giustizia! Non mi darà il mio uomo, ma il suo ricordo potrà vivere in eterno."
"Ah! Ah!", gridava. intanto, Peppino il carrettiere, intento come sempre a sfilare di tasca tabacco per arrotolare cartine. 
Era l'alba ormai e il biroccio, ad un quarto di trotticello, transitava tra i pioppi e le roverelle che costeggiavano un rivolo di limpide acque che scendeva giù dai monti.
Era la via meno brulla e su di un colle i tetti di un paesello col campanile di una chiesetta rosseggiavano ai capricci del sole. L'aria scintillava di una luce azzurrina, resa ancora più diafana dall'altura e dall'erba cristallina. I pascoli ridevano alle giovenche gravide e brade. Le cavalle alla pastura brucavano l'erba allungando il lungo collo. I puledrini saltellavano scalciando, ignari del mondo.
"Giustizia…!", la parola negli occhi fermi, nerissimi, bellissimi, della donna si caricava di un significato immenso. "Giustizia…!", ripeteva tra sé il giudice, ma cos'era in realtà ciò che a gran voce si clamava da più parti? Voleva giustizia Luigi Gamberale a suo modo leso nel diritto di proprietà; voleva giustizia Rosa Marcantonio per l'uccisione del suo uomo; e voleva giustizia pure il povero Orlando a suo modo contro le iniquità della vita. Ma se la giustizia era quella disposizione d'animo, non parte di vertù, ma vertù tutta, di rendere a ciascuno la sua ragione secondo la comune utilità; ebbene solo al padreterno poteva competere tale sommo officio, visto ch'era impossibile stabilire l'equità nella sostanza di veruna legge. Al giudice molto più comunemente spettava l'applicazione, accertare le difformità tra agire e regole ché i casi umani procedessero più sereni.
"Giustizia…!", ma cos'era in realtà ciò che si voleva, se non il capriccio di un attimo…, di un uomo? A guardar bene al giudice pareva che nel mondo non vi fosse giustizia, ma si guardò bene nel dirlo alla donna. Anzi, con voce mesta e piena di rispetto, le aveva ancora chiesto se avesse visto e ricordava chi avesse preso parte all'azione. 
"Tutto il parentado…", ella rispose, "il fior fiore del paese…: i fratelli de Horatiis, Francesco Sabelli, i cugini Agnelli e fin don Luigi Gamberale, pezzo grosso del decurionato…"

XVI

Com'era passato in fretta il viaggio! Di lunga durata non v'è nulla al mondo, ed anche la peggiore delle attese, la noia, mai è identica a se stessa. A volte è fugace, il più persiste, ma mai la stessa fino a dissolversi nella memoria, proprio come il turbine dopo la tempesta. Poi neanche il ricordo, presi dalla vita, dalle cose, dal mondo. E intanto passa il tempo, come ala di farfalla, più libero del vento, ad inseguire i sogni intristiti di malinconia. Il giudice era finalmente in città.
La capitale, per chi viene dalla campagna, è tutta un sogno, misto di curiosità, stravaganze e paure. La folla, i rumori, i volti senza storia, l'indifferenza, come l'aria stagna, levano il respiro. Le case sono unite alle case, le vie alle vie, in un guazzabuglio di destini che si legano, si sciolgono e s'intrecciano. Come ci somiglia nel suo babelico vociare.
La capitale ha i suoi parchi, i suoi giochi, le cloache e i mercati. Posa su di un colle. Le cattedrali bianche coi mille campanili si levano in cielo come spose gravide di fede. Sono i vicoli, le piazze, lo scalpiccio dei cavalli, il grido di un garzone giulivo, l'eco di una canzonetta tra un bicchiere di vino in osteria, il chiacchierio di persone in crocchio, a farla apparire unica, doppia, un pandemonio. La capitale, per chi viene dalla campagna, è tutta un sogno di gente che viene e va, e in crocchio sta in un'esistenza vorticosa, anonima, vana.
Al carrettiere poco mancò che non gli scoppiasse il cuore per la paura. "Hii…! Haa…!", gridava, ma la sensazione era che a guidare non fosse lui ma l'animale, preso com'era ad alzarsi, di sedersi, porgersi a lato e guardarsi attorno per scorgere pericoli a destra e a manca, in ogni luogo. Si perse un po' di tempo, infine si riuscì a raggiungere il tribunale, un gran palazzo di statue ricco e magnifiche dipinture. Un usciere in livrea, dal fare gentile, gli si fece innanzi nel cortile. "Prego…, prego…, era molto atteso…", si limitò a riferire.
"Uhm…!", mugolò il giudice con un sorrisino, tanto per ricambiare la gentilezza, ma la cosa non lo rallegrava granché, come non lo rallegrava il fatto d'incontrare il procuratore capo. Senza la toga poi pareva perfino più magro, anche se restava ben grasso e panciuto sotto il gilè di fustagno.
Il procuratore capo si cavò l'orologio dal taschino e, postolo sotto gli occhi, disse di non avere molto tempo. Lo ringraziò per averlo sollecitamente informato dell'insurrezione e gli mostrò la pagina di un foglio clandestino, Il Monitore del popolo, con su scritto a caratteri cubitali: Il popolo insorge contro il tiranno. Poco più sopra a mo' di occhiello: "Il caso Orlando, un giudice indaga." Poco più sotto, invece, nel sottotitolo, non si capiva dove avesse pigliato notizia, il cronista riportava fedelmente i fatti, anche se dava per certo l'omicidio di Orlando, senza tenere conto delle indagini in corso.
"Come può vedere di persona, si tratta sicuramente di un movimento di popolo legato a qualche macchinazione demagogica o idea politica turbolenta…", commentò risoluto il procuratore capo.
"Collegato ai fatti del Nord e alla rivolta in Sicilia?", bisbigliò appena il giudice, ma l'impressione ch'ebbe fu la stessa della prima volta che incontrò il procuratore capo: la vocina esile e gracile male si accordava con la corpulenza e l'ufficio.
"Per l'appunto…", lo soffocò il procuratore capo. "La mia lunga esperienza mi dice che potrebbe esserci lo zampino di qualche giacobino per sovvertire gli ordinamenti del regno…" E con fare quasi ironico subito aggiunse: "Chistu farfallino francese chissà dove vuole arrivare…! Finirà per scottarsi nel suo stesso brodo… La questione piuttosto… è già stata resa nota più del dovuto… Finirà per darci dei problemi…, si fidi della mia esperienza…"
Fidarsi della sua esperienza: l'esperienza di chi sa tutto e niente. Il giudice ne aveva conosciuti tanti che avevano una lunga esperienza e si sentivano in dovere di dare sempre il consiglio giusto. E conosceva bene anche l'esperienza del procuratore capo, l'esperienza di chi pensa solo a far carriera per occupare la scranna più alta. Come non ascoltare! Man mano che le parole del procuratore capo si facevano più acute, stridule, vezzose, il giudice non finiva più di toccarsi il naso che accentuava la sua sinusite e lo faceva starnutire di continuo.
"Cos'è?, è raffreddato?", si limitò a considerare il procuratore capo.
"No…, mi scusi…, è… la mia sinusite…", si limitò a confermare il giudice leggermente imbarazzato.
"Lei faccia pure le sue investigazioni…", proseguì, in modo ancor più sbrigativo, il procuratore capo. "Concluda pure l'istruzione. Rerum cognoscere causas! Ma i fatti criminosi del suo circondario sono di estrema ratio: si tratta sicuramente di un movimento di popolo in atto a sovvertire gli ordinamenti del regno e della proprietà… Lasci stare l'incidente capitato a quel tale…"
"Giuseppe Nicola Orlando…", suggerì il giudice.
"Giuseppe Nicola Orlando…", ripeté l'alto magistrato, e dal taschino trasse di nuovo l'orologio per leggervi l'ora, "e… scopra piuttosto i capi della rivolta, la soluzione felice di questo caso potrebbe portarla molto in alto."
Il giudice si sentiva piccino di fronte al procuratore capo. Udiva in silenzio la sua vocina e provava la stessa soggezione che aveva verso suo padre da bambino. Come chi sa di percorrere una strada lunga, tortuosa, polverosa, e già prima di partire si sente stanco e depresso, il giudice, annoiato, sudato, perplesso, annuiva, starnutiva, sbadigliava, anche s'era dell'avviso di fuggire via. Ormai sempre più spesso gli accadeva di fissare in viso chi con lui interloquiva, di fingergli la sua cortesia, ma perdersi nei propri pensieri.
"La soluzione del caso…! Ma chi realmente voleva risolvere quel caso?", si chiedeva il giudice sempre più perso, sempre più lontano. I mezzi più accorti per farsi avanti nel mondo non erano la soluzione dei casi, ma le amicizie e le consorterie. Chi più acquista in amicizie e protettori, più trova la strada sgombra e sicura. La soluzione del caso…! La soluzione di un caso in cui un tale era rimasto ucciso o…, come sostenevano i più, si era ucciso accidentalmente cadendo dalle scale… Ma a chi poteva interessare? Tanti muoiono ogni giorno… Giovani, vecchi, bambini… Il più terribile dei mali…, la morte, è nulla per noi… soprattutto quand'è degli altri… E poi quel tale era un violento…, un facinoroso…
"E poi quel tale…", riprese dopo una breve pausa il procuratore capo.
"Orlando…, Giuseppe Nicola Orlando…", suggerì ancora il giudice come destandosi all'improvviso.
"Orlando… Giuseppe Nicola Orlando… era un violento, un facinoroso. Si dice che girasse armato… Portava la coccarda tricolore… Si è ucciso cadendo dalle scale. Lo confermano i galantuomini accorsi per servire la giustizia. Il caso può considerarsi risolto… Se crede…, continui pure l'istruttoria, ma… per i capi della rivolta…, quelli sì che interessano alla giustizia… Facinorosi…! Assaltare le case dei galantuomini…! La cosa s'adda frnì ambress! Il fuoco, quando la legna è secca, s'attizza velocemente e… sarà troppo tardi. Beh…, la saluto e… mi tenga informato…"
Una stretta di mano, forte, sicura, congedò il giudice facendolo sentire ancora più piccino.

XVII

"Le cose sono di due maniere; alcune in poter nostro, altre no. Sono in poter nostro la opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri propri atti."
Il giudice a fatica leggeva il Manuale di Epitteto, un piccolo libricciuolo in folio, il primo di una scelta fra moralisti greci nel volgarizzamento in prosa del conte Giacomo Leopardi e nella traduzione latina di Angelo Ambrogini, detto il Poliziano. Era stanco del viaggio, ma l'abitudine di leggere, chiosare, commentare, un pochino ogni sera, lo induceva a riflettere e distrarsi. Era un po' come concedersi un piccolo atto di libertà, più per diletto che per ricerca di novità. In questa occupazione serotina, infatti, il giudice nulla trovava d'inaspettato, d'incredibile, d'insolito. Chi scrive o legge non si propone di già di dire o cercare cose nuove o inusitate, ma di dire o sentire cose vere o vissute in modo acconcio e in bello stile, ch'è come vivere e riscrivere le passioni d'un tempo, la fantasia di un uomo. Insomma, al giudice piaceva un pochino squadernare ogni sera taluno dei suoi piccoli libricciuoli.
"Non così accade nella realtà…", si diceva ormai coricato, ma così stanco da non trovare riposo. E nel dormiveglia, in quell'alchimia bizzarra che resiste al sonno, per un istante che sembrava eterno, gli s'affollavano nella mente i ricordi della giovinezza, le arguzie di Epitteto e le immagini di tutta una vita.
La vita…! Per citare lo stoico, la vita è più turbata dai pregiudizi e dalle opinioni che non dalle passioni. Un corvo ci gracchia sul capo, ed eccoci belli e pronti a fare gli scongiuri, quando invece è solo un gracchiare di corvo e non preannuncia nessuna sventura. Della morte si dice che sia amara, perché col corpo veniamo privati della roba, degli affetti, della reputazione. Ma…, se così fosse, Socrate e Catone non l'avrebbero cercata per il rispetto di sé e delle loro opinioni.
"Dei beni terreni…", il giudice si tolse gli occhialini e, come se fosse in un auditorio, iniziò a leggere recitando a voce alta, "non dire mai di cosa veruna: io l'ho perduta, ma bene: io l'ho restituita. Ti è morto per avventura un figliolo? tu l'hai renduto. Morta la tua donna? tu l'hai renduta. Ti è stato tolto un podere? or non è egli renduto anche questo? Ma colui che me ne ha spogliato è un ribaldo!"
"Ecco…", si diceva il giudice sorridendo, quasi a trovare conforto nello stoico, "il mio mestiere è di punire i ribaldi, di porre diga all'ingiustizia come missione di civiltà."
Il giudice si divertiva delle sue stravaganti conclusioni, sbadigliava e sorrideva e, come mai non gli accadeva, le membra, il corpo, cercavano riposo, ma gli occhi e la mente restavano vigili.
"Il Manuale di Epitteto…!", ripeteva tra sé. Ma cosa poteva trovarvi un giovane di poco più di vent'anni nel volgarizzare un moralista stoico? A vent'anni la vita va vissuta, non capita. La natura ti sorride, la curiosità ti divora. Il tempo sembra non passare mai. Si è moralisti ad una certa età, in cui ogni attimo si dissolve per perdersi nei ricordi. Zenone, Crisippo, Epitteto sono gozzoviglie della vecchiezza e non della giovinezza…
O forse avviene che ogni uomo, nel tempo in cui vive, ha la percezione di ciò che è e del proprio destino. La paura della morte, quasi per necessità virtù, diviene un mezzo per vivere bene. Non si ha più età, cessa ogni timore, si vuole solo capire. Tra la vita vissuta in un attimo e l'eternità, muta solo l'intensità della percezione: nell'un caso l'intuizione della vita è immediata, totale; nell'altro, è diluita nel tempo e tende al nulla. Questa forse la ragione per cui: "Muor giovane colui ch'al cielo è caro!"
Il giudice ora sapeva di sofisticare. Sperduto nella nebbia della coscienza, gli accadeva sempre così quando si trovava a meditare sulla condizione umana, perdeva il senso delle cose, la misura del tempo e della realtà coi suoi intrighi e umori. Ma aveva un bel correre sui trampoli! La vita anche quando dà gioia, letizia, porta pena.
"Ora la noncuranza delle cose di fuori…", rileggeva nel preambolo del volgarizzatore, "ingiunta da Epitteto e dagli altri Stoici, vien a dire questo appunto, cioè non curarsi di essere beato né fuggire di essere infelice. Il quale insegnamento, che è come dire di dovere amare se medesimo con quanto si possa manco di ardore e di tenerezza, si è in verità la cima e la somma, sì della filosofia di Epitteto, e sì ancora di tutta la sapienza umana, in quanto… ella appartiene… al ben essere dello spirito… di ciascuno… in particolare…!"
Il giudice infine si addormentò di un sonno così agitato, che non riuscì a capire se vegliava o sognava.

XVIII

Maria del Giudice si presentò mattutina dal giudice con cappellino e veletta. Le spalle esili, il petto cadente, il bacino smisurato, le vesti strette alla vita, quand'ella camminava, pareva una chioccia che danzava, una campana senza batacchio. Ad ogni piccolo sussulto dei lombi, i lembi del gonnellone si rialzavano sui fianchi, lasciando intuire nella sua abbondanza il deretano dondolante.
Maria del Giudice non aveva età: non era vecchia, non era mai stata giovane. Da sempre in cerca di marito, pareva una pecchia che piroettava di fiore in fiore in cerca del nettare. Di storie sul suo conto, in paese, se ne contavano tante, e tante se ne dicevano, che avesse uno nessuno e mille amanti, ma qual era il confine tra realtà e fantasia, nessuno sapeva: "Dicerie di gente rozza!", com'ella indispettita ripeteva.
Maria del Giudice viveva col vecchio babbo, un sensale in gioventù molto abile. Non si può dire certo di virtù eccelse, ma da comune imbroglione, estrema distinzione per un uomo di giudizio, s'era fatto una posizione, e Maria poteva condurre una latteria nel centro del paese.
Maria si presentò dal giudice nel suo abito migliore di foggia cittadina. Alla scollatura appariscente ma contenuta, faceva eco il nerofumo degli occhi, ancor più vistoso per il velo marcato di cipria e il rossetto sgargiante. Le piccole maniche, guarnite di trine, scoprivano con maestria le braccia nude, appena velate da uno scialle di seta.
"Mi dica…, signor giudice!", esordì nel suo sorriso migliore. Lucevano gli occhi più civettuoli delle stelle nel viso chino per il baciamano. Quel "mi dica…", sulle labbra grandi, infuocate, infervorate della donna, pareva quasi un invito galante, ma mal si legava con la mano che sapeva di latte e come il latte era insipida e melensa. Il giudice rispose con lo stesso languore e un pizzico di galanteria, misto di autorità e civetteria.
"Sa signora…, pardon signorina…, per il nostro lavoro…, peggio degli esattori! Importuni, inopportuni, severi… Male lingue… e dobbiamo verificare. Una lettera anonima… e dobbiamo controllare… Nel suo caso…, corre voce che abbia offerto del denaro a Rosa Marcantonio, la vedova di Orlando."
Come una pavoncella in atto a mirarsi le piume e a cantare perché altri l'oda, la donna si sedette stizzita su una poltrona dal dorsale così erto che la obbligava ad una posizione impettita e a gambe unite.
"In questo paese…, signor giudice", osservò indispettita, "si sa sempre tutto di tutti… La gente…! Perfino le cose non vere e inventate si sanno! L'intimità non esiste neppure nella propria coscienza… Gente rozza, contadini…! In città, invece…, sa io ho vissuto a lungo nella capitale… Altri tempi…! Le gentildonne erano riverite, adulate, corteggiate…, dagli uomini di ogni età. Il buon gusto, la gentilezza d'animo, i bei modi, la cura della propria femminilità… erano considerate più della dote. Qui, invece…, gente rozza, contadini! Si veste un abito alla moda… E ti ridono dietro… Ne dicono di tutti i colori! E…, non sanno che…, in città, ho rifiutato il fior fiore dell'alta società. Duchi…, baroni…, galantuomini…, mi han chiesto in moglie… Che sbaglio che è stato di tornare in paese! Che vuole…, morta mia madre…, solo mio padre… Ora sarei felicemente maritata con un buon partito…"
"Non disperi signorina…!", si lasciò sfuggire il giudice, non si capiva bene se per galanteria o con un pizzico di ironia, "Lei dopotutto è ancora giovane e carina: vedrà… che troverà l'uomo giusto."
"Lei…, lei…, è… di una galanteria unica, signor giudice. Si capisce…" La parola sussurrata a mezza voce, con un fruscio prolungato, negli occhi vezzosi della donna, nella bocca vermiglia, recava una malizia femminina. Maria voleva piacergli e, più della goffaggine, era goffo quel suo volergli piacere. "…che è di vedute larghe…, che è vissuto nella capitale. Qui in paese, una donna nubile…, non più in età da marito… Sa com'è! Gente rozza, contadini! Ma lasciam stare…! Rispondo piuttosto alla sua domanda… Sì…, ho offerto del denaro alla vedova…, poverina! Io faccio parte di una congregazione di carità. Raccogliamo profferte in ogni occasione…, bontà loro…!, tra i notabili e i più facoltosi… Pura carità cristiana! E all'occorrenza…, un lutto, una disgrazia, alla bisogna…, può essere di enorme conforto per la famiglia. A Rosa Marcantonio… poverina!, così giovane…, abbiam offerto del denaro… A nome della congregazione si capisce… Abbiam creduto…, pensato…, che poteva tornarle utile…"
"Un gesto molto encomiabile da parte vostra. Ma la vedova riferisce, diciamo così, di aver ricevuto qualche sollecitazione…", precisò il giudice.
"Oh…, che ingrata! A fare del bene, ecco cosa si ottiene…! Gente rozza, contadini! Certo qualche consiglio si dà…, in questi casi si sa…, qualche parola di troppo…, le voci girano e… un topolino partorisce una montagna… Si è trattato solo di qualche consiglio ad una donna giovane, signor giudice… Nessuna sollecitazione… A quale proposito poi…, a quale fine… Gente rozza, contadini!"
"Le ha dato del denaro Luigi Gamberale?", chiese ancora il giudice.
La donna restò per un attimo perplessa, silenziosa, pensosa. Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, come chi ostenta sicurezza, padronanza dei suoi mezzi, rispose: "A fin di bene…, come altri galantuomini…"
"Non so come ringraziarla, signorina." Il giudice ridivenne cordiale, galante. "Ha visto? La gente parla…, e noi dobbiamo verificare… Ma per fortuna poi…, tutto si chiarisce… Come nel suo caso… Mi scusi del disturbo… È stato un piacere incontrarla…"
Uno sfiorare appena con le labbra la mano che sapeva di latte, e come il latte insipida e melensa, congedò la signorina del Giudice.

XIX

Il vecchio arciprete, intanto che preparava i paramenti sacri per celebrare la messa mattutina, apriva e chiudeva il breviario per ripassare gli uffizi, che sulla porta la vide più nera della morte, trafelata, alterata.
"Voi!", disse, e venne in sì fatta agitazione che il breviario gli cadde di mano. "Presto, presto…! Venite!"
L'arciprete, nella sua frenetica, disordinata, andatura, greve e strascicata, si sporse appena sulla porta d'entrata della sagrestia, guardò da ambo i lati della via, si accertò che nessuno avesse visto, chiuse a ferro l'uscio e s'avviò verso di lei non sapendo che dire e fare. Quando, appena si sentirono soli, come colombe unite alla cova, si abbracciarono teneramente, sbottando in un pianto amarissimo. Stettero per lungo tempo abbracciati e senza parole, ruminando forse i medesimi pensieri, le stesse pene.
La donna, quantunque sulla sessantina, pallida, stanca, invecchiata, custodiva ancora fattezze bellissime. Sul viso scavato dal pianto vi si leggeva il dolore che non può essere lenito e mai abbandona, e la certezza che la vita non riserva più nulla. Guardandola negli occhi, però, era impossibile non cogliere con la rassegnazione il lampo, la luce di un orgoglio antico che suscitava rispetto e venerazione.
Lui, al cospetto della donna, s'era più incurvato, quasi a sparire nella cotta inamidata di lino bianco. Nulla ricordava il bel pretino spavaldo e poco timorato di Dio, così incline al peccato e alla bellezza femminile. Con la fatica degli anni e l'apparire delle efelidi senili, la baldanza giovanile si era mutata in disperazione che mitigava la superbia di un tempo e gl'imponeva una condotta irreprensibile, degna del suo abito e del suo sfrenato bisogno di pentimento.
I due a malapena riuscirono a guardarsi in viso. Ognuno cercava nell'altro un segno di pietà per il proprio tormento interno, quella pietà che rinvigorisce e intenerisce i cuori, e ha grande considerazione della sofferenza altrui.
"Ne è passato del tempo!", principiò l'arciprete, quasi col timore di ferirla. "In tutti questi anni avrei voluto…, avrei dovuto vedervi, ma…"
"Ci voleva la disgrazia!", aggiunse la donna e una lacrima le bagnò il viso.
"Ci voleva la disgrazia…", ripeté l'arciprete nell'atto di raccogliere il breviario.
"La notte si svegliava improvvisamente…", riprese la donna come rapita da un sogno o da un ricordo, quasi cercasse un poco di conforto a quella pena immensa: anche i suoi occhi piangevano o sorridevano come che mutava l'umore. "Si metteva a strillare… Io correvo nel suo lettuccio e lo stringevo forte forte in petto finché non dormiva… Ora dorme in compagnia dei morti…"
L'arciprete ascoltava in silenzio, non sapendo che dire. Avrebbe fatto di tutto per non vederla soffrire. Avrebbe dato i suoi averi, la sua vita, tutto, ma a nulla valeva. A capo chino, nella più cupa disperazione, riuscì appena a biascicare un: "Non son stato un buon padre…, non son stato un buon ministro di Dio." 
"Dio…, Dio!" Al nome di Dio che ripeté più volte, la donna scoppiò in un pianto amarissimo. "Può nostro Signore perdonare il mio peccato?"
"Sssss…!", sibilò l'arciprete, sfiorando con l'indice le labbra della donna. "Non bestemmiate ora! Non vi è colpa che Dio non può perdonare, non vi è dolore che non può lenire." Ma così dicendo, intendeva egli più ella consolare, ché nel suo cuore, nel mistero della fede, nell'agonia della sua amarezza, non vi era più luogo per nessuna certezza.
Alla donna invece corse all'occhio una croce di legno, là sul piccolo altarino della sagrestia, sulla quale era confitto un cristo di madreperla. Ella si genuflesse e iniziò a pregare e piangere, piangere e pregare come la più misera delle peccatrici. "Abbi pietà di me, signore Gesù! Abbi pietà di una povera peccatrice che non ha più pace…, di una madre disperata! I frutti del peccato non si godono… Ho perso l'onore e… il figlio."
Come colui che non disdegna di udire la pena, perché sa che potrebbe essere di enorme conforto, l'arciprete si abbandonò a un: "Gesù, Gesù…, perché tanto dolore…, tanto strazio?"; e così dicendo porse le mani per aiutare la donna a rialzarsi.
"No!", gridò questa, "no!, da voi no! Sia maledetto il giorno in cui vi ho incontrato…, in cui ho incontrato i Gamberale! Uno mi ha dato…, e l'altro mi ha tolto."
Nella vita di ognuno, vi sono convinzioni che durano perché sostenute da altre, ma tolto il tronco, cadono come foglie morte in autunno. Restano le radici, a volte così salde, che non vi è mezzo che possano essere divelte tanto sono radicate nel vero. Non vi è giudizio o errore che può mutarle, ché senza non vi sarebbe pensiero, non vi sarebbe neppure agonia e cioè il carattere morale di un uomo e di un'età. Sono questi però che chiamiamo pregiudizi, le opinioni più comuni, che rendono i rapporti umani incerti e ingannevoli.
Poteva dunque il ministro di Dio dubitare del fratello maggiore che considerava più di un padre? Certo delle voci gli erano giunte, ma per un galantuomo i nemici non si contano. Coloro che gli vogliono male sono all'ordine del giorno. No, non poteva essere! Eppure qual motivo aveva la donna per mentire? Egli cercava, ma non ne trovava.
E così accade che dove non può il dubbio, può il ridicolo, e per don Lissandro era solo ridicolo che il fratello potesse rendersi sospetto di una così grave accusa, di una simile colpa. Ma la sua certezza vacillava, era in quei casi in cui ogni ombra porta timore, e con la sua certezza vacillavano i suoi ricordi, il suo passato, ciò che di più sacro era in lui. Egli tentò ancora una timida difesa, come può chi è ferito nel più profondo del suo essere e non può e non vuole credere. "Che dite mai?", gridò. "Perché volete uccidermi oltremodo? Certo, ho peccato…, e… Dio solo sa quanto mi dolgo… Ma che discorso fate? Che ci entra Luigino? Di un incidente…, la morte di Giuseppe Nicola è stata un incidente."
"No…!", urlò la donna ferma nel suo giudizio. "Vostro figlio è stato ucciso da vostro fratello!"
"Tacete…, per l'amor di Dio…, tacete!", biascicò l'arciprete sempre più scosso nelle sue radici.
"Voi sapete…",riprese la donna più indulgente, con la tenerezza di chi sa cos'è il dolore e non vuol vedere altri soffrire. "Voi sapete…", ripeté con volto finalmente languido e portamento rasserenato che sono due raggi dello stesso lume che chiamiamo candore, "…che nel mio cuore non vi è più posto per la menzogna. E poi… qual motivo avrei per mentirvi? La vostra colpa…, la mia colpa agli occhi di Dio può essere estinta solo col far giustizia. Vi supplico…, in nome di quel Dio…, se non per l'abito che portate, per nostro figlio…, aiutatemi a far giustizia."

XX

Il sole era già alto sull'orizzonte che il giudice uscì per recarsi nella prigione circondariale. Attraversò il paese d'un fiato, anzi con fiato grosso, per addivenire su di un cocuzzolo arsicciato dalla canicola. A guardia del colle, conficcata nella roccia, vegliava una muraglia scalcinata di pietra viva e spigoli dentellati.
Il cielo era sereno, l'aria tiepida e profumata. Qualche nuvola appariva in lontananza verso il mare. A monte, le cime ancora innevate dei monti parevano toccare il cielo a perdersi nell'infinito.
Man mano che il giudice saliva, vedeva i tetti delle case lucicchiare in controluce. Un venticello primaverile muoveva appena le foglie d'ulivo coi grappoli bianchi in amore. Nella terra girata di fresco, qualche gazza ergeva la lunga coda in cerca di un lombrico. In valle ondeggiavano le verdi spighe. Le colline erano ridenti e belle da vedere, ma quella fortezza, in quel tizzone arroventato, recava tristezza e desolazione.
Il giudice senza fiato, un po' sudato, bussò nel massiccio portone tarlato. Un girare di chiavi, uno stridio di cardini, un tintinnare di porte metalliche: due guardie guardinghe in vena di chiacchierare lo condussero tra gli antri umidi e il puzzo degli orinali in una stanzetta in uso ad incontrare rei. Un uomo di mezz'età, intimorito, intimidito, dal viso seccato dal sole, stretto in ceppi, fu tradotto innanzi a lui.
"Toglietegli i ferri presto!", comandò perentoriamente, seccato, il giudice. Poi mutando decisamente il tono in modo gentile, si rivolse al detenuto che restava lì impalato, senza muovere un passo, in piedi, ad attendere i comandi del governo. "Prego, prego…, si accomodi pure!", disse il giudice con gli occhi sulle carte nel tavolo. "Lei… è… Francesco Campofredano, fu Domenicangiolo, vero?"
"Per servirla, signor giudice…!", rispose l'uomo restando ritto innanzi a lui.
"Prego, prego…, si segga, signor Campofredano?", insisté il giudice che non capiva il senso di quel diniego, e gli fece cenno di sedersi col capo e con la mano.
"Ah…!, grazie, grazie…", bofonchiò l'uomo in modo gentile e si sedette innanzi al giudice.
"Di età…?"
Il detenuto rimase immobile come se nulla avesse udito e non fossero fatti suoi e, al giudice che lo scrutava di sopra gli occhialini con la penna sospesa in mano, nulla rispondeva. Ogni tanto sorrideva, gesticolava, aggrottava le ciglia, come a dire: "Che fa? non mi chiede nulla?", e continuava a restare in attesa di chissà cosa, forse delle ire di domineddio.
"Quanti anni ha?", gridò il giudice spazientito, ché non capiva se l'uomo vi era o faceva il tonto, o se lo prendeva in giro.
"Ah…!, vuol sapere gli anni? E quanti anni ho…?". L'uomo ebbe un attimo di esitazione, "quaranta…, quarantadue, fra circa un mese…, il sei di giugno…", precisò.
"Di professione?", chiese ancora il giudice.
L'uomo, ancora una volta, rimase ammutolito a guardarsi attorno.
"Chist'è fess!", pensò il giudice con la voglia di mandargli addosso un sacco di vituperi, di pigliarlo a calci nel sedere, ma restò calmo e, con molta calma, sia pure a voce alta, si rivolse ancora al detenuto: "Ma non ci sentite, signor Campofredano? siete sordo per caso? Vi ho chiesto che lavoro fate?"
L'uomo che questa volta ci aveva udito, in una lingua che risentiva di molti parlari, disse di far di tutto, mille mestieri, a dire il vero poco remunerativi, il giornaliere, il birocciaio, lo sterratore, il mugnaio, l'acconciatore, il calzolaio, cercando di sbarcare il lunario. E se non ci sentiva, era a causa delle nerbate che ci aveva pigliato durante l'incarcerazione.
"E che diamine!", sbottò di netto il giudice, "perché non me l'avete detto subito?"
"È… perché… non me l'avete domandato…!", rispose candidamente il Campofredano.
Il giudice sorrise di cuore. Poi si alzò, si avvicinò all'uomo, l'osservò per vedere dappresso se vi fossero lividi, chiazze o ecchimosi, e gli chiese se voleva sporgere querela. All'alzata di spalle dell'uomo, come a dire: "A che pro, senza testimoni?", il giudice gli diede una manata sulle spalle di cortesia, quasi a scusarsi per il danno che aveva subito e, scotendo la testa, venne al dunque: "Lei sa, signor Campofredano, per qual motivo è qui in prigione?", e gridò in tal modo, da rivoltare tutto il contado.
"È vero ca nun ci sento, signor giudice, ma non fino a questo punto!", osservò l'uomo ilare, ormai a suo agio, in un parlare a metà tra il forbito e il volgare di chi è poco istruito e non vuol darlo a vedere, e subito aggiunse: "Immagino per i fatti del ventinove e trenta aprile…"
"E… cosa è accaduto in quei giorni?", chiese ancora il giudice questa volta più ammodo.
"Cum fazz a dicere…", disse Campofredano intento a raccapezzarsi per esporre il suo pensiero.
"Dica pure a suo modo…, come sa fare a dire…", disse il giudice per tranquillizzarlo.
"Ci siamo illusi, signor giudice…! I galantuomini tengono il pane e il cervello fino…, e nui tenimm sol a pazzia 'ncopp a la chiricoccola e niente chiù… Ci siamo illusi, signor giudice…, comma chi cammina 'ncopp a le cime di l'arvuli…, ed eccoci qua!"
"Non capisco, signor Campofredano?", si lasciò sfuggire il giudice che ascoltava con molta attenzione.
"Capirà, signor giudice, capirà…", riprese l'uomo con sicurezza pacata. "Era caldo quel mattino del ventinove aprile. E il giorno appresso era ancora più caldo, perché venne lo scirocco e con la terra bruciò il grano in fiore. Come ogni giorno, ogni far del giorno che m'arricordo, eravamo là seduti a cercare la carità dei galantuomini…"
"Vuol dire lavoro?", precisò il giudice.
"No, signor giudice…! Il lavoro dà dignità all'uommene…, e io nun o sacce chest'è la dignità… Carità…, signor giudice…, carità… Chi di noi avrebbe buscato la giornata? e chi di noi sarebbe tornato col capo chino a la casa soie per non guardare in faccia i figlioli e la mogliera? Ci siamo illusi, signor giudice…" e gli venne quasi da piangere.
"Continui pure, signor Campofredano…", lo incoraggiò il giudice a raccontare.
Egli fece un profondo respiro, deglutì, si ringalluzzì un poco e riprese con quel suo accento inconfondibile.
"A rendere le cose chiù malamente era stata la cattiva annata dell'anno prima. Pi cafuni e i galantuomini, signor giudice, è vero, è sempre malannata… Ma se vulite sentire la ventura, uscite tra la gente che vi dice lo costrutto: i cafuni ci fanno ancor più la fame, mentre i galantuomini ci mangiano sulla disgrazia. A issi basta rincarare il prezzo dei grani… Eh già…! così è stato!"
L'uomo ammutolì per un attimo, si soffiò il naso e riprese ancora più triste.
"Da giorni c'era avvisaglia in paese di un rincaro, ma nessuno ci faceva caso, finché il decurionato non portò il prezzo del pane a grana sei il rotolo, e i panettieri, fatta na granne inchinata, se ne liccarono le dita…"
"Ma non si poteva…"
"Cosa, signor giudice!", lo interruppe l'uomo. "I galantuomini alzano il prezzo dei grani; i decurioni, ca songo pure e patrune e paese, alzano il prezzo dei pani; i panettieri pigliano l'occasione al volo e… a nuie ci tocca pavà, con quali denari poi, nisciuno u sape. Chest'è!"
"Ma… non potevate rivolgervi alle autorità?", disse così il giudice tanto per dir qualcosa, per non far intuire che poco o nulla vi era da fare dopo il deliberato del decurionato, e per non giustificare la rivolta.
"A chi, signor giudice? Alle autorità…?", sorrise l'uomo. "Ma quale autorità…! L'unica autorità ca canuscimme, è quella dei birri che ci pigliano in prigione e dei gabellieri che ci fanno morir di fame… Le autorità…!" E con la mano fece un gesto come a dire: "Ma lasciamo stare!" Fece poi un lungo respiro e tornò a parlare.
"Si dice qui da noi, signor giudice, che le cose ingiuste non durano e che la giustizia è fatta come l'acqua di un fiume: è magra e chiena. E a volte è talmente chiena che cresce…, cresce…, fino a rompere gli impedimenti e sboccare di sopra… I cafuni…, signor giudice, sono come l'acqua e fiume, quando nun ne putimmo chiù sbocchiamo di sopra…"
"Eh no!, signor Campofredano…", s'infervorò il giudice, ci tenette a precisare. "Un fiume che sbocca non è giustizia…, è una disgrazia. Un fiume che sbocca… non guarda in faccia nessuno, si porta via le case, i raccolti…, le speranze. E poi… rompe gli argini…, non rispetta le leggi."
"Quali case…! Quali raccolti…, quali leggi, speranze e carità!", riprese l'uomo rosso in viso. "Nun tengo casa… e nun tengo terra. Le leggi sono pi galantuommene e le speranze…: oh…! pure i santi se ne fuieno e me! Noi consideriamo un male il fiume che sbocca perché si porta via la roba dei galantuomini… Ma u sabato rallera la casa a chi tiene la mugliera bella e a chi la tene brutta se rispera. Un fiume che sbocca pulisce, deposita, rigenera… E poi, per un fiume che sbocca, ci sono sempre mille ragioni: il maltempo, le piogge abbondanti, gli argini costruiti male…"
Il giudice annuì col capo come chi indulgeva a voler capire, ma non poteva per l'uffizio che rappresentava, e chiese come fosse iniziata la rivolta.
"Ci siamo illusi, signor giudice! A pazzia…", e fece cenno col dito per indicare quella di prima. "Eravamo stanchi di subire… Si è uommene una sola volta nella vita! Eravamo in tanti…! Angelo, Vitantonio, Tonino… Una folla…! Tutti portati dalla stessa rabbia… Tutti mossi dalla stessa passione…: fame unita a disperazione." E qui l'uomo pareva spiritato, gli occhi luccicavano d'orgoglio, si capiva ch'era preso dallo stesso fuoco.
"Eravamo in tanti…!", riprese. "Felici…, contenti, scompagnati, a coppie, famiglie intere, mariti e mogliere coi bimbi a tracolla. Chi cantava, chi ballava, chi inveiva, chi minacciava. Uno diceva: Abbasso i galantuomini e viva il re!. Di qual re si trattava nisciuno sapeva. Un altro gridava: Assaltiamo le case dei galantuomini! Un altro aggiungeva con passione: Loro hanno i granai ricolmi e noi si fa la fame! Non mancava che l'occasione, una voce che mettesse ordine a quel mo' di confusione per passare dalle parole ai fatti… In quella babilonia, Giuseppe Nicola ci è parso come San Giorgio che uccide il drago. Giuseppe Nicola era nato capo. L'uocchie parevano stizze e fuoco, brillavano d'orgoglio, d'intelligenza. Sale appena su di un gradone che la folla capisce, zittisce. Pallido, madido di sudore, inizia a parlare, e no colore gli sciva e n'antro gli trasiva. Si capiva che comma a me non era istruito, ma quella volta parlò bene. 
"Non sentite il vento?", così prese a dire e tutta la folla zittì in cerca del vento. "È carico di odori… La terra vuol essere ingravidata… Le rondini annunciano festose la stagione degli amori. Sull'uscio di ogni fanciulla c'è un ramo in fiore, dritto, ricurvo, come pegno d'amore. Le spose si vestono di bianco e in grembo portano i figli… I figli nascono… e poi crescono… E crescendo hanno fame… E noi? non si ha nulla da dare, perché i galantuomini tengono alti i prezzi dei grani… Non si lavora e si fa la fame. Si lavora e si fa la fame… È vita questa…? È giustizia…? È ora di finirla coi galantuomini… Pigliamoci il grano per i nostri figli!"
E come un sol uomo, in men che non si dica, la folla si mosse a dar l'assalto alle case dei galantuomini."

XXI

MEMORIA
SUI
FATTI DEL VENTINOVE
E TRENTA APRILE
ACCADUTI NEL NOSTRO
CIRCONDARIO
DI
GIAMBATTISTA SABELLI,

agrimensore e proprietario
terriero

Non s'era mai vista in paese tanta gente insieme. Duemila forse tremila giornalieri, agitati e confusi, che minacciavano stragi e rovine dappertutto, armati di roncole, falci, badili, coltelli e spiedi.
Mi sconsigliarono di recarmi tra quella folla inferocita, atteso il disordine, ma che vuole, un po' la rabbia, un po' la curiosità, non nascondo, vinsero ogni mio ritegno, ogni timore, per condurmi allo sbando. Ma appena fuor dall'uscio di casa, fui preso a viva forza da quella intristita folla e portato al lor seguito, pel sol motivo di saper leggere e scrivere.
Nol dico come è duro calle cader in questa valle di lacrime, in compagnia sì malvagia e scempia! Di questo, infatti, Vi dirò nel mio racconto. Poco più tardi, si presentò innanzi a noi il parroco della Chiesa matrice. Pover'uomo…! In tonaca e cotta seguiva il crocifisso, issato da un chierichetto. Pregava ad alta voce il poveretto, portava parole di pace; quasi implorava a quel popolo di sedarsi e rientrare nell'ordine. Ma a che valse? Fu deriso e sbeffeggiato, e con lui quel sacro vessillo di nostra redenzione.
Atterrito, non sapea che fare, volea fuggire, ma i lacci mi tenean prigioniero di quella turba immensa e inferocita. Qual lo scopo, mi chiesi…? Qual il disegno della volontà divina per tanta ferocia?
Arrivammo innanzi al palazzo del notaio Francesco Sabelli. Dall'ale, come alabardieri in battaglia, usciron alcuni tristi muniti di scuri e principiarono ad abbattere il portone. Ella non può immaginare la disperazione di quella famiglia. Dalle finestre si udivan grida e pianti, suppliche e preghi, finché il Sabelli urlò sì forte per distogliere quella turba dai suoi tristi propositi, ma vedendo che gittava invano il suo fiato, fece istanza dei miei servigi per riparare ad incovenienti più gravi.
Quantunque trepidante per i pericoli a cui mi esponea, mi feci coraggio anche perché il Sabelli era un mio lontano parente. Mi portai innanzi a que' facinorosi, che già devastavano ogni cosa, e usando ogni mezzo per calmare i loro animi, proposi loro un accordo: pregai sollecitamente il galantuomo, che subito dispose in tal senso, ché assicurasse per iscritto di far pagare il suo grano a tre grana il rotolo, anziché sei come disposto dal decurionato, fino alla ricolta successiva.
Come cani che contendon la preda tanto ambita, que' popolani, ottenuto lo scopo, parevano quietarsi un poco, che surse questione tra chi dovesse prender consegna di quell'obbligazione, e non potendo trovar un accordo per lo schiamazzo e lo scalpore, molti tra quelli insensati risolvettero, per acclamazione, che fossi io a conservare quella carta, che io rimetto a Vossignoria, rendendomi garante dell'applicazione. La tal cosa si ripeté per le famiglie de Oratiis e Agnelli.
Pergite animo forti, Lacedemonii, hodie apud inferos fortasse cenabimus! Io sperava di tenermi lontano, di sciogliermi dalle catene, ma non sapendo que' tristi leggere, mi fu impossibile sottrarmi alle loro ingiunzioni che mi furon rivolte con minaccia nella distruzione della vita, della famiglia e della proprietà. Fu allora che decisi, con la speranza di poter essere mezzo efficace per impedire il saccheggio e la devastazione, di prestarmi a quanto mi si chiedea, purché non si fosser commessi eccessi e si accontentassero delle sole assicurazioni per iscritto dei galantuomini.
Io, intanto, come si pretendea da que' tristi, seguitava a leggere e rileggere quelle che raccoglieva, che si giunse a palazzo Gamberale. Quivi il portone era aperto e don Luigi accolse quella folla a braccia levate e in amicizia. Ma come accade nei tumulti popolari, vi è sempre chi fa di tutto per ispingere le cose al peggio. "Ladro! profittatore!", si urlò e poco ci mancò che il peggio non si avverasse. "I granai! i granai!", disse una voce. "I danari…, gli ori!", disse un'altra voce. "Dove sono?", gridò una terza. "Largo, largo!", si udì dal coro. 
Alcuni s'impadroniron delle scuri e principiaron a scardinare le porte dei magazzini. "Ooooh...!", si rumoreggiò tra la folla. Caciocavalli, salsicce, prosciutti e capocolli: quanto ben di Dio! E che buon vino dalle botti di roverella invecchiate! Ogni tanto dalle cantine qualcheduno usciva che portava una damigiana, una caciotta, una cesta di noci, una canasta di fichi secchi. Delle donne empiron i grembiali di grano e avena. Dei fanciulli saltellavano tra le panche, come fosse la festa del patrono. "Viva l'abbondanza!", si gridava, "Muoian i profittatori! Assaltiam le case dei signori!". Ben presto nulla rimase da saccheggiare.
Da palazzo Gamberale, quella turba, armata di ogni sorta, ringalluzzita, si disperse in più rivoli per continuar lo scempio. Quella che fui costretto, mio malgrado, a seguitare si diresse verso il molino di detto Vincenzo Di Pietro, il mugnaio del paese.
Giuseppe Nicola Orlando, munito di grossa zappa, faceva da capo e istigava alla rivolta. "Sangue della Madonna!", bestemmiava, "Non vedete come scappano...? I galantuomini tengono paura!" E Francesco Campofredano quasi a dargli più voce: "Tienne raggione, i galantuomini hanno paura e noi!"
Ma il più feroce di tutti era Filippo Paolantonio. Quantunque sciancato, munito di un lungo spiedo e d'un runciglio, aizzava il popolo insorto a gran voce.
"Suoniamo un gran tamburo...!", diceva. "Chiamiamo a raccolta un maggior numero di popolo e uccidiamo tutti i galantuomini. Venite appresso a me... ! che vi farò vedere quel che si deve fare...!" 
E così fu assaltato il molino del Di Pietro, il molinaro. Molte pietre furono scagliate contro le finestre. Grano e farina si chiedea, grano e farina che il pover'uomo non avea, e per calmare quella folla si promise che per l'indomani si sarebbe ruotato il grano pel conto del popolo.
Vista l'ora tarda, si deliberò di tornare nelle proprie abitazioni, e di riprendere l'indomani le devastazioni.

Addì, il giorno sei, 
del mese di maggio, 
dell'anno 1860.

 In fede
Giambattista Sabelli

XXII

La vita correva normale a palazzo Gamberale, pur nella tempesta che vi era passata. La servitù lavorava alacremente per dar di mano al disordine, certo senza impiccarsi come può chi deve far scorrere la giornata. Qui riconciava un mobilio sull'impiantito, là rimetteva un vaso nell'interrato: non vi era nulla di sano, ma cocci di tutto accozzati e sparpagliati, appunto come se vi fosse passata una turba di scalmanati.
Era il palazzo un maniero secentesco, ricco di fronzoli e colonne, con una cappelletta al primo piano atta a celebrare messa durante la processione della Santissima Assunzione o alla benedizione dei morti in casa. Dirimpetto alla cappelletta, tant'è che ogni volta che gli accadeva di uscire don Lissandro si genufletteva, vi era lo studiolo dell'arciprete, pieno di carte, mappe e pergamene antiche, la sua passione, sulla storia del casato e del contado.
Si era appena alzato don Lissandro da una notte insonne che, senza neanche dar di sguardo al Santissimo Sacramento, vi si rinchiuse come se fuggisse da un esercito di nemici.

La sera prima, di buon'ora, strascicando i piedi e tentennando il capo, aveva picchiettato all'uscio del fratello.
"E chi è a quest'ora?", aveva tuonato una voce imperante.
"Eeee…! e chi vuoi che sia…",aveva risposto l'arciprete incurante, infastidito, ma non riusciva ad esser avvezzo a quella voce. "Son io…!"
"Lissà…! e che ci fai qui a quest'ora?", aveva osservato il galantuomo più stupito che incredulo: erano secoli che l'arciprete non bussava alla sua porta.
"E che ci faccio? Ci faccio…, ci faccio… Apri che ti devo parlare…", aveva tagliato corto l'arciprete.
I due da tempo non si trattavano quasi più, presi com'erano dai loro affari e… per una questione d'eredità la cui soluzione l'arciprete non aveva gradito. Ma una volta erano più di due fratelli. Belli, ricchi, rispettati, venerati ne avevan fatte di cotte e di crude. Poi Lissandro, di un anno più giovane, per non cedere alla tentazione e dividere la proprietà, si fece venire la vocazione e l'incanto finì: ciascuno seguì la sua strada, Luigino da capofamiglia e Lissandro lisciando la coda.
"Vieni…, entra…" Disse il galantuomo, aprendo l'uscio e accogliendolo cordialmente con un sorriso indulgente. Ma don Alessandro, a quella voce, al comparire del fratello, a quel sorriso, non si sentì più sereno, anzi la sua inquietudine crebbe e non osava guardarlo in viso. Il fratello cercava di apparire gentile, accogliente. "Vieni…, Lissà…, accomodati…"; ma l'arciprete, come se fuggire non poteva e avesse da sbrigare mille faccende, andò subito al sodo: "Sono venuto per una questione che mi sta molto a cuore."
"E cheeee è…! hai paura di morire, Lissà? Ora che sei qui…, che fretta c'è? E facciamoci un bel bicchiere…! ché la vita è breve e…, come quel tale, se proprio…, voglio morire con la pancia piena e ripiena, e non di schiena." Disse il galantuomo sempre più allegro e figaro, e con in mano un orciuolo di rosolio.
"Cuor che non porta pena! Hai sempre voglia di scherzare…, eh Luigì? Come da uaglione!", sorrise finalmente l'arciprete un po' più sereno.
"Bisogna fiutare l'aria, Lissà…! tutto qua! La vita non la pigli di fretta… Bisogna saper aspettare…, vedere che vento tira…, cogliere il momento giusto… E noi siamo già vecchi e rimbecilliti…, e abbiam poco tempo! Cin cin, Lissà!", e buttò giù tutto d'un fiato.
"A dove va, Luigì!"
"Ti ricordi…, Lissà?", riprese il galantuomo con voce mitigata dalla nostalgia, "prima che divenissi prete? In chiesa con nostra madre, buonanima…? a sbirciare tra le gonne delle contadinelle da maritare? Niente si vedeva e tutto s'immaginava…, ti ricordi, Lissà? Nuccia di zì Pietro…? e Lisetta con le zinne grosse?"
"Son uomo di chiesa, Luigì!", si lasciò sfuggire con un sorriso l'arciprete.
"La verità… è che sei un briccone, Lissà!", insistette il galantuomo come chi sapeva di contarla in musica. "Razza buona la nostra! Anche da prete…, mi risulta…, sfruculiavi le femminelle…"
"Ma che dici, Luigì?", rispose questa volta don Alessandro indignato, come se all'improvviso gli fosse sovvenuto un cattivo pensiero. Solo qualche tempo prima, quella maldicenza blandita, suggerita, come confidenza, l'avrebbe gradita come cosa di cui andare fiero. Ora invece si sentiva offeso, doppiamente in peccato, e pativa le pene dell'inferno.
Il galantuomo che non capiva il mutato umore del fratello, quasi a scusarsi, provò a riprendere in mano la situazione. "Guarda che scherzavo…, non vi è nessun motivo che…"; ma come destandosi da quel che voleva un sogno, ricordò, collegò, capì: l'intuizione confusa di poco prima divenne certezza, la venuta dell'arciprete non era di cortesia.
E come un riccio che fiuta il pericolo si chiude a difesa per pungere ogni nemico, don Luigi mutò decisamente tono: "Ebbene…, Lissà…, dicevi di una faccenda che ti sta molto a cuore…"
Don Alessandro, con movenze lente, senili, posò il bicchierino di rosolio, alzò la fronte verso il fratello e lo fissò con decisione. Ma, per quanto ferma e sentita fosse la sua disposizione, non gli riusciva di principiare e restava immobile, ammutolito, col cuore che batteva forte, a trattenere il respiro.
"E allora, Lissà…, qual è la questione?", lo incoraggiò il fratello che aveva colto la sua indecisione, ma finì solamente per fargli crescere l'agitazione. Tremante, pallidissimo, con un fil di voce, il prelato cominciò, ma la favella non era di chi aveva in uso il consolare, il consigliare, dare l'assoluzione dall'alto del suo uffizio, ma di chi confessa le sue pene senza remissione per i suoi peccati.
"Anni fa, da una donna, ebbi un figlio…", disse e venne in tanta pena da scolorarsi in viso. "Un figlio…! Un bastardo… che non ho mai avuto il coraggio di riconoscere…" Stette un attimo in silenzio e sospirò: "Ho fatto molti errori nella mia vita…, Luigì!"
"E chi non ne fa, Lissà…!", aggiunse il fratello per meglio disporlo a continuare.
"Eh, già…, e chi non ne fa!", ribadì il prelato. "Ma vi sono errori ed errori… Ed io per l'abito che porto… L'ho fatta grossa, Luigì! Razza buona la nostra…, neh? Razza buona per cosa… Solo per far del male!" E lasciò cadere il discorso e le braccia.
"Ma a tutto c'è rimedio, Lissà!", riprese il galantuomo come per consolarlo, quasi a smorzare i toni della faccenda.
"Eh già…, Luigì! A tutto c'è rimedio…, ma non alla morte. E… questo mio figlio…, Luigì…, questo mio figlio… è morto!"
"Morto…, Lissà?", ripeté il galantuomo.
"Eh…, morto…, Luigì!", ribadì il prelato. Poi come se rinvigorito, rabbuffato, dal dolore, si rizzò in piedi minaccioso. "Ma tu… c'eri…, sai…"
"Giuseppe Nicola…?", pronunciò il galantuomo come cadesse dalle nuvole.
"Eh, Giuseppe Nicola…, Luigì…, era mio figlio…, un Gamberale…", confermò con orgoglio don Lissandro, per poi aggiungere con acre e amara ironia: "Ma… non dirmi che non sapevi… Tu sapevi, vero Luigì? Sapevano tutti!"
"No, Lissà…! Credimi… Non sapevo… Certo di qualche tua scappatella…, sapevo…, ma che avessi un figlio… No! non avrei mai immaginato…! Mi dispiace, Lissà!" Rispose il galantuomo più furtivo di un grifone.
"Eh, certo che non lo sapevi, e come potevi!", riprese l'arciprete sempre più rosso in viso. "Un bastardo non si sa di chi è… Se poi d'adultera e di prete…" Ma non gli riuscì di chiudere il discorso che principiò a inveire contro il fratello. "Peggio di una serpe sei…! Ma a me non la fai, Luigì…! Siamo cresciuti insieme io e te… Ti conosco sai… So bene che sei falso… Ma a me non la fai! Dimmi come è morto mio figlio… Per amor del cielo…" E paonazzo, con gli occhi che strabuzzavano dalle orbite per l'agitazione, si accasciò su di una seggiola in preda all'asma, col respiro che inciampava nel pensiero. 
"E che vuoi morire, Lissà!", lasciò andare questa volta un acuto il galantuomo che pareva il finale di un pezzo d'opera. "Respira Lissà! Respira…, per l'amor di Dio…"
Col fiato grosso, col cuore che rullava sempre più forte in petto, l'arciprete si sollevò appena con le braccia sulla seggiola per biascicare un urlo soffocato: "Devo sapere, Luigì…! Se ti preme un poco la mia sorte… In nome di Dio…, ti prego…, ti supplico, dimmi come è morto mio figlio."
"Un incidente, Lissà…, è stato un incidente…", buttò lì il galantuomo.
"Un incidente, vero?", riprese l'arciprete come se si fosse calmato un poco. "Ma se lo sanno tutti in paese che gli hai fatto sparare da un tuo scagnozzo…, insieme al notaio Sabelli e ai fratelli de Horatiis… Ma io da te lo voglio sentire…, da te!"
"Ma che dici, Lissà! Non dire fesserie…! Io non ho fatto sparare proprio a nessuno… È stato un incidente…, ti dico, e poi ci sono i testimoni…"
"A questo punto siamo arrivati, Luigì…? Due fratelli che son nati e cresciuti insieme che… han bisogno di testimoni per parlarsi! Che vergogna…! Per tutta la vita, ostinatamente, hai cercato di apparire ciò che non eri, un uom di forza…, di potere…, che ora ti è divenuto difficile essere altro… Pure a dir bugie a tuo fratello hai imparato!"
"Tu sei uscito pazzo, Lissà! Non sai quel che dici… Il dolore ti ha accecato…, ti fa sragionare…", disse piuttosto infuriato il galantuomo.
"Non ti è bastato che mi facessi prete, che… nostra sorella portasse poco o nulla in dote a quell'asino di de Atellis… La roba…, la politica…, il decurionato… Avevi bisogno d'altre imprese alla tua gloria… Che male t'aveva fatto quel ragazzo?"
"Quel ragazzo…, come lo chiami tu Lissà, era un pazzo furioso. Ha distrutto la tua casa, ha aizzato la folla, ha insidiato la tua roba… Era diventato molto pericoloso…"
"Ma che ragione c'era di ucciderlo…"
"È stato un incidente, Lissà!"
"Oh Signore, perché mi hai dato un Caino per Fratello?", pensava e pregava il prelato. "Un miserabile che non rispetta niente e nessuno? Perché non son nato altrove, che ora godrei nell'odiarlo? E invece…"
"Fatti coraggio, Lissà!", riprese il galantuomo con un candore che indulgeva ogni cagione d'offesa. "Un figlio non l'hai mai avuto… Giuseppe Nicola non era figlio a te… Era figlio del peccato…, del demonio… Era segnato che finisse così! La tua famiglia siamo noi…"
L'arciprete ormai annuiva immobile, sprofondato in un cantuccio della seggiola, e nel pensiero ripeteva ogni parola del fratello che lo feriva con la violenza di una lama sottile. La sua non era né stanchezza né rassegnazione, ma quasi godeva nel farsi del male in quella rapida successione di parole e indifferenza. Sentiva che la vita gli sfuggiva attraverso gli orrori vissuti e sofferti e non ne capiva il segno, il significato. Percorse a ritroso tutto ciò che di più caro aveva avuto, e si accorse che nulla gli restava, se non briciole prive di lusinga e di speranza. Gli uomini, le amicizie, gli affetti si erano dileguati come nebbia al sole. Stette ancora un poco in quella riflessione. Alfine, dal fare contrito, di chi ha perso un'occasione, un po' triste ma sereno in viso come in punto di morte, si alzò, salutò e tornò nella sua stanza.

"Concettina? Concettina…?", chiamò don Lissandro."Ma dov'è finita!", borbottò. "Concettina?"
"Sì…?", una vocina si sentì appena.
"Sì…, cosa! e vieni che ho bisogno…", gridò alterato l'arciprete.
"Arrivo! E… arrivo!", e la vocina che pareva urlata a malapena giunse al curato tra i rumori indaffarati della casa.
"E arriva…, non vedi che arriva!", borbottò ancora l'arciprete sempre più stizzito.
"Eccomi per servirla…, è permesso?", disse Concettina tutta ansimante, trafelata per la corsa.
"È permesso cosa…, se sei già in casa!", rispose burbero don Lissandro.
"Già così di prima mattina…!", osservò timida Concettina.
"Così…, come?", rimbalzò l'arciprete.
"Così…!", ribatté Concettina.
"Eh, così!", riaffermò l'arciprete per tagliar corto e aggiunse: "Avrei… bisogno di un'imbasciata."
"E a chi, se mi è permesso?", chiese Concettina piuttosto sfacciata.
"E a chi…? al giudice del regio Circondario…", mugugnò l'arciprete piuttosto scocciato.
"Al giudice del regio inventario…! E che… vi siete cacciato nei guai?", sibilò Concettina con la sua solita vocina.
"Concettina…, eh?", la fermò l'arciprete, come a dire non esageriamo. "Circondario, Concettina…, si dice Circondario e non inventario…", precisò il prelato.
"E… che mi sta a cuore la vostra persona, don Lissà…", bofonchiò Concettina con gli occhi malinconici di cane fedele.
"Lo so…, Concettina…, lo so!", le sorrise l'arciprete accennando una timida carezza per poi ritrarre la mano. E dopo un attimo di commozione riprese più pacato: "Per cortesia, Concettina…, consegnala al giudice… Mi raccomando…, personalmente al giudice…, siamo intesi?"
Concettina abbassò il capo lasciando intendere di aver capito. Don Lissandro poté finalmente inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento e restare là per chissà quanto tempo.

XXIII

Il giudice parlottava col capitano che tuoni e fulmini con le campane da morto si udirono nell'androne d'entrata.
Lisa, la governante, stava spazzando il cortile, "sempre impolverato!", com'ella imprecava, e rigovernava i pochi vasi di gerani che non si erano seccati durante l'invernata. Ad ogni passo era una fitta al cuore, se mai un cuore poteva starci sotto quella montagna di poppe al petto. "Ahioddio!", e uno scarafone fuggiva da sotto il vaso. "Ahionnoi!", e una porcheria le si affacciava da sotto il naso. Insomma per la povera Lisa non vi era pace, era una di quelle giornate iniziate male e che finivano peggio.
Che dire?, una grossa disgrazia dovette parerle il toc toc del batacchio che annunciava una visita. "Vengo…, vengo!", e nella fretta, un lembo del gonnellone s'impigliò in un ferro contro il malocchio proprio là sul portone. E giù, tuoni e fulmini! Ne diceva di tutti i colori che fin l'aria s'ammorbava. E non diciamo quando la poverina si trovò innanzi Concettina, la serva dei Gamberale: come un gatto inselvatichito si gonfiò, arricciò il pelo, contorse la coda, mutando decisamente il grasso roseo delle sue gote in giallognolo, verdognolo, violaceo.
Quantunque tra pari in grado, in ogni professione, vi sia sempre una sorta di gelosia, l'antipatia fra Lisa e Concettina era di vecchia data e fu semenza di più d'una questione molto delicata. Era vacante il posto di governante a palazzo Gamberale, in verità molto ambito per credito e grazia di dio, e nella contesa, Lisa a furia di chiedere e domandare finì per sapere di alcuni giri della rivale e spettegolare: cosa che le costò una dura reprimenda, il posto e una pessima reputazione. Ma quel che più l'infastidì in questa storia, fu che a lei toccò la fama di bisbetica e chiacchierona e alla "mantenuta" dei Gamberale, com'ella considerava Concettina, di donna resoluta e riservata, che a dir di Lisa era tutta da dimostrare e le dava pretesto ogni volta per ricominciare. Tant'è che in paese della loro storia si sapeva tutto a memoria e c'era d'avanzo per ridere e scherzare.
"A che debbo l'onore?", s'impettì Lisa superba e pettoruta.
"Son qui per un'imbasciata…", s'insuperbì Concettina con la sua vocina.
"Il giudice è occupato…", redarguì Lisa sempre più ferma, più pettoruta.
"Ho una lettera urgente da consegnare…", ribadì Concettina con vocina acuta.
"Se crede può darla a me!", s'indispettì Lisa sempre più risoluta.
"Non posso…!", ribadì Concettina sempre più acuta.
"Vuol dir che non si fida?"
"Vuol dire che non posso…"
E giù di santa ragione, botte da orbi, come possono due gentildonne, in un pandemonio che non finiva più. Finché il giudice accorse per sedare la rivolta. "Che cagnara è questa…, che prepotenza?" E giù ancora a spiegare le proprie ragioni che il cortile pareva un campo di battaglia per la confusione.
"Ma signore…!", lamentò il giudice il proprio disappunto. "Vedete se codeste son cose da dirsi e farsi…! Tu, Lisa…, se non sbaglio hai ancora delle faccende da disbrigare; e… voi, se non ho capito male, avete una lettera da consegnarmi…"
"Da parte di don Alessandro Gamberale…", ricordò Concettina con la sua vocina.
"Ah, il signor arciprete!" Il giudice ringraziò e congedò la perpetua. E nel mentre che faceva il tratto di strada lungo l'androne, incuriosito dissuggellò la missiva che così iniziava: "Gentile signor giudice, io sarò già morto quand'Ella riceverà questa mia…"
Il giudice di colpo s'arrestò, credette di aver letto male, la riprese, ma non si era sbagliato: "Gentile…, io sarò già morto…"
"Capitano!", urlò a squarciagola, "capitano…, presto, presto…, correte!"
"Che diavolo avrà da gridare in questo modo!", si disse preoccupato il capitano.
"Presto…, presto…, venite!, seguitemi!", e già correva verso l'uscita.
In faccia al portone d'entrata, tra due fila di case l'un sopra l'altra unite da porticati, stretta e lunga, una viuzza, che percorreva orizzontalmente tutto il paese e voltava a dritta verso palazzo Gamberale, si apriva con volte istoriate e balconi fioriti. Il giudice s'infilò nel budello come fosse inseguito da una muta di cani, seguito a ruota dal capitano. Quand'ebbero girato l'angolo e furono sul posto, corsero defilati nel palazzo spalancato per i lavori di restauro. Ad un legnaiuolo che armeggiava su di un corrimano lungo le scale, di sotteso, trafelato, chiese se avesse visto il curato, ma il pover'uomo, colto all'improvviso, non seppe di che rispondere.
"Dev'essere nel suo studio…", disse una voce di donna che si arrabattava ginocchioni sul pavimento "non mi pare si sia mosso…"; e indicò la porta col dito come se avesse intuito di quel signore distinto i timori più reconditi.
Il giudice non perse tempo che già il palazzo si animava per le facce mai vedute. Raggiunse lo studiolo dell'arciprete, cercò di schiudere l'uscio che non si apriva e, senza un attimo di esitazione, lo fece scardinare dal capitano, con intorno uno stuolo di curiosi.
"Via…! Via…! Via tutti! Fuori…!", urlò. In un mare di confusione, carte stracce, mappe sdrucite, pergamene sbrendolate, libri rovesciati, da un'ansola su una trave, penzolava fisso don Lissandro Gamberale. Poco più in là, su una seggiola rovesciata, ben piegata, vi era la tonaca con collaretto, cappa e papalina.

XXIV

Il giudice non riusciva a darsi animo. Come una trottola girava dritto, ricurvo, sghembo, di lato, scuotendo il capo e ripetendosi: "Non è possibile!". Si chetava un attimo e, poi, quasi all'improvviso, preso da convulsioni, ricominciava, sferrando calci e pugni e urlando a gran voce. Penava oltremodo, ma non per la morte dell'arciprete che conosceva appena, ma per l'amarezza, l'angoscia, di non poter nulla contro ogni accadimento, per l'impressione di un viso cianotico in un corpo penzoloni come metafora della condizione umana. E poi che diavolo significavano quei vestimenti ben piegati in quel disordine generale, se non che l'arciprete con la morte volesse dar ordine al disordine della sua vita? Il destino, più che crudele, si rivelava baro, giocava a carte false la sua imprevedibilità.
Lasciatemi dire, ma la sorte non può essere che triste, nei tempi in cui la cattiveria e la malignità schiudono le loro porte. Come sarebbe bello potersi destare da un sogno, indossare l'abito migliore, accomodarsi giacca e bavero, darsi una pettinata e, a chi s'incontra per via, urlare: "Beh, signori, state pur comodi, si è trattato di un equivoco, abbiam solo giocato un poco, ora si torna indietro come se nulla fosse accaduto". Ed invece…, soffrire, soffrire, dolore per esistere, per sentirsi vivi.
A lungo durò l'agonia del giudice, l'agonia di chi cerca di capire per darsi una ragione di vita. Poi, come chi ha raggiunto la cima di un poggio, aspro e scosceso, e affaticato inizia la discesa per sassi acuti e dirupi, mentre anela il meritato riposo, il giudice si fece forza per riprendere la lettura della missiva, accartocciata, accantonata, in fretta e furia, nella tasca della sua giacca di velluto.

"Gentile signor giudice, io sarò già morto, quand'Ella riceverà questa mia, e spero la accolga con quel po' di indulgenza e misericordia con cui si accoglie un peccatore senza più speranza di perdono. In vita sono stato eretico, l'abito era di Chiesa, ma la fede di chi opina liberamente per nessuna dottrina, se non del vizio come virtù. Ho vissuto più dei piaceri della carne che dello spirito e, forse, un po' benevolo con me medesimo, ho giustificato questa mia apprensione con la convinzione che un buon cristiano non possa non credere al pentimento di ogni altro uomo nell'ora della sua morte: la morte di per sé è già un'espiazione. Non nego di esser stato, in alcuni casi, felice, la sorte mi è stata benigna, ma non Le auguro giammai di vivere la mia agonia di ora. So di bestemmiare, ma mai ho considerato la vita più crudele e l'uomo un errore del creato. Muoio con la morte nel cuore e nella nudità della mia anima, per non aver saputo, voluto scegliere, per aver preferito il silenzio: il mio peccato non è stato quello di aver goduto delle donne altrui o di aver condotto vita blasfema, ma di aver tenuto in poco conto la sofferenza umana.
Solo ora so cos'è il dolore. Ed è pel rispetto del dolore, del mio dolore, che trovo finalmente il coraggio che mi è sempre mancato, e di cui Ella, spero, faccia l'uso più opportuno.
Anni fa, da una donna che molto mi amò, ebbi un figlio. Un figlio…! Un bastardo! Anche se non taccio che, a volte, in solitudine, mi son preso la libertà di pensarlo mio e, come ogni buon padre, desiderare di allevarlo e farlo crescere nel mio nome. Ora egli è morto e nulla può più consolarmi: sarà la terra a gioire. Ma quel che è peggio, è che ad ucciderlo non è stata la sorte o il caso come io credea, ma la persona a me più cara e a cui era più legato: ho certezza che il responsabile della morte di Giuseppe Nicola Orlando, mio figlio, sia mio fratello, Luigi Gamberale.
Non so, signor giudice, se Ella ha immagine della mia sventura: con la fede nel Padre nostro stavo trovando un figlio…, che mi è stato tolto dalla persona che più amavo, mio fratello, sangue del mio sangue: è forse questa la pena pei miei peccati! Non vi è più speranza…
La prego, nel dovere della sua missione, sia indulgente con la mia famiglia nell'ora della sua tragedia.
Grazie.

In fede
Alessandro Gamberale

Il giudice non credeva ai suoi occhi. Rilesse la lettera parola per parola, e poi la rilesse ancora, e la rilesse più volte ancora. Non vi era dubbio: il pover'uomo si era ucciso per quella nobiltà di sentimenti che non ammette moventi volgari, una vita sbagliata. La sua morte suonava nel contempo come un atto di giustizia e di espiazione.
Ma se nel suo intento, la morte dell'arciprete voleva sovvenire l'avvenimento in altra luce, l'inchiesta poco o nulla ne traeva in giovamento, anzi si complicava maledettamente. Vi era forse un responsabile per il delitto Orlando, non s'era trattato di un incidente, ma come provarlo? Il fucile non s'era trovato; nessuno dava prova di collaborazione se non Rosa Marcantonio e il povero arciprete, ma con quali possibilità in un'aula di giustizia? "Nessuna…, nessuna!", si ripeteva il giudice con in cuore ancora la prostrazione per la triste fine del pover'uomo. "Nessuna…!" La parola di una donna ch'era poi la moglie dell'ucciso…, e d'un suicida sul punto di morte… Nessuno gli avrebbe dato credito… Nessuno!
Il giudice ora si sentiva solo, abbandonato con la sua pena. Senza un amico a cui chiedere consiglio e solo a dar dignità alla giustizia nella più cupa disperazione. È incredibile come la vita possa scorrere monotona, indifferente, senza tempo, e poi impennarsi all'improvviso in un crescendo imprevedibile di casi. Dianzi non vi erano che i rimbrotti di Lisa per il disordine o i piagnistei di Peppino il carrettiere colle dita di tabacco affumicate. Ora, invece, si sentiva tolto per il bavero, solo innanzi agli eventi, come un giunco mosso dal vento a cui cerca di resistere, e cominciava ad aver paura di morire. Lo ripigliava la smania. Sempre così gli accadeva in preda alla malinconia, fantasticava i casi, s'inventava il peggio, s'immaginava freddo cadavere corrotto. Sarebbe morto per morbo, di vecchiaia o… per un tir di schioppo? La morte di Orlando, decisa forse lì per lì, era stata concepita per dare un segnale al popolo che tumultuava. Una morte, diciamo così, più illustre, insigne, non avrebbe ucciso ogni speranza di riscatto? Come dire, noi possiam arrivare ovunque, dei nostri nemici facciamo un solo boccone. Dopotutto, la morte, quel giudice, se l'era cercata, non faceva per i galantuomini. Invece d'inquisire una turba di furiosi, scalmanati, indagava su di un incidente occorso ad un rivoltoso. Cosa a dir poco folle; fole di un vanitoso disperato che faceva per i rivoltosi. La partitura sarebbe stata completa per un delitto perfetto: isolamento, discredito e rimozione dell'ostacolo.
"Al diavolo!", si disse il giudice. "Ma che vo blaterando…! Non sarebbero arrivati a tanto!" In quel contado, pur nella solitudine della sua funzione, egli rappresentava la giustizia, non vi erano ragioni per credere o supporre un simile disegno criminoso. E poi, la giustizia, pur tra negligenze ed errori, costituiva pur sempre un impegno per il re e lo Stato…
Il re e lo Stato…! Il giudice ora sorrideva. Ma quale re e quale Stato… Un re che nel suo parlare meridionale sciorinava divertenti prolusioni in diritto e che indifferente assisteva alla fine irreversibile del suo Regno? Il re e lo Stato…! E in nome di quel re e di quello Stato avrebbe dovuto rinviare a giudizio la maggior parte del potentato locale? Ma se quel re e quello Stato si reggevano sulla consorteria e il malaffare!
Le parole sussurrate a voce bassa, nella prostrazione del giudice, esprimevano il maleficio che fin dall'inizio aveva accompagnato l'istruzione. Erano l'amarezza di chi ha le braccia legate da una forza occulta che vive e pensa quasi seguisse un piano, il suo destino; erano la voce della coscienza per far bene contro quella manica di gente avvezza oggi a dire bianco e domani nero e che nella combriccola affoga ogni sentimento di pietà umana, ogni passione di lealtà. Chissà se un giorno si sarebbe riusciti a liberare il mondo da sì nefasto quanto immondo fardello! In cuor suo, il giudice sperava di sì, ma non riusciva a veder come. Forse…, se ciascuno facesse il suo dovere in coscienza…, forse quel Mazzini della repubblica romana…, o quel Garibaldi… contro il suo re? Certo i tempi erano maturi, ma chi poteva dire che la camarilla, ancora una volta, non avrebbe profittato? le mille facce del potere…?
Tra mille pensamenti il giudice si rinfrancò un poco. 

XXV

Intanto a Palazzo Gamberale, la servitù s'era raccolta nel cortile e vociava sulla disgrazia del pover'uomo. "Gesù, Giuseppe e Maria!", si disperava Concettina che non credeva ai suoi occhi, appena rientrata dall'imbasciata.
Nella via del ritorno, l'aveva presa comoda Concettina. Si era soffermata un poco con Peppino il carrettiere che le aveva contato con tanto ardore il viaggio in capitale e il suo dolore alle reni per i peccati passati. Poi passò da Pina la sarta con la scusa del vestito sdrucito, ed ebbe pure il modo di dare il buongiorno e due pianelle da conciare a zì Pietro lo zoppo. Se non l'avesse raggiunta la ventura per bocca di Tonino il figliuolo del panettiere, sarebbe passata pure a salutare la comare e l'erbivendolo suo fornitore, così tanto per scambiare due parole su Lisa, "la balena" del giudice, e per avere buone nuove. Ma non era giorno, vi era un bel daffare che l'aspettava.
"Gesù, Giuseppe e Maria!", ripeteva Concettina. "E chi se l'aspettava una tale disgrazia…! L'avevamo dietro l'angolo!", e giù con dovizia raccontava ogni particolare. Venne sera che Concettina, con la sua vocina, quasi non avesse mai fatto altro nella vita, senza prendere fiato, senza battere ciglio, ripeté la stessa solfa ad ogni passante che transitava e un attimo si soffermava. Tant'è che la notizia si sparse ai quattro venti. Corse tra borghi, ville e case, e rapida si diffuse. Ne parlò Il Monitore, ma in prima pagina apparve anche ne Il Giornale e ne L'Osservatore del Regno. E tanto più correva, più si arricchiva di particolari. Come fiamma portata dal vento tra le stoppie nella calura estiva, che s'appiglia per ogni dove, timida e piccina prima, ben presto dilaga di bocca in bocca a confermare il complotto, la macchinazione. È incredibile a dirsi come ogni fiato ha mille occhi, mille orecchi, mille bocche vocianti. Ogni parola tesse la sua storia, accresce la passione, alimenta la perorazione: un fatterello col vento a favore diviene un caso, un evento; e gli uomini, felici o tristi, spettatori o protagonisti di questa saga, in bene o in male, recitano la loro parte, giammai per quel che sono.
Il giorno dopo, una folla affluì dai quattro angoli del contado per principiare al funerale dell'arciprete. Gente arrivava perfino dalla capitale, chi a piedi, chi in carretta e chi a dorso d'asino. Già al mattino le vie del borgo eran sparse di gente accorsa da ogni dove per ragioni del tutto campate in aria che qualcosa doveva accadere. Gli era che la stagione era avanti e il grano maturo, e tutto ciò che s'era bisbigliato e vissuto prima e dopo la rivolta d'aprile dava i suoi frutti. In più vi era che la morte del prelato, nella fantasia popolare, si era arricchita di molti particolari ignoti, era divenuta una bella storia da raccontare: nella voce del popolo, senza motivo, don Lissandro Gamberale era divenuto il segno di Dio, al pari del giudice, il vindice di ogni oppressione e torto, da scellerato ch'era prima, il buon padre che sacrifica ogni bene e condizione, fin la vita, per una causa giusta. E naturalmente la causa giusta era la loro, quella del popolo. Non vi è libertà per coloro la cui anima appartiene al confessore, al notaio, all'uomo di legge, e vi è la fame. Fame di pane, fame di terra, fame antica. La tragedia di quella terra, di quella folla, in quel tempo, si consumava nel volgere di un attimo, tra una cipolla lessata e un bicchiere di vino nella stagione novella.
Vi era poi il lato sociale della questione. Per costoro non esisteva l'autorità delle leggi e dello Stato. Esisteva il re buono, onesto, intelligente, ed esistevano i birri, gli esattori e i galantuomini che rappresentavano l'autorità delle leggi e dello Stato. Gran bravi figlioli, intelligenti e onesti anche questi, s'intende! Ma così ligi al proprio ruolo e dovere con la povera gente, che se per caso qualche mazzetta fresca usciva di tasca a qualche potente, bontà loro!, per infilarsi nelle loro, l'avevano a male, e per non sapere chiudevano non un occhio solo, ma tutti e due.
Altri tempi!, verrebbe da dire. Che farci se le tentazioni eransi moltiplicate e ognuno si sentiva in diritto d'approfittare di qualcosa, così tanto per spilluzzicare ancor meglio nell'opulenza e nella ricchezza? Per certi uomini, la corruzione alligna come la misericordia innanzi al padreterno, è la loro unica speranza.
Ma la canaglia non intende, vuole tutto e subito. Le esequie dell'arciprete, come altrove un mercato, una fiera, una festa, davano pretesto a discussione, a protesta: i tempi erano maturi per la rivoluzione.
Le spoglie del prelato nel frattempo erano state composte, tra quattro ceri, nella cappelletta di famiglia in cui tante volte s'era inginocchiato per pregare nostro Signore. Strano a dirsi, nel palazzo tutto era in ordine. I servi avevano fatto di fretta, un buon lavoro, e nell'occasione fin lo stemma del casato era stato lustrato: nel portone luccicavano i finimenti d'oro e d'argento del drappo nero di velluto per il lutto.
Le campane intanto chiamavano gente a raccolta, ma gli usci delle case restavano chiusi o socchiusi per rispetto del morto. Un formicaio! A malapena riuscivano a passare le carrozze dei galantuomini o degli uomini di chiesa accorsi dai paesi vicini e lontani per rendere omaggio alla salma. Bisognava far di gomito per non farsi pestare i calli in quella folla mai vista prima d'operai, contadini e artigiani, pigiati l'un sopra l'altro. Tra la calca e i potenti, si notava solo l'espressione triste incupita di parenti e amici, ma la passione nell'aria era di sfida, ad osare, si sarebbe detta di festa e non di lutto. O forse, all'inizio dei tempi, la festa era solo un modo per onorare la vita e la morte nel loro folle, eterno, andare, un rito per avvivare la vita dal timore della morte, la polvere che ci resta in pugno.
Come che sia, il corteo si mosse lentamente verso il camposanto, solo d'una benedizione d'incenso e d'acquasanta, ché agl'impiccati non è concesso di varcare la soglia del sagrato. Una frotta di gendarmi, di tutto punto armata per timore di disordini, apriva e chiudeva le fila di paternostri e d'avemaria. Si ebbe qualche insulto verso i galantuomini, ma la pietà e la commozione ritennero gli animi a che nulla accadesse, mentre i birri vigilavano.

XXVI

"È tutta colpa sua…! è colpa sua! ma gliela farò pagare!", ripeteva don Luigi Gamberale camminando speditamente innanzi e indietro, indietro e innanzi, nella stanza poco addobbata e male illuminata come richiedeva la circostanza. "Lissà…!", urlava concitato. Si fermava un attimo, e riprendeva a corricchiare di qua e di là ancora più lesto.
"Calmati, Luigì…! e calmati…! Così ti farai male!", lo consolava il barone de Atellis sul punto di addentare un taralluccio color d'avorio, non quelli col seme di finocchio, ma intinti nello zucchero sciolto sul fuoco.
"Con chi crede di aver a che fare…! lo farò pentire di essere nato! Gli farò vedere chi è Luigi Gamberale…!", ripeteva intanto il galantuomo sempre più infuriato, sempre più concitato, sempre più frenetico. "Ooooiiii Lissà…!", sibilava, ma non riusciva a contenere la disperazione.
"E tu non hai nulla da dire?", si rivolse, come a smorzare la questione, alla sorella che lacrimava in un cantuccio, tutta raggrinzita che pareva uno spettro nella luce fioca delle candele, nel viso incavato per le occhiaie.
"E che devo dire Luigì…!", rispose il barone de Atellis, mentre si versava un goccio di vin santo e arraffava un altro pasticcino. "Povero Lissandrino…! Non meritava una fine simile!"
"Non a te mi riferivo…, bestia! Ma…, a lei…, a tua moglie!", lo apostrofò una voce in uso di arrecare timore.
La baronessa de Atellis, che restava muta, era ormai sparita nella veste nera per il lutto. Solo il viso diafano, fermo, le restava dell'orgoglio dei Gamberale, le mani tremanti, gli occhi spenti eran lì a supplicare un po' di comprensione, maggior considerazione. Ma nella penombra della stanza, in fila tra parenti e amici che si concedevano un piccolo ristoro, nessuno le badava. Stava lì seduta ad aspettare chissà cosa, inadatta a soffrire, incapace di sfogarsi. La morte dell'arciprete l'aveva turbata oltremodo. Si sentiva avvilita, abbandonata, nell'ignavia più assoluta. Il povero Lissandrino, negli ultimi tempi, era divenuto l'unico appiglio di conforto ad una vita grama, inutile, vana. A chi recare ora le sue pene? A chi raccontare le sue delusioni? A quel rimbecillito del barone nell'occasione suo marito?
"E che aspetti, bestia!", urlò ancora più atticciato don Luigi Gamberale al cognato che continuava ad armeggiare tra le guantiere di pastarelle. "E che aspetti a prender penna e calamaio…? Non vantavi una parentela col re?"
Ma la tenzone del galantuomo col povero barone era un modo per rabberciare il canchero che gli rodeva il fegato. Chi non sa che il solo rimedio per il dolore è l'odio, la ripicca che s'insinua nell'amor proprio? Poco importa se a soffrire sono gli altri, se non si è nella ragione, l'essenziale è ciò che si vuole e chi si vuol essere. E non vi è dubbio che Luigi Gamberale era un uomo di potere che mal tollerava ogni sia pur minima intrusione ai suoi comandamenti, finanche della giustizia.
Non diciamo poi dei sentimenti per il povero arciprete. Egli lo amava più di un fratello, come si può un padre, un amico. Certo negli ultimi tempi s'erano un po' allontanati, c'era stato un piccolo litigio, ma chi non ha più d'una questione in famiglia? chi poteva immaginare? Eh, se non vi fosse stata quell'istruzione aperta, le voci si sarebbero taciute, l'ordito ricucito. Ed invece, con la rabbia restava il dolore per non aver potuto nulla contro il fato: Lissandrino era morto e sepolto ed egli piangeva le lacrime più amare. E tutto… per colpa d'un giudice! Ma ancora per poco: gli avrebbe dato paga e panatica. L'indomani col suo uomo più fidato si sarebbe recato da chi sapeva per mettere a posto ogni cosa, saldare ogni debito.
Nella penombra del salone, senza profferire parola, la baronessa de Atellis, come che venne, così se ne andò, e poco mancò che non le badasse perfino il barone, preso com'era a sorbire un sorbetto e gustar due cioccolatini.

XXVII

La mattina seguente, dal giudice, si presentarono spontaneamente, destando curiosità se non ilarità, una donna brusca, bruna, con un'aria accigliata in una corporatura pingue, e un uomo alto, magro, curvo, vacillante, che pareva dovesse cadere ad ogni sbuffo di vento, in apparenza un po' tocco e pinco. Nell'aria si profilava un'altra grana.
Presero i due, infatti, a rinfacciarsi l'un l'altro e insultarsi. Ella pareva una cagna, grossa di mammelle per la cucciolata, pronta a digrignare i denti e ad azzannare; lui, così male in arnese, in apparenza intimorito, a spropositi, con le mani protese innanzi come a pararsi un poco, rispondeva con spropositi, senza indietreggiare d'un passo. Di trovarsi in luogo estraneo, non si curavano affatto, anzi parevano così a loro agio, sì tosto ringalluzziti, che questionavano come fossero in casa loro.
"Ah, misera me, che vo dietro a un debosciato!", glottorò la donna in un dialetto di doppia origine come chi è nato in un luogo e vissuto in altro.
"Oh, misero song' io ad avere una mogliera comma a te!", rintuzzò l'uomo sempre con le mani protese innanzi a pararsi un poco e le ciglia pelose che strabuzzavano.
Inorgoglita, più che intimorita, la donna scoteva le mammelle dall'alto in basso e, ancor più corpulenta, dal basso in alto, lo alluminava con occhi truci e bieci. L'uomo, sempre più curvo, si ritraeva come ferito, anche se non si smuoveva di un dito, di un passo.
"Se mi è permesso…", osò interferire il giudice a un dipresso, tal che pareva lui l'intruso.
Come se non aspettassero altro, mogliera e marito si volsero insieme a disputare la lor causa. Urlavano le stravaganze più orripilanti, roboanti nella lor posa d'attacco e difesa, si azzuffavano più a parole che nei fatti, ma nulla trapelava del loro affare.
Il giudice, in un primo tempo, incurante del suo ufficio, si sarebbe detto divertito, più atteso a sobillare che a sedare la zuffa; indi preoccupato della piega, a dir poco sconveniente che prendevano gli avvenimenti, fu portato a far uso della sua autorità.
"Signori…!", osservò con ironia, "spero non vogliate esser rinchiusi in prigione per schiamazzo in loco pubblico?"
"Noooo!", si volsero i due verso il giudice più fissi degli occhi di un falco: lei gonfia e rossa in viso, lui più bianco di un lenzuolo.
"Ebbene…, ditemi il vostro caso. Un per volta…, per favore, se è possibile…", li tranquillò un poco il giudice.
Lisena di Lallo, in Cianghetta Filippo, tale era il lignaggio della donna, poscia ch'ebbe messo a posto il seno e il crine, prese a novellare con tale maestria che trangugiava la saliva ad ogni sospiro e cambiava la voce a meraviglia, or rotta dal dolore, or tenera di compassione, or di collera inasprita, meglio d'una commediante di professione.
"Deve sapere che alcuni giorni addietro…", e giù uno sproloquio contro il marito, "costui, come sempre, rincasò ubriaco… e fradicio… dalla testa ai piedi."
"Avevo bevuto un poco, signor giudice, ma non ero ubbriaco…", precisò l'uomo.
"Beve dalla mattina alla sera, e non è mai ubbriaco, signor giudice!", cantilenò la donna scimmiottando il marito.
"Ci credo…!", si lasciò scappare il giudice, come a dire: con una donna così!
"Prego…?", prese la donna un fiato come se avesse intuito del giudice il pensiero più recondito.
"Le credo…, dicevo…, così…, continui pure…, continui…", si riprese un poco il giudice.
"E… doveva vedere come cantava! Fuori pioveva, a malapena si reggeva in piedi, in paese c'era il putiferio…, e lui…, cantava! Col sangue in viso, presi il bastone…, ma che vuole…, può una donna picchiare il marito?"
"Non deve mai essere accaduto…", pensò il giudice. E sul punto di confermare, annuire…
"Nooo!, una donna non può picchiare il marito!", riprese Lisena con volto grave per le pene che le eran date. "Son proprio disgraziata!", e giù ancora uno sproloquio, più sconveniente di quello di prima. "Presi pena…, signor giudice, e gli cavai i vestiti bagnati… Ma…, manco a farlo apposta, dalla tasca della giacchetta, ad uno ad uno, gli caddero sessanta ducati… Capisce, signor giudice…, sessanta ducati! Mai visto tanto denaro in vita mia…! Una vera fortuna…!, per gente povera come noi…" E qui la donna sospirò, non trascurando un attimo di pausa.
"Dapprima pensai al miracolo…", riprese, "ma poi mi resi conto ch'era impossibile… Non esistono i miracoli per la povera gente…!", e qui la donna rifece una pausa con viso truce e malinconico. Poi rivolgendosi verso il marito, " Non basta debosciato pure ladro…, pensai, povera me! A chi li hai presi? chiesi. E lui…, cosa crede, signor giudice, che mi abbia risposto…?"
Il giudice fece cenno di rispondere, ma ella senza aspettare: "Nooo…! Un grugnito appena…: Nun è u ver…, nun è u ver…, nun u sacce! Non è vero cosa…? Non sai cosa…?, dissi e ripresi il bastone con intenzioni questa volta più serie. Don Luigi Gamberale…, mi disse. Don Luigi chi…?, Gli chiesi. Don Luigi Gamberale e Tonino la guardia… Se ti vuoi buscare sessanta ducati… basta che tieni la bocca chiusa… A nessuno devi dire che ci hai visti…, neppure a Lisena… Capisce…, signor giudice…, neppure a Lisena, a sua moglie, a me…, doveva dire nulla…!"
"È vero quel che dice sua moglie, signor Cianghetta?", chiese questa volta il giudice serio in viso al marito.
"Sarrà…, signor giudice, può essere…, ma non ne sono sicuro…, nun m'arricordo…, ero ubbriaco…"
"Ma non aveva detto che aveva solo un po' bevuto?", incalzò il giudice.
"Ero ubbriaco, ero ubbriaco, nun m'arricordo…", ripeté l'uomo come per levarsi d'impiccio.
"Mi ricordo io…", e la donna profferì in una serie di improperi, vituperi e strafalcioni.
"E… mi dica, signora…",riprese il giudice, "come mai solo ora si è decisa a raccontare tutto?"
La donna ora cercava di trangugiare la saliva, ma non le scendeva. La pausa si allungava a dismisura, sembrava un'eternità, si capiva ch'era in grosse difficoltà. Riuscì a spiaccicare una banalità: "Per amore della verità…, signor giudice, della giustizia…"
Il giudice che non credette alla donna, stette un attimo a guardarla, torvo in viso, con grinta d'inquisitore. Ella pareva sovrappensiero, distratta, in pace in cuor suo. Indi, sbottò in gran lacrime come a levarsi un peso: "Sessanta ducati…, signor giudice, sessanta ducati…, e per paura di trovarci immischiati in cose che non ci riguardano…"
Il giudice fece cenno col capo di aver capito. Poi come se a lungo avesse meditato disse: "Le cose che dite sono molto importanti, e… non è che mi cambiate i pensamenti come la luna?"
La donna fece cenno di no col capo, abbassando il viso.

XXVIII

Un ponticello di legno non più lungo di una spanna portava nella corte antica di Sua eccellenza il ministro. Il fossatello che vi scorreva mal si vedeva tra l'erba alta e le ortiche. Una quercia annosa, nodosa, dai rami curvi e spessi, fronzuta, faceva da pergolato in bell'altezza. Più in là, negli orti di grano e avena, come armate in guerra, rosseggiavano i papaveri tra i trilli imperiosi dei grilli e il profumo di camomilla. Alcuni fidi, di tutto punto armati, erano a guardia del luogo e vegliavano ad ogni incomodo.
Ora a riguardo d'incomodi una disgressione mi è d'obbligo. Sarò forse ingenuo, ma mi riesce difficile immaginare che un uomo di Stato, un ministro incomandato, s'incomodi a brigare in questioni, diciamo così, un po' delicate. È ben vero che narro d'un tempo in cui le fedi primeggiavano, le dipinture di santi e madonne lacrimavano per ogni via, giovanotti di garbo e gaie fanciulle avevano solo in cura i godimenti materiali per sfuggire alla vita nell'indifferenza generale. Ma un uomo di Stato resta tale, perché ha in cura la sorte di altri uomini coi loro desideri, capricci e virtù: il suo uffizio è di governare e non d'ingannare (più agevolmente) chi a lui s'affida. Ripeto, sarò forse ingenuo, ma mi duole pensare che per alcuni non vi siano altre vie per giungere al rispetto di sé e della vita, se non nel malaffare.
"Oh, Eccellenza…!", salutò don Luigi Gamberale con la sua solita voce baritonale, ma questa volta un groppo proprio là nella gola lo aveva fatto un po' stonare, tossicchiare, scatarrare. "Son felice… di vederla…", aggiunse un po' rauco.
"Ma le pare…, il piacere è tutto mio…", disse il ministro nello stringergli la mano, ma un piccolo palpitare di ciglia, nel sorriso pacato, gentile, ostentato, tradiva un piccolo imbarazzo. "Qual buon pro…?"
"Gli è perché… ci ho…, ci ho… le mie ragioni…", fremette il galantuomo che incespicava in ogni parola e balbettiva col pensiero al canchero che gli avvampava dentro.
"Certo…, certo…, sappiamo… Un brutto momento per la sua famiglia…, ma si segga…, prego…", lo tranquillò un poco, "Vincenzo…?", chiamò poi di sotteso il ministro.
"Comandi?", scattò una voce in livrea in uso a ricevere comandamenti.
"Sua Eccellenza… mi perdoni…, son fatto così…, un momentaccio…!", aggiunse il galantuomo.
"Il mio buon Luigi… Gradisce un caffè…, una tazza di latte…? Vincenzo…? una tazza di caffè per il signore…"
"Un momentaccio…, Vostra Eccellenza…! Quel giudice…"
"Le piace dolce il caffè…? Vincenzo…? due zollette di zucchero… per il signore…"
"Eccellenza… quel giudice… è… la rovina della mia casa…"
"Ah! un caffè al mattino… è proprio quel che ci vuole…!"
"Per colpa sua…, Eccellenza…, Lissandro…, mio fratello… l'arciprete…"
"Ah…! Il profumo del caffè… è ancora più gradito…"
"Che disgrazia…! per la mia famiglia…!"
"Provvederemo… Caro il mio don Luigi…, provvederemo… Vincenzo? accompagna il signore… Provvederemo… caro il mio don Luigi… l'aspetto domani… alla conferenza… caro il mio don Luigi…" Una pacca sulle spalle, una stretta di mano, un palpitare leggero di ciglia per il disappunto, nel sorriso pacato, gentile, ancora più ostentato, congedò il galantuomo.

XXIX

"Che ne dice, capitano, lei darebbe sessanta ducati in beneficenza ad un debosciato, ché li bevesse?", bisbigliò il giudice che scrutava e pensava, pensava e mugugnava, innanzi e indietro, indietro e innanzi, tra i filari di vite e gli olivi.
Il capitano, che in fretta ebbe a interrompere la libagione d'un crostello squisito spalmato di conserva di fico e inzuppato in una tazza fumante di latte di capra, ebbe a rispondere ad una domanda di cui non capiva il senso.
"Il giudice è uscito pazzo!", pensò tra sé, "Se avessi sessanta ducati, uno sopra l'altro, non sarei certo qui a stomaco vuoto a udire le sue baggianate!" 
"No di certo, signor giudice!", osservò prontamente il capitano.
"È quel che dico anch'io…", commentò sorridente il giudice che curiosava tra i fusti rugosi, antichi, cavi degli ulivi nella terra innevata dal fiore.
"Se posso essere utile…?", si lasciò uscire il capitano come a dire: se mi ha scomodato, m'incomodi pure, mi faccia partecipe della cosa.
"Quando dista, secondo il suo parere, la casa di Rosa Marcantonio da quella di Lisena di Lallo in Cianghetta?", riprese il giudice sempre più misterioso.
Il capitano ormai stava per scoppiare. Col buco nello stomaco che si ritrovava… Ma guarda un po' cosa gli toccava d'udire! Aveva appena smesso di far colazione, la marmellata di fico…, bollita a mano col paiolo a fine estate, con la conserva di pomodoro, che lavoro! E tutto per nulla…, per non essere informato.
"Mah! Quattro…, cinquecento passi, ad occhio e croce…, direi… ad uno schioppo di fucile…", rispose il capitano sempre più nervoso.
"Per l'appunto…, capitano…, ad uno schioppo di fucile che non si è mai trovato…" E con voce bonaria, col sorriso sulle labbra, il giudice raccontò ogni cosa, ciò che aveva appreso.
"Il suo sospetto dunque…", riprese il capitano un po' rinfrancato, "sarebbe che la morte di Orlando non sia dovuta al caso, ma sia parte di un disegno criminoso. Il Luigi Gamberale, noto galantuomo, e il Di Vincenzo Antonio, uomo tutto suo e di fidata esperienza, nonché volontario della guardia urbana, nella confusione dell'azione delittuosa, avrebbero occultato il corpo del reato nel cavo di qualche albero d'ulivo, per farlo poi sparire con tutto comodo ad acque più calme… E noi...?", sbottò il capitano, "fessi che siamo stati! Abbiamo rovistato ovunque, tranne che nell'oliveto confinante dei coniugi Cianghetta!", aggiunse frastornato, contrariato.
"Ivi…", riprese, "scoperti, o visti dall'incomodo che ubriaco rincasava, presi dal panico, gli offersero sessanta ducati per tenere la bocca chiusa… Che fessi sti galantuomini! quell'ubriacone nulla si sarebbe ricordato…! E allora…?", come ravveduto un poco del suo procedere, "che ci stiamo a fare qui? Il caso è risolto! Procediamo al fermo dei due!" 
"Non corra, capitano…", suggerì il giudice sempre più intento a rovistare, in cerca di un segno, una traccia, una spia, in fratta, tra i rovi, tra gli alberi di ulivi. "Val meglio un reo libero che un innocente in prigione! A volte ci si sente vicini, la verità stretta in mano…, e si resta con un pugno di mosche…, senza uno straccio di prova. E poi…, non vi è certezza senza il suo contrario e viceversa."
"Oh, com'è complicato, signor giudice! La vita è olio fritto, pane cotto e zuppa di rape." Disse il capitano con ancora in mente la pignatta di casa sua.
"E magari…, con un pizzico di sale e una spalmata di cotognata in fette di pane abbruscato…, eh capitano?", rintuzzò il giudice sorridendo.
"Uhm…, che mi stia prendendo per i fondelli?", ebbe il dubbio il capitano con il viso tra il divertito e il sospettoso. E mentre sorrideva della sua pinzocheria vide un mandorlo tutto raccorciato, contorto, tarchiato, con le drupe ancora in fiore, antichissimo d'età.
"Guardi…, che strano che è quel mandorlo?", osservò il capitano. "Che ne dice… se andassimo a cibarci di quattro mandorle fresche, che non ci vede nessuno?", disse tra il divertito e l'incuriosito.
"A finire così in prigione, saremo noi, pigliati in roba d'altri colle mani nel sacco, eh capitano?"
"Colle mani nel sacco…! Nell'espletamento del nostro dovere…!", aggiunse il capitano.
"Eh…, pigliati in roba d'altri colle mani nel sacco, nell'espletamento del nostro dovere…! La musica non cambia, capitano! Sempre ladri restiamo… E poi le mandorle fresche non mi piacciono…, sono acquose, non sanno di niente!", cercò il giudice di chiudere discorso.
"Eh, come è difficile, signor giudice! per quattro mandorle…! E cos'è allora il governo che con le braghe ci toglie la camicia e le giberne che ci ha dato?"
"E cos'è, capitano…?, cos'è? E mica posso arrestare il governo?", sbottò il giudice questa volta divertito.
"Eh, certo che sarebbe bello però…!", riprincipiò il capitano.
"Cosa sarebbe bello?", ora era il giudice a non capire.
"V'immaginate il governo stretto in ferri…, e tutti quei bricconi di corte, cerimonie e salamelecchi che sfilano innanzi a voi… E il re…, tutto impomatato, incipriato, colla feluca impiumata e la marsina da cerimonia che vi dice: A che debbo l'onore? Ah…!, come sarebbe bello!"
"Ma che dite mai, capitano…", sorrise il giudice divertito. "Ora parete Antonio Rizzuto, la domenica mattina coi figlioli, che si scappellava innanzi all'asino con la feluca."
"E non faceva ridere… Antonio Rizzuto con la feluca?", rispose prontamente il capitano.
"E come non faceva ridere…, e certo che faceva ridere…! Ma c'era da piangere…! Aveva la fregola Antonio Rizzuto contro il re e la feluca! Pure l'asino si è venduto per sfamare i figlioli ché nessuno lo prendeva più a lavorare… E ora si nasconde e fa il brigante sui monti…"
Il capitano non osava di che rispondere. Smise di parlare e sentì in corpo una gran vergogna per aver sbeffeggiato il governo, la gran corte e il re. Finse di rovistare tra gli ulivi, "Guardate là…!", disse rivolto al giudice, "vi è del muschio nel cavo del mandorlo", ma si capiva ch'era in grosse difficoltà, che tergiversava, che non avrebbe voluto dire quello che aveva detto, dopotutto di quel governo mangiava il pane. Poi, un po' come ravveduto, "Dicevo così tanto per dire…", si lasciò uscire, e stette un attimo senza fiatare, poi sbottò in una gran risata: "Eh…, certo…, però…, che sarebbe bello vedere il re scappellarsi innanzi a voi: A che debbo l'onore…?", mimò il capitano con voce autorevole e austera.
Anche il giudice rise di cuore. E mentre s'incamminavano lungo la via del ritorno nel campo a tratti bianco dal fiore, a tratti cotto dal sole, il giudice ebbe come un sussulto, si fermò di botto e poco mancò che il capitano, che a ruota lo seguiva, non gli finisse addosso.
"Che ci faceva quel muschio nel cavo del mandorlo volto a mezzogiorno?", si chiese ad alta voce con le iridi maliziose che già lucicchiavano per la trovata. E nel girarsi poco mancò che non baciasse sulla bocca il capitano che non capiva il perché di quei moti stralunati.
"E si tolga di mezzo!", lo scansò bruscamente il giudice, correndo come un pazzo sui suoi passi. Si arrampicò come un gatto appiccandosi sul fusto ritorto, scrostato del mandorlo.
"E pensare che non gli piacevano le mandorle fresche…", venne da pensare al capitano.
E con sorpresa del milite, tirò fuori un vecchio tizzone tutto arrugginito.

XXX

A prima vista si sarebbe detto una colubrina del trecento o un moschetto del seicento, quelli dotati della forcella d'appoggio. Era invece un fucile ad avancarica dalla canna lunga e liscia, un vecchio modello prussiano ormai in disuso, calibro dieci e di matricola illeggibile. Le notti umide e le piogge abbondanti dell'ultimo di aprile lo avevano reso irriconoscibile. La sua gittata massima era intorno ai metri trecento e dall'imboccatura poteva trattarsi dell'arma dell'incidente o, da come volgevano i fatti, del delitto.
"Ma come avete intuito che il fucile era nascosto nel cavo del mandorlo, se nulla si vedeva?", chiese il capitano mentre rubricava la prova presuntiva che in parole schiette significava apporre una facciuola con su scritto modello, data e luogo del ritrovamento.
"A volte sono gli occhi a non vedere…, non bastan per scartabellare quelli di un esercito… E poi…, d'un tratto…, un piccolo particolare…, e come per magia…: insomma il merito è tutto vostro capitano…, siete stato voi che mi avete fatto capire…"
"E che ci entro io, signor giudice…?", si sentì di dire il capitano che non riusciva a dissimulare la soddisfazione di essere stato utile.
"Ci entrate, ci entrate…! Non ricordate la vostra osservazione sul muschio nel cavo del mandorlo? Ebbene com'era possibile che, quasi d'estate, nascesse del muschio volto a mezzogiorno? La conclusione è ovvia…"
"Se c'era, vuol dire che qualcuno ce l'ha messo di mano", conchiuse soddisfatto il capitano.
"Per l'appunto…", ribadì il giudice. "Per nascondere il cavo, per il suo contenuto, da occhi indiscreti, lo si chiuse con terra muschiata in ombra, un'ingenuità, o la fretta o l'oscurità, che possono rivelarsi di enorme importanza per il prosieguo dell'inchiesta…"
"Ed io fesso che non mi sono avveduto…! Ma per fortuna a voi il particolare non è sfuggito."
"Il merito è solo vostro capitano…"
"Ora m'imbarazzate signor giudice!", si schermì il capitano più vanitoso di una pavoncella in amore. Stette un attimo in silenzio, indaffarato com'era a legare la facciuola col suggello, e poi con quel candore a cui si perdona ogni difetto disse: "E ora che facciamo?"
Il giudice, che aveva appena smesso di notare un appunto su di un quadernetto nero di copertina, da una custodia rudimentale con incise le sue iniziali, trasse i suoi occhialetti e li inforcò come a vederci più chiaro. Stette un attimo in riflessione, e poi, come chi avesse sofferto una decisione, disse: "È giunto il tempo di procedere a qualche fermo, capitano."
Ma già imbruna le contrade il sole che cade e il vento spegne le candele e avviva il fuoco. Dalla finestra un gridio s'udì appressare nella via: "Garibaldi…, Garibaldi…! è sbarcato in Sicilia! È la rivoluzione!" E il paese come un sol uomo si animò a commentare l'accaduto.
"E ora che facciamo?", ripeté il capitano con lo sguardo fisso a quel che accadeva in strada.
"E che facciamo, capitano? La nostra è un'età strana, quale si vive di solito nei grandi eventi o alla fine di un'epoca. E che facciamo…? Morto un papa se ne fa un altro: arrestiamo il Di Vincenzo Antonio."

XXXI

"Signori…, amici…, son lieto di essere qui tra Voi. A Voi… ho dedicato la mia vita…, a Voi ho portato il mio onore…, a Voi mi rivolgo perché udiate il mio grido di dolore. Il momento è decisivo…, sacro… Il regno è in pericolo… e, con la nostra terra, è in pericolo la nostra fede fondata sulla parola di Cristo morto in croce. Io so che è molto difficile combattere l'arbitrio, l'eresia, che suole fregiarsi del nome di patria…, di libertà…: esso è anzi già molto diffuso e radicato anche in mezzo a noi… Ma non dispero giammai di smascherare la menzogna che si cela dietro il dispotismo dei conquistatori… La vera libertà… non consiste nel diritto di accettare il vituperio, il disonore, ma nel diritto di scegliere le vie che conducono al bene. Già una volta…, nel segno della Croce, cacciammo gli invasori…"
Un applauso improvviso, scrosciante, risonò nella sala come il crepitare sordo di una pioggia battente.
"L'accusa che ci vien mossa… è di corruzione…, d'immobilismo…", riprese dopo una pausa ben meditata il ministro, col bicchiere in mano ben empiuto per prendere fiato.
"Capite…? per i nostri nemici… noi siamo dei corrotti…, incapaci…, perché… accettiam qualche mancia… e ci accomodiam con piccoli favori…"
Il ministro si fermò ancora un attimo, come se cercasse una risposta. Tutti restarono ad occhi bassi in cerca della risposta, a cominciare dai più illustri e blasonati in prima fila.
"Ma questo è il progresso…, signori!", gridò leggermente indignato, ed un altro applauso scrosciò ancor più crepitante e prolungato del precedente.
"Chi non sa che il progresso è benessere, civiltà, e… giova più alla canaglia che ai galantuomini? Questa parola, ignota agli antichi, racchiude un profondo significato di crescita sociale, economica e religiosa, e non può venir meno… solo perché è costume dare e ricevere qualche sollecitazione…" Tardivo, indeciso, si udì un battere di mani qua e là.
"Questo è il motivo per cui mi sono rivolto a Voi, ho accettato il vostro invito, a Voi… che siete il cuore di questa nostra terra. A Voi… che con la vostra arte e il vostro ingegno, Vi siete adoperati per far grande questo nostro regno. E… quanto all'accusa di corruzione e d'immobilismo che ci viene rivolta dai nostri nemici… non diamole credito, come tutte le menzogne…, tende a screditare la nostra opera…, il nostro sacrifizio. Di più vi dirò che se… la corruzione…, l'immobilismo… fossero lo scotto da pagare al progresso, il fio per non cedere all'invasione dei nemici…, ebbene… io sarei felice di essere il primo di questa eletta schiera, poiché da buon suddito, nella mia coscienza, avrei la certezza di aver svolto il mio dovere…, per il re e nella fede."
Come un sol uomo, nella calca di notabili, funzionari, sindaci, decurioni, generali e prelati, tutti in piedi, si levò un battimani frenetico e lunghissimo, interminabile, accompagnato dal canto di un tedeum in onore di Sua Eccellenza il ministro, che con decoro ringraziava e salutava. Nella fila interminabile di postulanti plaudenti che s'apprestavano a congratularsi, nella gradita e attesissima positura protettiva intorno al ministro, tra strette di mano e sorrisi ammiccanti, a malapena s'intravedeva don Luigi Gamberale intento a farsi notare.

XXXII

"Zum, zum, zum, tapum!", uno strombettio di grancassa e piatti si ode per la via. Dei mortaretti schioppano tra il fracasso e il ruzzolio ilare di monelli saltellanti. Un'allegra marcetta fa il giro delle case, tra liete brigate e crocchi d'occasione. 
È festa grande in paese. Lo si nota dal brillio di capelli oliati in bianche camice inamidate, dal luccichio dei panelli che ardono in gran letizia nei campanili, dall'odorino amaro dei pandispagna farciti di noci e bagnati di rosolio. C'è chi fruga in madia o in credenza piene di ogni ben di dio. Là una tavola imbandita di finissimi piatti smaltati; là un altarino ornato di rose e viole. Strette in corpetti con veletta e diademi di seta ricamati, biancovestite, gaie fanciulle, tutte in fila, a mani giunte, s'iniziano alla vita nel corpo di Cristo morto in croce. Col patrono si celebra la festa, e con la festa si celebra la vita.
La recita è un'allegoria di due carri trainati da buoi e scortati da otto cavalieri in perenne contesa, gli uni armati d'argento e d'azzurro, gli altri di solarità: un ramoscello d'ulivo è in palio col santo in processione.
Un silenzio interminato mentre il parroco asperge buoi cavalieri e folla d'incenso e d'acqua benedetta. Un raccoglimento immoto mentre si recita il benedicite: buona ramogna è pregare a chi s'appresta per il viaggio.
Inizia la discesa. S'odono solo i passi lenti, gravi dei buoi e uno zoccolio di cavalli che s'appressa alla partenza per avviare la contesa. Si è fermi in volto, tesi nello spirito, trepida il cuore, ma il tempo sembra non passare mai: la baldanza e la leggiadria sono quelle dell'incoscienza, pulsano di giovinezza.
Ma eccoli in luogo, si sistemano i paramenti, si affinano i piani, si approntano i cavalieri. Un movimento confuso di uomini, polvere e cavalli, un suonare di tromba e… si parte! Come spiriti alati che sorgono dagli abissi e s'ergono sulla collina, i carri volano per annunciare la buona novella.
Ma la via è lunga, erta, scoscesa, faticosa, e sembra non finire mai. I cavalli schiumano, i buoi prendono fiato, i cavalieri sbraitano: due fila di folla applaudono i vincitori e incitano i perditori, tutti di pallidezza sparsi in viso.
La contesa è buona quando in palio è l'onore. Come legna al fuoco brucia di passione, alimenta la vita, è vita. I contendenti non fanno mistero di volere il premio tanto ambito: il vasaio gareggia col vasaio, il poeta col poeta, il perditore col vincitore, mentre che la pugna incalza, i brandi cozzano, gli elmi balenano, le ostilità crescono ora a favore dell'uno ora dell'altro in un crescendo che sarà fonte di innumerevoli dispute nei dì seguenti.
Ma la meta è vicina. Il tempo è volato, la fatica è padrona: solo l'orgoglio regge l'orgoglio, tiene la scena. Si vorrebbe lasciar lì…, ma la meta è vicina, un ultimo sussulto prima di cedere le armi, un vagito di speranza che infiamma i volti e illumina le menti. È la vita nel suo gioco bizzarro; è la morte nel suo rito crudele.
È gloria finalmente! È gioia tra la gente. I buoi varcano il sagrato alla testa di una frotta di fanatici plaudenti. Quante storie si narrano a memoria d'uomo che i monelli ascoltano con occhi di fuoco per ripeterle nei tempi a venire. Ogni contendente ha le sue storie da raccontare, si applaude il vincitore, si schernisce il perditore, ma la festa continua, la pugna tace: gli odi, le inimicizie, i rancori si chetano un poco fino all'anno dopo per ricominciare più audaci, più acuti, indomiti, immemori del tempo e di ogni intendimento. Il bene e il male hanno lottato, ha vinto la speranza, l'illusione della vita eterna. Ora nei cuori vive una felicità nuova, dimenticata, il ricordo di un sogno che è stato e sempre sarà un segreto custodito come un bene prezioso.
È festa grande in paese. "Zum, piripì, piripé!" E col suono di pifferi, trombe e tromboni, e il santo in processione, si festeggia la vita. Fino a sera, carri, folla e buoi gireranno e canteranno per le vie, fino a che la tristezza, la malinconia, la noia, con le ombre, non occulteranno ogni lume, ogni barlume di speranza, e la terra tornerà ad essere quell'ordito in cui si sciolgono e si annodano i destini umani. Col venire della sera, cesserà ogni contesa, muore ogni passione, vivono solo nuovi amori.

XXXIII

"E arriva o non arriva Garibaldi?", disse il dottor de Martiis mentre versava un goccio di vin santo e offriva due pastarelle su di un tovagliolo ricamato e bianchissimo.
"Arriva…, arriva! Non vede come corrono i cani all'osso scodinzolando?", rispose il giudice sprofondato in un divanuccio dalla gobba cremisi di velluto.
"La folla applaude e… dove ci son gli applausi…"
Ma non fece in tempo a batter ciglio il dottor de Martiis che, trafelato, allocchito, ancor più rincoglionito, in pompa magna, di chincaglierie forbito, "Hu huia, imus populo!", don Giò Battista Marini irruppe d'un botto, più scapestrato d'un giovane senza giudizio che segue l'amata senza ritegno. "Hu huia, imus…!", ripeté con fiato grosso. "Venite anche voi, giudice, seguitemi!"
"Dove correte così agghindato, don Giò Battista?", si lasciò sfuggire il giudice con un sorriso.
"Ad accoglier don Peppino…", intonò un gratia plena don Giò Battista.
"Ma non è di Franceschiello quel ciarpame che indossate?", lo schernì il giudice con gli occhi su quelle nappe, pennacchi, penne, guarnappe e medaglioni.
"Di Ferdinando…, suo padre…", rispose il farmacista. E come di botto v'entrò, don Giò battista così se ne andò.
"Gli uomini son fatti così!", commentò amaramente il dottor de Martiis. "Si accendono di sdegno quando l'incendio è domato e si curvano silenziosi quando ci sarebbe da appiccarlo… il fuoco! Moribondi di fame, senza un ceppo per scaldarsi, mogi, in cruccio, per il mondo che cade in pezzi e…, come con Ruffo…, i primi a inneggiare alla rivoluzione sono i galantuomini, i borbonici di ieri, come quel rimbambito di Giò Battista. Il popolo aspetta Garibaldi, la libertà…, e arriva una nuova tirannia…, i milanesi con la loro corruttela… Sempre identico a se stesso il potere…! E così gli uomini…: si illudono di possederlo e ne sono posseduti."
"Volevate dire i piemontesi…?", suggerì il giudice.
"Perché come ho detto?", risentì il dottor de Martiis.
"I milanesi…", precisò il giudice.
"E non son della stessa pasta!", sbottò il dottor de Martiis, "milanesi o piemontesi… sempre tiranni sono…!"
"E non ne siete contento…", suggerì il giudice con ironia. "Pei meriti in campo di Giò Battista, sarete tra gl'intoccabili per un lustro almeno…"
Il medico lo guardò bieco, con quel viso burbero ma pieno di stima, quale un padre vorrebbe rimproverare il figlio ché a lui somiglia.
"Alla mia età…", poi riprese, "si dorme poco. Il tempo è così prezioso che si farebbe volentieri a meno di poggiare il fianco nel letto. Ma il sonno non viene anche perché si ha paura dei sogni che, come gabbiani in volo, si ergono nuvole grigie nel cielo che imbruna…" Il dottor de Martiis stette un attimo in pensiero e riprese ancor più cupo.
"Ho sempre creduto ingenuamente che i tanti vecchi, che ho visto morire, fossero tristi perché prossimi alla morte… Ma non è così! Ora che inizio a sentire il peso degli anni, so con certezza che i vecchi temono più la vita che la morte. Non vi hanno più speranza che il mondo vada per il meglio. Son delusi dell'inciviltà che si rinnovella, che vi rimane, quasi fosse la regola e non l'eccezione…" Il dottor de Martiis ammutolì ancora, suo malgrado a soffrire tristezza, la fronte rugosa, le labbra smunte, lo sguardo vuoto; poi, d'un tratto, s'illuminò come può un viso che si empie d'orgoglio: "Ma si è uomini una sola volta…", profferì con occhi di fuoco, "e gli uomini… non son foglie portate dal vento…, non possono tacere…"
"È la rivoluzione…, anche per voi!", sentenziò il giudice con ironia.
"E già…! È la rivoluzione…", sospirò il cerusico. "Quante volte mi son chiesto se la storia non avesse bisogno di tempi nuovi…! Ma sarà l'età o l'inazione, ma ora… ho paura del nuovo che avanza, temo la sua arroganza che molto somiglia a quella che mai ho digerito e sostenuto... Ho spalancato le porte di gioia al ciarpame che cadeva, e già una nuova menzogna con le stesse facce ammorba l'aria."
Il giudice restò in silenzio, in quella posizione di rispetto con la quale un figlio misura e ascolta il padre a cui vorrebbe somigliare. Infatti il dottor de Martiis padre gli era negli anni, fratello in affetto, amico in lealtà. Avrebbe voluto dire qualcosa, che l'aveva in grande stima, ma non gli uscì che uno starnuto secco, acuto che fece sorridere il dottor de Martiis. "La mia sinusite…", farfugliò. Si soffiò il naso, ripose il fazzoletto, si schiarì la voce, "A voi credo posso dire…", confidò: "Il Di Vincenzo Antonio ha confessato…"
Il dottor de Martiis, che non s'aspettava una fiducia simile, fu colto alla sprovvista. "Però… arrestarlo in piena festa! Non avete un po' esagerato? Si poteva cogliere un'altra occasione!", gli venne da obiettare, ma voleva dire in altro modo, altra cosa come: "Le sono grato per l'onore che mi fa, la fiducia che mi dà".
"È stato un incidente!", continuò il giudice come se seguisse un suo pensiero, incurante dell'appunto che il medico gli muoveva, e raccontò ogni cosa.

XXXIV

"Bubbole…! Balle…! Fole…! Non crederà mica ad una pastrocchia del genere?", si adirò il dottor de Martiis. "Non penserà mica…! È così chiaro…: Giuseppe Nicola… è morto, ucciso, per ordine di Luigi Gamberale…"
"Quel che penso o non penso, se ha un senso per me e per come ho condotto l'inchiesta, non l'ha per la giustizia. Ella non è cosa sì vile, per fortuna! Nessuna corte può condannare sulla base di un disegno criminoso presunto… Ci vogliono prove…, fatti…, riscontri…"
"E…, non è un fatto che Luigi Gamberale abbia offerto del denaro alla vedova a che non denunciasse l'accaduto?", osservò irato il dottor de Martiis.
"Eh…, è un fatto! E chi lo dice? La vedova…! Ma agli atti, per testimonianza della signorina Del Giudice, risulta che Luigi Gamberale ha contribuito con altri galantuomini a favore di Rosa Marcantonio… Insomma ella avrebbe beneficato, più dell'accusa sarebbe un fatto per la difesa…", rintuzzò il giudice.
"Ma…, non ha offerto seicento ducati a quel debosciato del Cianghetta perché tenesse la bocca chiusa?", riosservò il dottor de Martiis con occhi sempre più affocati quasi foss'egli l'inquisitore.
"Eh…, mo'… seicento…! Sessanta…, sessanta ducati!", corresse bonariamente il giudice. "È quel che dice la moglie… Ma il Cianghetta Filippo riferisce di non ricordare nulla… Ecco può averli trovati, e…, proprio per caso…, quella notte Luigi Gamberale può averli perduti…"
"Vi resta la missiva della buon'anima?", ricordò ormai sconsolato il dottor de Martiis, quasi fosse l'ultimo appiglio.
"Il gesto di un disperato, sul punto di suicidarsi, che aveva appena quistionato col fratello, diciamo, per questioni di eredità? Mi creda in dibattimento non se ne parlerebbe neppure…, per rispetto del morto s'intende. E poi…, i morti son morti e non contano più…"
"Vuol dire che Giuseppe Nicola è morto per nulla? che il suo sogno di giustizia si è infranto nel vuoto? che non vi sarà giustizia per il suo vile assassinio…?"
"Si è trattato di un incidente! Giuseppe Nicola Orlando è morto per un incidente in azione di persecutio criminis…"
"Insomma un eccesso di zelo…?"
"Eh…, diciamo così! Un eccesso di zelo del Di Vincenzo Antonio, guardia urbana…"
"E don Luigi Gamberale, noto proprietario terriero e galantuomo, nonché pezzo grosso del decurionato?"
"Sarà rinviato a giudizio, diciamo, per una sorta di contrappasso, una concessione allo Stato di diritto, ma verrà assolto per non aver commesso il fatto, o, in subordine, per insufficienza di prove. La giustizia, a volte, è come la tela di un ragno, le mosche vi s'impigliano e i calabroni l'attraversano. Chest'è…!"
"Eh già…! Questa è la vita! Ci nasconde il bandolo della matassa…, e noi? Sempre su e giù a mezz'aria…, sospesi su un ponte, la ragione che mai verrà… Il popolo cerca i suoi diritti per via rumorosa, ch'è poi la sua schiettezza, mentre i suoi nemici avanzan terreno più adagio, l'ingiustizia che c'è già… Che dire? Evviva la vita! Ed evviva pure Garibaldi!"
"Ed evviva Garibaldi…!", ripeté il giudice con ironia, per poi aggiungere di non capire il perché gli uomini continuano ad uccidersi, il senso di questa follia, il disegno imperscrutabile della natura.
Il dottor de Martiis, molto più semplicemente, rispose che solo chi è orbo in tutto non riesce a vedere il sole che nasce, la sua grande luce, con la sua bellezza e follia. Più in là, invece, è buio pesto come in un canocchiale ben annerito. Non vi è luce che può rischiarare l'animo umano.

XXXV

"Una boccata d'aria è proprio quel che ci vuole!", sospirò il giudice mentre si sporgeva un poco sulla ringhiera del balcone. Il giorno era passato in fretta e già agognava, nel profumo fresco di bucato delle lenzuola, di porre mano ad uno dei suoi tanti libricciuoli. Ma ora aveva ancora voglia di respirare l'aria fresca della sera e sentire il vento accarezzargli i capelli. La vita in fondo non è fatta che di piccoli piaceri che si rinnovellano, e questo è già tanto.
Il silenzio intanto saliva tra le vetrate e i calcinacci arsicciati come ossi di seppia dalla calura estiva. L'autunno era prossimo a venire e già non vi era un cane per via. Nella notte che imbruniva solo qualche stella cadeva in lontananza, e la luna, sopra i tetti e le colline, civettuola, si specchiava appena velata di trine. Di lontano un ubriaco ululava una canzone d'amore.
Era lì che fingeva di tornare monello per stendersi sull'erba a contare i sogni e le stelle, che il giudice percepì dei passi, ebbe quasi l'impressione di udire il batacchio battere sul portone. "Eh, no! ci risiamo…", si affacciò di scatto sul balcone. E mentre già immaginava di vedere apparire il capitano tutto trafelato, "Eeee… tchììì!": uno starnuto secco e stizzoso ruppe il silenzio della sera.
Per fortuna, questa volta, non vi era nessuno a far fracasso alla sua porta, ma era solo la sua fantasia a dar voce ai sogni e alle paure. Il giudice sorrise di cuore, come gli capitava sempre più raramente. 
"Che abbia ragione Aristotile!", si disse nel gesto di chi è in uso a meditare. Il filosofo reputava lo starnuto una sorta di divinità, un atto di libertà, l'anima nuda innanzi alla sorte, per questo a chi lo fa si augura buona salute, felicità.
"Eeeetchììì!", un altro starnuto tuonò così forte che scosse ancor di più il silenzio della sera. "Felicità…!", si augurò il giudice come un commediante avvezzo a recitare a memoria la sua parte. "Anche a lei quando lo fa!", s'inchinò alla sua arte. E per non cadere più in basso, nel frattempo, pensò bene di ritirarsi nelle sue stanze.
Una bruma bruna, afosa, misteriosa, calava intanto sulle case dalle colline come un sipario sul dramma o la commedia appena conclusa. Un signore distinto, ben vestito, con cappello elegante e pomello istoriato, claudicante, s'allontanava lentamente, trascinandosi nel buio.

Conchiusione a guisa di dialogo
(tra coloro ai quali, forse, non è più dato l'intendere)

Un lettore. Eh no! mica sono soddisfatto? Sento odore d'inganno. Per un attimo mi sono illuso di far parte del gioco, ma l'unico gioco a cui ho giocato, è che si è preso gioco di me. La sua era una fola, a tirare le fila era la sua vanità di autore. Non si ragiona d'amore in questa storia; l'intreccio è banale; la lingua a volte vecchia e inusitata. Che storia è mai dove non vi sono eroi, né vinti né vincitori, e tutti hanno perso nell'inconclusione totale?

L'autore. Caro lettore, può parerle strano, a lungo ho fantasticato per trovare un epilogo degno di nota, ma non ci sono riuscito. Ogni motivo mi pareva scontato, ogni nota stonata. A vivere era la noia e non il diletto: in questi tempi nostri finanche la fantasia è degenerata in quel genere ibrido ch'è ormai il poema. È così che, Odisseo, peregrinai a ritroso in quei luoghi a me così cari per cercare memoria, ma non Tiresia incontrai, l'indovino, ma un vecchio del luogo, che si dava arie di fino intellettuale: in realtà una noiosissima figura di cui ho smarrito il nome a eterno oblio, che si credeva maestro e non era neanche scolaro e che si prese in briga di raccontarmi il tutto. Non le nascondo che uscii più morto che vivo in questa prova.

Un lettore. Si è fatto trenta, si faccia trentuno, è sempre meglio che far finta di niente. E poi sono curioso anch'io di sapere come finì la storia.

L'autore. "In cosa posso esserle utile?", mi disse il vecchio come a dire: dica pure, tanto sono sicuro che non mi va a genio e non le risponderò. Da parte mia volevo lasciare lì la cosa, ma la curiosità era più forte del mio disappunto. Così abbandonai ogni cautela, dopotutto l'orgoglio è figlio della mediocrità.
"Se può farle piacere…", iniziai con convinzione, "mi hanno consigliato…, insomma avrei piacere che mi narrasse come finì la storia."
Poco mancò che i suoi occhi non mi uccidessero, spiritati, severi, di fuoco: "Ma non sa che nessun autore racconta mai le sue storie?", profferì, e una risata che pareva d'ossesso mi colpì in pieno viso.
"Neanche a se stesso le racconta per paura che come uccelli tristi si librano per perdersi nell'aria. Come per una madre i figli lontani, le storie si tengono strette in cuore, ché senza... non vi sarebbe che la morte."
"Mi dispiace…, non avrei mai pensato di…", mi riuscì di dire.
"Una volta da bambino…", riprese il vecchio, "in un cantuccio sotto il camino, era d'inverno e si usava così a quei tempi, chiesi a mio nonno di narrarmi una favola. Ti darei…", giurai in cambio, "uno dei miei balocchi più preziosi." E così dicendo, trassi di tasca la mia trottola di legno tutta avvoltolata nello spago.
Mio nonno sorrise. "Se vuoi…", rispose, "potrei costruirti una, cento, mille trottole d'avorio, ma ti prego…, non chiedermi di narrarti una favola."
Io, che non capivo il perché di quel diniego, sempre più ostinato, insistetti: "Se vuoi potrei darti tutto, i miei balocchi, la casa, fin il mondo per udirti narrare una favola."
Mio nonno sospirò. "E tu credi che a te, che vali per me più di un figlio, io non darei tutto, fin la vita per vederti sorridere? Ma non chiedermi di narrarti una favola."
Io, sul punto d'impazzire per il desiderio sempre più sfrenato di una favola, sbottai in lacrime, ma non lo supplicai, preso com'ero dal mio orgoglio ferito. "Ebbene…", dissi, "visto che mi neghi una favola, io l'avrò per nulla alla tua morte."
"Alla mia morte!", sorrise mio nonno.
" È vero sono vecchio…, ma sono più in salute di te… E poi, con me morto, come farai a udire la favola della vita?"
"Vedrai…, vedrai…", risposi incattivito. E dopo poco tempo mio nonno morì, ma non senza avere narrato la sua favola che io seppi per nulla.
"Pensi…, avrei dato tutto, i miei giochi, la casa, il mondo, per udirlo raccontare una favola, e lui…? nulla! Preferì vedermi triste. Ma non vi è dubbio che mio nonno fosse un valentuomo. Solo più tardi, dopo la sua morte, mi accorsi ch'egli la favola l'aveva narrata, ed era la favola della vita." (1)*

Il vecchio raccontò questa sua storia tutta d'un fiato e con tanta passione in corpo che mi sembrò quasi fargli torto chiedergli qual era la favola della vita.
"Mi scusi, spero di non averle arrecato disturbo…", mi riuscì di dire, e sul punto d'imboccare la via d'uscita, una risata sonora, che a dir poco si direbbe una di quelle tristi espressioni del folleggiare umano, mi gelò il sangue nelle vene, inducendomi a restare.
"È pur vero mio giovane amico, ch'era mio nonno, ma non voglio di certo fare la sua fine. E poi…, un po' più di ostinazione da parte sua non sarebbe un gran male…, un po' più d'arguzia… Il novellare, come un orologio, ha i suoi meccanismi sofisticati, i suoi delicati rotismi, mena per ogni dove, scandisce i suoi tempi, dà a chi dà e prende a chi prende in un ordito che non può tornare indietro, se non per gioco, là nel cielo dove l'arcobaleno nasce e muore."
Ero frastornato. Non capivo quel vecchio che continuava a ridere come un ossesso. Si prendeva gioco di me o ero io a non capire? Le sue parole tuttavia erano sensate, degne d'attenzione, continuai a prestarmi al gioco, se gioco mai era.
"Una volta…", riprese, "conobbi un tale che novellava così bene, d'avere sempre gente attorno a sé. Egli guardava lontano, inseguiva un sogno, il suo destino, che gli altri non intendevano se non per il luccichio dei suoi occhi. L'uomo morì disperato e solo con la sua verità. Dicono che fosse un poeta."
"Ma che c'entra…!", urlai questa volta indispettito, e una risata ancor più sonora mi colpì ancora. Continuavo a non capire.
"Ci entra…, ci entra! Ci entra un cammello nella cruna dell'ago?", riprese il maestro sempre più misterioso, sempre più sarcastico. "Non vi sono storie in cui non si possa risolvere il mistero, basta guardare un po' più innanzi. Prendiamo, per esempio, il nostro caso, ogni caso: non crede che la cosa più sorprendente di una storia sia che appena conclusasi continui a vivere una vita per proprio conto? È come se un'ala di farfalla si staccasse per proseguire solitaria il suo volo per ogni dove, su ogni fiore, animandosi dei colori e della fantasia di chi incontra. Non vive essa dei misteri, dell'anima del mondo? Non allieta, infiamma, spaventa, insegna, genera illusioni? Insomma vive di una vita propria…, eppure è un'ala monca. Gli autori trasmutano in polvere, cenere grigia, muta, mentre un pizzico delle loro passioni genera altre azioni, annovera altre trame, in un ordito senza fine, un batter d'ali nella sera."
Non nascondo che il vecchio cominciava a piacermi. Mi piaceva la sua lucida follia, il suo pizzetto striato di bianco, il suo sberleffo senza veli. Che dire della sue risate? Intimorivano, confondevano, ma come i suoi occhietti, per troppo rispetto, soffrivano della follia umana.
"Ebbene vuoi giocare?", pensai inorgoglito. "Ci sto! Ma d'ora in poi il gioco lo conduco io!" E iniziai a narrare una storia antica, come il verbo che l'ispira.

Un lettore. Storie…, storie…! Eh, no! sempre storie! Non siete mai stanchi di ripetere le stesse storie! Ma quale il segreto di tale mistero? Quale il fine?

L'autore. Non molto tempo fa, accadde che un uomo, dopo aver provato di tutto, stanco della vita, bussò alla porta del cielo per conoscere il segreto della morte. A lungo attese il suo destino, ma la sua ora mai giungeva e nessuno gli apriva. Finché sul punto di lasciare, quando più non l'aspettava, sul dirupo della vita, un venerando dalla barba bianca e fluente aprì e gli si fece incontro. "Ebbene, perché sei qui?", gli domandò con incuranza, atteso ad affari più importanti.
L'uomo che mai s'era trovato così a suo agio, quasi dimenticò il disagio dell'attesa. "Sono qui…", rispose, "per conoscere il segreto della morte."
Il venerando lo guardò con bonaria severità, come s'egli da lassù contemplasse ogni umano accadimento, ogni umana miseria.
"Non posso…", disse. "È un segreto… Ci vuole la giusta causa… Sappi che il morire non è piccola cosa come il dormire." Ed anche in quella posa, tra il mite e il severo, il sembiante si addolciva di soave conforto.
Ma l'uomo insisteva, aveva fretta, non aveva atteso invano per tutto quel tempo. La curiosità lo divorava, la voglia lo uccideva. "Sono pronto…", disse, "per conoscere il segreto della morte."
"Sappi…", lo ammonì il venerando, "che per quanto si è tristi e stanchi, nessuno è mai pronto per conoscere il segreto della morte."
"Sarà come voi dite, ma io non posso più vivere nell'ignoto, mi è insopportabile l'attesa."
Mosso da pietà umana, volta com'è ogni cosa terrena alla fine, il venerando acconsentì di svelare il mistero. Ma l'ora era tarda e antico il dolore, così pregò l'uomo di pazientare ancora un poco. L'indomani gli avrebbe rivelato ogni cosa.
Pur contrariato, l'uomo obbedì e si recò nel villaggio vicino per cercarvi riposo. Bussò ad una locanda, e qui incontrò una donna di cui s'innamorò. Non si sentì mancare di lena, pur con le angustie di cui la vita è piena; anzi, tanto travagliò e presto si arricchì. Tanti figli ebbe. Non possiamo dire se vivesse in armonia, ma lieta era la sua fatica e felice la sua vita. Quando, come d'un tratto iniziò, d'un tratto finì. Piovve per giorni e giorni. Si aprirono le paratoie del cielo e portarono via quant'era sulla terra. I fiumi ruppero gli argini e i villaggi furono distrutti, le terre abbandonate. Nessuno, in terra o in cielo, ebbe pietà della triste sorte degli uomini. Egli solo rimase in vita, anche se perse ogni cosa: le ricchezze, la donna, i figli.
E sul punto di trapassare, nell'agonia del tempo, vide il venerando, ancor più di pelo antico, andargli incontro severamente.
"Ce n'è voluto del tempo!", disse questo, questa volta un po' più attento, più disponibile. "Come…?, eri così impaziente di svelare il segreto della morte? Che fine ha fatto la tua curiosità?"
L'uomo, nella quiete profondissima che già avvolgeva ogni cosa, nel silenzio interminato, opaco, della sera, riuscì in un sorriso appena e… fece cenno di aver capito. (2)**

Al vecchio, questa volta, non riuscì di ridere. Le parole, segni di un'antica alchimia, frutto di una malinconia infinita, non raccontano che le sofferenze dei mortali, affinché non abbiano mai termine, non tacciano il loro limite. La sottile parentela tra la morte, la curiosità e la vita s'inaspriva di una sottile ironia.
"Vedo che hai capito…", disse grave. "Ora sei pronto per udire la tua novella. Si narra per non morire, in un teatrino della memoria che ha il volto pallido, languido, illanguidito delle marionette, ingoiati, soffocati, da un puparo innominabile, ineluttabile: la nostra sorte. Ora ascolta dalla mia voce la tua morte, perché tu possa vivere in eterno."
"Ma chi è lei per usare il tono di chi sa già come andrà a finire?", sproloquiai di disappunto per la rabbia, l'incertezza del mio tempo .
"Proclamare l'insensatezza della vita, la sua mancanza di originalità, è facile. Difficile è viverla nella sua indicibilità e indifferenza. A nulla vale struggersi dal dolore una, dieci volte al dì, senza un pizzico di fantasia. La sorte più felice non spetta di già a chi vive senza problemi, bensì a chi vive di illusioni, di rimpianti. Poco fa, mi accusavi di usare il tono di chi sa come andrà a finire; ebbene, non è per questo che sei venuto da me? E come doveva finire? O forse, anche tu, ti eri illuso che, per una volta almeno, le cose sarebbero andate per il verso giusto? Suvvia! facciamo così: io ti dirò ciò che non volevi udire, la certezza di una verità che non esiste, tanto ricca di banalità, quanto povera di fantasia. Ma lasciamo a ciascuno la sua, lieta o tragica che sia, non è questa forse la ragione di ogni scrittura, di ogni lettura?"
E mentre così ragionava, il vecchio mi raccontò ogni cosa, come il processo per il delitto Orlando si concludesse, coi tempi della giustizia, con un nulla di fatto, nell'indifferenza generale. Come, nel nome di Vittorio Emanuele, re d'Italia, don Luigi Gamberale, galantuomo, proprietario terriero e pezzo grosso del decurionato, venisse assolto dei reati ascrittogli per non aver commesso il fatto, nonché fosse fatto oggetto di una menzione d'onore per il servizio reso (a chi non ci è dato di capire, immaginiamo della giustizia); come il Di Vincenzo Antonio, volontario della guardia urbana, venisse assolto per il reato più grave di omicidio volontario, ma ritenuto colpevole di quello colposo, fosse condannato a mesi sei e anni uno di pena condizionale; come Rosa Marcantonio, la vedovina, la trovassimo segnalata tra i manutengoli della banda Pizzuto e di lì a poco defunta, "nel fiore degli anni", di tifo petecchiale durante il viaggio in Argentina; come il dottor de Martiis, sempre più burbero e scontroso, si chiudesse a coltivare i campi nella villa di Giò Battista, dicono che rispondesse solo con grugniti a chi lo salutava; e come, infine, il giudice fosse trasferito per meriti nella capitale a vivere tra corvi e veleni, in compagnia questa volta non del capitano, ma del procuratore capo. Degli altri non diciamo, poiché, come ci fece notare il nostro interlocutore, la morte non vuole cagione, e vi è più fantasia nell'immaginare che vivere la vita. E siccome a questa conclusione conduce questa storia, ogni storia, ogni umano agire, a nulla vale struggersi di pianto se ogni cosa va di traverso e la corruzione alligna più della gramigna. Certo, il meglio sarebbe di trovare la forza per indignarsi, ma nella difficoltà di godere il mondo, cerchiamo di temperare i nostri ardori con viso ascoso, nel gesto che è delle prefiche per l'eroe morto, consolandoci del fatto che là dove i poeti son pochi, insin le fere abbandonano i lochi.

Sono nata buona novella
e il mio primo sentimento
fu un inno alla vita,
unica vera essenza
della mia unicità,
votata alla fama,
alla gloria, all'eternità,
quasi per volontà divina.

Vivo,
all'ombra dei miei timori,
senza più onori,
triste e stanca,
disutile al mondo,
poco utile a me stessa.

Morirò,
col sorriso sulle labbra,
eterna melodia di un dramma
o una farsa, non so.
Forse di un poeta,
mai saprò, di certo d'uomo,
non ignaro della vita.

Il mio fine era un po' di diletto,
ma se non fossi riuscita,
non mi vogliate.
Per dirla con quel grande:
Non s'è fatta apposta,
se ogni trama si è dissolta
nel caos che è il mondo.

(1)* Ad un valentuomo nella Nebla dei tempi: Miguel de Unamuno.
(2)** Da una storia antica come il verbo che l'ispira.

Nota dell'autore

All'inizio, mai avrei creduto che un amante appassionato del bello stile potesse sentirsi ridicolo. Ma tale è la condizione dei tempi nostri che non permette nobili sentimenti a dolce illudere, se non nella solitudine.
Mi sarebbe stato forse più facile parlare nel gergo dei più e rincorrere strade battute: ho preferito la lingua dei padri a quella dei figli con l'unico intento di divertirmi a danno e dei pedanti, e delle mode e della banalità quotidiana. Ne è uscita una storia d'altri tempi, una in più nel rivolo infinito della vita, che nulla toglie e nulla aggiunge alla storia del mondo.
Un grazie di cuore a chi mi ha letto in tutta onestà, perché a loro va il mio affetto e la mia amicizia e per la loro bontà e per i loro consigli. E un grazie di cuore a chi mi leggerà, perché nell'ipotesi peggiore avrà di che annoiarsi.
Infine un'ultima considerazione sul Ladroneccio direbbe il Bartoli, più attualmente plagio: mi sarebbe, a me pure, difficile ricostruire le fonti da cui, diciamo, ho attinto, ma di sicuro che io ricordi: certo da imitare, l'indulgente Alessandro Manzoni; da affrancare, il versatile Carlo Emilio Gadda; da immolare, l'austero Leonardo Sciascia; da ristampare Miguel de Unamuno, da scoprire Ismail Kadaré. Altrettanto faccia chi può, poiché chi ruba ad altri in questo modo poco toglie, molto aggiunge, tutto fa suo.

Cenni biografici:

Dell'autore che dire se non che, nell'uggia del tempo, è nato in un paese dei canti o della pietra, ai più sconosciuto, (Porta Candunem, Pretecannonis, Porto Cantorum, Portkanunî), d'origine arbëreshë, col mare in risacca e i monti lontani a perdersi nel cielo. Era l'estate del '56 ch'ebbe inizio il sogno nel segno dell'aquila, e più non l'abbandona nell'agonia dell'essere, nel senso del nulla. Di professione, ma dirsi potrebbe per vocazione, officia all'arte di apprendere e, a volte, d'insegnare in Atria, Hadria, o Adria, nel benemerito ITCG "G.Maddalena". Vive tra valli nella città di Alcina, là dove "' l Po discende per aver pace co' seguaci sui" e il Tasso ululava di malinconia alla luna. A tempo perso, se mai può dirsi perso, scrive un po' di qua, un po' di là, che dice sia come vivere, bontà sua, la vita un'altra volta. È tra i fondatori di Quadernetto in cui si trovano sonetti, canzoni e simili cose, tra l'altro alcuni suoi raccontini. È al suo esordio narrativo.

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