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PONTE GIA’ CASTEL DI PONTE

DI BRUNO DE NIGRIS - FINITO DI STAMPARE NEL 1982-.

 


Al Commendatore Domenico Ocone

Sindaco di Ponte amico carissimo mio e del compianto Ruggiero Iannella

Segretario comunale che per lungo tempo resse la segreteria di questo Comune.

gennaio 1982.

 

 

STORIA

 

La configurazione geografica della irregolare valle, ove oggi sorge Ponte, non sembra poter confermare una posizione di privilegio strategico, del pur antico e conteso territorio, prima detto « Ponte Sanctae Anastasiae » per la prossimità di una Chiesa, allora esistente e recante tal nome, ad un resto di ponte di fattura romana.

Invece, più che pacifico, sembra accettarsi uno stato di fatto che, ancora oggi si rileva e che rende oltremodo importante « il passo »attraverso il tenimento ove, attualmente, sorge la nuova ridente cittadina di Ponte e, all’epoca accoglieva, all’ombra dello sconforto medioevale, il misticismo della badia di Sanctae Anastasiae, con le torve vicissitudini del dominio baronale.

Quindi, la zona, ebbe spiccata importanza per il passaggio di una viabilità che collegò l’antica Telesia con Benevento — via Latina — e l’una e l’altra capisaldi di una civiltà diversa, ma ambedue grandiose, la romana e la sannitica.

L’antico ponte romano — detto in alcuni istrumenti « Ponte Lapideo », oltre a lasciare al luogo il nome che ebbe e che ha, valse a dimostrare l’importanza del passaggio, cosa che si ebbe a constatare ed accettare anche nei tempi che vennero e che conducono sino a noi: nodi stradali che hanno tenuto costantemente legate al Capoluogo vaste zone; rete ferroviaria di primaria importanza per l’incontro di Regioni; infine, autostrade per completamento ad una più rapida unione di interessi commerciali, sociali, economici in genere.

Questo fu e resta il privilegio dell’antico Castel Ponte di Sanctae Anastasiae, che visse, come tutte le terre interessate al dominio feudale, la sua grama esistenza di angherie, di soprusi, di sempre più mesto declino. Calpestarono la sua terra, come tutte le altre vicine, gli zoccoli dei cavalli normanni, riempirono la sua aria, come l’aria dei feudi circostanti, i gridi di comando alle orde sveve e, più appresso al suo suolo e all’ombra dei suoi alberi, come per i feudi compagni, posarono, per il riposo, le membra e le spade e degli angioini e degli, aragonesi. La storia, colla sua eco indistruttibile, lo ripete anche se, ormai, il tempo tace nella valle. Non fu mai considerevolmente popolata la contrada di Castel Ponte, anche se, innumerevoli milizie armate, nel transito, di certo ivi si fermarono al bivacco, presso la frescura del fiume che ne’ pressi scorreva, talvolta quieto e tal’altra minaccioso. Non ebbe giammai assai gente nelle poche casupole sparse qua e là, tra « terra palustre e aria malsana », anche se, più tardi nei tempi, ivi si annidarono « come avvoltoi, temuti signori e briganti per far man bassa sui viandanti. Certo però è, che, la contrada ebbe natali che precedettero quelli di alcune contrade vicine e, anzi, è da supporre che, queste ultime,

nacquero dagli sguardi che, da Castel Ponte, si posarono sulle alture circostanti.

Comunque, è poco dopo l’800 che, nella zona, nei pressi del vetusto ponte romano, sorgeva la badia di Santa Anastasia se si pon mente, che è dell’849 un istrumento relativo ad una permuta con l’Abate di San Vincenzo al Volturno, al quale « si concedono beni posti a Ponte Lapideo, confinante col fiume Calore ed il torrente Cozzia » (Alenta).

E non fu la sola badia a essere stata costruita all’epoca e nella zona, dappoiché, come scrive Monsignor Iannacchino, nell’opera citata in bibliografia, « che proprio in questa contrada ove si erano tanti castelli di prepotenti baroni, la Divina Provvidenza quasi per ammansirli dispose far sorgere molte badie dell’ordine di S. Benedetto da Norcia. E furono i religiosi benedettini che vi fondarono grange, celle o monasteri iniziando un’era nuova collo isboscare monti, colline, terre divenute saldoni, infrenare fiumi che le avevano rese palustri e di aria malsana e col dar vita a famiglie coloniche asservite ai monasteri, che indi diedero cominciamento a fiorenti borgate. Non lungi da S. Anastasia infatti troviamo, all’epoca, il monastero di S. Lupolo e Zosimo, omonimo di quello già esistente nelle mura di Benevento, la badia di S. Maria delle Grotte « costruita, fra lo spacco orrido ed inaccessibile di un monte, nel 940 da Atenolfo I principe di Benevento e Capua », la Chiesa e cella di S. Stefano a Strada con le tre condone e con la Chiesa di S. Adiutore in S. Agata presso Limata (territorio di S. Lorenzo Maggiore).

Ma, è nel 980 che, il monastero di S. Anastasia al Ponte, dal Principe Pandolfo Capodiferro, a « preghiere del Conte Adelfredo », venne ceduto, in dono, a Giovanni abate del monastero di S. Lupolo e Zosimo sito in Benevento, con facoltà (qualcuno direbbe con « obbligo ») di costruirvi un castello o meglio di renderlo popolato con dipendenze dal monastero.

Il già celebre principe di Benevento e di Capua, che ebbe talento e lungimiranza vieppiù degli altri sei omonimi che lo seguirono nel Principato e che, egregiamente, regnò su buona parte dell’Italia meridionale dal 961 al 981, fece giusto in tempo a porre, la valida contrada, nei destini di una nuova storia.

Ricorre la necessità, a questo punto, di rettificare, ritenendolo, però, un semplice errore di stampa, la data della donazione innanzi citata, indicata dal Mellusi nel « Territorio dei casali » in 908 anziché 980, rientrando solo quest’ultima nel periodo 961-981 attribuito alla tenuta del regno da parte di Pandolfo I Capodiferro.

E, giacché siamo nel tema relativo alla creazione di monasteri, chiese, celle, badie, tenendo in dovuto conto la nascita del primo castello nella contrada della già esistente badia di Santa Anastasia, prima di passare alla storia della novella parvenza che assume la contrada stessa col nome di Castel Ponte di Santa Anastasia, per dovere di cronaca, anche se anticipiamo di lunga gli avvenimenti, riferiamo.

Al disegno della « Divina Provvidenza » che volle « far sorgere molte Badie dell’Ordine di S. Benedetto da Norcia », così come innanzi da noi riferito, in richiamo a quanto scritto dal Reverendo Monsignore Iannacchino, secoli dopo, intorno al 1443, giustamente si oppose il drastico provvedimento di Papa Nicolò V, il quale fu costretto a convertire in « commende », cioè sottoposte a vigilanza da parte d’incaricato (commendatarius), « diverse Badie Benedettine, divenute albergo di vizi ed inosservanti delle regole dettate da S. Benedetto». Non ci risulta che dal provvedimento fosse colpito pure il monastero di S. Anastasia ma, è di certo che, nel 1443, Papa Onorio V, volse la sua severa attenzione a S. Maria delle Grotte. Cosa poteva accadere tra quelle mura benedette, sì da destare il provvedimeno papale?  Non lo sappiamo, ma tanto e tutto lascia pensare il fatto d’essere divenuti, quei luoghi, « albergo di vizi ed inosservanti delle regole dettate da S. Benedetto». Alla fantasia del lettore ogni personale illazione.Da quanto innanzi si deduce:

a)  la contrada, ove ebbe a sorgere l’antica Ponte, fu importantissima anche se, quasi completamente disabitata, perché interessata al passaggio delle vie che da Roma, per la Valle Telesina e per Finocchio, immettevano a Benevento e quindi oltre. A tale uopo, nella località, per attraversare l’abbondante fiume Calore (così detto per l’acqua pianamente scorrevole e non eccessivamente fredda), fu eretto dagli stessi romani, un massiccio ponte in pietra;

b)  unico punto di permanente riferimento, per diversi secoli, rimase per la palustre malarica contrada, soltanto lo stabile ponte e il passaggio discontinuo delle legioni e dei mercanti e, ciò, fino alla creazione della badia di Santa Anastasia, avvenuta poco oltre l’800, epoca in cui, come già detto, sorsero nella zona altre numerose chiese, monasteri o badie.

Per la vicinanza delle due opere murarie « il ponte e la chiesa », si ha il primitivo appellativo della località in « Pons Sanctae Anastasiae »;

c)  la contrada, già possedimento dell’antico Sannio e poscia della contea di Telese, faceva parte del Principato di Benevento quando venne alla ribalta degli annali con la stesura del diploma a data 980 con il quale, Pandolfo I Capodiferro, principe di Benevento, donava a Giovanni abate di S. Lupolo il monastero di Santa Anastasia al Ponte con « obbligo di edificarvi un casiello e renderlo abitato con dipendenze dal monastero». Ciò avvenne, e si ebbe così, la nuova denominazione « Castrum Pontis Sanctae Anastasiae», e il « castrum Pontis » passa, con tal nome, la prima volta alla storia dopoche in certo modo abitato, risanato alquanto con diboschimenti e fertilizzazione, operate secondo il motto del loro Fondatore San Benedetto « ora et labora », dai benedettini che qui fecero dimora, anche se, in seguito, in modo poco mistico; dicevamo, « castrum Pontis » apparve così, come scrive l’Ughelli — opera in bibliografia —quando « Roffrido Presule an 1087, Victor III Benevento Sjnondum celebravit mense Augusto, qua tempestate idem Roffrido Ecclesiam S. Dionjsii sitam extra castrum Pontis S. Anastasiae comitatus Telesini solemni ritu, dedicavit ». Si noti l’erezione, avvenuta nel territorio, della nuova Chiesa dedicata a S. Dionigi e che, poi, è solo unità di una non indifferente proliferazione, se si pon mente a quanto riferito e dall’Ostiense e da Pietro Diacono nelle Cronache Cassinesi eppoi, da Alessandro di Meo, in Annali Critici e Diplomatici.

I primi facendo cenno ad una donazione a San Benedetto da parte di Baldovino, signore del Castello di Ponte, intorno all’anno 1093, all’abate Desiderio di Monte Cassino, scrivono: « Ecclesiam S. Dionisii de praedicto Castello S. Anastasiae, quam ipse, valde parvulum reperiens ac vetustam fundamentis renovavit et ampliavit, eamque nonnullis possessionibus atque colonis dotans et mansionis incircuiter constituens, Domnium Roffridum Archiepiscopum Beneventi illam dedicavit ».Il di Meo così ancora enumera le donazioni di Baldovino, dopo aver menzionato che, tra l’altro, furono anche oggetto delle donazioni selve, vigne e terre coltivate e non « videlicet Ecclesiam S. Mariae quae in Arvente vocatur cum pertinentiis suis, Ecclesiam S. Angeli quae dicitur ad Gruttam cum omnibus pertinentiis suis, Ecclesiam S. Iuliani quae constructa est in Territorio Limatae quae dicitur ad pugnam. Insuper ed Ecclesia S. Erasmo intrafines ipsium Castelli Pontis S. Anastasiae in loco ubi dicitur Ferrarii eum molendinis sex in Fluvio Calore ubi dicitur Decembri ecc. ». Come si è notato la zona è ricca di chiese e, i benedettini, beneficiavano largamente delle donazioni con le pertinenze ad esse legate, facile intuire il fine delle donazioni che, altrimenti, sembrerebbero unicamente aspirazione alle indulgenze.

Le chiese sorte qua e là, rappresentano un centro di sicuro popolamento e, quindi, di risanamento delle zone quasi selvagge che, migliorate, verranno a dare, in seguito, frutto sicuro all’avidità padronale.

Ma, a questo punto, ci viene a domandarsi: chi era questo munifico Baldovino, signore del Castello di Ponte, voluto da Pandolfo I ed eretto dall’abate Giovanni?

Anche se ritenuto dalla storia « grande », Baldovino signore del Castello di Ponte, normanno d’origine, fu vassallo di Rainulfo, gran Conte. Però a dire il vero, fu un vassallo tenuto in particolare considerazione dal suo padrone, e, forse, perché lo stesso Rainulfo doveva contare molto su di lui, a ragione della posizione poco allettante in cui si veniva a trovare nei confronti del Duca, poi Re, Ruggero suo cognato per aver lo stesso Rainulfo sposata la sorella Matilde.

Tra i due non correvano buoni rapporti, per essere stato Rainulfo preferito, dal papa Innocenzo II e dall’imperatore Lotario, allo stesso Ruggero nella investitura al Ducato di Puglia.

La lotta tra i due cognati fu continua e costante, così che, Ruggero, non tardò a penetrare nei possedimenti dell’avversario, « ivi recando lutti e dolore ». Si giunge al 1134 quando, dopo aver preso Avellino, Ruggero non tralasciò di occupare e sterminare Campolattaro, Fragneto, Pontelandolfo e Guardia. La sua ira e la sua crudeltà, indi, passò su Alife che, sgomenta, si sottomise mentre, Venafro, si difese lungamente.

Venne poi alla volta del beneventano. Attaccò Paduli che devastò, poscia avanzò verso il Castello di Ponte, tenuto, come detto, da Baldovino il quale sopportò per breve tempo l’assedio ma, non tardò ad arrendersi.

Fatto prigioniero non si seppe della sorte toccata a lui, « parte del cuor di Rainulfo ». L’abate Telesino, in « de rebus gestis Rogerii Sicilae regis »ricorda:

« Capraque Nuceria, militarique in ea delegata custodia ad invadendum Rainulphi Comitis terram Rex prorsus animum figit. Quapropter coacti in unum exercitu Padulum profiscitur, indeque motus ad obtinendum oppidum nomine Pontem accelerat, quod quidam Magnus Balduinus nomine sub Rajnulphi Comitis dominio tenebat, cuius immensam Pontisii eminus cernentes expeditionem intrare permittunt ». La storia non tralascia di ricordare che, il duca Rainulfo, il quale trovavasi allora in Dugenta, al cospetto delle immane scelleratezze compiute dall’esercito di Ruggiero, impetrò la pace che ebbe, dall’avversario e cognato, « a condizioni durissime per il che, non fu di lunga durata ». L’odio di Ruggero verso il cognato ormai non nascondeva limiti. Ebbe a dire all’Abate Telesino, durante una visita di questi a Benevento, « che mai più l’avrebbe perdonata a Rainulfo ». L’eccidio riprese e con più veemenza; furono conquistate e distrutte Alife che da poco era risorta, Caiazzo, Padula, S. Agata, Guardia e San Salvatore. La stessa Telese fu totalmente distrutta e, le popolazioni, fuggivano davanti a tale furia, cercando scampo nei territori vicini rendendo così, gli stessi, più popolati.

Solo la morte di Rainulfo, avvenuta a Troia, nelle Puglie, nel 1140, sembrò placare la furente ira di Ruggero tal che si ebbe un periodo « relativamente pacifico ». Si affermò, con un’assemblea di baroni e prelati, la monarchia normanna e, Ponte fu annesso alla baronia di Fenucchio, tenuta all’epoca da Tommaso di Fenucchio ma, posseduta in suffeudo da tal Guglielmo di Rampano. Così il catalogo dei baroni sotto l’epigrafe « Baronia Feniculi n. 983 Willelmus de Rampano, siCut dixit, tenet de eadem Thomasi Pontem quod est feudum trium militum » . E qui vale la pena ricordare che, il numero dei militi, rappresentava, secondo il sistema feudale, il numero dei soldati che il feudo doveva fornire all’esercito del re in rapporto alle once d’oro in rendita che doveva allo stesso sovrano: un milite e due valletti per ogni venti once.

Sino al 1151, il feudo, con una popolazione sempre più decimata dalla malaria e dalle guerre, rimaneva sotto il dominio dei Fenucchio.

Ma, chi erano costoro?

Rispondiamo allinterrogativo traendo notizie dal nostro lavoro « Torrecuso — da Adelchi a Mellusi — » perché anche in esso, ci dovemmo interessare dei Fenucchio, quali signori di Torrecuso.

Ordunque, i Fenucchio, ebbero origine dal Mouse, famosi Conti di quella Regione, che era una delle 34 contee del Ducato e, poscia, Principato di Benevento.

Normanni al seguito di Ruggero spadroneggiarono nei loro feudi e, un tale Ugone infante, nel 1122, non certo si distinse per nobiltà d’animo allorché, avuto « speciale incarico delle rappresaglie contro i beneventani, allorquando Onorio Papa si negò ad investire del Ducato di Puglia il Conte Ruggero » obbrobrioso confermare, « largamente adempì al feroce mandato ». P Falcone Beneventano che narra « tanto quegli quanto gli altri baroni quotidio confinia civitatis igno ferroque consumere coeperent »e, Ugone infante, in modo particolare, straziava i miseri prigionieri « strappando loro i denti e lacerandone le membra e ne disponeva la liberazione solo dopo averne esatto il riscatto. Egli, Falcone, lo chiamava « vir nefandae memoriae e tiranno crudele». Nel 1133 è subentrato nel feudo di Fenucchio, un Tommaso che ne acquisisce, come i predecessori il nome. Gli storici sono concordi nell’affermare che, questi, fu « uno dei più potenti baroni locali » e «uno dei più fidi normanni, se, in quel modo, fu remunerato dai suoi re ». Infatti, oltre Fenucchio, il suo dominio si estese a Torrecuso, Apollosa, Castelpote, Torre palazzo o tre palazzi, Ponte e Casalduni.

Il catalogo dei baroni al n. 982 precisa « Thomasius de Fenucchio dixit, quod demanium suum de Fenucchio est feudum duorum militum, et de Torrecuso feudum duorum militum, et de Castello Potene feudum unius militis » mentre, come già innanzi avemmo a dire, al n. 983 dello stesso catalogo è Guglielmo Rampano che, avendo in suffeudo, per conto dello stesso Fenucchio, il Castello di Ponte, accusa « trium militum». Ripetizione, quest’ultima, resasi necessaria per stabilire il raffronto con gli altri feudi vicini e sulla entità della prestazione dovuta. E notiamo che, il Castello di Ponte, fornisce « trium militum » contro due di Fenucchio, Torrecuso e Torrepalazzo nonché uno solo di Castelpotone.

Perché mai?

Ovvia la risposta per quanto innanzi riferito e cioè: un milite per ogni venti once d’oro dovute al sovrano e, nel caso, mentre Castelpotone corrispondeva venti once, Torrecuso, Fenucchio e Torrepalazzo ne corrispondevano quaranta once, Castel Ponte, a sua volta ne doveva corrispondere sessanta.

Allora, eccoci a formulare alcune necessarie considerazioni.

Ponte contribuisce in misura superiore agli altri feudi citati e per la tassazione di sessanta once e, quindi, per la fornitura di armati all’esercito del re; ciò vuol dire che la popolazione di Castelponte è di gran lunga superiore a quella singola degli altri feudi o, ancora, è da ritenersi che la ricchezza produttiva di Castelponte è notevolmente maggiore a quella singola degli stessi feudi.

Invero, siamo incerti nell’accogliere l’una e l’altra ipotesi. La prima, perché sarebbe in perentorio contrasto con quanto sinora assunto circa un Castelponte sempre, notoriamente, disabitato a causa dell’aria malsana, la seconda, conseguenza naturale e indubbia della prima, perché ove non vi sono braccia non vi è ricchezza, quando anche la natura non lesina di porvi la sua mano malefica.

A tal punto dobbiamo ammettere una terza ipotesi e cioè che, trattandosi di suffeudo, amministrato da « rapace gabelliere », lo sfruttamento veniva ad incidere e sull’operosità della esigua povera gente del luogo e sui poveri mercanti viandanti tenuti al pagamento dell’esosa gabella.

Ci è di conforto il contenuto di cui al n. 983 del catalogo dei baroni, laddove recita «et de Casalatore feudum unius militis e con augmento obtulit (Willelmus de Rampano) milite octo e servientes decem».Lo stesso Rampano che, a dimostrare la sua capacità di crudele suffeudatario, chiede ed ottiene di portare il numero degli armati da fornire al re, da uno ad Otto, per il piccolo casale di Casalduni, all’epoca, notoriamente più piccolo dello stesso Ponte.

Perché non avrebbe potuto agire in tal guisa anche per il feudo di Castel Ponte?

Al fedele suffeudatario non importa essere odiato come tiranno e persecutore, a lui conta figurare presso il padrone e far figurare lo stesso al cospetto del Re.

E, come figurerà quest’ultimo quando, al completo, i suoi demanii « cum augmento sunt milites XXXII e servientes XXIV »! Solo così può evincersi la « potenza » del signore di Fenucchio che preferiva avere vassalli, e, che vassalli!, al mantenimento, di parte, dei suoi feudi.

Basta ricordare quanto scrive il Mellusi nella sua opera, purtroppo, incompleta « Il T.aburno — I Monti del Sannio — » allorché trattando la contrada di Ponte Finocchio, testualmente recita: « Tra i sassi, all’altra sponda, si eleva ancora un pilastro, su cui, in gabbia di ferro, si poneva la testa sanguinosa dei giustiziati, quando la legge creò spettacoli terrificanti. Di notte, al chiaro di luna, frastagliato dalle nugole, si videro ivi passare sulle acque orribili spettri... »  Leggende gli spettri ma, realtà le esecuzioni.

Vari decenni durò il dominio dei Fenucchio, prosapia di Tommaso e, precisamente, sino a quando, con l’avvento degli Svevi, Errico VI e Costanza d’Altavilla figlia di Ruggero, ne affettuarono l’espoliazione.

Essi smembrarono la vasta baronia, incamerandone gran parte, tra cui Torrecuso, mentre donarono Fenucchio e Apollosa ai Benedettini di Santa Sofia. Nel 1151, Ponte passò alla signoria dei Sanframondi, e, primieramente a tal Raone, barone di quel Guardia già nomato vico Framondo, presso Telese e dal quale, secondo molti, la prosapia ne assunse il nome del casato. Chi erano i nuovi padroni di Ponte detto allora Castel Ponte?

Normanni di provenienza, anzi, sin troppo orgogliosi della loro origine, tanto da autodefinirsi « orti ex genere Normandorum ». Scesi in Italia con le orde vandaliche che, dalla Normandia, verso il 1100, seguirono Rainulf o Drengot, Guglielmo, Dragone e Umfredo d’Altavilla.

Nelle vicende che posero in lotta, tra di loro, i Drengot e gli Altavilla, Raone che sarebbe stato, in seguito, il capostipite della famiglia dei Sanframondo, si trovò dalla parte del vincitore Ruggero d’Altavilla e beneficiò dell’assegnazione di diversi possedimenti che erano stati dei vassalli di Rainulfo.

Ottenne, allora, vico-Fremondo, presso Telese, dal quale di poi assunse il cognome che estese alla terra di Guardia che venne a nomarsi, Guardia Sanframondo.

La successiva assegnazione, che sembra avvenuta nel 1151, cioè a distanza di ben 17 anni dalla occupazione da parte di Ruggero, pose sotto la loro signoria il feudo di Castel Ponte, già tolto, per fellonia, ai Fenucchio.

Ma, a questo punto, avendo esposto quanto riportato da illustri storici e cronisti di tempi più o meno lontani, riteniamo vantaggioso inserire parte della ricca disamina, acuta e diligente, fatta più di recente, dall’emerito studioso professore Dante Marrocco, direttore del Museo civico di Piedimonte Matese.

Trattando la « genealogia dei Sanframondo », il professore Marrocco, appassionato cultore della materia che noi avemmo il piacere di conoscere, anni orsono, in occasione di sue ricerche in un Comune che noi, all’epoca, frequentavamo per la professione, inizia:

« La prima questione si apre sul nome “Sanframondo”.

Rispetto alla casa feudale, quella che qui c’interessa, le probabilità sono due:

1) l nome sul posto preesisteva ai cavalieri normanni che lo hanno adottato;

2) il nome è dei cavalieri normanni venuti forse nella prima metà del secolo XI. »

Nel primo caso, il Marrocco, richiama, nelle note, l’assunto del Gattola, del De Lellis, del Meomartini, del Bellucci, del De Blasi, qualcuno di essi anche da noi consultato per riportare quanto di nostro precede.

Nel secondo caso poi, sempre lo stesso Marrocco cita, in nota, il Ciarlanti e l’Ammirato.

Egli dice: « Sono portato a preferire che abbiano dato il nome, ma non è facile decidere fra le due opinioni».

Così resta ancora in dubbio il caso anche se, noi, propendiamo per la tesi che il nome preesisteva alla loro venuta, dappoiché non si evince da alcun documento che, con la discesa delle « orde vandaliche dalla Normandia», al seguito dei condottieri, ci fosse un Fremondo, un Flejmondo o simile e che, il capostipite, si nomava solamente e semplicemente Raone. Mentre ed è ben noto, che ottennero, come primo feudo, vico Fremondo, presso Telese, ed in futuro per evoluzione, per alterazione o per ben altra contrazione o addizione di pronuncia, divenne sancto Fremondo e, di poi, Sanframondo.

D’altronde sarebbe più casuale il fatto che, portando loro già tal nome, avessero avuto, come primo possedimento, una terra che recava un appellativo ad esso nome somigliante.

Resta solo da verificare l’eventualità che rientrassero in possesso di dominio già a loro appartenuto e non menzionato in questo particolare.

Intanto, lo studio, del Marrocco, resta profondo e prezioso di particolari per cui ci è indispensabile fare ad esso ricorso.

In merito allo stemma adottato dai Sanframondo apprendiamo:

« Lo scudo della casa nella sua semplicità — campo azzurro alla croce greca di oro — rileva oltre che all’antichità (cogli ultimi Sanframondo ci avviciniamo ai sedici quarti di nobiltà), anche la consistente durata, attraverso quattrocento anni di dominio mai conosciuto con interessati matrimoni, mai cambiato, rileva uno scudo senza riferimenti locali, senza pretensioni.

Vi è adombrato la triplice fedeltà dei normanni Sanframondo alla razza, alla terra, all’idea politica, che li distingue molto nel baronaggio del regno. »

Anche qui, nostro malgrado ma, col solo desiderio di porre la storia al vaglio dei lettori, siamo costretti a formulare alcune riserve sul giudizio inerente la « fedeltà all’idea politica » dei Sanframondo.

Esistono testimonianze documentate e storicamente affermate che, proprio « a causa della loro instabile fedeltà verso i regnanti, spesso furono spogliati dei loro feudi, sia pure temporaneamente » (Di Costanzo, libro XII, cap. I).

Fecero parte, inoltre, alla famosa « congiura dei baroni » contro Ferdinando I d’Aragona, cioè avverso quei reali dai quali avevano ottenuto benefici « a iosa », anche « in clemenza ».

Si è nel 1151, re Ruggero, in odio al cognato Rainulfo, per la vicenda dell’accettata e, forse, sollecita investitura del Ducato di Puglia, dopo aver sterminato i seguaci dello stesso e messo a ferro e fuoco le terre occupate, come avemmo a dire, sembra alquanto pacato nella sua tremenda ira, solo dopo aver appreso della sua morte.

Intorno allo stesso anno dava inizio alla spartizione e assegnazione dei feudi, già appartenuti ai vassalli di Rainulfo.

Ponte, con oltre un millennio di presenza storica ma con poco più di qualche secolo di vita, peraltro vissuta all’ombra di un apparente misticismo, manifestato da quelle numerose chiese e badie, divenute luoghi di insane allegrie, sì da costringere un Papa ad affidarne la conduzione vigilata, si prepara a vivere il più lungo periodo feudale all’insegna del dominio dei Sanframondo.

Scrive Carlo De Lellis nel « Discorso delle famiglie nobili del Regno di Napoli » che, Guglielmo Sanframondo, figlio di Raone, signoreggiò con poche varianti siffatta Valle dal 1151 e, Castel Ponte, fu tenuta dai Sanframondo col titolo di Barone sino al 1504, con qualche breve interruzione.

Vi è anche da menzionare che, su questa terra di dominio, come in effetti pure a Guardia, i Sanframondo non vi dimorarono mai, essi preferirono, in un primo tempo, il castello di Limata e, poscia, quello della Rocca Nuova o Massa Superiore.

A Guglielmo I, figlio di Raone che sposò Maria di Peroleo e non una regale, come chiarisce il Bellucci a seguito del ritrovamento di una pergamena nell’archivio della chiesa di San Biaso in Aversa, recante la data 4 febbraio 1151, appartennero, nello stesso anno, unitamente a Ponte, le terre di Cerreto, Guardia, Limata, Pietraroia, S. Lorenzo, Faicchio, Massa inferiore e superiore.

Allo stesso succedette il figlio Guglielmo II, il quale ebbe signoria sui medesimi feudi sino al 1190 e, nel 1187, in occasione della crociata in Terra Santa, promossa da Re Guglielmo II, metteva a disposizione in rapporto all’entità del corrispettivo di rendita dovuto, XXVIII cavalieri, L scudieri e una quantità di piatti. Sposò una tale Sibilla non meglio identificata.

Nel 1190 diveniva, per successione, signore delle baronie, il figlio Giovanni I, prodigo di donazioni a beneficio di badie e, in particolar modo, per quella di Santa Maria delle Grotte, posta su una pendice del Taburno. È lo stesso Giovanni che tenne affidato, quale prigioniero, il guelfo di Lombardia « Ruffinum Brognonomen di Padua » e per mandato di Federico II.

Ma nel « cor di Federico », trovò posto Guglielmo III, primogenito di Giovanni, signore delle terre dei suoi avi dal 1227 al 1272.

Trattato quasi con affetto familiare dall’imperatore che aveva riposto in lui tanta fiducia, fu nominato da questi «giustiziere di Terra di Lavoro e Molise » Aveva portato a nozze una normanna di nostra terra, Adelisia di Dragoni, dalla quale ebbe due figli Giovanni e Francesco.

Quasi con certezza fu proprio durante il suo dominio che, Ponte, con altre contrade quali Fragneto, Torrecuso, Lapollosa furono oggetto di nuova assegnazione. Infatti, Carlo I d’Angiò, passato il Volturno, a fine gennaio 1266,

è pronto per la definitiva battaglia alla conquista di Benevento, cosa che avvenne il 26 febbraio successivo. Manfredi di Svevia, era in attesa di quello scontro che doveva essergli .fatale. Aveva appena 28 anni, « biondo e di gentile aspetto » (Dante lo ricorda nel Purgatorio, III). L’atteggiamento dei Sanframondo, in quella circostanza, fu ambiguo e, certamente, una generosa posizione poteva essere presa, a favore di quella casa che, li aveva sostanzialmente beneficiati.

Carlo I d’Angiò, passò indisturbato nelle loro terre, anzi fu agevolato con forniture, cosa che, molti storici condannano mentre altri ritengono l’atteggiamento « una condotta abile »,  riconoscendo « un favoreggiamento agli Angioini francesi

In sostanza avevano tradito Manfredi. Da constatare, però, che, nel 1269, Carlo I per premiare i nobili Frangipane, per aver a lui consegnato Corradino di Svevia, catturato con vile tradimento, spoliò Castel Ponte ai Sanframondo e lo donò con

Torrecuso, Fragnito e Lapollosa a Giovanni Frangipane, signore di Astura.

Qualche decennio dopo, in una successiva spartizione angioina, Castel Ponte passò al giustizierato del Principato Ultra e venne a formare università autonoma, riportata al Cedolario dell’anno 1320, regnante Roberto d’Angiò, come casale Pontis unc. 3, tari 15, grana 18.

Però, nel 1359 viene segnalato come « inabitatum » e ciò, in conseguenza delle calamità avutesi nel decennio precedente, con la grande carestia del 1341, la peste epidemica del 1343 e, infine, lo spaventoso terremoto del 1349, flagelli tutti questi che non ebbero a colpire solo il nostro feudo ma, lutto e pianto furono di casa in vastissime zone dell’intero Reame.

Non inverosimile, dati i tempi, durante queste immane sciagure, troviamo Castel Ponte di bel nuovo in possesso dei Sanframondo e, precisamente, di Tommaso, conte di Cerreto, sposato in prime nozze con Mattia de Palmieri e dalla quale ebbe un solo figlio, Giovanni, mentre, in seconde nozze, con la nobile Francesca di Fossaceca ebbe quattro figli: Nicolò, Antonello, Francesca e Margherita.

A questo punto nasce una discordanza, acclarata, con precisa documentazione, dal Marrocco (op. cit.).

Nicolò e non Giovanni il primogenito nato dal primo matrimonio poiché è questi che troviamo alla successione del padre, mentre Giovanni sarà solo signore di Rotello. Inoltre, Nicolò risulterà nato nel 1363 mentre Giovanni nasce nel 1369.

Che qualcuno voglia pensare... non tocca a noi alludervi. La precisazione, intanto, si è resa necessaria dappoiché, il secondogenito di Nicolò, a nome Urbano, ottenne la baronia di Castel Ponte. La storia non ci rimane molto di lui mentre, dell’unico suo figliolo

 

 

Giantomaso, detto di Ponte, si conosce che convolò a nozze la nobile Sancia Carafa, dalla quale non ebbe alcun figlio. Giantomaso da Ponte, rimediò alla mancanza di legittima prole, con un buon numero di figli naturali, avuti da vari letti.

Era questo il periodo che, i baroni di Castel Ponte, infierivano maggiormente a danno dei poveri viandanti, taglieggiandoli in modo spaventoso con l’esazione del pedatico, depauperando in reazione il commercio e, provocando, per tale ragione, l’intervento del re Ferdinando d’Aragona il quale abolì il pedatico, assegnando, in compenso, al barone di Ponte, 40 once d’oro che venivano prelevate dall’entrata del regio Fisco.

E che il pedaggio e le dogane imperassero con una violenza incontrollabile nella zona, ce lo documenta un passo tratto dall’opera di Monsignor Iannacchino — Telesia e la sua Diocesi —.

A Ponte, come avvoltoi stavano alla vedetta temuti signori per fare man bassa sui viandanti ed esigere il pedatico e di qui andavano e venivano eserciti in quelle guerre sterminatrici che conti e baroni si facevano tra loro, onde gli assalti e gli assedi sostenuti da Castel Ponte, Castel Fenicolo distrutto, e Torrecuso tutti in questi pressi nelle due opposte rive del Calore.

Ancora sussiste la taverna ove si esigeva il pedatico detto del passo e mi si additò la pietra sopra cui erano scritte le tariffe. »

Ed Erasmo Ricca, nella sua « Storia dei feudi » commenta del provvedimento di re Ferdinando che, abolendo il pedatico offre, in compenso, le 40 once d’oro, come abbiamo poco innanzi ricordato, ma,

il Ricca aggiunge: « Clemenza di un Re! il pedatico egualmente si riscoteva ».

Anche il Bellucci (Samnium, 1928, III, pag. 31) così vuole ricordare l’episodio di cui sopra, segnando però il compenso di 10 once d’oro anziché 40, come detto da Monsignor Iannacchino e quindi da Erasmo

Ricca, « in escambio de la abolizione del passo de la dicta terra, sospeso per commodo et utilità comune ».

Era il tempo in cui spadroneggiavano i Sanframondo e, la povera gente, piangeva sulla propria miseria portando le prime casupole, dalla malsana valle allo schienale dell’aguzzo colle, tra l’Alenta e il Calore, mentre ancora, tra le mura, che si chiamavano sacre, delle badie, i frati, troppo allegri, a poco a poco stanno saggiando l’ira papale che, iniziò con Nicolò V e che avrebbe colpito duramente le loro intemperanze.

Intanto, il 18 gennaio 1494; Alfonso Il d’Aragona, confermando a Giantomaso l’investitura sul feudo di Castel Ponte, fece a lui dono anche della terra di Monterone, allora disabitata.

Alla morte di Giantomaso che, ricordiamo, non aveva avuto figli legittimi, a data 3 novembre 1502, le terre, già in suo possesso, furono incamerate dal Fisco.

Finiva così, in queste contrade, il lungo dominio dei Sanframondo anche se, lo diciamo per dovere di cronaca, alla morte di Giantomaso, un suo cugino Tomaso da Ponte, avanzò, inutilmente, pretese alla successione.

Altro ed ultimo infruttuoso tentativo di ricomporre i feudi, ormai definitivamente perduti, fu operato da Carlo Sanframondo, il quale veniva dalla Francia al seguito di Carlo VIII, col grado di ufficiale di cavalleria. Cadde in battaglia, presso Sulmona, il 18 maggio 1496.

In tal modo non ci resta che chiudere il capitolo, ricordando solo che, le brevi interruzioni durante il dominio dei Sanframondo, videro alla signoria di Castel Ponte, prima un tal Nebulone e, poscia, la famiglia napoletana Brancaccio.

Del primo apprendiamo che, durante il dominio, fu affidato alla sua guardia, da Federico II, il prigioniero guelfo piacentino Vitolo Palestrella.

Di un Nebulone poi, anche se col nome, stavolta, di Nebilone e

tanto ci lascia in forse, sappiamo che, nel 1051 aveva il feudo di Decorata, presso Colle Sannita, mentre già era signore di Ponte Castel Vipera, seconda attrazione però anch’essa poco accettabile, se si tiene presente che il feudo di Ponte, non si chiamò in nessunissima evenienza di « Castel Vipera ». L’unica cosa che tiene al confronto è l’epoca e, questa, solo, ci ha indotto alla segnalazione.

Della famiglia Brancaccio, napoletana, anche presente nella signoria di Castelvetere nonché, col titolo di Duca, padroni della vicina terra di Fragneto Monforte, della quale subirono espoliazione, nel secolo XV, per fellonia da Ferdinando Il d’Aragona. Nomi di rilievo tra essi furono Violante di Gianvilla, moglie del Consigliere reale Mariano Brancaccio; sua figlia Flavia moglie di Pietro Brancaccio. Dalla loro unione nacque Rebecca che andò sposa al nobile Giovanni Spinelli, nominato dall’imperatore, principe di San Giorgio la Montagna e Montefusco.

Dopo alcuni secoli di dominio, da parte di un solo Casato che, per la sua potenza, ebbe a dimostrarsi duraturo nel tempo e, per valore combattivo e per esosità in tirannia, Castel Ponte, ricco di storia ma non di particolari avvenimenti, comincia la sua interminabile odissea di asservimenti a diversissimi ceppi baronali.

Non bisogna mai dimenticare la grande importanza della zona ai fini della logistica militare e commerciale, quindi se la donazione ad un vassallo rappresentava un benevolo riconoscimento, l’acquisizione da parte di quest’ultimo, senza dubbio, rappresentava un inestimabile vantaggio economico, in ordine al pedatico.

Perciò, la discontinuità del dominio, dovuto alla frequenza delle espoliazioni, alle quali il regnante annetteva il suo irritato intervento qualora intendeva castigare la fellonia, e, quindi anche le molteplici assegnazioni a baroni di lignaggio, soliti all’adulazione ma non inconsueti al tradimento.

Son trascorsi due anni dalla morte dell’ultimo Sanframondo, Giantomaso signore di Ponte, e, non avendo lasciati eredi, il feudo con le altre terre a lui appartenenti, sono avocate al regio Fisco.

Però un feudo dall’importanza derivante, come più volte ripetuto, dal passo obbligatorio di soldati e mercanti, non poteva restare, di gran lunga, senza il suo barone.

Ed ecco che, Consalvo de Cordova, generale spagnuolo al servizio di Ferdinando il Cattolico, soprannominato « gran capitano », assai caro al suo re per aver tolto il reame di Napoli ai francesi e per aver sostenuto, per oltre sette mesi, l’assedio di Barletta, vende, nel 1304, il feudo di Castel Ponte ad Andrea de Capua, duca di Termoli, con la precisa imposizione, voluta dallo stesso Re, di corrispondere alla vedova di Giantomaso, Sancia Caraf a, una congrua rendita in dote.

Andrea de Capua, discendente omonimo del gran conte d’Altavilla che aveva sposato Costanza di Chiaramonte già moglie, ripudiata, di Ladislao d’Angiò, parteggiò per tradizione familiare, apertamente, per gli angioini, perché riconoscente, con tutti i suoi, a costoro che « avevano di gran lunga sollevato il loro casato ».

Con tutto ciò furono perdonati e beneficiati anche dagli aragonesi, così che, Alfonso d’Aragona, confermò loro i possedimenti tenuti in signoria ed ottennero, inoltre, successive investiture.

Andrea otteneva Ponte, mentre Bartolomeo de Capua diveniva si-

gnore di Pago Veiano e, tutto ciò, per volere e benevolenza di quello stesso Ferdinando il Cattolico da loro avversato.

Già, nel 1439, un Luigi de Capua, nelle vicende per la successione al trono di Napoli, fra Alfonso d’Aragona e gli Angioini, si distinse nella presa di Fragnito, togliendola ai catalani Periglios e Gargia Cabanilla.

Successivamente, nel 1506, Ferdinando il Cattolico, insieme a Ponte, insignoriva di quel Fragnito, il discendente di Luigi l’espugnatore, Andrea di Capua.

Sembra strano questo gioco di successioni e investiture a beneficio di casati e signori, talvolta amici e tal’altra nemici; purtroppo accadeva e molto di frequente.

Tennero il feudo di Castel Ponte sino al 1522, anno in cui Ferrante de Capua, lo vendette a Diomede Carrafa, conte di Maddaloni che, a data 9 gennaio 1489, con privilegio di re Ferdinando d’Aragona, aveva ottenuto, col titolo di conte, in vendita Cerreto, in compenso dell’aiuto che, il Carafa, aveva prestato al Sovrano, per l’entrata in Napoli.

Diomede Carafa, nel 1486, con l’uccisione del Sanframondo ribelle a Ferdinando I, ebbe pure in concessione la terra di Limata, possedimento, quest’ultimo, che i Carafa hanno tenuto sino all’abolizione del sistema feudale, con una sola interruzione e per breve tempo, nel 1500, quando cioè, volontariamente vendettero tale feudo a Giulia Doria e Antonio Caracciolo, con cessione precaria col patto di ricompra. Cosa che avvenne regolarmente anni dopo.

Ciò mette in evidenza l’estensione della vasta zona di unico corpo, perché confinante l’una all’altra, tenuta in signoria dai Carafa, tenendo anche presente che, nel 1506, avendo Diomede sposato Maria Caracciolo, figlia di Marino, si aggiungeva ai possedimenti anche la terra di San Lupo, portata in dote dalla moglie.

Vendeva, perché ritenuta fuori mano e superflua, la terra di Cercemaggiore, nel 1534, ad Ottavio Mastrogiudice, marchese di San Mango per il prezzo interessante di 12 mila ducati.

Già, però, nel 1524, i Carafa avevano ceduto Castel Ponte a tal Boffilo Crispano ed a un prezzo di gran lunga maggiore, o per normale succedersi di cose o per necessario realizzo di danaro.

Non ci è stato possibile appurarne la movenza.

Come pure, non ci è stato possibile rintracciare notizie sulla mancata stipula con Margheritone Loffredo che, in attesa di perfezionamento del passaggio di possedimento, tenne il feudo per ben due anni, dal 1522 al 1524, anno questo dell’improvviso passaggio al Crispano.

Intanto si reputa opportuno ricordare che, il casato Loffredo, vanta anche lustro di nobiltà dappoiché, molti di essi, furono per lungo tempo marchesi di Trevico ed ebbero parentela con un ramo dei Caracciolo.

Boffilo Crispano detiene il feudo sino al 1544. Del casato di questo novello signore di Castel Ponte, sappiamo solo che, la famiglia, certamente originaria dei dintorni di Napoli, nel Principato, grazie ai buoni uffici dei Caraf a, ebbe ad acquistare solo questa terra, ove restò per un ventennio senza far sentire il peso del proprio dominio.

A Boffilo Crispano seguì nel 1544, Giovan Berardino Carbone che dominò la terra di Castel Ponte per soli due anni, effettuandone, poscia, vendita nel 1546 a tal Rinaldo della famiglia Carafa.

Del casato Carbone apprendiamo che fu di notevole lignaggio, così che, ai tempi di Carlo III (1382), un tal Giacomo Carbone, otteneva Durazzano che poi, dopo breve interruzione, passava, per volere di Ladislao d’Angiò, a Masone Carbone contro pagamento di 7 mila ducati d’oro versati allo stesso Re.

Indi troviamo, Giacomo Carbone juniore, signore di Paduli per investitura di Giovanna Il a data 18 settembre 1422. In questo feudo, forse di loro gradimento, rimasero molto tempo tanto che, dopo aver ceduto nel 1546, Castel Ponte al Carafa, lo stesso Giovan Berardino

Carbone, al 1 ottobre 1560, otteneva il titolo di marchese di Paduli, terra già da qualche secolo e più di padronanza della famiglia.

Così abbiamo visto subentrare nel feudo di Castel Ponte un Rinaldo Carafa.

Si è giunti al 1546, il nostro piccolo feudo pur ancora flagellato dalla malaria, causata dall’acqua stagnante del Calore che, ingrossandosi durante le piogge, col successivo ripiegamento nel suo letto scorrevole, lascia le sponde invase da pozzanghere che alimentano perennemente i miasmi malarici, porta la sua esistenza sempre più sopra il cocuzzolo della caratteristica collinetta, forse messa lì proprio per accogliere la fuga dalla miseria e dal malanno.

I Carafa o Caraffa, nobile famiglia napoletana, ramo staccato dai Caracciolo nel XII secolo e che, nel tempo, darà alla Chiesa insigni prelati, come Paolo IV papa, 12 cardinali, 2 patriarchi, 26 vescovi, è sparsa in signoria tra varie importanti terre del reame.

Infatti, per quanto ci attiene, troviamo i Carafa nel 1488, conti di Maddaloni e quindi di Cerreto e di Limata; nel 1496 possedevano, con Carlo Carafa, il feudo di Airola, poi Fabrizio Carafa principe di Roccella venne a possedere l’importante feudo di Arpaia, ceduto poi a Marzio Carafa nel 1606. dalla loro signoria, nel tempo, si sottrassero Paolise, Apice, Pescolamazza (oggi Pesco Sannita), Pietralcina, Tocco Caudio, Cusano Mutri, Civitella, Guardia Sanframondo, San Lorenzo Maggiore, Morcone, Sassinoro, Pontelandolfo, San Lupo, Durazzano, Baselice, Circello, Colle Sannita, Remo, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio la Molara, Molinara.

E, nel 1546, anche Castel Ponte, che già ne era stato interessato, sia pure per soli due anni, ottiene a suo dominatore un Carafa, attraverso un Rinaldo seniore, primo investito e un Rinaldo juniore che vende il feudo 17 anni dopo, precisamente nel 1563, a tal Nicolantonio Caracciolo. All’epoca Castel Ponte contava 62 famiglie contro le 49  del 1545 e le 63 del 1532.

Era, questo signore, Nicolantonio Il Caracciolo, figlio del protestante Galeazzo che, per abbracciare la nuova religione aveva rinunciato al baronaggio, e nipote di Colantonio I, padre di Galeazzo e signore di Torrecuso, Finocchio, Torrepalazzo, Telese, Castelpoto, Pollosa e Solopaca.

Egli al consistente patrimonio ereditato nel 1562, grazie all’amore dell’avo e al beneplacito del Re che non confiscò i beni per mancanza di eredi, aggiunse, nel 1563, il feudo di Castel Ponte. Nicolantonio II Caracciolo è riportato dalla cronaca come « uno dei più ricchi e splendidi signori del regno ».

Il suo motto, tenacemente inciso su ogni cosa che poteva dare evidenza alla sua ambiziosa grandezza, fu « semper adamas » (« diamante » o volgarizzato « sempre duro, tenace »).

Tenne i suoi possedimenti sino al 1585 e, per amor di storia, riferiamo anche quel che di lui, in modo alquanto discorde, dissero i cronisti del tempo e che, noi, già avemmo a scrivere nel nostro lavoro « Torrecuso — da Adelchi a Mellusi — ed. Pollastro, 1981. »

« Discussa è, dai cronisti, la fine di questo personaggio che, secondo alcuni, per il solo motivo di essere stato odiato dal viceré di Alcalà, perché osava difendere nei parlamenti i diritti dei baroni contro le pretese della Spagna, fu molestato sotto pretesto di eresia (si ricordi il padre Galeazzo), processato e carcerato a Roma in Castel Sant’Angelo fin quando non fu provata la vanità delle accuse; poi perseguitato ancora sotto altri viceré, per vivere tranquillo, decise di ritirarsi a Venezia, dove nel 1576 viveva più da principe che da esule per poi morire a Murano nel 1577.»

Secondo altri, invece, perché « oberato di debiti, ad istanza dei creditori i suoi feudi, già venduti alla madre Vittorio Carafa nel 1574, furono messi in vendita giudiziaria nel 1586 ».

Noi propendiamo per l’ipotesi appena accennata dappoiché, i Sarriano che subentrarono nel possesso del feudo lo ottennero per acquisto, come Lelio Caracciolo, nello stesso anno, ebbe la signoria in Torrecuso per acquisto « conseguente ad asta ».

Sotto buona stella, per ambedue i feudi, avvenuta contemporaneamente il cambio di signoria e, per ambedue i feudi fu il più lungo sotto il casato dominante ed anche il meno infelice.

Vale a confermarlo e il lungo indisturbato possesso e la mancanza in essi di tumulti popolari assai frequenti, a causa dell’esosità e dalle angherie padronali.

Illustre il casato dei Caracciolo, senza dubbio il più illustre del Reame; rispettabile la discendenza dei Sarriano, sia in agiatezza che in costumi.

Essi che, con Fabrizio, avevano iniziato il lungo periodo di dominio nel feudo di Castel Ponte, non tralasciarono di fare acquisto anche delle difese di Aspro e Pantano.

Già signori del castello di Casalduni dal 1338, a seguito di compera effettuata il 9 marzo di quell’anno, da Pietro Sarriano, venditore Diomede II Carafa, otteneva, per « riconosciute qualità di egregia personalità », in data 3 aprile 1602 da Filippo III, detto il Pio, il titolo di Conte di Casalduni mentre, in seguito, altro Sarriano, precisamente Domenico, nel 1722, si vedeva conferire il titolo pure illustre, di Duca di Ponte, dall’imperatore Carlo VI d’Austria.

Essi occuparono i loro piccoli feudi sino al tramonto dell’era feudale che aveva stretto, così lungamente, le nostre povere terre, nella morsa della schiavitù più nefasta paragonabile, oggi, solo ai residui del deleterio colonialismo.

Così, l’alba del 1806, anno della legge francese sull’abolizione del regime feudale, si presentò radiosa per i nostri antenati che, malgrado tutto, col sudore e col pianto, seppero mantenere in vita queste sacre zolle che assicurano a noi, discendenti, il necessario sostentamento.

 

 

 

 

IL FATICOSO CAMMINO DELLA SPERANZA

DI BRUNO DE NIGRIS -1982-.

 

Ma, per l'umile e già troppo provato Castel Ponte, il "servaggio", sia pure in altra maniera, però sempre umiliante, non ancora era cessato. Anzi, dati i nuovi tempi che avevano, per altre terre, sapore di redenzione, per il nostro "antico feudo", essi furono la continuità di nuove vessazioni. Eppure, la legge 2 agosto 1806, emanata da Giuseppe Napoleone, aveva soppresso la feudalità! Eppure, il potere dei baroni che, per secoli, aveva spaziato in questo nostro lembo di penisola, lasciando, alla fine del lauto banchetto, briciole di povertà ai focolari spenti dalla miseria, occhi senza più lacrime con lo sgomento di un presente oramai avvezzo, al passato, non era più! Anche se, di fronte all'incredulo sbalordimento delle popolazioni liberate, il giogo restava ancora come triste ricordo. Nel 1811, la terra di Santa Anastasia che fu già di Telese o di Benevento, che fu già di principi e conti normanni angiomi svevi e aragonesi, la terra che, sebbene ammalata di una nefasta ricchezza, stagnante, di uno storico fiume, restava sempre la terra della insostituibile viabilità latina eppoi moderna, passava con la sua poca gente, avvezza al lavoro e al sacrificio, insieme a Casalduni ed altri Comunelli, al Molise. Ma se questo provvedimento, per alcuni di essi, fu un solo episodio, per l'umile terra di Ponte, sarà l'inizio di un'altra secolare odissea. Infatti, anni dopo, passa al circondano e mandamento di Pontelandolfo e, così, nel 1869, troverà modo di essere compresa nella nuova Provincia di Benevento, unitamente a Casalduni, Campolattaro, Fragneto Monforte, Torrecuso, già compagni di catena nel triste passato servaggio, con l'unica differenza che, mentre queste contrade, ora, assurgono a Comuni autonomi, Ponte rimane ancora la cenerentola destinata a frazione di Casalduni, cioè di quella terra nata dal suo antico riflesso. E non finisce qui la mortificante sequenza di questa grama vicenda per lo spopolato paesello perché, nel 1901, venne, quasi una condanna, aggregato, come frazione, al Comune di Paupisi, mai feudo e giammai castello in passato, ma soltanto, per l'ordinamento feudale, casale di Torrecuso. Poco più di un decennio durò quest'altra mortificante situazione e, solo nell'anno del Signore 1913, per la storia, il 18 del mese di giugno, Ponte ottenne la sospirata completa autonomia. Una lapide a ricordo di questo primo fausto avvenimento, fu apposta fermamente, presso la Chiesa del SS. Rosario, unica stupenda Chiesa all'epoca perché, come precisa Monsignor Iannacchino: "Oggi - (1900) - la Chiesa di S. Anastasia, che Monsignor De Bellis (1667) dice perpulcra, non è più, e Ponte ha una sola Chiesa, che è quella del SS. Rosario, la quale di recente è stata bellamente rifatta dal suo zelante Arciprete Domenico Amato di Pietraroia". Ritornando alla lapide, diremo che, in essa, giustamente traspare la gioia di quegli abitanti che, finalmente! sentono di aver conquistata l'autonomia e con essa il senso pieno della libertà. Riportiamo integralmente il testo di essa:

Addì XVIII giugno MCMXIII

Per concorde volere del Parlamento Nazionale

questa frazione di Ponte

che per lungo volgere di tempo

subì il prepotere del Comune vicino

conquistò finalmente la propria autonomia

Il Popolo

con animo riconoscente

con fede invitta nei propri destini

a perenne ricordo

questa lapide

pose

Nello scritto si nota ed a ragione, lo spirito risentito, diremmo quasi ribelle, di un pensiero popolare che, per così lungo tempo dominato e represso, gode, in quel momento, dell'ampio respiro della libertà mai conosciuta e, senza dubbio, sempre sognata. L'antico "Ponte Lapideo" poi "Ponte di Santa Anastasia" indi "Castel Ponte", ne aveva ormai il pieno diritto, quasi a rivendicare la primogenitura nella valle e sui colli che l'avevano accolto e guardato in tanta miseria. Cosa accadeva in quegli anni, nella terra già dominata, è presto detto anche se, taluni avvenimenti o fatti, riguardano solo di riflesso Ponte. Si provvedeva alla realizzazione del "ponte di ferro" e, le fiancate, costituite da eleganti parapetti, corrono parallele e belle, sullo svelto unico arco che s'inciela sul fiume Calore. Gareggiava l'opera stupenda per maestà con il ponte di Solopaca, il "ponte a catene" di Maria Cristina. Di quest'ultimo resta viva l'ispirazione sfarzosa dell'ingegnere Giura mentre, per il nostro rimane il ricordo alla tecnica geniale dell'ingegnere Fiocca. Comunque il passo era stato fatto: la rotabile Benevento Valle Vitulanese, aveva il suo tesoro d'arte che, perentoriamente, dichiarava decadute all'esistenza e i vecchi traghetti e le sconnesse passerelle che, via via, vennero a sparire. Purtroppo, nati quasi insieme, ad ambedue questi sovrani di passaggio, quasi a volo sul medesimo corso d'acqua, toccò, contemporaneamente, il declino. Durante l'ultimo conflitto mondiale - il secondo per andar di passo con la storia - essi furono distrutti, il nostro totalmente mentre, quello di Solopaca, è testimoniato ancora dalla presenza dei quattro grandi leoni a guardia degli accessi. In seguimento, senza potersi dimenticare la passata illustre contesa importanza viabile di Ponte, venne la ferrovia: la Napoli-Foggia. Doveva ricalcare quel suolo e quel percorso già toccato dalle milizie romane, dai cavalli normanni, dalle orde sveve, dagli eserciti angiomi ed aragonesi. Il destino aveva solo in tal modo privilegiato Ponte e, il tempo da venire, non poteva sottrarsi ad esso. Benevento era da poco nuova Provincia e, lavori fervevano anche più a monte della valle, ove, alle falde del Taburno, sulla granitica roccia, sempre come baluardo, poggiava l'altro paese a noi pur tanto caro, Torrecuso. I lavori che interessavano quest'altro Comune erano parimenti importanti e vitali per esso. Si realizzava un'opera importantissima: la prima strada esterna per il collegamento alla Vitulanese. Lasciamo, però, alla meravigliosa penna del Mellusi che, allora, ancor giovane, subiva tutto il fascino dell'opera che andava a miglioramento della sua terra natale. "Non posso finalmente non dar cenno di un fatto, che pel nostro villaggio può dirsi importantissimo, e che di utili conseguenze sarà ad esso ferace; parlo della nuova via ch'ora appunto si reca a termine ..... Questo Comune poco lontano dalla via Vitulanese, che guida da un lato verso la Valle Caudina e dall'altro verso Benevento e verso Molise, aveva come varchi, angusti sentieri, aspri e nell'inverno perigliosi; onde chiuso in se stesso, facilità di commerci non aveva". (Memoria del castello di Torrecuso). Abbiamo voluto ricordare quest'ultimo avvenimento anche perché, proprio a motivo di questa strada e, attraverso questa strada appena segnata, un giorno, forse ricco di sole o, forse triste di pioggia, da Ponte, ove aveva radici, si portava a Torrecuso e, contento vi piantava il suo nome, un artigiano. Un umile uomo di lavoro, ignaro del destino che, sul colle illuminato di cielo e di storia, avrebbe incontrato per sé e creato per altri: egli era il nostro bisavolo e, di lui, noi portiamo e tramandiamo il suo nome. Ci scusiamo con il gentile lettore per aver chiuso questo capitolo con una nota del tutto personale.

 

 

 

 

PONTE “INDUSTRE E VIVACE”

DI BRUNO DE NIGRIS -1982-.

 

La fine del secondo conflitto mondiale, che "tanti lutti addusse" e che, tempestivamente, portò alla ricostruzione di quanto danneggiato dall'immane flagello, vide anche Ponte affiancarsi alla ripresa. Anzi, per la nostra contrada, fu addirittura un risveglio dal lungo torpore degli anni appena trascorsi e che, in certo modo, rappresentavano la continuità del secolare servaggio. Quasi una gara col tempo e con la paziente attesa, una esplosione di ambiziosa rigenerazione, un nuovo modo di far sentire la propria presenza e, nell'orgoglio e, nella realtà. Ricomposta la strada ferrata e ricostruiti i ponti sul Calore, nuove case si sparsero ovunque, sereni tetti e allegri fumaioli, balconi e finestre ornati di fiori, un tutto simbolo di raggiunta tranquillità: era ormai ora, dopo "tanto peregrinare!" Lo stesso fiume divenne un malato convalescente e poi, un sicuro compagno di paesaggio. Una volta, tanto bistrattato dalla storia per i malanni che, lungamente, aveva intorno lasciato, ora, dalla stessa storia, divenuta contemporanea, veniva riconosciuto come fonte preziosa per l'economia locale. Una ripresa in tutti i settori che, giustamente, valsero agli appellativi, del compianto Rotili "centro industre e vivace". E, noi che avemmo la ventura di conoscere questa terra, ancora appassita ed umile nell'aspetto e nell'essenza, scarna di progresso, ruotante unicamente intorno al suo antico prestigio di insostituibile passaggio, notiamo, ora, questa fioritura imponente di forza espressiva e di presenza attuale. Popolamento del viale Stazione, un giorno, non lontano, sede di qualche isolata casetta con qualche "taverna" e ricoveri per quadrupedi. Popolamento della via Vitulanese, un giorno non lontano, completamente spoglia di abitazioni e, interessata, col suo nastro stradale sconnesso, alla lenta marcia dei traini e dei calessi. Apertura e popolamento della via Ripagallo e via Campo Sportivo, ambedue esposte al sole e all'aria mossa per un orizzonte antistante pulito dalla mancanza di costruzioni. Potremmo, così e ancora per molto, enumerare questa toponomastica che, di recente, ha fatto dell'antica Ponte una ridente invidiabile cittadina, gradita ai numerosi forestieri che, in gran numero, ne hanno fatto loro dimora. Una dotata Scuola Media Statale, un apprezzato Centro di addestramento radiotecnici, la Caserma dei Carabinieri, una attrezzatissima farmacia, una agenzia Cassa di Risparmio, due agenzie di Assicurazioni, una agenzia del Consorzio Agrario Provinciale, una premiata Casa Vinicola, complessi per la lavorazione degli inerti fluviali, per la lavorazione degli infissi in plastica e altri ancora. Tutto un insieme che mette in evidenza la vitalità di questo rinnovato centro, ormai punto di attrazione se, si tiene presente anche alla considerevole affluenza delle popolazioni vicine, al ricco mercato settimanale del venerdì. Corollario alla fiorente rinascita: una nuova stupenda Parrocchia, dedicata a Santa Generosa, ricordo dei figli ad una Madre esemplare, sorta sulla via Vitulanese e consacrata da Sua Eccellenza Mons. Felice Leonardo, per grazia di Dio, guida spirituale alla Cattedra Vescovile di Cerreto Sannita, alla cui Diocesi appartiene il Comune di Ponte. Così, lo squillo delle campane del SS. Rosario, dall'alto dell'antico colle e, lo squillo delle campane di Santa Generosa, dalla ridestata valle, all'alba e al tramonto, s'incielano e, nell'aria più tersa di questa contrada, rendono grazie al Signore per la tranquillità finalmente conquistata.