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FACENDO IL MINIMO RUMORE POSSIBILE

DI NOTTE......LA LUNA

VACANZE ROMANE

HASTA LUEGO ZORRO

TI SEI DIVERTITO PAPA' ? MIYAR VALLEY 2004

MIYAR VALLEY 2004

“Eccoli!”, grido ai miei compagni, mentre vedo sbucare il primo bidone azzurro, lentamente trasportato dal nastro dei bagagli dell’aereoporto di Delhi. Finalmente sono arrivati, dopo tre terribili giorni di attesa, dopo tre giorni di telefonate disperate ad amici e mogli, alla ricerca dei nostri bagagli, pieni del prezioso materiale per la spedizione.

Dopo le lunghissime procedure della burocraticissima India, usciamo dal terminal e finalmente partiamo per Manali, sono passate da poco le 24, ma siamo svegli e felici.

Con 16 ore di scombussolamenti, rischi mortali di frontali con tir, una foratura alle 2 di notte e incubi notturni (credevo di aver sentito scoppiare un bidone), arriviamo a Manali, la nostra avventura è iniziata.

Sono mesi che non piove, tutto e secco ed il governo non sa che provvedimenti prendere per la siccità, il monsone non ne vuole sapere di arrivare… ma ora siamo arrivati noi, monsone o no, attacca a piovere a dirotto e continua per tutta la notte.

La mattina, la strada per la Miyar Valley è franata in molti punti, portandosi appresso camion con chi li guidava. Siamo disperati, ma mi rendo conto che mi angustio per l’eventuale insuccesso di una scalata, mentre qui c’è gente che ha perso tutto, compresa la vita e la vita, in un paese come l’India, vale davvero poco, ma non meno di una spedizione alpinistica.

Tenzin arruola 13 portatori e carichiamo tutto, ci faremo la strada a piedi!

Finalmente a Udaipur, da li arriviamo alla nostra valle, ci accampiamo e… ricomincia a piovere!

Tenzin, preso dalla sua nuova mansione di imprenditore turistico, guida, intrattenitore, cuoco e giullare, fa la bella pensata di dimenticare il suo zaino, con tutti i soldi, sulla jeep appena ripartita. Di corsa prende un autobus e la rincorre, lasciandoci orfani della sua insostituibile compagnia.

Piove per tutto il trekking, camminiamo tutti incelofanati nelle mantelline, persi nelle nubi basse, in compagnia di Gopal, detto Lama, per i suoi trascorsi di bonzo, l’altro Tenzin, giovane cavallaro ed un paio di ragazzi come portatori. Sono tutti nepalesi, scesi per lavori stagionali, nessuno conosce la valle; ma io ci sono stato, io la conosco.

Preso dalla presunzione di sapere dove stiamo andando, mi incazzo perché ho la “certezza” che siamo fuori strada… ma, logicamente, ho torto ed ancora adesso ricordo la presa in giro che ho dovuto subire al ritorno, da Tenzin.

Campo base, quota 4000: il tempo è grigio ed in alto è nevicato abbondantemente, la paura di finire come l’anno passato, chiuso in tenda ad aspettare un miglioramento, mi opprime. Decidiamo di tentare la montagna che domina il campo, un po più bassa e con una bella parete di granito, il nostro obiettivo è rimandato di qualche giorno.

La sera si cena tutti assieme, poi Tenzin attacca a scherzare, si ride in compagnia; questa combriccola “indonepalesitaliana” si diverte.

La notte, in tenda, faccio fatica a dormire, il mal di testa non perdona e so che ne avrò per almeno dieci giorni. Mentre aspetto che il “triptano” faccia effetto, penso a quello che mi sono lasciato dietro, a casa, alla mia vigna ed a tutti quei lavori che ho scaricato ad altri.

Attrezziamo il campo avanzato, Pietro sale con insolita lentezza, appena arriva dice calmo:”Ragazzi, la mia scalata finisce qui, devo essermi rotto una vertebra!”

Non riesce a muoversi per il dolore, il terribile viaggio in fuoristrada deve essere stato fatale per una sua vecchia ferita.

Resta seduto su una pietra, mentre io e Mimmo ci prepariamo per attaccare la via. E’ deciso, la parete del nostro progetto resterà un sogno, senza Pietro non è possibile andare, ora il nostro obiettivo è questa montagna!

Sono pronto, ho l’imbrago e tutto il resto, mi avvicino a Pietro, che calmo ci osserva e lo abbraccio; tutti e due scoppiamo in pianto.

So cosa significa per lui, sento il suo sconforto, aveva un motivo speciale per questa salita.

Io e Mimmo scaliamo, la via procede veloce, la roccia è bella e le difficoltà relativamente contenute, forse troppo. Arriviamo al cengione che divide in due la grande parete della montagna e decidiamo che possiamo scendere, la linea è bella, ma vogliamo farne una più diretta, questa resterà come via a se stante.

Ci caliamo e mi ritrovo a pensare a Patrizia, che ora sarà al lavoro. Lei che mi permette di vivere queste avventure, lei che si carica delle mie responsabilità e resta a casa, tra il lavoro, Giuliana che fa i capricci e l’ansia per un marito strampalato, che rischia l’osso del collo in montagna. Cosa faccio qui, perché approfitto così spudoratamente della mia compagna? L’alpinismo è un’attività da egoisti, più se ne fa, più egoisti si diventa!

Siamo gasati, la parete permette una progressione veloce, ce la possiamo fare in giornata, ma ci tocca aspettare, la pioggia ha ripreso. Stretti stretti, nella tendina del campo avanzato, aspettiamo un po di cielo azzurro.

Aspettiamo e la tenda si gonfia e sgonfia. Non è il vento, o meglio, è uno vento interno, intestinale, profondo e spesso, un vento che lascia storditi e che costringe a mettere fuori la testa. Chi sarà, chi non sarà, la tenda la soprannomino “prot-hause” e pensare che non abbiamo portato scatole di fagioli con noi!

Il cielo è stellato, è ancora notte e già siamo in azione.

Attacchiamo sotto la verticale della vetta, dove siamo scesi in doppia, per una bella linea di fessure e placche monolitiche.

Saliamo rapidi, le difficoltà sono superiori all’altra volta, ma la roccia ci permette di progredire veloci. Arriviamo al cengione e proseguiamo, speriamo che il tempo tenga e decidiamo di lasciare un po di materiale ad una sosta, confidando che, alleggerendoci, potremmo essere più veloci.

Dopo un faticosissimo tratto di conserva, su rocce instabili ma facili, approcciamo la parete finale.

Il tempo passa, il cielo è ora coperto e la mia determinazione non fa accende la spia di allarme.

Mi ricordo di guardare l’ora, sono le 18 e sta iniziando a nevischiare, non sappiamo quanto manca alla cima, decidiamo che è meglio scendere.

Mentre comincia a cadere copiosamente neve bagnata, facciamo le doppie. Come logico, una si incastra e la devo risalire tutta, strizzando con i prusik la corda zuppa di acqua, che mi scende lungo le braccia, fino alle ascelle. Ora sono anche bagnato; si fa buio.

Abbiamo una sola frontale e a tentoni cerchiamo di ritrovare i nostri passi. Alle 21 siamo persi, senza nulla per proteggerci, senza la radio per comunicare con Pietro, senza cibo ne acqua, decidiamo di fermarci su una cengetta e passare la notte.

Da sotto vedo una luce, e’ Pietro che ci fa segni con la frontale, rispondo lampeggiando; almeno sa che siamo vivi.

Mettiamo le corde bagnate sulla roccia e ci sediamo sopra, apro lo zaino e ci copriamo le gambe, è bagnato anch’esso; dividiamo in due l’unica barretta rimasta e ci strigiamo l’uno all’altro.

Ho freddo e sono bagnato, non so come sarò domani, cerco di non pensare alla possibilità di una notte sotto zero.

“Che quota?”, chiedo a Mimmo.

“Cinquemila e rotti”, mi risponde!

Giuliana dove sarà, in Italia saranno le 19 e dovrebbe essere a casa con Patrizia, a cercare di ripassare italiano o matematica. Non può riprendere la scuola senza un ripasso, lo studio non è certo una sua passione.

Giuggi, così discola e così dolce, una gattina che graffia e fa le fusa, ribelle e amorevole, la nostra disperazione e felicità. Cosa farebbe se mi accadesse qualcosa, lei che ha così sofferto, non potrebbe superare un altro trauma, come la perdita di una delle sue uniche due certezze: papà e mamma. Possibile che sarei capace di rovinare la sua fragile esistenza. Mi stringo a me e passo la notte a rimuginare sulla mia presunzione. Questo non è il mio posto, il mio posto è casa, con le mie responsabilità. Da ipocrita mi riprometto che questa è l’ultima spedizione, che d’ora in poi sarò finalmente un padre serio, ma so che bleffo, la montagna mi ha preso nel profondo, sono prigioniero!

La luce dell’alba è ancora lontana, ma siamo vivi, intirizziti e doloranti, la notte sta per finire ed è inutile restare fermi. Ci mettiamo in movimento e scendiamo al primo chiarore.

Dopo pochi metri riconosco il posto: “E’ li, la sotto c’è la sosta con la nostra attrezzatura”. Eravamo a soli cinquanta metri, che cretini e sfigati!

“Pietro mi senti?”. Chissà se ha la radio accesa?

“Eccomi, brutti disgraziati, ho passato una notte di ansia, che vi è accaduto?”. Pietro era pronto con la radio accesa, preoccupato come un fratello.

Scendiamo al campo base, dobbiamo riposarci ed aspettare che il tempo migliori.

Con il satellitare comunico con Patrizia, mi guardo bene da raccontargli la nostra avventura. Parlo anche con Riccardo, che è ormai il nostro collegamento con il forum, dove amici conosciuti o mai visti, attendono le nostre notizie.

Il forum è un bar virtuale, un posto che non c’è, ma che riunisce un sacco di persone accomunate da una passione: la montagna nelle sue più diverse espressioni. Quante ore perdo e perderò per connettermi con loro, quante parole scritte su un video e quanti amici scoperti via internet.

Il cielo è sempre coperto e piove spesso, ma noi saliamo lo stesso a “Prot-hause”, attenderemo con pazienza la giornata giusta.

Dopo una notte di pioggia, l’ennesima, uno squarcio si apre tra le nuvole, Mimmo ne approfitta per salire sulle fisse che abbiamo lasciato durante la discesa, cerca un posto per un bivacco. Al suo ritorno si decide di salire e bivaccare, il tempo sembra buono.

Nel tardo pomeriggio siamo al cengione, a sistemare il nostro bivacco: una nicchia appena accennata, con uno spiazzo esiguo ma abbastanza piano, in due ci si entra.

Nel sacco a pelo guardo le stelle, sotto di noi la valle con il campo, lontano migliaia di chilometri, la mia vita di tutti i giorni, gli impegni e gli svaghi. Non esiste solo la famiglia, il lavoro, la montagna, il forum, io ho anche la “piccola”, la mia auto. E’ l’ Elisetta, un’auto che mi da il piacere assoluto della guida, su strada e su pista, un piccolo gioiello rosso che ho lasciato sotto un telo. Un mese senza l’Elisetta, un mese senza tirare le marce, senza il musicale rombo del suo scarico, senza lo sportivo risucchio dell’aspirazione, senza impugnare il volantino pieno di pulsanti e lucette… che coatto che sono!

All’alba si parte, saliamo il tratto di roccette ed attacchiamo la parete terminale, c’è il sole ed abbiamo tutta la giornata a disposizione. Supero il punto della ritirata dell’altro giorno, vedo la cima, o almeno quella che credo sia la cima.

Ultimo tiro, dove passo? Mimmo mi indica la bella paretina a sinistra, verticale e fessurata, mi lascio convincere e mi ritrovo a combattere con il tiro chiave della via.

Sono fuori, pochi metri di facile scalata e siamo in vetta, sono le 12 di venerdì 13, dopo una via di circa 1500 metri, in cima ad una montagna mai scalata.

Tiro fuori la bandiera della pace, che sventolo alla faccia dei nazionalismi e delle ricche spedizioni. Con me ho anche un’altra bandiera, decisamente più schierata e sventolo la canotta rossa, tagliata e disegnata con una bella falce e martello.

Forse qualcuno non sarà d’accordo, ma le idee restano con noi anche in cima ad una montagna ed io non me ne vergogno. In fin dei conti, non ci sono tante madonnine o crocifissi, in cima alle nostre vette?  Una bandiera rossa non sarà religiosa, ma resta una “fede”, anche se laica.

Mimmo ha dimenticato di tarare l’altimetro, segna 5400, ma non sapremo mai la quota precisa; chissenefrega, non sono i numeri che contano, conta il piacere di essere stati capaci.

La vista e da sballo, montagne bellissime ci fanno da cornice, ma una su tutte si impone: è lei, la vetta che non scalerò mai, la parete dei miei sogni. La vedo svettare su tutte le altre, bella e beffarda, in perfette condizioni ed ho la netta sensazione di essere nel posto sbagliato!

E’ fatta, al campo base fanno festa, Pietro ci fa i complimenti via radio, ma io non sento particolari emozioni. Mimmo mi rimprovera freddezza, ma sono così; la vetta è solo un passaggio, un punto da cui puoi solo scendere, uno dei passi che fai nella vita, fatta di saliscendi. E noi scendiamo, torniamo al campo, dove Tenzin ci accoglie con una cena succulenta, tipica indiana, esagerata come il suo esuberante carattere.

La nostra montagna avrà un nome, si chiamerà Iris Peak, a ricordo della compagna di Pietro, scomparsa pochi mesi fa e la via che porta alla sua cima sarà dedicata ad Ezio, amico/compagno di tante avventure, che mi ha lasciato senza preavviso un anno fa, in un banale incidente automobilistico.

Ezio è stato per me più di un compagno di scalata, insieme abbiamo dormito sulle pareti del Gran Sasso, visto l’alba dal “Nido del Sole”, percorso le infinite rocce pericolanti del monte Camicia, sognato e progettato le più belle salite che ho fatto.

Ezio era come me, quando guardava una parete, vedeva una linea di salita da scoprire, una nuova avventura.

Grazie Ezio di essermi stato vicino, di aver condiviso il poco spazio di una cengia, l’acqua della borraccia, l’ultimo pezzo di pane, il peso dello zaino.

Nei giorni seguenti, tra una pioggia ed un’altra, salirò altre due vie nuove, ambedue su una cima nuova, un po più bassa dell’Iris Peak. Una in solitaria ed un'altra in compagnia di Mimmo e due graziose e fortissime francesi, Aurelie e Margot, sopraggiunte nel frattempo.

Pietro darà sfogo alla sua indole “buonsamaritanese”, soccorrendo una trekker olandese, seriamente infortunata.

Sempre Pietro, organizzerà una gara di boulder sui bei massi intorno al campo, il primo trittico india-francia-italia, dove Tenzin e Gopal, mostreranno la loro destrezza innata nella scalata.

Tenzin continuerà a rimpinzarci di prelibatezze indonepalesi, tra una risata ed un’altra.

Mimmo farà una gita in vetta ad un’altra cima inviolata, lungo un canalone detritico.

Io, dimentico di ogni buon proposito, cercherò con il binocolo altre pareti da scalare alla prossima spedizione.

agosto 2004

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TI SEI DIVERTITO PAPA' ? 

Sveglia alle quattro, ho dormito all’”Hotel SIGET superiore”, che sarebbe la struttura dove gira la seggiovia e, come al solito, non ho riposato bene… troppa ansia.

Ieri sera ho portato lo zaino, con tutto il materiale, all’attacco della via. Un vero peso massimo: due corde, di cui una da 10,5 da settanta metri, un voluminoso mazzo di chiodi, martello, microdadi, una serie completa di dadi e friend, venti rinvii, qualche ghiera, grigri, discensore, due jumar,  un litro e mezzo di acqua, barrette per cibo, rurp, tre ganci, ganci fiffi, qualche microchiodo artigianale, scarpette, tre staffe lunghe, tre daisy-chain, parecchie fettucce e cordini, casco, imbragatuta, giacca impermeabile, giacchetto in pile, felpa… e voglia di faticare.

Salgo leggero nel peso, ma decisamente pesante nell’umore. Ma dove vado? Sono certo che è nelle mie possibilità? E’ lunga e difficile ed io ho quella brutta sensazione mattutina: mi sento inadatto, non all’altezza!

Puntualmente mi faccio la domanda del perché mi imbarco in tali avventure, il mio intimo mi dice di lasciar perdere, ma la ragione sa che poi non la penserò così, vado anche se controvoglia.

 

Attacco la via e, come sempre, sono cauto; ai primi tiri sono più imbranato del solito. Salgo impacciato i primi quattro tiri.

Alla sosta sotto il primo tratto difficile, aperto da Marco Sordini nel 1993, mi assale la voglia di buttare una corda e calarmi, so quello che mi aspetta: tre tiri in costante forte strapiombo, una fatica bestiale per salire e recuperare il materiale, senza un compagno che ti aiuta, alleviando lo sforzo di sollevarti sugli ancoraggi.

 

Marco ha fatto un notevole lavoro, ha risolto il problema degli strapiombi sotto il “pancione di cavalcare”, lavorando duro e nell’incomprensione dell’ambiente alpinistico di allora. Ora Marco se ne andato per sempre, la sua via incompiuta non fa ridere nessuno e nessuno ha tentato di salirla.

 

Concateno i primi due tiri, in modo da velocizzare la lenta progressione in solitaria. Mi calo e risalgo schiodando, con lo zaino in spalla. I chiodi mi servono per i tiri successivi e voglio che, gli improbabili ripetitori, trovino quello che ho trovato io.

 

Sul tiro successivo, sotto lo strapiombo, c’è un “bel traverso” in discesa su ganci, ho studiato a tavolino la tecnica per poter tornare alla sosta e recuperare lo zaino e quindi risalire. Infatti ho con me una seconda corda, che lascio legata alla sosta sotto, mi servirà per tornare, legato con un prusik che mi aiuta a non tornare indietro.

Per evitare un poderoso pendolo nel vuoto, uso la stessa corda al ritorno, facendola scorrere nella sosta, in modo da pendolare con meno brutalità.

 

Sono all’altezza della cengia sotto “il pancione”, ho l’ultima possibilità di discesa. Da qui posso calarmi per i primi tiri di “Cavalcare la tigre”, oltre diventa difficile, se non impossibile; se continuo sono costretto ad uscire.

L’orologio segna le 11.30, sono in tabella oraria: vado!

 

Attacco il tratto nuovo, aperto una settimana fa con Luciano, il primo tiro è un traverso orizzontale su una vaga fessura interrotta, che raggiunge un’altra fessura verticale e strapiombante, che si perde in un oceano di placche.

Pianto chiodi, non sempre sicuri ed uso un gancio.

Faccio tutto il traverso abbastanza rapidamente, ma mi toccherà farlo altre due volte, una per riprendere lo zaino ed un'altra per ritornare alla sosta dove sono adesso e schiodare il tiro, senza possibilità di aiutarmi con le jumar, che serviranno solo per sicurezza.

 

Da qui iniziano i tiri più difficili, dove bisogna essere leggeri e precisi, dove non è il caso di sbagliare.

La fessura, all’inizio è chiodabile, poi accetta friend, quindi rurp ed infine scompare desolatamente, lasciando un vuoto difficilmente colmabile, nell’assoluta compattezza della placca. Ricordo bene l’impressione di sconforto in apertura: “Ed ora che faccio?”, mi chiesi.

Ma non tutto quello che sembra impossibile lo è veramente e, con i moderni mezzi dell’artificiale, si sale quasi ovunque.

Passando di gancio in gancio, studiando i buchetti per posizionarli, tirando un rivetto di alluminio da 4 mm., raggiungo lo spit .

 

Lo spit, mirabile certezza dell’ingegno umano, idolatrato totem dello scalatore in libera, ora isola di sicurezza nel mezzo del tiro, che purtroppo vedrò lentamente allontanarsi dai mie piedi, in modo preoccupante e poco piacevole.

 

Cominciano a prendermi dei crampi agli avambracci, devo resistere. Mi massaggio e continuo, potrò bere soltanto dopo essere ridisceso allo zaino sotto.

 

Continuo la danza precaria dell’artificiale per due tiri.

La roccia accetta discretamente i ganci, ma non riesco a ritrovare gli stessi buchetti che avevo usato in apertura, con un poco di ansia tasto ogni tacca, alla ricerca di quello adatto, metto il cliff e carico la staffa… macchè, con un “deng” scappa via e faccio un voletto sul gancio sottostante, dove ero autoassicurato con un fiffi all’imbrago.

Mi domando come sono passato l’altra volta. E’ ovvio che in cordata si osa di più, ora non me la sento di sfidare di nuovo la sorte.

Resto fermo per chissà quanto tempo, nella vana ricerca di un buchetto buono per progredire di pochi centimetri.

Devo alzarmi di più sulla staffa, forse la ruga buona è più in alto.

Facendo un misto di libera ed artificiale, salgo sulla staffa utilizzando i minuscoli buchetti con le mani, cerco con una mano, mentre con l’altra mi tengo, ma i miei stanchi avambracci non hanno più molta resistenza e sono costretto a ravanare all’indietro, per cercare di riposarmi appeso al fiffi. Dopo un attimo riparto più deciso, non so se ce la farei ancora a tornare indietro.

Punto ad un forellino invitante… ci metto un dito e sento che è buono, tiro su la staffa, con il gancio già pronto e la posiziono, subito la carico, so che se esce rischio di cadere ed ho tanti metri di corda libera sotto di me, ma nell’intimo so che terrà.

Infatti salgo sulla staffa e mi aggancio col fiffi.

E via così, cercando e trovando, inventando soluzioni stravaganti, mentre il tempo sembra fermo, rallentato da questo macchinoso modo di scalare le montagne che è l’artificiale.

 

Finalmente arrivo alla sosta dove esce il famoso traverso di “Cavalcare”.

Quando ritorno su con lo zaino, mi rendo conto di quanto strapiomba, sono appeso nel vuoto ed è così da diversi tiri, non un terrazzino, una sporgenza, solo vuoto!

 

Sono stanchissimo, mi mancano ancora molti tiri ma il tratto difficile è superato, ora devo stare attento a non fare sciocchezze, la stanchezza e la deconcentrazione, sono pericolose.

 

Raggiungo una sosta della “via dei Poeti”, aggancio uno dei chiodi e, distrattamente, senza un motivo vero, lo strattono… esce dalla fessura come se fosse solo appoggiato, mi ritrovo a roteare le braccia per non cadere di sotto: “Occhio Roberto, c’è mancato poco!”

 

Con lentezza ed in modo penoso, sono in cresta alle 20.30, dopo quattordici ore e mezza di scalata ininterrotta.

 

E’ fatta, ho salito la via in giornata. Ora che sono sulla via di discesa so perché l’ho fatto, non per il piacere in se stesso, ma per il piacere di averlo fatto, di sapere che l’ho voluto e l’ho saputo fare e che non dovrò più farlo… 

Quando arrivo alla stazione alta della seggiovia, è quasi mezzanotte, mentre mangio qualcosa e mi preparo per dormire, una stana indefinibile serenità mi prende. Gratificato dalla mia riuscita salita, tutte le incertezze e le paure di questa mattina sono scomparse, resta la consapevolezza dei miei mezzi, sempre arginata dai miei limiti.

 

Dentro il sacco a pelo, mentre aspetto il sonno, mi torna in mente mia figlia: domani, al rientro a casa, puntualmente mi farà la solita domanda: “Ti sei divertito, papà?”

 

Roberto Iannilli 19 luglio 2004

 

Marco Sordini era una forte alpinista di Perugia, all’inizio degli anni novanta ha aperto tre bellissime vie al Gran Sasso, tutte sulla parete est del Corno Piccolo ed ha lasciato in eredità, questa incompiuta di eccellenza.

Il 19 giugno, con Luciano Mastracci, abbiamo ripetuto la sua incompiuta, aggiungendo un attacco diretto di 130 metri. Speravamo di salire anche la parte mancante, ma l’ora tarda ci ha fatto desistere.

Siamo tornati il 24 e, salita la parte bassa di una via accanto (decisamente più facile), abbiamo aperto il resto della via.

Ora occorreva salire la via nella sua completezza e ci sono tornato da solo il 10 luglio.

La nuova via si chiama “L’EREDITA’ DI MARCO” ed è dedicata a Marco Sordini.

 

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STORIE PARALLELE

Appuntamento ore 5.30 al parcheggio della metro, destinazione Gran Sasso. In macchina parliamo della via da fare. Luca e Piero hanno ripetuto quasi tutto, quindi decidiamo di fare la 2^ ripetizione di una via nuova di Roberto alla parete est: LA DIRETTA ALLO SPIGOLO A DESTRA difficoltà EX-.

Arrivati ai prati con calma prepariamo il materiale  e ci chiediamo che cosa combinerà oggi Roberto, non abbiamo visto la sua "macchinina" al parcheggio, chissà dove sarà andato ad aprire vie.

Saliamo da cima alta per la cresta dell'Arapietra, c'è sole e fa caldo ma le previsioni annunciano una perturbazione per il pomeriggio, dobbiamo fare in fretta. Fretta non è una parola che ci piace. Lungo il sentiero lasciamo che i nostri sensi vengano sedotti dal paesaggio, dagli odori, dai suoni, dalle vibrazioni che solo la montagna può dare.

Dopo il passo delle scalette sentiamo un martello che batte e l'inconfondibile rumore di un chiodo che non vuole entrare. Aggirato uno spigolo lo vediamo in lontananza, appeso sotto degli strapiombi dall'aria per niente rassicurante. E' lui il "diavoletto" del gran sasso: Roberto Iannilli, da solo ad aprire una via dove nessuno avrebbe visto una linea di salita.

Ci avviciniamo lo chiamiamo, ci risponde, ci diamo appuntamento in vetta.

A mezzogiorno attacchiamo la diretta allo spigolo, ogni lunghezza di corda è un piccolo capolavoro, con Piero che continua a dire:" ma guarda questo dove si và a cacciare.....".

Circa 100 metri prima della cima ci chiama. Lui è già di ritorno, noi dobbiamo ancora fare gli ultimi tiri. Un rivolo stupendo, una placca compattissima, un traverso e poi la sorpresa finale: un passaggio su uno spigolo a sbalzo. Sotto i piedi 300 metri di vuoto assoluto. Arriviamo sulla cresta e il sole apre uno spiraglio tra le nuvole, il vento ci soffia sul viso. Il lago di campotosto color latte ci regala uno spettacolo che le parole non possono descrivere.

Mentre ci prepariamo per il ritorno ai prati parliamo di Roberto e della sua determinazione inossidabile e una motivazione fuori dal normale. Un alieno come quelli che Roberto legge nei suoi romanzi preferiti.

Una settimana dopo scaricando la posta elettronica  tra i vari messaggi trovo il racconto che pubblico di seguito e che ci restituisce Roberto così com'è. Un alieno con una grande sensibilità e una sfrenata passione per il suo Gran Sasso.

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FACENDO IL MINIMO RUMORE POSSIBILE

Facendo il minimo rumore possibile, faccio colazione, sono le cinque e un quarto e tutti dormono al rifugio Franchetti. Esco  ed è già chiaro, oggi resterà sereno il tempo che occorre alla nube del Gran Sasso per avvolgere tutto.

Mentre scendo il sentiero mi faccio la domanda che spesso frulla in testa agli scalatori, prima della salita di una via di un certo impegno:” Ma che cavolo faccio … non mi conviene restare al rifugio e farmi una bella e tranquilla passeggiata?” Quante volte mi farò questa domanda e mi risponderò che vale la pena provare? Quando accadrà che mi dirò che è ora di darmi una calmata? Quale è la molla ancora carica e che mi spinge, ormai da molti anni, a cercare nell’arrampicarmi su rocce, sempre più difficili, non so cosa e non so perché? Domande senza risposta, l’alpinismo è forse una domanda senza risposta …? Comunque vado, un piccolo sforzo e supero questa abituale indecisione, oggi forse più forte perchè sono solo e da soli ci vuole un po' di più di tutto.

Il mio obiettivo è un pilastro della Est del Corno Piccolo, dove già esiste un itinerario di Tiziano Cantalamessa e che, anche per questo, è dedicato alla sua memoria. Cercherò di aprire una via che sale sulla destra, dove una serie di strapiombi poco invitanti, sono una “linea di salita”. Non è importante che sia bella o brutta, difficile o facile … è una linea della parete e, dato che l’ho intuita, letta e progettata, oggi cercherò di realizzarla.

Arrivo alla base del pilastro e mi accorgo che la fessura sotto il primo tetto è larga ed io ho portato solo friend medi, per risparmiare sul peso … in qualche modo farò!

Ormai tutto è automatico, mi preparo e attacco il primo tiro. Roccia buona e difficoltà contenute, attrezzo la sosta, mi calo, recupero il materiale e lo zaino e risalgo con le jumar.

L’impressione della dimensione fessura era corretta, è larga ed io ho un solo friend che le si adatti. L’arrampicata è artificiale, se fosse attrezzata sarebbe certamente fattibile in libera, ma ora non è il momento di pensare alla libera. Traverso sotto il tetto utilizzando il solo friend adatto, alternato ad un paio di chiodi in buchetti. Con un passo non banale sono in un buon punto per la sosta. Mi calo, anzi traverso in discesa, per pulire il tiro. Mi rendo conto che non sarà facile tornare alla sosta. Con una serie di piccoli pendoli risalgo, sono già stanco al secondo tiro. Cerco di recuperare la corda e questa si incastra in una scaglia rovescia accanto alla sosta sotto. Devo tornare sui miei passi e lo posso fare solo riattrezzando, almeno in parte, il tiro. Con il friend mi aiuto a traversare, libero la corda e cerco di tornare sotto la verticale della sosta superiore. Ora non ho il tiro attrezzato, provo a procedere con il friend ma, dopo pochi metri, inesorabilmente, parto per un bel pendolo. Prima di risalire sistemo la corda, non vorrei che si impigliasse ancora. Naturalmente, quando vado a recuperarla, si è di nuovo incastrata … La mia determinazione comincia a vacillare. Per l’ennesima volta scendo e risalgo … ormai conosco bene questo tiro.

Attacco il terzo tiro, uno strapiombo giallo e liscio. In qualche modo riesco ad alzarmi in artificiale, ad occhio mi sembra che ora posso procedere in arrampicata libera.

Mi sento chiamare, è Luca, Roberto e Piero. Vecchi amici e compagni di cordata:” Ci vediamo in cima”. Loro saliranno una via recente, sulla stessa parete.

Ritorno ai miei problemi e pianto un chiodo, dall’apparenza poco rassicurante, in un buco. Tanto non mi servirà, non ho intenzione di volare. Salgo ancora e mi rendo conto che gli appigli, che sembravano buoni, si rivelano poco saldi, anzi non sono appigli ma blocchi che aspettano un cretino che li tiri giù. Visto che sono un cretino ne tiro via uno bello grosso e, già che ci sono, me lo sbatto in faccia. Volo all’indietro a braccia aperte … Quante cose si pensano in quell’interminabile frazione di tempo, sento come una rassegnazione all’inevitabile, cado e mi preparo a farmi male … cado e cado. Poi, quasi inaspettatamente la corda smette di scorrere e si blocca, sono appeso come un salame e subito penso:”Il gri-gri tiene i voli”. Poi mi meraviglio che anche il chiodo abbia tenuto. Sospeso nel vuoto cerco di risalire, ma mi fermo subito, devo riprendere il controllo di me stesso, mi accorgo che le mie mani tremano. Tasto la faccia, il sangue esce dalla ferita provocata dal blocco, ma sembra che si fermi tamponandolo con la maglietta. Come un ragazzino mi sorprendo a pensare alla “scena” che farò al rientro al rifugio.

Risalgo con un prusik ed il gri-gri, fino al chiodo. Si è spostato, l’anello si è poggiato alla parte inferiore del buco, ma ha tenuto. Solo per un attimo penso di scendere, ma solo per un attimo.

Cambio strategia e anziché salire, traverso ancora in po' sul bordo dello strapiombo. Mi trovo alla base di una breve fessura, formata da un grosso blocco, lo tasto  e questo suona. Sono abituato alla roccia cattiva ma oggi, da solo e dopo la caduta, mi sento meno sicuro, comunque non è il caso di tornare indietro, è meno rischioso salire. Pianto un chiodo che allarga la fessura, metto una staffa e non so cosa fare, un secondo chiodo allenterebbe quello sotto. Dopo una breve riflessione amletica, tipica dell’arrampicata artificiale, opto per un chiodo ad U, messo un po' storto che sia, più che piantato, incastrato. Così la fessura non si dovrebbe allargare. Sembra che vada, con grande cautela carico la staffa e salgo.

Attrezzo la sosta e sono sospeso nella nebbia, la nuvola del Gran Sasso è arrivata da un pezzo, ma io ero troppo preso con le mie tribolazioni. Scendo, pulisco il tiro e risalgo con lo zaino.

Mi aspetta un bel diedro compatto, troppo compatto, quasi liscio e verticale, niente di simile al tiro sotto. Dopo un tratto di difficile arrampicata libera, sono costretto ad usare ancora l’artificiale. Metto un friend e provo se tiene. Ancora non ho imparato a spostare il viso quando provo un ancoraggio. Me lo stampo sulla mascella e completo l’opera iniziata con il tiro precedente. Blocco il sangue con la solita maglietta, che ormai ha le maniche rosse (il mio colore preferito) e riprovo con una misura di friend diversa.

Finalmente esco dal tratto duro della via, ora dovrebbe essere meno difficile.---

Faccio due tiri di settanta metri su difficoltà classiche, in solitaria si arrampica con una singola (anche di settanta metri) e non si hanno problemi di scorrimento, la corda è fissa.

Sono stanchissimo, ho le mani piene di piccole ferite, tutte le martellate andate a vuoto e le conseguenti botte delle nocche sulla roccia. Per evitare di salire, scendere e di nuovo salire ogni tiro, decido di uscire slegato per la via “FIRST”, che da qui è più facile, ma dovrò caricarmi tutto sulle spalle.

Con attenzione e calma, salgo un’interminabile serie di placchette, lo zaino con il materiale mi fa penare, ma sono in cresta prima delle cinque del pomeriggio. Da solo e facendo il minimo rumore possibile, anche questa è fatta.

Immerso nella nebbia, mi avvio sulla cresta Nord del Corno Piccolo. All’uscita della via che stanno salendo Luca, Roberto e Piero, gli faccio una voce, mi risponde Luca. Non li vedo, avranno ancora tre tiri. Continuo da solo verso il rifugio.

Più  stanco del solito rimugino sulle motivazioni che mi  portano a ciò, ma ormai tutto è passato e già progetto  la  prossima  salita … forse ancora da solo.

Il giorno dopo, a casa, apprendo che è morto Pietro Valpreda. Ricordo bene quegli anni bui e l’orrendo complotto ai nostri danni che ha costellato la storia d’Italia di stragi impunite. Pietro è stato perseguitato per le sue idee e ha scontato colpe non sue e, ne lui ne noi, abbiamo avuto giustizia. Chi doveva difenderci da ciò è stato complice e mandante e, ancora oggi, perpetua il suo piano.

Dedico questa via a Pietro Valpreda.

 

Roberto Iannilli           15/Luglio/2002

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DI NOTTE LA LUNA DA SOLO

Come al solito, la notte prima di una salita di un certo impegno, mi sveglio tante volte, il sonno non è mai regolare, mi sveglio, mi rigiro e arrivo all’ora di alzarmi prima che suoni la sveglia. Stamattina provo a fare la solitaria di “di notte la Luna”, per me la via più difficile del Gran Sasso.

Carico come un portatore himalayano salgo al secondo pilastro dell’Intermesoli, il tempo è buono ed io sto bene. Fatico come una bestia per salire il canale che porta all’attacco e, quando arrivo alla clessidra dove inizia la via, mi dico:”Il più è fatto”.

Sul primo tiro sono un po “legato”, ma è ben scalabile, faccio sosta senza concatenarlo al secondo, devo ancora entrare in “sintonia”, meglio fermarsi.

Secondo tiro senza problemi, passo dritto anziché traversare, mi sembra meglio, continuo concatenando il terzo. Ho un po di “ripensamenti” sul passo obbligatorio, dato 7°+… ma poi mi faccio coraggio, vado e dopo mi dico “Che ca77ata”. Sosta e riparto per il quarto e quinto, che unifico, sono facili e mi sbrigo in fretta. Arrivato alla sosta decido di continuare per il sesto senza fermarmi. Arrampicando in solitaria, uso una corda da 70 metri, questa è fissa e non ha problemi di scorrimento, se il materiale è sufficiente si possono fare tiri lunghissimi. La lunghezza è tutta in obliquo, a salire non mi da problemi, ma a scendere faccio fatica a sganciare, figurarsi a risalire… così faccio un pendolo notevole, che non sarà l’ultimo! Attacco il tiro chiave. Traverso alla clessidra con il cordino dei primi salitori. E’ completamente sfilacciato… mi ci appendo e combatto un po per metterne uno buono, senza togliere quello vecchio. Arrivo all’unico spit della via, messo davvero in basso rispetto al tratto difficile. E’ questo il tiro che crea problemi ai ripetitori, tutti soffrono molto ad allontanarsi dallo spit. Seba, quando l’ha salito è stato bravo… me lo immagino, ormai a qualche metro dalla protezione, andare all’avventura su terreno sconosciuto, pregando il dio degli alpinisti, di fargli trovare un buon appiglio, che in effetti si fa desiderare...Io opto per l’artificiale, ormai ho un po di esperienza con questa tecnica delicata. Saluto lo spit e proseguo su due ganci, poi pianto (si fa per dire) un micro chiodo (fatto artigianalmente) di un centimetro e mezzo, con una punta sottile e affilata. Entra in un buchetto, non tutto, ma fa leva sul bordo, “dovrebbe tenere”. Continuo su un terzo gancio e metto un secondo micro chiodo, questo non mi da nessuna fiducia, è a testa in giù e provarlo non è facile... sto su un gancio. Mi faccio coraggio e, con un po di tremarella alle gambe, lo carico. Non trovo buchi buoni per niente, sono un po in affanno, mi chiedo che accadrebbe se il chiodo uscisse… penso a Patrizia e Giuliana, sarei un bell’egoista se mi facessi male, devo essere un po scemo (ed un po' lo sono, se no non sarei qui). Provo a mettere tre chiodi nello stesso buco, sono appena incastrati, cerco di aggiungerne un quarto e tutti e tre rimbalzano in fondo al canale. Riprovo con misure diverse, ne vola un altro… basta, il buco è troppo poco profondo. Allora cerco la possibilità del gancio. Cerco una ruga degna. C’è un buchetto piatto, non è il massimo, posiziono il gancio e gli do un paio di martellate. L’acciaio del gancio fa un sottile segno sulla roccia che permette un po di stabilità. Carico la staffa e salgo, ormai arrivo al chiodo che abbiamo lasciato durante la ripetizione. Appena lo carico si piega in giù… Marco, dopo che aveva cercato di toglierlo, non lo ha ribattuto.. quando torna dalle ferie gliene dico quattro. Nonostante ciò il chiodo tiene e passo di corsa, sono fuori dal tratto duro. Continuo il tiro e mi sento leggero, contento di essere ancora intero, perplesso per quello che faccio.

Mi domando sempre che senso abbia, ma credo che sia inutile. Anche se a caldo mi possono venire “sani” dubbi, quando sono alla base della parete e ancor di più a casa, ogni remora sparisce e già progetto la prossima salita. Ora la via è decisamente più facile e non ha storia, continuo stanco verso l’uscita.

Facendo il minimo rumore possibile, anche questa è fatta, da ‘sta mattina ho fatto una sola esclamazione, quando mi sono caduti i chiodi, per il resto … silenzio. Ma dentro di me quanti discorsi, domande, imprecazioni, ”preghiere”…che affollamento.

Roberto Iannilli 13/08/2002

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VACANZE ROMANE

Roberto Iannilli, fortissimo alpinista e apritore di innumerevoli vie sul Gran Sasso, insieme all'altrettanto bravo Ezio Bartolomei, nell'estate 1999 scrivono una nuova pagina di storia sulla Nord. Dopo aver aperto l'anno precedente una via che evita il primo zoccolo friabile della parete ("Nirvana" 1025 m. TD+ 6°+), salgono partendo dal Fondo della Salsa; nasce "Vacanze Romane" 43 tiri 2075 metri di sviluppo EX-, un vero e proprio exploit alpinistico. Quello che segue è per esteso il racconto dei due pubblicato su Alp n° 177:

La parte alta della Nord già la conoscevamo, ma la prima metà l'avevamo osservata solo dall'alto e non ci aveva fatto una buona impressione. Quando l'abbiamo vista nella sua interezza (il pomeriggio prima della salita), la sua "repulsiva bellezza" ci ha fatto capire il perché di una sola grande via e così poche ripetizioni. Prima dell'alba, mentre salivamo facendo luce con le frontali, parlando speravamo che ci fosse un po' di leggenda intorno alla Nord, confidavamo che i pochi salitori avessero esagerato nei loro racconti. All'attacco un evidente diedrone, che si rivelerà di oltre 250 metri, ci invita a salire, da sotto è meno impressionante. Decidiamo di fare tre tiri a testa, inizia Ezio. Bene la roccia è quasi normale.

 L'illusione dura poco e cominciamo a trovare tratti friabili e pericolanti che ci costringono ad una arrampicata virtuale, non puoi tirare gli appigli o caricarli come ti verrebbe naturale, tutto è in funzione dell'attrito che l'appiglio, che è sempre staccato, esercita su un altro pezzo di roccia, anch'esso staccato. Se spingi nel verso giusto questi tengono, lo stesso vale per gli appoggi. Protezioni quasi nulle. tiri di 50 metri con passi fino al V+ (che non è il V+ normale...) con un cordino su radice o un microdado o un chiodo su fessura elastica, più martelli più si allarga. Qui non contano i gradi che facciamo in falesia, serve tatto e testa, la precisione e leggerezza dei movimenti e la concentrazione sono la base di questa arrampicata.

Dopo circa 300 metri raggiungiamo la grande rampa della "Classica" , qui la roccia è quasi buona, al suo termine ci affacciamo sulle cascate, cadute strapiombanti in marmitte giganti, un vero sogno per i ghiacciatori. La "Classica" piega a destra e noi continuiamo lungo il bordo- spigolo che da sulle cascate. Qualche tiro normale ci fa sperare, ma sul sedicesimo, Roberto superato uno spigoletto pericolante, esce su un'apparentemente innocua crestina erbosa. C'è nebbia e non si vede oltre i 20-30 metri. Mentre recupera Ezio si dissipa la foschia e si apre uno scenario raccapricciante: la crestina diventa sempre più verticale ed ha l'aspetto di una parete di sassi tenuti insieme da ciuffi di erba. Ezio arriva alla sosta e mentre parla dell'incredibile mucchio di macerie che è lo spigoletto appena superato, alza gli occhi. Senza dir niente ci trasmettiamo una sensazione di smarrimento, ci rendiamo conto che la Nord non è una leggenda è veramente la Nord, e noi ci siamo dentro, scendere è impossibile, traversare neanche a parlarne, dobbiamo salire.

E' il diciassettesimo tiro e tocca ancora a Roberto. L'arrampicata è delicatissima e assolutamente improteggibile. Non si può parlare di gradi. Si dovrebbe coniare una nuova scala di difficoltà, quella su misto erba- roccia marcia. Questa è talmente cattiva che le piccole zolle d'erba sembrano più affidabili, e se cadi ti porti dietro il compagno direttamente al Fondo della Salsa (la conca a imbuto alla base della parete dove si deposita tutto ciò che cade, e dove tutta la Nord prima o poi scenderà). Altro problema sono le soste. Le fessure sono rarissime e i chiodi le allargano con sconcertante facilità. Si ha l'impressione (molto realistica) che se insisti col martello venga giù tutto. Meglio non appendersi e recuperare il compagno in vita. Saliamo circa 200 metri in queste condizioni. Lo scenario è orribile eppure magnifico, valeva certamente la pena... ma questo lo penseremo quando saremo fuori. Al ventiduesimo tiro intercettiamo di nuovo la "Classica", che dopo un ampio giro a destra torna sulla verticale. Comincia a far sera e bisogna cercare un posto per il bivacco, assolutamente al riparo da improvvisi cambi di umore della Nord. Mentre traversiamo verso il canale che porta acqua alle cascate (di cui ci riforniamo), passiamo davanti a una minuscola grotta piena di sassi e terra. In meno di mezz'ora Ezio l'adatta alla perfezione. Il peggio è passato: oltre mille metri fatiscenti protetti con cinque chiodi, cinque tra friend e nut e una radice. Ci sembra di essere nel luogo migliore della terra. Rocce verticali e inaccessibili, panorama a perdita d'occhio sull'ondulata pianura illuminata da mille luci e il mare, con gli ultimi bagliori della sera.

Domani ci aspetta la bellissima parete terminale, le placche compatte che Tiziano Cantalamessa ha salito nel '75. Tiziano che su questa parete ha lasciato il segno, è stato punto di riferimento per tutti noi. L'idea di lasciare anche noi una traccia sulla Nord ci riempie di orgoglio e di tristezza, perché non potremo più scambiare con lui le nostre emozioni in una delle belle conversazioni ai "Prati". L'alba. Una coltre piatta e uniforme di nubi, simile a un mare, nasconde la parte bassa della via, come a sottolineare che oggi siamo oltre. Roberto ha sognato una fila di chiassosi escursionisti che passavano sulla cengetta davanti alla grotta, provenienti da un improbabile sentiero. Riprendiamo più rilassati. Ora è meglio. Saliamo una crestina di roccia rotta a tratti molto sottile, che ci porta sotto la placca finale. Sembra impossibile, ma queste placche compatte sono poggiate su 1500 metri di un indefinibile spezzatino di roccia. Mettono in evidenza i contrasti della parete, le sue due facce: una temibile, friabile, selvaggiamente bella; l'altra solare, compatta, rassicurante. Si ripete l'emozione della scoperta inattesa di questo settore. Già l'anno scorso sullo sperone di sinistra, lungo "Nirvana", abbiamo provato l'indescrivibile piacere di arrampicare in questa zona della Nord. Ma in quella occasione eravamo scesi dall'alto. Saliamo contendendoci i tiri, dispiaciuti che le nostre "Vacanze Romane" stiano per finire.

Ormai intravediamo l'uscita. L'ultimo tiro è il più bello e tocca a Ezio, il solito fortunato, che esce in cresta dopo venti ore di arrampicata, per 2075 metri di sviluppo su 43 tiri. Ad attenderci due scalatori che ci avevano avvistato dalla "Marcheggiani- Ade". Un piacevole incontro dopo due giorni che sembrano una settimana, da soli.

Abbiamo aperto una via che sale interamente la Nord del Camicia, dopo 65 anni dalla prima, e fino a ora, unica via, e le nostre mogli ci hanno detto: "Ma state a casa irresponsabili !!!"

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HASTA LUEGO ZORRO 

Lima è un girone dantesco, io e Luciano quasi volevamo tornare a casa… ma Lima è solo una tappa che ci porterà nel cuore della Codillera Blanca, dove sono montagne di una bellezza impareggiabile . Oltre quella grigia e costante cappa di nubi, vette stupende spuntano da praterie infinite.

Il nostro obiettivo è in una valle semisconosciuta, non distante da Huaraz (la Chamonix della Cordillera Blanca) e raramente percorsa perché chiusa e con montagne dalle normali non facili. La quebrada Rurec è uno dei rarissimi posti delle Ande dove ci siano grandi pareti di granito, nella valle c’è una “big wall” con una sola via, opera di  una spedizione spagnola nel 1997.

Con Pepe, che ci farà da cuoco e Feliciano, che conduce gli asini, si parte la mattina sul tardi … e comincia lo spettacolo. Mentre ci avviciniamo iniziano a spuntare, da dietro monti gialli di erba arsa, vette aguzze, merlettate di cornici e seracchi sospesi e sono solo lo scenario della nostra avventura. La nostra meta non è  abbagliante di ghiacci, ma è slanciata e molto più verticale, non specchia la luce del sole ma è grigia di granito, compatto e tenebroso. Fin da lontano si capisce che non sarà una passeggiata.

Attrezziamo il campo base sotto la parete, siamo a 4060 m., ma tutto è verde, bestiame brado pascola con sfondo montagne di 6000 m.. La nostra parete stende la sua ombra di luna sul campo, è immensa e mi sento oppresso dal suo “carisma”. La linea di salita è già studiata, da mesi, ma sulla carta… mi pongo una serie di domande: come sarà la roccia? Le fessure accetteranno chiodi? Quanti giorni occorreranno?… Tanti interrogativi, ma domani avremo le prime risposte.

Attacchiamo tardi, verso le 10.30. Oggi è una fase di studio, siamo arrivati solo ieri ma abbiamo voglia di arrampicare. E’ nostra intenzione salire la parte bassa della parete, lasciando corde fisse, a circa metà, c’è una spalla che porta allo spigolo alto, strapiombante e minaccioso, che saliremo in giornata o con un bivacco.

Salgo quattro tiri di placche compatte. Le difficoltà sono contenute e dopo un difficile passo su muschio, il resto è bella arrampicata di aderenza, la roccia non accetta chiodi e le protezioni sono praticamente assenti, ma fa caldo ed il tempo è sereno… per oggi basta, è solo un assaggio.

Tornati al campo base, ceniamo e dopo mangiato ci mettiamo fuori dalla tenda a parlare. D’un tratto vediamo un’animale correre via, a me sembra un piccolo lupo, ma Pepe ci dice:” El zorro”. Una volpe cercava cibo vicino al campo. La vita è dura quassù e noi potremmo essere la salvezza di una cucciolata di volpacchiotti. Di notte, mentre cerco di dormire, sento dei rumori di carta stropicciata. Esco e vedo la volpe che corre via, stava cercando qualcosa nella busta della spazzatura. Decido che da domani metterò un po di cibo per el Zorro.

Ci svegliamo ed il tempo è cambiato, stanotte è gelato e fa un bel freddo, tutti imbottiti, saliamo le corde fisse e il quinto tiro, l’ultimo delle placche appoggiate. Giunti ad una cengia con boschetto, inizia la vera lotta. Niente è più semplice, le rare fessure sono completamente intasate di un muschio che, come lo si tocca, spolvera spore che s’insinuano ovunque, ho gli occhi gonfi e pieni di lacrime. Sono costretto a scavare con un chiodo per mettere le protezioni, che non sono quasi mai rassicuranti. La progressione si fa lenta e penosa. Le placche sono molto lisce ed è impossibile proteggersi, sono costretto ha piantare degli spit, ma non ci sono tacche per posizionare i ganci, devo piantarli in equilibrio sui piedi. I polpacci mi si “acciaiano” in modo feroce, dopo qualche tiro sono stremato. Il freddo si fa sentire, Lucio si è semi assiderato alla sosta, ed inizia a cadere una neve sottile. Scendiamo stanchi e preoccupati. Le difficoltà sono tra il 6B ed il 6C, ma ancora siamo nel tratto un po appoggiato della parete, se la roccia è sempre così liscia non so proprio come faremo a salire.

Dopo cena metto un po di cibo avanzato, su un sasso a pochi metri dalla tenda cucina, poi mi apposto e aspetto….invano, el Zorro ha troppo timore di noi, di certo aspetta che me ne vada.

Oggi è il mio compleanno, ormai ho 47 anni e non sono pochi, ma la voglia di salire è sempre la stessa, compirò gli anni su una parete delle Ande. Stanotte el Zorro s’è mangiato tutto, anche le bucce di mela, credo proprio che avesse fame.

Le corde fisse sono una tortura, la fatica ed il freddo non aiutano, il cielo non prevede sole, ma neppure bufera. Attacco un diedro con una faccia che sembra un tappeto verde, senza muschio sarebbe facile. Pianto un buon chiodo e salgo qualche metro, trovo un appiglio che spunta dal tappeto verde e quando lo tiro, volo assieme all’appiglio, atterro sul muschio e riparto. Con difficoltà faccio tre tiri, ormai siamo in vista della spalla di metà parete. Supero un tratto liscio in arrampicata artificiale su ganci. Dopo vari equilibrismi da panico, arrivo al termine della placca, c’è una zolla di erba, è adagiata in una specie di piccola conca della roccia, essendo tutto estremamente compatto, deduco che la zolla non ha radici, è un po di terra accumulata nella conca. Tutto il mio peso è su due ganci, poi vari metri di “niente”, devo trovare il coraggio di tirare la zolla… spero di non portarmela via. Trattengo il respiro e pianto una mano nell’erba umida. Il gancio più basso, appena lo scarico, esce e devo stare attento a non oscillare su quello superstite, se esce anche il secondo faccio un volo lunghissimo. Pianto anche l’altra mano nell’erba umida e con movimento rapido ma delicato, salgo sopra, il secondo gancio esce e sento che la zolla si muove sotto i miei piedi. Attrezzo la sosta e penso che la mia malattia, l’alpinismo, ha raggiunto livelli patologici, ormai sono nel “tunnel della dipendenza”, non mi basta più il Gran Sasso, devo venire a ficcarmi nei guai anche lontano da casa.

Fa freddo e, come ieri, inizia a cadere una neve fine e gelida, ci caliamo… Buon compleanno Roberto.

Dopo una giornata di riposo a passeggiare nella valle e fare foto, la mia forma è appena migliore. Abbiamo osservato Feliciano che, per passare il tempo, intrecciava corde con le fibre sfilate a sacchi di iuta. Ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati, per Feliciano è un lusso avere delle corde per i suoi asini, noi ne consumiamo per un gioco da ricchi che è l’alpinismo. El Zorro viene regolarmente a cena. Ieri sera lo abbiamo visto, mangiare e scappare via, gli ho messo altro cibo e lui (o lei) è tornato ancora. Deve essere appostato in attesa, appena mi vede che lascio qualcosa si prepara, come mi nascondo corre a mangiare.

Ho le dita ferite e i polpacci saturi di acido lattico, ma oggi dovrebbero aspettarci dei tiri più facili. Ci attende una rampa che porta alla spalla, da li, con un tratto di conserva, arriveremo sotto il salto finale. Ma questa parete non è mai banale, le apparenze ingannano.

Dalla sosta sulla zolla d’erba, sono costretto ad un ennesimo passo su ganci, poi raggiungo la rampa. E’ piena di arbusti, ma sono particolarmente fragili, come li tcco si spezzano, a terra un tappeto di umus quasi verticale e per completare, la roccia attorno è completamente liscia.. Senza possibilità di assicurazione, sono obbligato a procedere con due lunghi chiodi ad u, usandoli a mo di piccozze: pianto i chiodi e scavo con i piedi delle buche nel muschio… neanche sulla Nord del Camicia (chi la conosce capirà) ero arrivato a tanto. Il terriccio mi va dappertutto, starnuto ed  ho gli occhi accecati dai minuscoli frammenti del muschio. Se continua così, va a finire che guarisco dalla “dipendenza da alpinismo”. Due tiri di grado indefinibile, ma veramente difficili. Arrivo ad un comodo terrazzo e sono cotto, completamente coperto di terra e muschio, sembro una creatura dei boschi… un folletto o un “homo selvatico”. Ho le mani piene di ferite, le unghie che, a forza di scavare, sono parzialmente sollevate e non riesco più a stringere. Così non posso continuare, per di più il tempo non è bello, fa freddo ma non nevica… inizia a cadere una leggera pioggia. Questa via è allucinante, ha salito itinerari difficili e di molti tiri ma qui non riesco a fare che tre/quattro lunghezze al giorno. Ma manca poco alla spalla, poi dovremmo trovare difficoltà alte ma su roccia… Da dove siamo si vede meglio il tratto alto, diedri strapiombanti e poco rassicuranti. Luciano, tanto per tirarmi su, mi dice:”A Robbè, io non te lo vorrei dì, ma li mesà che non se passa!”. Ancora un tiro e saremmo sulla spalla, ma oggi non ce la faccio più, ci caliamo.

Dopo un altro giorno di riposo risaliamo, penando sempre più, le corde fisse. Attacco la placca sopra la sosta e con un passo molto delicato mi porto sotto un lungo tetto, con difficoltà traverso verso un intaglio, dove sembra facile salire. Fin qui siamo su difficoltà abbastanza alte. “Non mi sembra difficile”, grido a Luciano. Provo a salire… una lavagna, mi mancano solo i gessetti colorati. Pianto uno spit e faccio un passo molto duro, ma poi tutto diventa surreale, solo “minimicrotacche”. Con un chiodo le pulisco dai licheni e proseguo su ganci. Uno, due, tre… Comincio ad essere lontano dalla protezione, ma uno stupido orgoglio, non mi fa piantare uno secondo spit per la progressione. Continuo sui ganci… , cinque, sei… finalmente esco sulla agognata spalla di metà parete. Sosto su un albero e Luciano sale in fretta, il cielo, come tutti i giorni, si è annuvolato. Saliamo la spalla di conserva e arriviamo sotto lo spigolo strapiombante che porta alla cima. Ci rendiamo conto delle difficoltà, ma visto che fino ad ora ciò che sembrava facile non lo era, speriamo nell’opposto. Comincia a piovere e non è una pioggiarella fine, piove davvero, scendiamo in fretta sotto uno scrosciare fitto.

Stanotte è piovuto e stamattina la parete è tutta bagnata, salire è impossibile, anche il tempo è incerto. Decidiamo di concederci una giornata di riposo, ne abbiamo bisogno. Zorro, puntuale viene a cena.

Finalmente il tempo è sereno, speriamo che duri tutta il giorno, oggi cercheremo di arrivare in cima, ci aspettano fessure strapiombanti e un lunghissimo diedro.

Saliamo le corde fisse ed arriviamo sotto lo spigolo, la parete è in ombra e ci resterà fino al pomeriggio. L’acqua della pioggia di ieri ha lasciato le roccia bagnata, la parte bassa e leggermente appoggiata, è completamente zuppa. Siamo abbigliati come se stessimo facendo un’invernale, fa freddo e devo farmi coraggio per attaccare. Prendo una rampa che porta alle fessure strapiombanti, il velo d’acqua la rende scivolosa, non è difficile, ma salgo in modo impacciato e mi sento sempre li li per cadere. Finalmente arrivo alle fessure e, anche se impegnative, mi permettono di arrampicare più tranquillo, sono abbastanza asciutte. Con quattro tiri di fessure e tetti, quasi sempre in artificiale su dadi e friend, arriviamo ad un grande terrazzo che ci permette di agirare lo spigolo e attaccare il grande diedrone che sale sulla sinistra. Quì l’arrampicata è di nuovo disturbata dal muschio, passi in libera si alternano a lunghi tratti di artificiale difficile, spesso molto delicato. Con altri quattro tiri usciamo finalmente nella parte facile finale. Il tempo è bello ed ora fa abbastanza caldo, ma ormai siamo nelle ore del tardo pomeriggio. Saliamo in fretta un diedro-canale che porta sotto l’ultimo salto. Era nostra intenzione uscire sulla vetta principale, un poco più alta della cima salita dalla spedizione spagnola, ma è tardi, il sole sta tramontando e l’idea di bivaccare non la consideriamo per niente. Decidiamo di far terminare la nostra via in comune can “Monttrek”, aperta nel 1997 dagli Spagnoli, anzi Catalani.

Dalle ombre lunghe della sera, ci avvediamo delle dimensioni ciclopiche della montagna, a perdita d’occhi ci sono monti a noi sconosciuti, uno spettacolo che avevo sognato tante volte, ma che ora mi lascia quasi indifferente. Facciamo un paio di foto con l’autoscatto, sorridiamo, ma è un sorriso artificiale, non sento la “felicità della vetta”, non mi sento appagato o orgoglioso. La via è fatta, ma è tardi e dobbiamo scendere, ci toccherà calarsi in doppia alla luce delle frontali e su una parete così non sarà un piacevole.

In discesa non abbiamo particolari problemi, le corde fisse dalla parte bassa ci agevolano a trovare la strada al buio ma, forse a causa delle a forti escursioni termiche, si sono accorciate e ora sono troppo tese per far scorrere i discensori. Siamo costretti a tagliarle. Col risultato che in vari casi, non arrivavano più alla sosta. Dopo un giorno di riposo, torneremo a prenderle e le regaleremo a Feliciano, assieme ad una bella mancia, oltretutto sarebbe imperdonabile lasciarle a marcire su una parete così selvaggiamente bella.

Al campo, Feliciano , che ha dato il cambio in cucina a Pepe, ci aspetta sveglio, quando ha visto le nostre frontali che scendevano, ha messo su un po di minestra calda. Mangiamo raccontando la salita a Feliciano, che per la verità, sembra interessarsi solo per compiacerci. Ma dobbiamo parlarne con qualcuno. La nostra salita è fatta, il mio sogno di aprire una via fuori Italia si è realizzato, ma non c’è euforia, semplice sollievo, come se mi fossi tolto un peso. Sono deluso dalla pochezza delle emozioni per aver terminato la via, è solo una tappa di un cammino verticale che non so dove cavolo possa portarmi, un cammino che è ormai la mia vita, un cammino che forse mi aiuta a capire me stesso, o mi confonde ancor di più le idee. Ma questo è il solito discorso sul perché uno si debba imbarcare in certe avventure, sulle motivazioni che portano a cercare in montagna “non so cosa e non so perché”. Zorro aspetta la cena, stanotte deve essersi preoccupato. Non si fa vedere, ma c’è, la mattina dopo ha pulito ben bene il sasso dove metto il cibo. Chissà se lo rivedrò, mi piacerebbe incontrarlo ancora, magari per un'altra spedizione… “Hasta Luego, Zorro” è la nostra via ed un augurio.

Via “Hasta Luego, Zorro”: Roberto Iannilli & Luciano Mastracci  il 2/8/2001, dopo 6 giorni di arrampicata. Sale placche compatte e diedri strapiombanti, prevale l’arrampicata libera nella prima metà e l’artificiale nei diedri dello spigolo finale. Roccia compatta ma con fessure intasate da un terribile muschio. Sviluppo 1200 m., difficoltà fino al 7A e A3+.

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